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La Nuova Sardegna

SABATO, 05 APRILE 2003
 
Sono tante le ragazze di stanza nell’isola, moltissime anche le mogli in ansia per i mariti partiti nella zona delle operazioni militari
 
La guerra e le donne-soldato di Santo Stefano
 
Il capitano Jessica: «Il conflitto? Qualche volta occorre battersi per la libertà»

 LA MADDALENA. Non ci sono rambo in gonnella con tute mimetizzate e coltello tra i denti nell’ufficio del comandante della Base Usa. Ci sono solo donne che hanno avuto il coraggio di rispondere alle domande sulla guerra, superando la naturale riservatezza e rompendo il silenzio stampa. Sono madri di famiglia, mogli di militari, che dai più svariati stati d’America hanno scelto di venire in Italia.
 Scelta, perché amano la cultura europea e il nostro Paese, la sua storia e le tradizioni. Lynn è del Missouri, Debbie di San Diego, è lei stessa arruolata nella riserva e ha tre bambini. Joyce è della Carolina del nord, è un “ombudsman”, una volontaria che, a tempo pieno, funge da collegamento tra le famiglie dei militari e i propri cari imbarcati sulla nave. Suo marito è sulla nave officina che si trova oggi in un punto “Top secret” del Mediterraneo, per dare assistenza alle unità. Anche Alicia, del Colorado, è un ombudsman, ha due bambini, di cui uno frequenta la scuola italiana, è il legame tra il Naval Support Activity e i familiari dei militari che prestano servizio presso il comando logistico a terra.
 Joy, invece, offre la sua opera, gratuitamente, per dare notizie alle famiglie di coloro che lavorano nei sommergibili. Joy è inglese, ha conosciuto suo marito (anche lui imbarcato sulla nave) a Napoli, quando era arruolata nella marina reale. «La Madddalena - dice Joy è un paese tranquillo, sicuro, che offre possibilità d’amicizia. E’ un buon posto dove crescere i propri figli». Dicono Joy e Joyce «Siamo abituate a queste esperienze. I nostri mariti, a bordo della nave officina, non sono nel teatro di guerra. E’ un momento difficile per tutti. Noi aiutiamo le giovani spose che, per la prima volta, rimangono sole senza sapere quando rivedranno il proprio marito, in un paese di cui non conoscono la lingua e dove non hanno amicizie. Ci sono anche donne imbarcate, i cui mariti sono rimasti a terra e non sono abituati a provvedere ai figli. Fingono d’essere forti, ma vivono nell’ansia. Molti non riescono più a guardare la televisione, non hanno il coraggio di uscire da casa, non parlano con nessuno, sono in grave stato di stress. Con Alicia, cerchiamo di aiutarli».
 Il comando ha istituito, in questa particolare circostanza, anche un centro speciale di supporto per la famiglia. Si trova all’interno della cappella e c’è il prete, un assistente italiano ed altri volontari. Qui le famiglie, i mariti, le mogli, possono trascorrere il loro tempo in compagnia, parlare delle proprie paure, far giocare i bambini, cercare di superare questo momento. Alla domanda “Cosa pensate di questa guerra?” rispondono come hanno sempre risposto le mogli dei militari in qualsiasi parte del mondo: «Nessuno ama la guerra e ognuna di noi ha la sua opinione personale su questo conflitto. Sappiamo che i nostri mariti devono compiere il loro dovere, è un lavoro, ognuno ha il suo». Arrivano anche due donne militari, sono Jessica Pfefferkorn, capitano di corvetta, comandante in seconda della N.S.A., 36 anni e un bambino di cinque che frequenta la scuola italiana e il maresciallo Cynthia Watson, già stata alla Maddalena, per sei mesi, nel 1988.
 Marzo, per gli americani, è il mese dedicato alla donna, una celebrazione istituita nel 1987. Jessica è reduce da un discorso, tenuto per l’occasione, all’interno della base. «Una società che dà valore a tutti i suoi cittadini trae beneficio da ognuno di loro. Una che li trascura e che ne fa anche abuso limita se stessa e il suo futuro». «Cosa penso di questa guerra? Non penso ci sia qualcuno cui piace la guerra. Credo anche però che ci siano dei momenti in cui si debba difendere la libertà e bisogna lavorare per i diritti umani. A volte ci sono risultati che derivano da azioni militari. Spero che finisca presto e non ci siano altre perdite di vite umane da nessuna parte». Cynthia annuisce e aggiunge: «Io credo in ciò che stiamo facendo». Infine, alla domanda “Che cosa direbbe alle donne irachene oggi?” Jessica risponde senza esitazioni: «Di continuare a lavorare sodo ed essere orgogliose di ciò che sono. D’insegnare ai loro figli il rispetto della vita umana e che ci sono opportunità nel mondo».
Barbara Calanca


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