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La Nuova Sardegna 11 febbraio 2003

Santo Stefano, ecco il progetto della Us Navy
Oltre cinquantamila metri cubi di cemento e una spesa di 37 milioni di dollari

dal nostro inviato Piero Mannironi

LA MADDALENA. Eccolo, dunque, il progetto studiato dalla "Roger, Lovelock & Fritz Inc.": oltre cinquantamila metri cubi di cemento nell'isola di Santo Stefano ufficialmente «per fornire più adeguate condizioni abitative e lavorative» al personale dell Us Navy. Un investimento mica da poco: 37 milioni di dollari, poco più di 71 miliardi di vecchie lire. Con diplomatica prudenza, gli americani si sono sempre riferiti a Santo Stefano con espressioni come "sito", "area portuale" e "supporto navale".
Sanno infatti molto bene che non è prudente utilizzare l'espressione "base". Sarebbe come ammettere che la loro presenza nell'arcipelago si è rafforzata e ha fatto un salto di qualità. Ma questa volta sembra proprio che la Us Navy abbia perso un po' della sua proverbiale prudenza e, nel documento fornito al Comitato misto paritetico regionale, abbia usato un'espressione che ha contribuito a incendiare il clima politico nelle scorse settimane: "Base di supporto navale La Maddalena".
Sfumature, si dirà. Ma si tratta pur sempre di sfumature che hanno una loro importanza intrinseca, perché sono capaci di rompere il precario e contradditorio equilibrio che esiste, fin dal lontano 1972, tra la comunità maddalenina e quella a stelle e strisce. Sì, perché gli americani qui sono tollerati, ma non amati. Troppo lungo spiegare il tormentato rapporto tra i maddalenini - che hanno comunque una lunga storia di convivenza con le "stellette" - e la Us Navy. Forse il vizio è all'origine. Cioé nel come la presenza della Marina americana nell'arcipelago sia nata in un clima di scarsa chiarezza. Tutto incominciò, infatti, 31 anni fa con un accordo bilaterale tra il governo italiano e Washington, poi mai ratificato dal Parlamento. Secondo alcuni autorevoli giuristi, si è trattato di uno strappo grave alle regole costituzionali. Ma, si sa, le ragioni di Stato - soprattutto in anni di Guerra Fredda - spesso prevalgono su quelle del diritto.
Ed è servito a poco l'ingenuo inganno di attribuire a un'area di Santo Stefano la giurisdizione della Nato. Sì, perché al di là delle qualificazioni formali, Santo Stefano resta sempre, nella sostanza, una base di assistenza ai sommergibili nucleari d'attacco della classe Los Angeles, appartenenti al X Squadrone della 69ª task force della VI Flotta americana. Cioé i terribili "Hunter Killer" che portano nel loro ventre d'acciaio i missili da crociera Tomahawk: ordigni capaci di sfuggire ai radar e che possono trasportare anche testate atomiche.
I dubbi e i timori di questi giorni, dunque, affondano le loro radici in una diffidenza che ha però fondate ragioni di esistere. E che, purtroppo, è stata confermata anche da atteggiamenti da parte delle autorità militari americane a dir poco discutibili. Per esempio: la gestione del delicatissimo problema della sicurezza. Non è infatti un segreto che la famosa rete di monitoraggio ambientale, che dovrebbe controllare il tasso di radioattività nel mare dell'arcipelago, non è mai entrata in funzione. La responsabilità di questo tipo di sorveglianza era stato demandato alla Provincia di Sassari, che si avvaleva della collaborazione della facoltà di Fisica dell'università. Ma la Us Navy non ha mai voluto che venisse attivata la centralina posizionata vicino al punto di ormeggio della nave-officina, che offre assistenza ai sommergibili a propulsione nucleare. Sembra che le ragioni di questa opposizione siano legate a un problema di sicurezza militare. Ovvero a una possibile identificazione degli Hunter Killer. Sì, perché il rumore dei motori e il tipo di dispersione di scorie rilasciate, sarebbero una sorta di impronta digitale che consentirebbe di riconoscere, uno per uno, questi giganteschi battelli subacquei.
Dunque, un discorso tabù. Come quello del cosiddetto piano d'emergenza. Cioé le procedure che dovrebbero essere attivate in caso di incidente nucleare per salvaguardare la popolazione civile. Ebbene, è storica la gaffe dell'allora ministro della Protezione civile Zamberletti che, nel 1984, ammise: «Il piano esiste, ma non possiamo divulgarlo perché è segreto». L'interrogativo è da allora sempre lo stesso: come dovrebbe comportarsi la popolazione civile nel malaugurato caso si verificasse un incidente?
Ci sono poi due episodi inquietanti che hanno contribuito non poco a far crescere la diffidenza nei confronti degli americani. Il primo è il caso del sommergibile Ray che, nel lontano 1977, attraccò a Santo Stefano dopo un incidente, violando così i protocolli di sicurezza che prevedono le riparazioni in alto mare. Un episodio analogo si è ripetuto nel novembre scorso, quando il sottomarino Hoklahoma City si è rifugiato nell'arcipelago, dopo una collisione con la motonave norvegese Norman Lady.
Ma ritorniamo al potenziamento della base. Oltre alle strutture e alle cubature annunciate, nel progetto della RLF Inc c'è un particolare che lascia molto perplessi: a fianco alla nave-officina vengono rappresentate altre due unità da guerra, classificate come Destroyer e Cruiser. Cioé, cacciatorpediniere e incrociatore. Un'ingenuità o un'inutile e pericolosa civetteria della società di progettazione? Forse. Sta di fatto che questo è quello che viene riportato nell'Architectural layout plan redatto dalla Rogers, Lovelock & Fritz Inc. E di questo si deve prendere atto.
Ed ecco, in estrema sintesi, le strutture che gli americani vogliono costruire a Santo Stefano:
Palazzina servizi portuali. Due piani per 12.900 metri cubi, fornirà spazio per le seguenti funzioni: manutenzione di unità navali operative ed unità navali leggere, amministrazione, sala conferenze, spogliatoi, ambulatorio, centralino telefonico, cuccette, una cucina, una sala tv e uno spazio dedicato alle operazioni di sicurezza. Ci saranno anche un laboratorio di informatica, uno di analisi chimiche e una sala addestrativa.
Centro benessere. Alta 14 metri per 19.300 metri cubi, questa struttura includerà anche un campo di pallacanestro con relativi spalti.
Magazzino di stoccaggio per materiali/rifiuti speciali. In questi ambienti di 1.800 metri cubi si dice genericamente che avverrà il trattamento e lo stoccaggio di rifiuti speciali, barili e serbatoi di gas.
Caserma. La palazzina a due piani, per un totale di 4.600 m², ospiterà 24 unità abitative per due persone ciascuna, un magazzino e una reception e altre funzioni di supporto.
Mensa e struttura ricreativa della flotta. Struttura alta 11 metri per 6.100 m², ospiterà al primo piano sala mensa, cucina e magazzino e, al secondo piano, teatro, sala da ballo, sala biliardo, area snack e agenzia di viaggi.
Magazzino generale. Quasi 7.000 m² per lo stoccaggio delle merci.
Banchina di ormeggio. Sostituirà la bettolina esistente e fornirà ormeggio a 24 unità di naviglio leggero. Sarà lunga 185 metri.
Due generatori diesel "cold-iron". Saranno aggiunti ai sei generatori esistenti che forniscono energia alle unità navali in visita a S.Stefano.


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