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La famiglia Reale di Tavolara esposta a Londra

Il Regno di Tavolara

A cura di Giovanna Sotgiu Battaglia

Tratto dal libro "La divisione delle terre"

 Vedi anche:  Italia Murru, la Regina di tavolara

Vedi anche: Menage à trois

 

La Storia di questo piccolo Regno, accennata già dal Valery nel suo "Viaggio in Sardegna" del 1843, è stata ripresa da Lamarmora con qualche particolare in più: Egli riporta che: "Giuseppino.... avendo dei contrasti con la giustizia per motivo di bigamia, prese il partito di lasciare una delle sue mogli (che erano due sorelle) nell'isolotto di Santa Maria di cui egli si impossessò, e l'altra nell'isola di Tavolara che riguardava parimente come sua proprietà, e così le visitava a turno; e perciò fu chiamato Re di Tavolara: così pure lo chiamava Carlo Alberto, quando fece l'ultima corsa in Sardegna: Giuseppino allora gli fu molto utile, specialmente per la caccia delle capre che vi fece il figlio del Re, il duca di Genova...Ora vi stanno i figli ed i nipoti, ed il Bertoleoni conserva sempre il titolo di Re di Tavolara. Sebbene la Roccia sia nuda, pure ai piedi e coltivata dal proprietario, e vi ha una bella tenuta con casa e tanca, né vi manca l'acqua potabile in due fontane"

Nel 1836 Carlo Alberto di Savoia, in crociera di ricognizione, passando presso l'isolotto, ne chiese nome e notizie, ma non essendo in grado alcuno dell'equipaggio di soddisfare tale richiesta, poiché a tutti era ignota l'esistenza dell'isola, Carlo Alberto decise di approdarvi.

Inoltrandosi con il suo seguito per un sentiero, vide avanzare una comitiva, all'aspetto del quale marciava un uomo dall'aspetto nobile e cortese. Questi, salutati i visitatori e richiesto chi fosse, rispose di essere il Re dell'isola.

Carlo Alberto rimase assai meravigliato, ma poi vincendo il proprio stupore,  prese a conversare con il Re di Tavolara - che era Giuseppe Bertoleoni - chiedendogli notizie del suo regno e dei suoi sudditi.

"Tu sei il Re di Tavolara", gli disse Carlo Alberto prima di congedarsi e gli promise che avrebbe riconosciuto il piccolo regno. Gli regalò un orologio d'oro che aveva all'interno un piccolo carillon dal quale uscivano le note della marcia reale, da poco tempo dichiarata inno nazionale.

A Giuseppe successe il figlio Paolo, il quale dette al regno di Tavolara una vera e propria organizzazione, riuscendo finalmente ad ottenere dai Savoia il riconoscimento ufficiale del suo reame.

Un giorno infatti gli fu richiesta una coppia di caproni selvatici per la tenuta napoletana di Vittorio Emanuele II. Paolo catturò i caproni sugli aspri monti della sua isola e li portò personalmente a Napoli. Rifiutando diplomaticamente un compenso, ricordò al Re Vittorio Emanuele la promessa fatta dal padre, chiedendo un documento scritto comprovante l'investitura. Il desiderio venne esaudito e dopo un mese giunse all'isola il documento Regio che riconosceva il regno di Tavolara.

La Regina d'Inghilterra diede ordine alla propria flotta di gettar l'ancora a Tavolara e di incaricare un suo alto ufficiale di marina di fotografare la famiglia regnante di Tavolara. In una sala di Buckingam palace, accanto a quelle delle più famose famiglie di regnanti, è stata ammirata fino a poco tempo fa ed ancora oggi vi dovrebbe essere esposta, la fotografia di Carlo I, Re di Tavolara circondato dalla sua piccola corte.

Da notizie assunte direttamente da una discendente di Giuseppe, madre dell'attuale "Re", oggi la famiglia Bertoleoni possiede ancora 50 ettari dell'isola, il resto è stato venduto dagli altri eredi o espropriato dallo stato: della vita del passato rimangono la casa, il cimitero e la traccia dei vecchi forni della calce che hanno assicurato buoni proventi fino ai primi decenni del XX secolo. 

 

Storia di Italia Murru regina di Tavolara

Il giorno in cui Italia Murru diventò regina di Tavolara levò subito il cappellino con la veletta e salì con Paolo sulla corriera che andava a Terranova. Aveva ventidue anni, un paio di scarpe da sposa nuove, un callo sulle mani e un viso aristocratico Ñ tutto quel che possedeva di aristocratico Ñ che la faceva rassomigliare alla principessa Mafalda di Savoia. Glielo disse Paolo Bertoleoni, una volta, e fu quando lei capì di essersi innamorata di questo cugino di secondo grado che era più grande di otto anni ed era un re, anche se non proprio ricco come i piemontesi, epperò più bello.
Diventò regina, e il giorno dopo, a Tavolara, già stava davanti ai forni della calce a darsi il cambio con gli altri della famiglia per tenere sempre acceso il fuoco e caricare sul carro a buoi i sacchi che poi partivano sulle navi napoletane. «Lavoravo come una schiava, ma mi sentivo davvero una regina…». Oggi, a novantacinque anni, Italia Murru vive a Porto San Paolo Ñ al piano terra di una casa anni Sessanta, mobili di formìca, pavimento in grés Ñ con Pina, la signora che la accudisce da quando qualche mese fa è stata male, e con Laura, la cugina che a marzo compirà cento anni. Questa vecchia ancora bella, con la maglietta della salute sotto una vestaglia fiorata, sta dritta con la schiena sulla poltrona, dice Vorrei vedere, certo che mi sento nobile…, ed è l’unica della famiglia reale di Tavolara a dirlo con l’aria di pensare ma che razza di domande. «Io i documenti spariti li ho visti coi miei occhi. E ho visto l’anello d’oro regalato da Carlo Alberto di Savoia al nonno di mio marito… Un anello con uno stemma, da uomo. Ci è stato rubato, come la pergamena che diceva Non si riconosce nell’isola di Tavolara altro proprietario se non Paolo Bertoleoni Re…».
Era la pergamena spedita dall’Ufficio ipoteche di Tempio, su ordine di Carlo Alberto di Savoia che, nella primavera del 1839, ricevette a Torino la visita di Paolo Bertoleoni afflitto dal Demanio che minacciava di portargli via l’isola. Già si conoscevano, lui e il sovrano sabaudo, da quando questi, tre anni prima, volle levarsi la curiosità di incontrare chi spediva tutti quei ricorsi alla cancelleria reale per il riconoscimento del diritto di sovranità su un’isola della Sardegna. Carlo Alberto arrivò a Tavolara sul panfilo, accompagnato dalla servitù e da una muta di cani da caccia, ché dovunque andasse ne approfittava sempre per fare una battuta. «Si presentò al nonno di mio marito e disse Io sono il re di Sardegna, e quell’altro Io sono il re di Tavolara». Cominciò così la storia del regno più piccolo del mondo. Carlo Alberto fu ospite dei Bertoleoni per quasi una settimana, passava tutto il tempo a chiacchierare col padrone di casa che gli raccontò di suo padre Giuseppe che alla fine del ’700 partì da Genova con tutta la famiglia su un barcone, e gli disse pure delle capre che avevano i denti d’oro per via di un’erba che mangiavano, una specie straordinaria che viveva a Tavolara e da nessun’altra parte. «Il re andò via dicendo che avrebbe mandato una nave per caricare qualche esemplare di quelle capre. E infatti, qualche mese più tardi, arrivò il generale La Marmora che portò i doni dei Savoia: un orologio da taschino e un anello d’oro per Paolo, una spilla per sua moglie». Fu Ñ prima della pergamena ufficiale che azzerava le pretese del Demanio Ñ il primo vero riconoscimento della casa regnante dei Bertoleoni che si fecero pure disegnare uno stemma sistemato sopra il portoncino di casa.
Paolo non c’era già più, e nell’isola regnava il primogenito Carlo, quando a fine Ottocento arrivò a Tavolara una nave che batteva bandiera inglese. A bordo c’erano i fotografi di corte mandati dalla regina Vittoria che a Buckingham Palace collezionava i ritratti di tutte le famiglie reali del mondo. Mancava solo quella dei Bertoleoni, e così Carlo tirò fuori l’abito buono, pregò le cugine di indossare il cappellino, e i cognati la cravatta e il panciotto. La famiglia reale di Tavolara, nel golfo di Terranova Pausania, il più piccolo regno del mondo, sta scritto sotto il quadro esposto a Londra. «Resta solo questo. I documenti, la pergamena di Carlo Alberto con la ceralacca, l’anello d’oro con lo stemma... è sparito tutto».
Italia Murru diventò regina nel 1930, e quando ripose nell’armadio che odorava di naftalina il cappellino con la veletta e l’abito da sposa, immaginava una vita piena di figli e di lavoro, come tutte le ragazze in età da matrimonio che ascoltavano i discorsi di Mussolini alla radio. «Ascoltavo il Duce quando ancora vivevo coi miei a Capo Caccia, poi più nulla perché nell’isola la luce elettrica non c’era ancora». Così le notizie si sapevano quando si andava a Olbia e quando arrivavano le navi che caricavano la calce. Il matrimonio di Edda Mussolini, la guerra («quando ci costrinsero a chiudere i forni della calce perché la luce del fuoco diventava un bersaglio per gli aerei nemici»), l’armistizio, la morte del Duce e di Claretta Petacci, la fuga di Vittorio Emanuele e di tutta la famiglia reale. Italia, che nel frattempo aveva messo al mondo tre figli Ñ Carlo, Tonino e Maddalena Ñ riprese a piegare la schiena davanti alle trenta fornaci dell’industria del marito. «Alla fine degli anni Quaranta cominciarono ad arrivare i pescatori ponzesi, con le loro famiglie. A Tavolara eravamo sessanta abitanti, c’era una drogheria, la tabaccheria di Augusto Molinas, e pure la scuola per i bambini». Una stanza unica, coi banchi di legno e il tetto con un buco sopra la cattedra: era l’unico divertimento per i ragazzini che non appena la maestra si accomodava strisciavano sulle tegole e facevano pipì.
«L’ultima partita di calce l’abbiamo venduta nel ’54. Non si guadagnava più come una volta, così con mio marito e i miei figli decidemmo di spegnere i forni». Fu in quel periodo che arrivò nell’isola un tipo strano, vestito come un dandy, che diceva di essere un conte, il conte Cominetto. «Arrivò e chiese a Paolo se poteva fargli vedere la pergamena di Carlo Alberto e tutti gli altri documenti. Diceva che voleva aiutarci a riformare il regno di Tavolara. Sembrava tanto una brava persona e così gli demmo corda e gli demmo pure tutte le carte. Oh, fu nostro ospite tante volte e noi mai un sospetto...». Mai un sospetto, anche se Paolo Bertoleoni cominciò a pensare male una volta che il conte gli diede appuntamento alla Maddalena, in municipio, tale giorno alle otto. Paolo si presentò alle otto meno cinque, appena in tempo per vedere Cominetto che usciva dal Comune con certi documenti che riguardavano l’amico regnante, «era arrivato alle sette e mezzo e aveva portato via tutto». Un personaggio strano, un vero mistero per la famiglia Bertoleoni che ancora si chiede chi accidenti fosse quell’uomo che aveva interesse a far sparire le prove del loro diritto di sovranità sull’isola. È sparito dopo quella volta che Ñ un giorno di primavera dei primi anni Sessanta Ñ, al rientro da una passeggiata in spiaggia, si accorse di aver lasciato la borsa aperta, con tutti i documenti in vista e tre carte d’identità diverse.
Senza la pergamena di Carlo Alberto Italia si sentiva sempre una regina, anche quando c’era da difendere un diritto senza le prove, anche quando, nel ’62, Paolo morì d’infarto lasciando il titolo al primogenito Carlo.
L’idea di aprire un ristorante le venne quando cominciò a cucinare per troppi ospiti, amici dei figli o semplici turisti che arrivavano con le barchette, «e che cosa dovevo fare? li invitavo a pranzare con noi». Decise di aprire un ristorante Ñ che oggi è gestito da Tonino, mentre l’altro a fianco è di Maddalena Ñ e cominciò a passare tutti i giorni da maggio a settembre in piedi davanti ai fornelli, mentre i figli, coi barconi, facevano avanti e indietro con Porto San Paolo per trasportare i clienti che aspettavano al molo. «Mi sono ritirata che avevo più di ottant’anni», e i ritratti di clienti famosi e di clienti massimamente affezionati hanno cominciato a fare capolino sulle pareti dei due locali davanti alla spiaggia. È andata in pensione, d’inverno a Capo Testa, d’estate a Porto San Paolo con la cugina Laura. «Oggi a Tavolara non ci siamo solo noi Bertoleoni, ci sono anche altri padroni…». Italia però la pergamena con la ceralacca l’ha vista, e pazienza se non c’è più, anche se ogni volta le tocca dire «Certo che mi sento nobile», che razza di domande.

 

 

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