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Un Menestrello isolano
Checco Antelmi, Attualmente vive negli Stati Uniti. Ex ragazzino del 68', nato e cresciuto con la chitarra in mano, nel cuore più intimo del centro storico maddalenino, ha cultura classica e sete irrefrenabile di scapigliatura studentesca.
Dissacratore coerente della società che lo circonda, ha sposato musicalmente la sua malinconia del passato, con le note struggenti delle chansonniers francesi, cullati da un interminabile valzer e dalle foglie secche, che cadono portate da una bava di ponente, a tempo di bossa nova.
Cultore per disperazione, più che per scienza, della parlata maddalenina, si concede qualche licenza di troppo, ma il cuore gliele perdona volentieri, dato il languore che l'atmosfera delle sue canzoni riesce a creare. I personaggi sono tutti veri, sentiti, le ambientazioni pure, e l'emigrante Antelmi li tiene dentro lo scrigno della sua memoria, dove si crogiolano e si pasciono, alimentati dalla struggente nostalgia per la piazzetta e per le viuzze a levante della chiesa parrocchiale, dove una vecchia radio, una campana a morto e un pallone scandiscono i ritmi di una vita giocata tra le pareti di casa forse troppo vicine all'antica dimora fatta di fango, ristrutturata dal padre, aiutato dal bimbo che con la sua paletta da spiaggia stava radicando la propria vita nell'isola.
"Quanto ghi voli pocu pe campà senza pinzeri", dice Checco, che invece costruisce il suo futuro americano proprio sulle schegge del suo passato, vissuto, amato e ossessivo, come la vecchia radio della "liberazione" rinvenuta in cantina, che riparte per un istante, e amareggiata delle nuove malefatte pseudometropolitane, peggiori, se possibile, delle vecchie di stampo liberal-fascista, si lascia andare definitivamente ad un sipario di polvere.
Questo è il suo assunto: la vita non muore mai del tutto, si addormenta, si desta, riprende a dormire, e si ridesta con sempre maggiore pena, in una serie di naufragi infiniti, come le epidemie storiche, la spagnola, i saraceni bambini o i talebani di sempre....
In queste canzoni c'è la vita vera, vissuta, radicata, come vita vera, vissuta e radicata è quella del tifoso dell'Ilva, infreddolito sugli spalti spazzati dal maestrale, mentre la squadretta locale vende cara la pelle al comunale e diventa grande, esaltandosi fra le mura amiche e naufragando, però, per la nostalgia, se si chiede a i suoi giocatori di andare a raccogliere altra gloria lontano dai confini isolani.
La parafrasi dell'ultima canzone, stupendo sberleffo della nostra vita in "Quistu cazzu di paesi" che va come il ciclista in salita, soltanto finché c'è vento a favore, è un inno alla malinconia che domina, permeandole, tutte le nostre più banali sconfitte, cullandole come se fossero altrettante vittorie. E' Checco Antelmi! Il vero, inimitabile amante delle scalinate maddalenine del centro storico, dove una chitarra, muta, aspetta, forse inutilmente, di riprendere un discorso interrottosi quindici anni fa.
Gian Carlo Tusceri
Qui di seguito il testo di una canzone del CD di Checco antelmi "Alumancu gh'agghju u ventu a favori"
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Garibaldi
Garibaldi è turnatu a Caprera è turnatu arimani perché a so' casa cula' e ogni tantu la voli vidè
Quandu iddhu è sbarcatu a Stagnali u so' gh'ha dittu "o incoscienti", ti putii fa vidè, un mesi fa t'è venutu a truà u presidenti.
So' vinuti ministri avvocati ammiragli e turisti a fiacà si tu gh'eri chissà quanti festi faciani le autorità".
E Giuseppe allisciendisi a barba "cusa cazzu mi sei raccuntendi? Quiddu jornu eru quì e so' fugghhitu perché l'agghju visti arrivendi."
"Tu fugghitu. Peppi ma sei maccu? Cumi fai a fugghj' Generali? Che non sei mai fugghitu nemmancu quand'è che ti sei fattu mali". |
Garibaldi scatarra e poi dici:
"Eru forti davanti ai cannoni ma non so' mai riuscitu a stà carmu Davanti ai discurzi e ai trumboni.
Di strignì a manu di quiddha jenti propriu nun ghhinn'aviu monda gana ripinzendi a undi era quand'agghju incontratu i francesi a Mentana.
Uffa insomma fendila curta, siccomi la sai chi so' maccu Agghju se restu finisci che pigliu Armellini e lu spaccu.
E cusì mi ni so' andatu a caccia e cusì so' riusciti a vinì però avali chi so' andati via so' vulutu turnà e restu quì so' vulutu turnà e restu quì (maledett'a mme e a quand'agghju pusatu pe' Pispisa!)." |
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