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La
Maddalena. |
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All’indomani
della notizia dell’imminente rivelazione del testo |
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| Dopo
l’incidente nucleare una bella doccia calda |
| I
segreti del piano di evacuazione raccontati dagli ex sindaci |
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La Maddalena Uno: ci
sono le docce, una cinquantina, costruite dentro l’ospedale
militare. Nel caso di incidente nucleare dovrebbero servire per
una prima decontaminazione dal pulviscolo. Due, isolamento e
trascinamento al largo del sommergibile danneggiato: il piano di
messa in sicurezza non prevederebbe l’evacuazione della
popolazione.
Di più, non hanno mai saputo i sindaci che negli ultimi 25 anni
si sono succeduti a La Maddalena. E ora, dopo la notizia che il
piano di evacuazione non sarà più segreto (ovviamente per la
sua parte sanitaria) nell’isola si ha la sensazione che a
cadere sia un vero e proprio tabù. Niente entusiasmo, però.
«È un atto dovuto alla cittadinanza», dice Diego Cannas,
Alleanza nazionale, consigliere di maggioranza, che conferma: «Sin
dalla sua elezione il sindaco si è premurato di chiedere in
Prefettura il piano di evacuazione». Un piano che esisteva da
tempo ma non è mai stato reso pubblico.
Giuseppe Deligia, sindaco democristiano ai
tempi dell’installazione della base di appoggio dei
sommergibili a propulsione nucleare a Santo Stefano, ora è
consigliere d’opposizione. «Chiesi immediatamente
delucidazioni sul piano - spiega -. Nel ’74 il prefetto di
Sassari mi convocò ed ebbi modo di vedere il volume riservato.
Ma non potei consultarlo, fu il prefetto a leggermi le parti più
interessanti. Si parlava, per esempio, di strutture da
realizzare per far fronte a un eventuale incidente».
Una parte di quelle strutture fu poi realizzata. «Presso
l’ospedale militare - conferma Diego Cannas - furono allestite
docce speciali per decontaminazione, una cinquantina. Sarebbero
adatte per una prima decontaminazione dal pulviscolo, non certo
in caso di contaminazione radioattiva vera e propria».
Difficile parlare di strumenti di salvaguardia, si tratterebbe
di mezzi di “primo intervento” necessari, ma non
sufficienti, a salvare una popolazione di 12mila abitanti - nel
caso di un guasto ai motori a propulsione nucleare o peggio
ancora di un’esplosione del motore stesso - dal rischio di una
contaminazione. L’ex sindaco Mario Birardi
racconta di aver chiesto anche lui, a suo tempo, di vedere il
piano: «ma me lo vietarono: è coperto da segreto militare, mi
dissero. Un’eventuale evacuazione sarebbe stata soggetta alle
direttive esclusive dell’ammiraglio e del prefetto, né seppi
se fossero previste esercitazioni per i civili». Gavino
Canopoli, primo cittadino dal ’76 all’82. «Per
quel che ne so - spiega - il piano riguardava, in caso di
incidente, l’isolamento e il trascinamento al largo del
sommergibile nucleare danneggiato. Non l’evacuazione della
popolazione». Marco Poggi, segretario del Partito dei Comunisti
italiani va giù duro. «Sul nucleare sono state dette tante
bugie. Nei primi anni Novanta fu organizzata, qui a La
Maddalena, una conferenza con la partecipazione di luminari,
come Giorgio Cortellessa fisico nucleare di fama internazionale
e Paolo Guglielmi del progetto “Mare senza Nucleare” di
Greenpeace. Furono raccolti campioni di acqua e di aria e fu
rilevato che i livelli di cesio e di cobalto erano di molto
superiori a quelli ufficialmente forniti dalla centralina della
Ricciolina». Una notizia che allora ebbe molto clamore, ma
tutto finì lì, in una bolla di sapone. «Perché questa
sfasatura di dati? Perché non si andò a fondo? Oltre al piano
di evacuazione - sottolinea Poggi - mi piacerebbe conoscere il
piano di prevenzione: il cesio e il cobalto, è stabilito con
certezza, sono prodotti tipici della combustione di motori a
propulsione nucleare». Rosanna Giudice ha annunciato che tra
due mesi il piano di evacuazione non sarà più segreto e c’è
chi, come Lorenzo Porcheddu, sindacalista Cgil, ne prende atto:
«Anche se - avverte - si tratta dell’implicita constatazione
che il problema rischio nucleare esiste, ed è grave. Specie in
prospettiva di una guerra in atto».
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