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Maria Maddalena nelle Bocche di Bonifacio Di Alina Piazza
Il traghetto che mi porta a La Maddalena apriva davanti a me immagini totalmente nuove, ma la sensazione era di luoghi che che avessero in sé qualcosa di familiare: il trovare un'isola dedicata a Santa Maria Maddalena, accanto ad un'altra dedicata a Santo Stefano, richiamava analoghe situazioni in zone di sicura presenza monastica, sovente benedettina. La devozione a particolari santi, introdotta dai monaci, resta nei luoghi a lungo, ben radicata nella devozione popolare, anche quando i conventi sono da tempo in rovina. Il rapporto fra S. M. Maddalena e i benedettini e stato costante ed esclusivo dall'alto medioevo fino al XII secolo, quando la Santa divenne patrona anche dei Francescani e Domenicani, che sovente ne rivelarono i luoghi di culto. Nel XI sec. Papa Gregorio Magno, già monaco gli stesso e promotore della diffusione dei conventi benedettini, unificò in una sola persona le tre donne evangeliche (Maria di Magdala, Maria di Betania e la peccatrice anonima all'unzione dei piedi) e tale venne quindi recepita in ambiente monastico. Il "Sermo in verenactione Sanctae Maria Magdalenae", attribuito ad ottone di Cluny, ma in realtà composto all'inizio dell'XI secolo riunendo passi di varie omelie di Aimone di Auxerre, apre la strada al periodo di più intensa devozione benedettina verso la santa. Perseguendo il suo disegno di espansione, Cluny tentò una prima volta di estendere la propria tutela sull'abbazia benedettina di Vézelay, in Borgogna, nel 1027, per mezzo di monaci provenienti da S. Benigno di Digione. Fallito questo primo tentativo per l'energico intervento del vescovo di Autun, Vézelay nel 1050 prese la dedica a La Maddalena, della quale pretendeva di possedere le reliquie fin dal VYY secolo, e divenne promotrice del suo culto e centro importantissimo di pellegrinaggio. Tornò però ad essere cluniacense dal 1096 al 1162. Nella fase XXX di cluny, il cui altare maggiore fu consacrato da Papa Urbano II il 25 ottobre 1095, vi erano nel transetto nord gli altari di Santa Maria Maddalena e di San Benedetto, nel transetto sud quello di Santo Stefano: E' quindi attraverso il canale di Cluny che da Vézelay si diffuse il culto della Maddalena, favorito anche dall'importanza che ebbero per Cluny i valichi alpini e i lunghi itinerari, soprattutto il Cammino per il Santiago di Compostela. A Vézelay, nel 1146, il cistercense S. Bernardo di Chiaravalle patrocinatore dell'ordine dei templari, predicò la seconda crociata e sempre da Vézelay partì per la terza. La Maddalena, che aveva guidato il primo pellegrinaggio al Santo Sepolcro, quello delle mirrofere nell'alba della Resurrezione, divenne così guida anche dei pellegrini gerosolomitani con l'appellativo di Viatrix e, poiché loro simbolo era un ramo di palma, succede talvolta di trovarlo anche nella sua iconografia. Santa Maria Maddalena è però legata ai Benedettini anche in Provenza. Qui, infatti, attorno al 1170, si localizzò nella Saint-Baume la grotta nella quale la santa avrebbe trascorso la sua lunga penitenza e i Benedettini di Saint-Vicor di Marsiglia ne furono custodi fino al 1279, quando Carlo di Salerno ne scoprì le presunte reliquie nella chiesa di Saint-Maximin, ugualmente in loro possesso. Poco dopo Papa Bonifacio VIII autorizzò il passaggio di questi due luoghi ai Domenicani. Nel 1570 Gianfrancesco Fara nella Chorographia Sardiniae chiamò per primo "Magdalena insula" l'attuale isola di La Maddalena. Il toponimo, formatosi presumibilmente nel '400 o nel '500 a motivo di una qualche cappella della quale si era già perso il ricordo, è un punto fermo per la storia della devozione alla Santa nella sua isola, ma come vi sia giunta non è affatto chiaro ed è possibile formulare solo delle ipotesi sulla base del processo di diffusione realizzatosi sulla terraferma, soprattutto all'influenza culturale e commerciale francese. Le isole delle Bocche di Bonifacio, che nel XIII secolo vennero giustamente chiamate intermedie, subirono alternativamente l'influsso della sarda Gallura e della Corsica, in particolare della città do Bonifacio. Per quanto riguarda la Sardegna, pare che la diocesi di Fausania (Olbia) esistesse giànel IV sec. (come del resto quelle di Cagliari, Torres e Sulcis), ma, rimasta vacante a lungo, venne praticamente rifondata dal vescovo Vittore nel VI sec. per volontà di Papa Gregorio Magno. Il resto della Gallura, più impervio, venne cristianizzato più lentamente, anche se forme di vita eremitica vi penetravano, pare, già nel VI sec su impulso dei Santi Nicolò e Trano. Fu poi lo stesso Gregorio Magno a promuovere l'evangelizzazione di Sardegna e Corsica, favorendo la diffusione dei monasteri dipendenti dai Benedettini delle isole toscane, come continuò ad avvenire per tutto il Medioevo: la loro storia religiosa iniziò quindi sotto il concomitante segno della Maddalena (che proprio Gregorio Magno formò unificando le tre donne evangeliche) e dei monasteri di San Benedetto, che a lei furono sempre profondamente legati. Dopo l'occupazione di Sardegna e Corsica da parte dei Vandali, durata fino al 534, il dominio bizantino, deleterio dal punto di vista economico, sostenne comunque il diffondersi del Cristianesimo e l'organizzazione della Chiesa. S. Maria Maddalena era particolarmente venerata dai cristiani d'Oriente, soprattutto nell'ambito del ciclo pasquale. Essi abbandonarono Sardegna e Corsica all'inizio del VII sec. in balia dei Musulmani, ma il culto il bizantino in lingua greca durò fino all'Xi sec. quando Genovesi e Pisani (su ispirazione papale) le liberarono dalla presenza araba. Si instaurarono, quindi fiorenti scambi commerciali con le due Repubbliche Marinare, ma purtroppo la lotta tra Genova e Pisa per il predominio e la propria ingerenza nei Giudicati segnò i secoli XII e XIII. Genova, che si era alleata nel 1331 col Giudicato di Arborea e aveva fondato nel IX secolo il porto di Castel Genovese (ora Castelsardo) nell'Anglona, dopo la vittoria nel 1284 alla Meloria sui Pisani rafforzò la sua presenza nel nord della Sardegna, in particolare nel Logudoro. I due terzi dell'isola, però rimasero Pisani.
In questi tre secoli furono fiorenti in Sardegna e Corsica i monasteri Benedettini, proprio nel periodo nel quale si colloca la fortuna del pellegrinaggio a Vézelay in Borgogna e poi nel 1170 la localizzazione della grotta della penitenza in Provenza alla Sainte-Baume presso Saint- Maximin, che rimase in custodia ai benedettini del convento di Saint-Victor di Marsiglia fino al 1295. Proprio i Vittorini, legati a Genova e con casa-madre presso Marsiglia, giunti in Sardegna intorno al 1079, introdotti in Gallura nel 1089 dal Giudice Torchitorio che donò loro quattro chiese, nel 1096 vi avevano già molti beni, fra i quali Santo Stefano di Posada. Essi svilupparono intensi traffici con la Provenza. Venuti in conflitto con i Pisani, lasciarono la Gallura versi la fine del XII secolo, non senza aver intessuto fra questa e la terra d'elezione della Maddalena. Contemporaneamente furono presenti in Sardegna anche i Cassinesi e Camaldolesi, Cistercensi e Vallombrosani provenienti dalla Toscana e legati a Pia.
Essi vi portarono certamente una
profonda devozione a La Maddalena, così radicata nelle loro terre
d'origine. Era del resto la posizione stessa delle Bocche di Bonifacio a
porle in inevitabile contatto con la Provenza tramite le rotte marittime..
Il percorso della Maddalena verso le coste francesi ricalca in effetti
l'itinerario seguito dai Focesi verso nord-ovest, quando andarono nel 600
a.C. a fondare Marsiglia, su indicazione di Aristarche imbarcatasi con
loro a Efeso per dare origine allEfesion di Artemide nella nuova città,
tempio del quale divenne sacerdotessa. Si trattava, quindi, di un
culto al femminile ed è sintomatico che anche S. Maria Maddalena abbia poi
rappresentato sovente, a sua volta, un aspetto "al femminile" del
Cristianesimo. Anche a Siracusa, posta su un allineamento che tocca poi le
Bocche di Bonifacio e Hyéres per proseguire verso il massiccio della
Saint-Baume e Saint-Maximin, Artemide con un marcato aspetto fluviale,
aveva con Apollo il tempio più importante sull'isola di Ortigia,, di
fronte all'attuale penisola della Maddalena, mentre a Hyères, presso la
quale si trovava sul golfo di Gien l'antica Olbia distrutta da un
terremoto (l'Olbia sarda era anch'essa di fondazione focese), la festa più
importante era quella di La Maddalena. A sua volta la Saint-Baume era
luogo di precedenti riti di fertilità e ad ovest della Grotta della
Maddalena si trova la grotta delle uova, che deve il suo nome a
concrezioni calcaree di forma ovoidale. Le uova erano già presenti sul
pettorale dell'Artemide efesia e della Sainte-Baume si riportavano in
ricordo gli "ioù da la Santo Baumo", con figurine in carta colorata
inserite in gusci d'uovo. L'animale sacro ad Artemide era l'orsa ed è
particolarmente suggestivo trovare su questa rotta, segnata da Artemide e
dalla Maddalena, la roccia di Capo d'Orso (quasi un segnale visibilissimo
solo dal mare per chi attraversa le Bocche di Bonifacio diretto ad
ovest)con accanto una fonte abbondantissima, sicuro punto di rifornimento
per i naviganti e che porta alla memoria la fonte Artacia (cioè dell'orsa)
degli omerici Lestrigoni. Come Artemide/luna per prima vede sorgere
Apollo/sole al mattino, e per prima Maddalena vide risorto Cristo, sole
del Mondo. Nell'Arcipelago di La Maddalena tra il XII e il XIII secolo, era presente un gruppo di Benedettini a Santa Maria (presso Casa Viggiani) e a La Maddalena (Cala Chiesa), che possedevano però anche una chiesa ed un convento a Bonifacio. Essi dipendevano dalla diocesi di Civita (Olbia), ma erano legati anche al genovese Castello di Bonifacio. Nel 1243 Papa Innocenzo IV li inquadrò nella regola di San Benedetto e, in seguito, alla missione del loro primo priore presso la giudichessa Adelasia di Torres (che imparentata con i Doria, contro il volere papale aveva sposato Enzo, figlio illegittimo di Federico II, implorando però poi il perdono papale), concesse ampi privilegi al monastero di Santa Maria e nel 1246 anche a quello di Sant'Angelo in Porcaria (La Maddalena). Da esso, che forse costituiva con il primo un unica istituzione, partirono presumibilmente i monaci che eressero un piccola chiesa a Cala Villa Marina nell'isola di Santo Stefano, riproponendo anche qui la dedica al Santo così comune in zone Benedettine. Da notare che anche la possibilità che Sant'Angelo adombri una dedica a San Miche, già di devozione Bizantina e poi Longobarda e i cui luoghi di culto (come la Sacra di San Michele e lo stesso Mont-Saint-Michel) erano tradizionalmente affidati ai benedettini. Nel 1297 Bonifacio VIII, lo stesso che sancì il passaggio di Saint-Maximin dai Benedettini di Saint-Victor ai Dominicani, concesse la Corsica e la Sardegna a Giacomo II d'Aragona. Anche se egli prese possesso delle due isole gradualmente (la Gallura cacciò i Pisani e il Logudoro i Genovesi nel 1323), questo provocò anche qui il declino dei Benedettini. Gli Aragonesi, infatti, li enarginarono in quanto essi facevano riferimento a Francia e Italia e favorirono invece la presenza di Francescani e Dominicani. Lentamente i monaci di Santa Maria lasciarono le isole e si vincolarono a Santa Maria Maggiore di Bonifacio, allentando i loro originari legami col vescovado di Civita. Dopo il 1580 chiese e conventi dell'arcipelago risultano ormai distrutti dai Turchi. In Sardegna i Benedettini scomparvero entro la metà del XV secolo, ma non per questo declinò la devozione verso la Maddalena, patrona ugualmente dei nuovi Ordini Mendicanti Sorti all'inizio del XIII secolo. In ambito Domenicano troviamo due testimonianze scritte sulla devozione popolare verso le reliquie della Maddalena conservate a Saint-Maximin da parte di un corso e di un sardo. Entrambi sono anteriori al 1315 ed è attestato che nelle due isole la devozione verso la Maddalena era in quell'epoca fortemente legata alla Provenza. Nel Miracolo n. 41 Jean Gobi l'Ancien autore del "Liber miraculorum Sanctae Mariae Magdalenae", racconta che un corso residente a marsiglia (...in Massilia de Corsega erat quidam...) completamente paralizzato da due anni, si reco a Saint-Maximin su di un carretto trascinato dalla moglie e da un figlio per assistere all'ostensione e traslazione delle reliquie avvenuta nel 1280, nella speranza di ottenere la guarigione. Ottenne solo di poter muovere mani e piedi, e per il resto rimase paralizzato ancora cinque anni, finché affidò una fede piena nelle doti taumaturgiche della Maddalena. fece voto di visitare nuovamente Saint-Maximin e subito fu in grado di sollevarsi e iniziare il cammino aiutandosi con due bastoni. Mano a mano che si avvicinava al santuario, , andava riacquisendo l'usa delle membra e, perfettamente guarito , lasciò come ex-voto nella chiesa il carretto col quale era stato portato la prima volta e i bastoni con i quali si era aiutato la seconda volta. Il miracolo n. 81 tratta di un uomo di nome Garino, proveniente da Bosa in Sardegna (De Sardinia, civitae quae Boza dicitur, quidam Garinus nomine...), che si reco a Saint-Maximin; portando come ex-voto una barca in cera. Trovandosi infatti in mare con altri compagni, intenti a raccogliere coralli, erano stati sorpresi da una forte tempesta. Garino aveva fatto voto di recarsi a Saint-Maximin, subito dopo la tempesta si era completamente calmata e un'altra imbarcazione giunta presso di loro, li aveva rimorchiati in porto. Dopo aver compiuto il pellegrinaggio, il sardo era ritornato lieto alla propria casa (...laetus ad propria remeavit). Si tratta quindi, in questo caso, di un pescatore di coralli residente in Sardegna, probabilmente in contatto con corallari marsigliesi.
Così come la Sardegna, anche la Corsica ricadde sotto l'influsso dei Pisani, che nel 1050 ne cacciarono i Mori e la governavano fino al XII secolo e in forma più aleatoria nel XIII secolo. Dal punto di vista religioso, Gregorio VII nel suo piano di intervento nel Mediterraneo trovò un'alleata nella Chiesa Pisana, affidando al vescovo Landolfo nel 1077il vicariato apostolico della Corsica. A sua volta, nel 1092, il cluniacense papa Urbano II (lo stesso che nel 1095 avrebbe poi consacrato l'altare maggiore della Cluny) elevò alla dignità arcivescovile il vescovo di Pisa, affidandogli la primazia sulla Sardegna e poteri metropolitani su tutte le suffraganee corse. Nel 1133 però, in seguito alle continue lotte fra le due repubbliche marinare, Innocenzo II concesse a Genova la metà settentrionale della Corsica, rese arcivescovo il vescovo di Genova e gli affidò i vescovadi di Maria, Nebbio e Accia, mentre quelli di Ajaccio, Aleria e Sagona rimasero a Pisa. Anche in Corsica furono i primi secoli dopo il Mille a segnare la presenza più importante dei Benedettini, proprio nei secoli di maggiore espansione nei loro conventi della devozione alla Maddalena Erano massicciamente presenti, come in Sardegna, Camaldolesi, Olivetani, Vallombrosani e inoltre i Fruttariensi. Inoltre ancor più della Sardegna, essa fu in contatto cin Genova, che attraverso i suoi stretti rapporti commerciali con la Provenza mediò la devozione alla Maddalena in tutte le zone a lei soggette. Importantissima base commerciale e logistica piemontese fu proprio Bonifacio, definita "oculus marinus Ianue, sine quo Ianuensis non posset in suis navigationibus se securare ac regere", l'unica città degna di questo nome in Corsica nel XIII secolo. La sua origine si deve al "castrum" costruito intorno all'830 da Bonifacio, conte di Toscana, nell'ambito della lotta contro i Saraceni. Quando nel 1092 la Corsica venne affidata da Urbano II a Pisa, essa governò anche sulle fortificazioni di Bonifacio, finché non se ne impadronirono nel 1195 i Genovesi. Essi ne cacciarono i precedenti abitanti, vi installarono un migliaio di liguri e per più di due secoli la cittadinanza venne concessa solo ai Liguri e a una trentina di famiglie corse. Grazie alle franchigie delle quali godeva, Bonifacio divenne prospera e rimase fedele a Genova fino al 1768, quando passò alla Francia. Poco dopo le autorità militari francesi acquistarono tutte le chiese e gli oratori di Bonifacio, tranne San Francesco e San Domenico e li adibirono ad usi profani, provocando la perdita di dati importanti per la storia religiosa della città. Il suo carattere genovese risulta ancora dal dialetto ligure arcaico che vi si parla. Nel XIII secolo la città e il suo piccolo territorio costituivano una pieve, dipendente dal vescovo di Ajaccio, con giurisdizione nelle isole dello stretto e del nord della Sardegna (chiesa pievana era Santa Maria Maggiore) e proprio al XIII/XIV secolo risalgono i più importanti edifici sacri. Nel 1516 però gli abitanti ottennero dal Papa di dipendere direttamente dall'Arcivescovo di Genova. A Bonifacio erano naturalmente presenti i Benedettini, prima di tutto all'Eremo della Trinità, esistente secondo i documenti nel XIII secolo ma con murature risaleni al VII/VIII secolo, quando secondo la tradizione dipendeva già dall'Abbazia di Montecristo. Benedettina era anche la Chiesa di San Giacomo, una delle più importanti nel Medioevo, già in piena attività nel 1207, dipendente da San Benigno di Genova (alla quale ancora nel 1646 doveva annualmente 16 libbre di cera bianca) e in relazione col priorato di Santa Maria di Budelli nell'Arcipelago di La Maddalena. L' Abbazia di San Benigno di Capofaro a Genova venne fondata nel 1121 dai monaci di Fruttuaria in Piemonte. Essa si trovava sul roccioso promontorio di San Benigno (o Capo del Faro) che chiudeva la città e il suo porto a ponente, dividendoli da Sampierdarena. Tale promontorio venne progressivamente demolito per ampliare l'area portuale. Si trovava sulla sua estremità dal 1128 una torre di vedetta e di segnalazione e fin dal 1161 ogni nave in approdo doveva pagare un diritto per i segnali. Al suo posto venne costruita nel 1543 la famosa Lanterna, il cui primo troncone è però anteriore al XIX secolo, mentre la roccia sulla quale poggia è l'unico resto del colle di San Benigno (il cui nome è rimasto all'antistante piazzale). Dunque i monaci di Fruttuaria, di ispirazione cluniacense, avevano qui un punto di controllo delle vie marittime, così come Cluny deteneva a cavalo delle Alpi il controllo delle vie di commercio e di pellegrinaggio verso Compostela da un lato e la Terrasanta dall'altro, vie costellate da cappelle della Maddalena. Dipendente dalla genovese Fruttariense San Benigno di Capofaro era anche l'oratorio di Sant'Antonio, documentato dai lasciti del XIII secolo. I Francescani sarebbero stati introdotti in Corsica da San Francesco stesso, che avrebbe fondato personalmente il primo convento, San Giuliano di Bonifacio, nel 1215 al suo ritorno dalla Spagna. Nel 1258, al capitolo di Narbonne, San Bonaventura citò Già sette conventi corsi, fra i quali quello di Bonifacio. Il loro successo fu crescente dal XIII al XIV secolo e fino alla Rivoluzione Francese era servita dai Francescani Osservanti (la sola famiglia presente in Corsica). Costruita in posizione dominante all'estremità del promontorio presso la scomparsa cappella Fruttuariense di Sant'Antonio, occupò probabilmente un luogo di precedente sorveglianza dello stretto e guida ai naviganti con l'aiuto di fari. La chiesa di San Domenico, anch'essa gotica, venne costruita dai domenicani fra il 1270 e il 1343 forse su di una precedente chiesa dei templari (è citata per la prima volta nel 1286). Essi però erano presenti in città già precedentemente, in quanto nel 1238 unna delegazione Domenicana venne da Genova, su incarico dell'arcivescovo, per sostenere la l'autorità del pievano di Santa Maria. In essa si conservano le teste dei manichini delle Sante Donne, che vengono vestiti per la processione, e la cassa lignea delle Tre Marie ai piedi della Croce, portate in processione il Venerdì Santo dai membri della Confraternita di S. Maria Maddalena. Bonifacio, città profondamente genovese, non poteva non risentire direttamente delle tendenze spirituali di Genova, Dal 1292 al 1298, dunque, mentre era in costruzione a Bonifacio la chiesa di San Domenico, vescovo di Genova era proprio il Domenicano Jacopo da Varagine che aveva scritto fra 1264 e il 1267 la Legenda Aurea nella quale aveva codificato la leggenda provenzale della Maddalena. Era inoltre presente a Genova una Chiesa di Santa Maria Maddalena, documentata nel 1150 e parrocchia nel XIII secolo del sestiere omonimo abitato dalla borghesia mercantile, quella che aveva certamente contatti con Bonifacio. E infatti anche a Bonifacio troviamo, nella cittadella, una chiesa della Maddalena, citata varie volte negli archivi del XIII sec. Nel 1247 ad alcuni cognomi segue l'espressione "de Sancta Maria Maddalena", ad indicare forse il quartiere, come a Genova. Sconsacrata quando la zona divenne militare, fu adibita prima della guerra '14-'18 a rivendita di bevande per la guarnigione ed in seguito divenne sede di una cooperativa olivicola. Le Confraternite di Bonifacio rivelano una stretta somiglianza con quelle Genovesi e come queste erano dette anche Casacce. Sorte fra i XIII e il XIV secolo, ivevano inorigine lo scopo di venire incontro ai bisogni spirituali degli associati e pregare per i defunti, ma in seguito si occuparono anche dell'assistenza ai malati. Esse partecipavano in massa alla processione del Venerdì Santo con i gruppi lignei detti Casci. Dalla relazione della visita pastorale del 1686 di Mons. Spinola a Bonifacio risultano essere retti da Confraternite gli oratori di Santa Croce, San Giovanni Battista, San Bartolomeo e S. Maria Maddalena. Nel XX secolo quella della Maddalena aveva ormai sede nella vicina chiesa di San Domenico e i suoi membri portavano alba verde e mazzette blu. Oltre che alla processione del Venerdì Santo, essa partecipava a quella del 25 marzo (festa dell'Annunciazione) alla quale era associata. (partiva dalla parrocchiale e percorreva le vie cittadine). Il 16 luglio (festa della Madonna del Carmelo) la processione della Confraternita partiva da San Domenico e si recava alla parrocchiale. La sua cassa, ora conservata in San Domenico, era appunto quella con S. Maria Maddalena, Santa Marta e la Vergine ai piedi della Croce. Oggetto di grande devozione a Bonifacio era anche San Bartolomeo, come del resto a Genova, dove la sua confraternita si trovava in contrada Fucine. Il suo oratorio, già attestato nel XIII secolo nella cittadella, risulta nel 1686 sede dell'omonima Confraternita. Quando esso venne adibito a usi militari, essa venne ospitata in San Domenico. L'imponente cassa con il martirio del Santo veniva portata in processione a Santa Maria il lunedì grasso, il 24 agosto e l'8 dicembre, e partecipava ovviamente alla grande processione del Venerdì Santo. La lunga scala (detta del Re d'Aragona) che dal Castelletto scende al livello del mare è precedente in realtà all'assedio aragonese del 1420 e ricalca un antichissimo sentiero che portava alla piccola sorgente d'acqua dolce chiamata "Fontana San Bartolomeo". Un proverbio riunisce la Maddalena e San Bartolomeo co una connotazione agraria ben presente anche a cavallo delle Alpi, dove, specialmente in zone a impronta benedettina, la Maddalena segna l'inizio dela raccolta dei frutti e San Bartolomeo la sua pienezza: "a Santa Maria Maddalena l'uga a mara pena, a San Bortumia ou cavagnon derria" (per Santa Maria Maddalena l'uva inizia appena a maturare, per San Bartolomeo, il cesto sulle spalle). Nel sud della Francia i primi acini maturi a fine luglio vengono chiamati "magdalenens". Anche a Bonifacio, come nelle altre zone di grande devozione alla Maddalena, compare un ospedale di San Lazzaro. L'Ordine omonimo venne fondato a Gerusalemme nel 1119 dai Crociati per la cura dei lebbrosi e, a causa dell'omonimia con il povero della parabola del ricco epulone (Lu. 16,19), fu proprio il fratello di Marta e Maria a divenire loro patrono. Questo ospedale sorgeva ovviamente fuori città ed è testimoniato da lasciti nel XIII secolo. Tradizionalmente si considera proveniente dalla cappella di San Lazzaro, adiacente all'ospedale e distrutta nel 1838, una tela rappresenta la resurrezione di Lazzaro, ora alla Marina. Nelle Isole Intermedie abbandonate, dove i ruderi degli antichi insediamenti monastici erano ormai le sole testimonianze della passata vita spirituale, poco alla volta riprese a insediare ua modesta popolazione, in accordo con i monaci dell'ex-convento di Santa Maria inter insulas de Budellis. Erano pastori corsi, in cerca di pascoli temporanei, che dal XVI secolo portavano sulle isole il bestiame durante i mesi invernali e tornavano a Bonifacio quando, con la stagione estiva, il pericolo delle razzie turche barbaresche tornava a farsi incombente. A Bonifacio portavano a fonte battesimale i figli nati durante l'anno e ritrovavano la devozione ai loro santi, che anno dopo anno desiderarono avere anche nelle nuove terre isolane, dove avevano costruito le prime case in pietra, nell'interno di La Maddalena, presso una sorgente. Proprio qui costruirono nel 1786 la prima nuova cappella, segno della vita che tornava a riprendersi queste piccole terre, e la dedicarono alla Santa dalla quale aveva preso il nome l'isola: ia Maddalena. Davvero Maddalena è qui giunta metaforicamente dal mare e non una ma certamente più volte: con i benedettini nei primi secoli dopo il mille, presidio cluniacense sulla rotta verso il Mediterraneo orientale, con i fraticelli francescani che fin dall'inizio la venerarono a Vézelay, con i Dominicani che ne custodirono le reliquie in Provenza, con i corallari marsigliesi al lavoro con i pescatori sardi, con i genovesi memori della chiesa a lei dedicata nel cuore della loro città lontana, tanto che la domanda da porsi sarebbe non su come Maddalena abbia lasciato qui il suo nome ma davvero come avrebbe potuto non lasciarlo. Tratto da "LA MADDALENA - L'isola del miracolo del Principe" Edito dal Centro Studi e documentazione biblio-iconografica Magdalenica (La Maddalena - ss)
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