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Così l'eroe inventò CapreraIl recente ritrovamento di cimeli garibaldini, che erano stati rubati tre anni fa dalla casa-museo di Caprera, ha richiamato l'attenzione sui legami tra il Generale e l'isola dell'arcipelago maddalenino. Fu un innamoramento a prima vista? Garibaldi scoprì l'isola nel settembre 1849 di ritorno da Tunisi dove avrebbe dovuto trascorrere un periodo d'esilio, ma gli fu impedito di scendere a terra. Sulla via del rientro, dopo una breve sosta a Cagliari, fu sbarcato a La Maddalena. Ed è in questa occasione che il Generale vide per la prima volta quella che sarebbe diventata la sua nuova casa: Caprera. L'iconografia tradizionale ci mostra l'eroe a bordo della nave Tripoli ammirare i contorni selvaggi dell'isoletta, con le sue coste rocciose e le rare lingue di sabbia, la macchia mediterranea e i bassi alberi piegati dal maestrale. Probabilmente, dicono gli storici con qualche pennellata di romanticismo, l'isoletta gli ricordava la laguna sudamericana che aveva lasciato per tornare a combattere in Italia. In realtà la scelta sarda fu decisa per ben altri e più concreti motivi. Ricostruiamo con l'ex senatore comunista (ora presidente della federazione regionale del Pds) Mario Birardi i retroscena che portarono Garibaldi in Sardegna. Maddalenino, appassionato di studi garibaldini, da anni va alla ricerca di documenti e cimeli che documentino la vita e le opere dell'eroe. «Esiste una bibliografia enorme - dice Mario Birardi -, ciononostante c'è ancora molto da studiare e da scoprire. Prendiamo ad esempio il periodo che trascorse a Caprera a partire dal 1859. Nella calma dell'isoletta scrisse romanzi, memoriali e un'infinità di lettere. Continuava a mantenere rapporti con tutto il mondo, qui venivano a visitarlo amici, ex compagni di mille avventure, politici e ammiratori. Bisogna ripensare in modo più realistico a quel lungo periodo trascorso nell'isola». La letteratura tradizionale descrive l'eroe a Caprera nell'autunno e poi nell'inverno della sua vita, sofferente per i postumi della ferita all'Aspromonte, intento alla caccia e alla pesca, quasi in un bucolico autoesilio. In un'analisi semiologica si potrebbe identificare Caprera come il campo semantico della pace, della serenità, del distacco, dell'amore maturo con la moglie Francesca Armosino, in contrasto con il "campo" opposto dei luoghi delle battaglie, dei tanti amori romantici con belle nobildonne e passionali con semplici contadine, degli intrighi di palazzo e della vita romana. «La realtà - afferma Birardi - fu ben diversa. Altroché amena isoletta! Garibaldi trasformò Caprera in una fucina attiva per sperimentare nuove tecnologie agrarie. Chiamò agronomi e esperti in idraulica e la fece diventare un'azienda modello all'avanguardia per quei tempi. Eppoi quella storia della "casa bianca" edificata in stile sudamericano delle fazendas. Guardatela bene: Garibaldi la costrì pensando più agli stazzi galluresi che alla pampa uruguaiana». Mario Birardi ogni anno, in occasione dell'anniversario del 2 giugno, organizza a La Maddalena un convegno in collaborazione con l'amministrazione civica e l'Istituto internazionale di Studi garibaldini, quest'ultimo diretto da Erika Garibaldi, terza moglie di Ezio, figlio di Ricciotti. L'iniziativa, nata nel 1992, punta ad avvicinare gli storici alla comunità maddalenina. Il primo convegno trattò degli amici maddalenini di Garibaldi; successivamente dei visitatori illustri di Caprera; sempre nel 1992 venne organizzata anche una mostra "Garibaldi e Caprera". Negli anni seguenti si parlò di Garibaldi marinaio, di Garibaldi agricoltore che diventa abile agronomo e infine, l'estate scorsa, delle vicende di Anita, anche attraverso un istruttivo cartone animato realizzato dal regista Maurizio Nichetti e da 200 disegnatori. «Per quest'anno - sottolinea Birardi - abbiamo diverse idee - ma non abbiamo ancora deciso». Ma veniamo alla ricostruzione storica degli eventi del 1849 che portarono Garibaldi a Caprera. Onorevole Birardi, quando avvenne? «Tutto inizia durante il viaggio sulla nave Tripoli, al comando del maddalenino Francesco Millelire, che da Genova deve condurre Garibaldi in esilio a Tunisi. Il veliero fa sosta a Cagliari per due volte. All'andata, era il 22 settembre, si mette alla fonda in rada: non può entrare perché deve stare in quarantena per paura del colera e sbarcano soltanto i viaggiatori che devono essere rinchiusi al Lazzaretto. La presenza a bordo dell'illustre passeggero doveva essere segreta. Invece tutti lo sapevano. A Cagliari c'era il colonnello Portoghese, cagliaritano e noto con il nome "Pegurina", che aveva combattuto con Garibaldi prima in Uruguay e poi nella Repubblica romana. Portoghese chiese all'intendente generale Conte Pes di potersi imbarcare con Garibaldi e di accompagnarlo in esilio. Così dal porto uscirono numerose barche con tanti ammiratori, soprattutto giovani, che poterono salutare l'eroe solo da lontano perché non consentirono di accoglierli a bordo. Questo episodio ce lo racconta lo storico Pasquale Cugia che fu testimone. L'avvocato Gianmario Fogu, amico del Cugia, fece un discorso e l'accoglienza fu davvero calorosa. Pochi giorni dopo il velierio Tripoli riapparve nel Golfo di Cagliari. Il bay tunisino, che era filofrancese e temeva di far cosa sgradita a Luigi Napoleone, aveva impedito lo sbarco di Garibaldi e così la nave era dovuta rientrare in tutta fretta. Per le autorità piemontesi c'era ora il problema di come e dove sistemare Garibaldi, passeggero e ospite ingombrante. A quel punto maturò l'idea di accompagnarlo a La Maddalena». È possibile ricostruire le tappe che portarono a questa decisione? «Senza dubbio. Il comandante della nave, Francesco Millelire, dopo aver incontrato il Conte Pes, propone al Generale di fare rotta su La Maddalena. I motivi sono essenzialmente due: il primo riguarda la sicurezza. Era necessario scegliere un luogo difendibile e dove Garibaldi potesse essere tenuto dalle autorità sotto discreta sorveglianza. Il secondo è che si doveva trovare una destinazione gradita all'eroe. Maddalena andava benissimo perché aveva tutti i requisiti: da una parte era sufficientemente sicura e dall'altra era la terra di tanti amici di Garibaldi, tra cui i fratelli Nicolao e Antonio Susini, che insieme a Battista Culiolo (meglio conosciuto come "maggiore Leggero"), erano stati suoi ufficiali in Uruguay». Così Garibaldi sbarcò a La Maddalena come sorvegliato speciale. «Non senza problemi perché l'Intendente generale di Sassari, Alessandro Demonale, protestò a Torino perché La Maddalena rientrava nella sua giurisdizione e lui invece era stato scavalcato dal collega di Cagliari. Venne ospitato nei locali del Comando della Marina militare dove appunto poteva essere meglio controllato». Fu allora che scoprì Caprera? «Come prima cosa chiese di vedere Francesco Susini, padre dei suoi ex compagni d'avventura, e fratello del sindaco che si chiamava pure Nicolao. L'accoglienza è calorosa, lì Garibaldi trova tanti amici. Per un mese va a caccia e a pesca insieme ai Susini. Ed è probabile che in quel periodo esplori per la prima volta Caprera. All'epoca era completamentamente selvaggia, abitata solo da qualche pastore e dalle capre. Una piccola parte apparteneva appunto alla famiglia Susini». Quando Garibaldi espresse l'intenzione di stabilirsi a Caprera? «Nelle sue memorie aveva sempre manifestato il fascino per l'isoletta, un'idea romantica tipica dell'Ottocento. E sicuramente maturò l'intenzione di costruire casa in Sardegna durante i suoi viaggi. In uno di questi, nel dicembre 1855, navigando tra Portovecchio in Corsica e Portotorres, si fermò nei pressi di Santa Teresa per far visita agli amici Susini. Francesco e Pietro Susini lo accompagnarono ad esplorare i dintorni di Capo Testa, nella zona di Santa Teresa. Durante una battuta di caccia il Generale vide dei terreni che gli piacquero molto. Decise su due piedi di comprarli e ne trattò il prezzo col pastore proprietario. Ma l'uomo (si chiamava Pietro Pilosu) non voleva saperne di cederli. Così rinunciò. Qualche giorno dopo quando il pastore seppe che il suo interlocutore era Garibaldi, ci rimase male e disse ai Susini di essere pronto non a venderlo, ma a regalarglielo. Ma ormai l'interesse per Capo Testa era sfumato. Una seconda proposta fu per l'isoletta di Santo Stefano dove i Susini avevano altre proprietà e c'era anche un forte con un presidio militare. Ma Garibaldi non si entusiasmò perché era troppo vicina all'abitato. Così decise di scegliere Caprera. Nel dicembre del 1855, accompagnato dai fratelli Susini si recò dal notaio Sircana di La Maddalena e firmò l'atto di procura a Pietro, incaricandolo di acquistare una buona parte dell'isola. Neppure un mese prima era morto il fratello Felice (che viveva in Puglia) e gli aveva lasciato in eredità 35 mila lire. Oltre i terreni potè comprare gli attrezzi per costruire la casa e un cutter che chiamò Emma, dal nome di una delle sue amiche nobildonne inglesi. L'imbarcazione poi affondò». Da quel momento il nome di Caprera resta legato alla fama di Garibaldi. «Esattamente. Nell'isoletta il Generale trascorse gran parte della sua maturità e vi morì il 2 giugno 1882. Caprera divenne totalmente di sua proprietà nel 1861 grazie a una sottoscrizione lanciata su alcuni giornali londinesi da amici inglesi». Perché Garibaldi continua ad essere sempre al centro di studi e discussioni? E qualcuno persino ne strumentalizza il nome. «È stato l'eroe più autentico e popolare del nostro Risorgimento. Così nel tempo ognuno ha cercato di appropriarsi del mito. Per esempio, l'ideologia fascista non aveva nulla da spartire con il pensiero garibaldino se non il nazionalismo e l'irredentismo. Eppure ne fece un simbolo del regime. Ma Garibaldi si chiamavano anche le brigate partigiane comuniste durante la guerra in Spagna e nella Resistenza. Anche i socialisti lo hanno sempre presentato come un loro "eroe", a partire da Nenni per arrivare a Craxi». L'esule di Hammamet si è sempre vantato di essere uno studioso di storia garibaldina e prima delle disavventure giudiziare non è mai mancato all'appuntamento del 2 giugno a Caprera. «Cosa centra il Craxismo con Garibaldi? Craxi si è impadronito di questa figura in chiave socialista-riformista, quasi che il Generale fosse un precursore delle sue teorie. Una clamorosa forzatura storica». Che futuro potrà avere il Compendio garibaldino? «Il museo di Caprera è tra i più visitati d'Italia. Oltre centoventimila presenze all'anno. Ma non è finanziato e organizzato come dovrebbe. Per esempio, si potrebbe realizzare a La Maddalena un centro studi e documentazione con una sede permanente, un archivio e una grande biblioteca da aprire agli studiosi e alla gente. Pensate, la libreria personale di Garibaldi è formata da centinaia di volumi che oggi si trovano conservati nelle casse. Perché non esporli al pubblico? Le idee non mancano, ma non sarà facile realizzarle».
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