1. testimone
Credo, insieme a Guido Bertolaso, di essere stato l’unico a
seguire l’intera vicenda del progetto di La Maddalena. A
registrare, nel mio studio prima e in cantiere poi, i riflessi
delle continue evoluzioni politiche e giuridiche che cambiavano
in corsa le regole del gioco. C’ero ai primi incontri con Soru e
Bertolaso (gennaio 08); quelli a Roma e quelli a La Maddalena
con i cittadini e il loro Sindaco. C’ero quando (marzo 08) è
arrivata l’Unità di Missione di Balducci; quando Prodi è caduto;
quando Berlusconi (nel luglio 08) e Napolitano (agosto) sono
venuti a visitare il sito; quando Berlusconi, a lavori ormai in
corso, ha cominciato a suggerire altre sedi per il summit;
quando Soru (dicembre 08), con nostra grande preoccupazione, si
è dimesso da Presidente della Regione. Quando Letta, Bertolaso e
Berlusconi, pochi giorni prima di spostare il G8 all’Aquila (il
21 aprile 09) sono venuti a perlustrare, con un sorriso convinto
e rassicurante, i cantieri in fase di ultimazione. E c’ero
subito dopo, nei momenti del massimo sconforto, con il panico di
non essere pagati e la paura che le imprese mollassero, che il
cantiere di trasformasse in un immenso eco-mostro, con la rabbia
e la vergogna dei maddalenini che non avevano votato Soru. E
infine c’ero nei mesi finali, con Bertolaso che tornava
sull’isola, con il suo indiscutibile e vittorioso sforzo per
portare la Luis Vuitton Cup di vela nell’ex Arsenale (settembre
09); con le denunce di Repubblica sul degrado (inesistente)
degli edifici (febbraio 10); con lo scoppio dell’indagine e gli
arresti dei nostri committenti.
Uno spreco ingiustificabile di risorse.
A Maddalena non c’era ostentazione di lusso che potesse offendere un Paese colpito dalla calamità del terremoto. E a l’Aquila non c’era necessità di un piedistallo planetario che distraesse dalle tragedie della vita quotidiana. Ho cominciato in quei giorni a chiedermi se c’era una regia dietro le ragioni, nobili e meno nobili, che sono state complici di una scelta che ha subito, troppo presto, convinto tutti.
2. consulente
Se penso a come ho lavorato dal dicembre ‘07 ad oggi mi
vengono in mente due periodi.
Nel primo, ho operato come consulente di Renato Soru e Guido
Bertolaso per decidere gli assetti urbanistici del G8 a La
Maddalena. Il tema era quello di trasformare un evento breve,
potente e inutile (il G8) in una situazione stabile e utile per
la Sardegna e il territorio dell’arcipelago: la creazione al
posto di un ex arsenale militare dismesso e inquinato di un
grande polo nautico polivalente, capace di ospitare insieme
cantieri, spazi per convegni, scuole di vela, un albergo, aree
commerciali e espositive. Con fondali eccezionali e in uno dei
posti più belli del mondo.
Ma prima c’era da costruire in pochi mesi la sede del G8, con i
suoi requisiti di sicurezza e i suoi protocolli diplomatici.
Per questo abbiamo immaginato che ogni edificio dovesse avere
una specie di doppia vita: prima tre giorni “furiosi” di
allestimento che, come un vestito da festa, lo addobbassero per
il grande evento geopolitico e subito dopo, spariti i vestiti,
ecco un’architettura solida, fuori dai riflettori, destinata a
durare e dotata di una funzionalità precisa.
Ciò che abbiamo voluto fare è stato così estremo, da denunciare la forza di ciò che non volevamo fare: le architetture sono fatte anche da quello che vogliamo evitare che diventino. Non si scappa dal nemico.
3. progettista
Nel secondo periodo, iniziato nel luglio 08, il lavoro è
cambiato, così come le sue condizioni. Abbiamo lavorato per
l’impresa vincitrice della gara di appalto (il cui proprietario,
Diego Anemone, è oggi in carcere) ma senza avere più il
controllo effettivo del progetto, che era entrato nella
vertiginosa (10 mesi per bonificare un’area di 150.000 mq,
realizzare 8 edifici e 2 chilometri di banchina) fase attuativa.
Progettavamo gli edifici della parte centrale dell’ex Arsenale
militare (è bene ripeterlo: non abbiamo, non avevamo, nulla a
che vedere con il progetto dell’ex Ospedale Militare). Eravamo
in più di 30, solo a La Maddalena, a disegnare i dettagli e a
cercare di controllare scelte di cantiere che spesso potevamo
solo registrare sul CAD. Senza direzione lavori e coordinamento
della progettazione, esclusi dal computo metrico (ci era
permesso solo un supporto a quello architettonico) e facendo
ogni volta uno sforzo gigantesco per imporre la nostra presenza
quando i committenti venivano a visitare le opere. Ma oltre al
desiderio di veder crescere in tempo reale quello che avevamo
inventato poche settimane prima, avevamo anche altre ragioni per
stare lì: per 10 mesi siamo stati una sorta di ufficio tecnico
di appoggio per il Comune di La Maddalena e la Protezione
Civile, pronti a rispondere a ogni esigenza di disegni, dati
tecnici, esplorazioni progettuali.
Ma questa era soprattutto una nobile consolazione.
Da un lato, l’architettura è stata chiamata a svolgere funzioni prettamente politiche: a partecipare fin dall’inizio alle strategie di concettualizzazione dell’opera, a preoccuparsi del coinvolgimento degli stakeholder, a considerare il consenso degli elettori come una variabile del progetto. D’altro canto la politica ha avocato a sé alcuni dei passaggi fondamentali del fare architettura : la scelta dei consulenti tecnici, la selezione delle imprese e soprattutto (nelle opere pubbliche) di chi svolge il coordinamento e la direzione dei lavori.
Da controllori implacabili del risultato finale di un progetto siamo diventati ispirati creatori di politiche pubbliche. Dalla sfera minerale, la nostra competenza sembra essersi spostata a quella delle relazioni immateriali. La psicologia della committenza (lo studio attento delle idiosincrasie e dei segreti desideri di chi ci commissiona le opere) sembra aver sostituito la psicologia degli utenti, ovvero la capacità di controllare le emozioni, le reazioni e le esigenze di chi abiterà gli spazi che immaginiamo.
4. contabile
A distinguere la fase dell’architettura di carta da quella
dell’architettura di pietra, è la contabilità. Da un certo punto
in poi le idee smettono di essere pagate a forfait e cominciano
a costare parametricamente: un tanto moltiplicato per un numero.
Per quel che mi riguarda, i conti del G8 a La Maddalena – sempre
limitatamente ai progetti che abbiamo seguito (lotti 4 e 5) –
hanno avuto due occasioni di contabilità. Nella prima, a
conclusione della nostra consulenza al preliminare, abbiamo
registrato dei costi che sono serviti per la gara di appalto
integrato per le imprese inserite nella lista della Protezione
Civile. Nella seconda, in occasione del computo metrico
architettonico (a cui dovevamo dare solo un supporto di disegni
e dati), abbiamo registrato una somma sensibilmente più alta.
Ma considerando gli imprevisti di cantiere e le inevitabili
approssimazioni di un computo basato su un preliminare, erano
cifre ragionevoli. A far sballare i conti ci avevano (già)
pensato le “maggiorazioni” previste nell’appalto di gare: ben il
57% di aumenti dei compensi alle imprese dovute alle loro
difficoltà a lavorare su tre turni, a lavorare su “un’isola di
un’isola”, a “rispettare il crono programma”.
5. regista
Mi piace lavorare in gruppo, stando alla regia. Credo di
saper scegliere molto bene chi lavora con me e valorizzare i
talenti di chi scelgo. Credo anche di essere spesso
disorganizzato, poco razionale e perfino a volte approssimativo,
e forse proprio queste evidenti debolezze rendono accettabile a
chi lavora con me una presenza altrimenti prevaricante.
Non ho nessun dubbio che il gruppo di architetti che ha lavorato
con me sul G8 costituisca oggi una risorsa per l’architettura
italiana. Sono giovani (media 30 anni), bravi, colti e motivati,
adrenalinici quanto serve e riflessivi quando serve (cioè anche
quando si è adrenalinici). Amano (come me) la politica non meno
dell’architettura; e come me si illudono che si possa governare
i fatti della politica controllando i fatti dell’architettura.
Abbiamo vissuto insieme un periodo metereologicamente
straordinario, su un’isola di un’isola, con venti che portavano
giornate grigie e burrasche che portavano sole e luce; a
contatto con le raffiche, i temporali, le illusorie schiarite e
tutte le imprevedibili e spesso ridicole sfaccettature della
politica italiana. Sempre a contatto con le aspettative e le
delusioni dei cittadini di la Maddalena. E ci siamo tutti
drogati del vertiginoso intercedere di eventi che ci avvolgeva e
ci ha lasciato sfiniti e senza più l’ossigeno dell’ansia, della
sorpresa, delle scadenze impossibili, dei colpi di scena. Non ci
siamo ancora ripresi.
La verità è che, quando ci appassionano e arrivano ad essere costruite, queste cose di vetro, ferro, cemento riescono a catalizzare un’affettività incontrollabile; qualcosa che rende difficile anche solo l’idea di abbandonarle a sé stesse.
6. vittima
Sono stato vittima di me stesso, delle mie manie di
grandezza, della scelta di coinvolgere 53 architetti (quasi
tutti lavoravano con me per la prima volta) per fare al meglio
un lavoro che forse avrei potuto fare (non meglio, ma bene) nel
mio studio milanese con 15 fidati collaboratori. Ma quello che
ho guadagnato in curiosità, relazioni, entusiasmo, l’ho perso in
organizzazione e soprattutto in risorse economiche. Questo
lavoro è stato un disastro finanziario. Ho già speso quasi tutto
quello che ho guadagnato e oggi sono terrorizzato che l’impresa
non mi fornisca il saldo finale. Dopo aver costruito in 10 mesi
quello che di solito un architetto italiano costruisce in 15
anni, rischio in pochi mesi di chiudere uno studio professionale
che ha 25 anni di vita. Non male come doppia accelerazione.
L’invidia che non si trasforma in un fertile spirito competitivo è un tarlo (auto)logorante. Di cui l’architettura italiana ha oggi il primato.
7. complice
Mi sono continuamente chiesto in questi giorni se sono stato
complice di quanto è successo. Credo di esserlo stato,
involontariamente. Ovviamente non c’è stato nulla di quanto ho
visto o percepito che mi abbia fatto pensare agli accordi
illegali e sottobanco di cui parlano le indagini in corso: tra
imprese e committenti, tra rappresentanti dello Stato e privati
appaltatori. Se avessimo avuto anche solo una prova di questi
contatti, saremmo andati subito a denunciare la cosa alla
Magistratura. Ma l’aver accettato un ruolo di fatto marginale
dal punto di vista delle decisioni e nel periodo più importante
del progetto, quello di realizzazione delle opere, mi ha di
fatto impedito di rendermi conto direttamente di eventuali
irregolarità, pur obbligandoci ad una presenza continua (anche
se spesso mal tollerata) a latere del cantiere. Ho due
giustificazioni: la nostra totale preoccupazione sui tempi (che
è stata per mesi la vera ossessione quotidiana) e la presenza
nel progetto, come garanti, dei rappresentanti delle più alte
cariche dello Stato. Ma sono stato complice di una condizione di
controllo ridotto; della presunzione di essere più forti di chi,
controllandoci, ci teneva distanti dalle decisioni.
A La Maddalena, gli architetti con cui collaboravo giravano con macchine scassate ed improbabili, e abitavano in gruppo in appartamenti del centro. I tecnici dell’Unità di Missione – in Rayban- giravano con Audi e BMW e avevano affittato ville sulle coste dell’isola. Fuori dagli uffici e dal cantiere era impossibile che i due gruppi si incontrassero, posti e relazioni erano diversi. A volte le differenze comportamentali sono un limite alla comunicazione, a volte una difesa da relazioni pericolose. I dettagli, in una vicenda complessa, sono sempre micidiali.
8. giornalista
In pochi mesi, da direttore di un periodico di settore, ho
vissuto sulla mia pelle tre forme di conflitto tra cronaca e
architettura.
In una prima fase, a vincere era stata la cronaca d’inchiesta.
Prima e durante il cantiere, eravamo “secretati”, cioè obbligati
al silenzio in seguito ad un’ordinanza del Governo Prodi.
Eppure, nonostante noi non potessimo scrivere di quello che
facevamo e vedevamo, siamo stati testimoni di un giornalismo di
indagine che entrava con facilità nella cortina di protezione
del G8 e del cantiere: si muoveva più agile e veloce di noi
conquistando sul territorio informazioni che noi non potevamo
avere; e le raccontava – da lontano – sui periodici di
informazione politica. Mentre nessuno conosceva quello che
stavamo facendo (non avremmo potuto, per fare un solo esempio,
annunciare che le opere per il G8 a La Maddalena, già in Aprile
erano quasi pronte, finite, disponibili), grazie a questa
cronaca da investigazione abbiamo cominciato a capire che
qualcosa non funzionava lì vicino a noi, nella regia dei lavori.
Finito il cantiere, in maggio, è iniziata una seconda fase, in
cui a prendere il sopravvento è stata – finalmente –
l’architettura realizzata. I quotidiani italiani e
internazionali (dal Corriere della Sera alla Frankfurter
Allgemeine Zeitung) hanno “scoperto” in ritardo che i risultati
di un G8 mai svolto erano degni di attenzione. E subito dopo
sono arrivate le riviste di settore (A+U, Icon, Mark, Lotus
International), quasi a consolidare la fine della fase
dell’attenzione evenemenziale della cronaca: finita l’attualità,
ecco l’architettura .
Ma è durato poco: nelle ultime settimane è tornata, violenta e
per molti versi liberatoria, la cronaca nella sua versione
politico-giudiziaria. Qui a dettare il tempo erano e sono le
intercettazioni: trascrizioni e voci fuori campo di
conversazioni proiettati come sottotitoli sulle immagini delle
nostre architetture. Costrette, povere loro, a una nuova
involontaria paternità.
Sta di fatto che la nemesi ha voluto che la nostra più bella architettura diventasse il simbolo – sui giornali e le tv di tutto il mondo- di una brutta vicenda italiana di corruzione.
Mi consola pensare che c’è un senso in tutto questo. Pochi mesi fa (ben prima che questa vicenda giudiziaria venisse alla luce), scegliendo come copertina del libro “Effetto Maddalena” l’immagine di un elicottero dei carabinieri che vola sopra la Casa del Mare, avevamo già capito che la nostra architettura era destinata ad avere la cronaca quotidiana nel suo sangue.
9. architetto
Le opere che abbiamo immaginato, sono state costruite. E, grazie
anche alla nostra ostinazione, sono esattamente quello che
volevamo, dove lo volevamo.
Sono là, al posto di un ex arsenale militare abbandonato che
fino a pochi mesi fa rappresentava una bomba ecologica e che è
stato bonificato nei fondali e nelle banchine. Sono una risorsa
formidabile per un’arcipelago che ogni giorno, da maggio a fine
settembre, viene usato come solo vasca da bagno per migliaia di
imbarcazioni lasciano soldi e contratti di locazione nei
porticcioli senza città della costa Smeralda e nei cantieri di
Olbia. Il polo nautico voluto da Renato Soru è oggi una realtà,
anche se è ancora un guscio. La Vuitton Cup, con la vela
sportiva, il turismo compatibile con l’ambiente, è la migliore
delle inaugurazioni possibili, ma il destino delle strutture è
ancora in parte incerto. Quello che abbiamo progettato è un
porto mediterraneo, a contatto con una città vera anche se in
difficoltà; un porto pubblico, nella sua gran parte aperto ai
cittadini e ai visitatori, che può anche ospitare aree private e
ad accesso controllato; un porto polivalente, che può dar lavoro
a centinaia di giovani isolani.
Basta poco per compromettere quello che abbiamo fatto. Ma ce
l’abbiamo fatta.
L’implacabile, prepotente arroganza dell’architettura costruita – che punta sui tempi lunghi del suo successo – è poca cosa di fronte all’indignazione di un intero Paese.
Ma è tutto quello che ci resta e a cui, con un misto di dignità e di ironia, oggi ci aggrappiamo.
