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Il Forte Guardia Vecchia
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La prigionia del notaio Vincenzo Sulis a La Maddalena
La storia di vincenzo Sulis In pochi avevano sentito parlare prima di Vincenzo Sulis. Personaggio cagliaritano vissuto tra la fine del ’700 e l’inizio dell’800, con le sue epiche gesta e l’eclettica vita ha segnato un’epoca importante nella storia sarda. Vincenzo Sulis si fa notare nei primi vent’anni di vita per le sue gesta di contrabbandiere a capo di una banda in grado di farsi rispettare nei quartieri cagliaritani di Villanova, Stampace e Marina. Braccato dalle legge ma comunque benvoluto dal popolo. A 22 anni conosce un magistrato che lo instrada con successo agli studi di notaio facendogli così cambiare completamente vita. Successivamente si sposa con la figlia del proprietario della peschiera “Su Fundali” di Santa Gilla e fino a 40 anni vive da agiato borghese fino a quando, nel 1793, nel porto di Cagliari non si affaccia la flotta francese. Vincenzo Sulis torna ad imbracciare il fucile e si getta nella battaglia contribuendo a sconfiggere il nemico e distinguendosi come un eroe popolare. Più avanti, con l’arrivo dei piemontesi, la sua stella declinerà. Accusato di complotto contro il re fu condannato al carcere perpetuo a Torre Sperone ad Alghero prima e al confino a La Maddalena poi dove morirà nel 1834 non prima di aver incontrato lo storico Pasquale Tola. Questi, affascinato dalla sua vita, lo convince a scrivere la sua biografia nella quale oggi possiamo leggere (edizioni Cuec) le gesta di un uomo davvero fuori dall’ordinario.
La sua prigionia a La Maddalena E' destino delle isole, nel corso della loro storia, quello di ospitare personaggi più o meno "scomodi". Anche La Maddalena non si è sottratta a questo destino; e così dopo aver ospitato Garibaldi, prima in esilio volontario e poi sorvegliatissimo prigioniero, ospitò nell'agosto del 1943 Benito Mussolini. Entrambi questi personaggi erano stati preceduti da una figura non meno "scomoda". Per ben tredici anni, infatti, fu relegato nell'isola, ove morì nel 1834, il notaio Vincenzo Sulis, capopopolo cagliaritano protagonista della difesa anti francese del 1793 e dei successivi moti antipiemontesi. Una nota del 13 febbraio 1834, diretta dal Bailo Sanna al Comandante della Piazza Maggiore Salvatore Ciusa, cui era affidata la vigilanza dell'esule, ci fa conoscere la data esatta della sua morte. "Sulla certa notizia pervenuta in questa curia della morte apoplettica accaduta nel giorno d'oggi alle ore due pomeridiane nella persona del Notaio Vincenzo Sulis da Cagliari ed in questa era esiliato per ordine del Superior Governo, da circa 13 anni a questa parte, e siccome il detto Sulis si suppone abbia intestato e non essendovi in questa Isola Eredi del medesimo si ordina per la buona amministrazione della giustizia e per le istanze pure fatte dall'Ill.mo Sig. Comandante di questa Piazza, il Magg.re Salvatore Ciusa, trasferirsi li Ministri di questa regia Curisa. alla casa ove il predetto Sulis era alloggiato per la assicurazione delli beni dello stesso lasciati". Il Sulis, all'atto della sua morte, dopo essere stato liberato dalla sua prigionia nella torre di Guardia Vecchia durata solo nove mesi, viveva nell'abitazione del Vice-console di Toscana Antonio Martini e della di lui moglie Brigida Buzzo che si erano offerti di ospitarlo. Della tempestosa ed avventurosa vita del Sulis ben poco avremmo saputo se il caso non avesse voluto che nel gennaio del 1829, cinque anni prima della sua morte, Pasquale Tola, allora trentenne, in viaggio da Porto Torres a Genova, non fosse stato costretto, per fortuna di mare, a far scalo a La Maddalena ed a rimanervi tre giorni prima che la nave riprendesse la navigazione alla volta della Liguria. Durante il suo breve soggiorno il giovane sassarese ebbe modo di incontrare il terribile vecchio e di sentire da lui il racconto delle sue imprese e le vicende che lo avevano costretto esule. Il Tola si entusiasmò a tal punto che lo convinse a mettere tutto per iscritto. Così come Garobaldi scrisse a Caprera le sue "Memorie" e Mussolini a villa Webber i suoi "Diari sardi" anche il Sulis scrisse nell'isola la sua rocambolesca biografia. Tre anni dopo, infatti, attraverso segreti latori, cominciò a inviare al Tola i capitoli delle sue memorie e nel 1833, un anno prima della sua morte, l'autobiografia del Sulis era al completo. Il Tola ovviamente, già sospetto come liberale, si guardò bene di far parola ad alcuno dei suoi contatti col Sulis ed il prezioso autografo, ritrovato dopo la sua morte, passò alla Biblioteca Comunale di Sassari ove è custodito. Dalle memorie del Sulis apprendiamo le vicende che lo condussero all'esilio a La Maddalena. Arrestato dopo i falliti moti cagliaritani e rinchiuso nella Torre dell'Aquila, dopo un tentativo di evasione fu condotto nella Torre dello Sperone di Alghero (oggi detta Torre Sulis) da dove fu liberato per grazia sovrana di Re Vittorio Emanuele nel 1821. Uscito dal carcere e ospitato nella casa del Canonico Decussi, venne sospettato di essere implicato nella tragica sommossa algherese scoppiata a seguito di una carestia di grano. Per ordine del Governatore di Sassari Grondona, venne nuovamente arrestato e sotto scorta di 12 carabinieri imbarcato a Porto Torres per essere portato a La Maddalena. Durissima la sua prigionia nella Torre di Guardia Vecchia. Ecco come egli la descrive: "... più barbara e più crudele di quella della Torre dello Sperone d'Alghero, poiché là ero con una trave di ferro con due anelli che tenevano strette e legate solo le gambe, ed in questa con una catena al collo, ed ambe le mani che non si potevano neanche fare li usi necessari senza gran stento ed asjuto ... dentro un sotteraneo alloggio di rospi e di altri animali velenosi, non però da cristiani per non esservi né luce alcuna, né luogo da potersi coricare, né voltare per essere strettissimo ed era bisogno di stare di stare sempre dritto". Dopo nove mesi di terribile prigionia, conclusosi ad Alghero il processo per la sommossa del grano, riconosciuta la sua estraneità ai fatti è liberato dal carcere con condanna all'esilio perpetuo nell'isola. Del soggiorno maddalenino del Sulis, durato in libertà oltre dodici anni, quasi nulla rimane nella memoria popolare, anzi molti testi, non ultimo quello recente della Racheli, dicono che morì prigioniero nella Torre di Guardia Vecchia. A parte le sue memorie, , retaggio del Tola, nulla di scritto si è ritrovato di lui. Al momento della sua morte, tuttavia, fra le carte rinvenute dal Bailo nell'abitazione di Antonio Martini, oltre ad una sola scrittura privata datata 17 agosto 1829, con la quale tale Giovanni Salvato, dello Stato di Genova, si dichiarava suo debitore della somma di cento scudi, furono rinvenuti quattro fascicoli di carte manoscritte, che non avendo alcuna rilevanza ai fini ereditari, furono rinchiusi in una cassa, contrassegnati con la lettera A,B,C, e D, e lasciati in custodia al Martini. Di tali scritti non si è più avuta notizia ed è probabile che siano andati definitivamente dispersi in una delle tante irresponsabili pulizie fatte nelle soffitte maddalenine. Con la morte del Sulis si spengono gli ultimi conati di quell'auotonomismo al quale i sardi avevano aspirato dopo secoli di dura dominazione e si conclude la vita avventurosa di un uomo le cui imprese vagheggiano quelle del Cellini, di Cagliostro, di Casanova e persino del Caravaggio. A conclusione delle sue memorie, guardando al passato con la serenità di chi ormai vecchio, così scriveva: "...la dinastia di sei regnanti, e tutti loro con il seguito di tutti li calunniatori; emuli ed inimici son tutti, passati a maggior vita, poiché sta scritto che chi mal vive mal deve morire e morendo male vi è la perdizione eterna.
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