Scrivici

CRONACHE

ISOLANE

Link's
Home Page

 

Indice Archeologia

Tafoni granitici

L'uomo di Santo Stefano

 

Il 26 e 27 giugno 1956 un'equipe di studiosi individuò quasi per caso nella Cala di Villamarina, unica ampia insenatura dell'Isola di Santo Stefano, un riparo sotto roccia con tracce di permanenza di uomini neolitici. 

Quel primo uomo dell'Arcipelago aveva eletto a suo riparo una modesta grotta del tipo a "tafone" granitico, a un centinaio di metri dal mare, aperta a SSW, cioè protetta dal vento prevalente, e molto vicina all'unica e abbondante sorgente d'acqua dell'Isola. La Cala di Villamarina inoltre è uno dei migliori ridossi delle Isole di La Maddalena dai venti dominanti del IV quadrante, cioè Maestrale e Tramontana, e quindi consentiva un ottimo rifugio per le minuscole e deboli imbarcazioni dei primordi. Sotto un sottile sedimento terroso di 20 cm, i ricercatori trovarono un abbondante deposito di utensili di ossidiana e di pietra, frammenti fittili, oltre al resto dei pasti, dall'esame dei quali è possibile ricavare importanti notizie sul remoto visitatore delle Isole. Innanzitutto alcuni indizi, tra i quali la povertà degli utensili e dei frammenti di stoviglie, rivelano che si trattava dell'insediamento provvisorio di un piccolo gruppo di uomini. Si cibavano di molluschi terrestri e marini tra i quali la "patella ferruginea", di poco pesce, di uccelli e di piccoli mammiferi, come il prolagus simile a un grosso topo,poi scomparso, lungo circa 15 cm. Appare evidente che non si trattasse di cacciatori, ma che essi raccogliessero il cibo che capitava loro di incontrare; quindi la concentrazione principale del gruppo era un'altra.

La risposta è probabilmente nel notevole numero di utensili di ossidiana ritrovati: su 200 oggetti litici estratti, quelli di ossidiana costituiscono il 71% (142), mentre gli altri sono di quarzo, granito, porfido. La presenza dell'ossidiana nell'Arcipelago de La Maddalena ci apre un ampio orizzonte sulla funzione cui le Isole dovettero assolvere nel lontanissimo passato neolitico. L'ossidiana fu, nel IV-III millennio a.C., uno dei più pregiati beni di scambio nell'intero bacino mediterraneo: è un nero vetro lavico che, alla percussione, si sfalda in scaglie taglientissime se pur fragili, assai più efficace di qualsiasi altro materiale litico, compresa la selce che per l'uomo preistorico rappresentò in tempi precedenti la materia degli utensili più affilati.

Non a caso, a S. Stefano non si è rinvenuto un solo utensile di selce, segno evidente che essa era stata del tutto soppiantata dal nuovo materiale nelle preferenze dell'uomo.

Le principali colate di ossidiana nel Mediterraneo, si ebbero a Lipari nelle Isole Eolie, dai vulcani Melendiz Dag e Hasan in Anatolia, in Sardegna dal Monte Arci che si leva ad est del Golfo di Oristano, a 10 km dal mare e, in minor misura, nelle Isole Ponziane e a Pantelleria. Questo oro nero della preistoria fu alla base di migrazioni e scambi; fu il primo stimolo alla navigazione con imbarcazioni precarie, semplici piroghe e chiatte, con le quali si osava avventurarsi nel vasto mare: si trovarono lame di ossidiana provenienti dalla Sardegna e dalle Eolie in Corsica, Liguria, Francia e Spagna.

I nostri uomini di Santo Stefano erano dunque con ogni probabilità dei corrieri del prezioso minerale che, come afferma l'archeologo Nougier, lo trasportavano dalla Sardegna in Corsica attraverso le Bocche di Bonifacio, usando piroghe di legno identiche a quelle tuttora in uso presso le popolazioni indigene di Fajoute, nel Senegal, o imbarcazioni leggere di canne, simili ai "fassoni" coi quali i pescatori lavorano ancora oggi negli stagni di Cabras, lungo la costa occidentale sarda.

Tutte le isole de La Maddalena erano, 5000 anni fa, provvidenziali basi di transito, ricche di ottimi rifugi in un tratto di mare tra i più pericolosi del Mediterraneo. Esse rappresentavano il punto più delicato del grande ponte sardo-corso, uno dei cinque attraverso i quali la civiltà umana si diffuse dall'oriente verso l'occidente. Gli altri quattro ponti erano: Gibilterra, la Sicilia, il Canale d'Otranto,il Bosforo.

Non è certa la provenienza dei pionieri dell'Arcipelago. Gli studiosi tendono a definirli libero-liguri, forse con sede fissa in Corsica, discendenti delle antichissime popolazioni che occuparono anche la Liguria, costa toscana e Arcipelago Toscano. Una reminiscenza di ciò che potrebbe essere il fatto che Tolomeo chiami Ilva sia l'Elba che La Maddalena, dal nome della Tribù ligure degli Ilvates, la cui origine, già ai suoi tempi era ritenuta remota.

Inoltre ci sono notevoli affinità tra i reperti di Santo Stefano e altri trovati nella penisola iberica e soprattutto in Liguria nelle Grotte delle Arene Candide. La datazione del materiale viene collocata nel IV millennio.

La provenienza ibero-ligure dei navigatori delle Bocche non è tuttavia sicura: essi avrebbero potuto venire anche dal vicino Oriente, compiendo cioè il percorso opposto lungo il ponte di civiltà sardo-corso, dalla Tunisia alle coste occidentali della Sardegna e di qui verso il Nord. Oppure migrazioni diverse dai due poli opposti si incontrarono e si fusero e ciò sarebbe convalidato dallo stile delle costruzioni megalitiche che, poco dopo, caratterizzarono le sponde di Corsica e Sardegna sulle Bocche. A questo proposito va detto che proprio l'assenza di qualsiasi monumento sepolcrale o religioso di questo tipo nell'Arcipelago de La Maddalena, convalida il suo ruolo di semplice scalo di transito tra le due isole maggiori. La presenza di simili imponenti strutture non sarebbe infatti passata inosservata nei secoli recenti, nonostante non siano mai state effettuate ricerche archeologiche sistematiche nelle nostre isolette.

 

Tratto dal libro: La Maddalena e le Isole Intermedie di Gin Racheli.

 

 

 

Indice Archeologia

 

Home Page