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Veduta dell'Arcipelago

Fenici, Etruschi e Greci

 

Possiamo far risalire l'inizio della grande marineria nel Mediterraneo agli anni intorno al 1200 a.C., quando un nuovo fermento, coincidente con eventi politici di vasta portata, percorse il Vicino Oriente.

Non a caso dopo la caduta di Troia, anziché un rapido ritorno a casa dei vincitori, si verificarono i lunghi e travagliati nostoi degli eroi omerici in un interminabile peregrinare per mare alla ricerca di nuove isole, nuove genti e di un proprio esistenziale perché: la generazione degli eroi trapassò nell'avventura. 

Frattanto comparvero, avvolti tuttora in un fitto mistero, i Popoli del Mare, genti delle più diverse provenienze che, con mogli e figli al seguito, si riversarono contro i potenti stati d'Egitto, del Libano, degli Ittiti, con un impeto tale da determinare il crollo o gravissime sconfitte. Tra i Popoli del Mare alcuni studiosi individuarono anche tribù ibero-liguri, le stesse che abbiamo visto installate in Corsica e Sardegna settentrionale. Fecero le spese di tali incursioni, tra gli altri, le potenti città dei Fenici, Sidone e Tiro in particolare, poste sulle coste del Libano e fiorenti di artigianato, commerci di stoffe e dei preziosi legnami delle foreste di Cedro.

Questi Fenici, gravati anche da continue pressioni da parte dei vicini Assiri e Israeliti, rivolsero sempre più il loro interesse al mare, che già solcavano con fortuna per i normali traffici. A poco a poco l'elemento liquido sostituì in gruppi sempre più consistenti di uomini, quello di terra nel concetto di patria: la patria vera, la sede delle aspirazioni e della realizzazione di se, divenne il mare, mutevole ma più ricco di possibilità, imprevedibile ma più ampio e libero dalla greve instabilità delle vicende storiche che tormentavano la terraferma.

L'amore per l'avventura si univa ad un innata sensibilità psicologica e all'eccezionale capacità di mercanteggiare che sempre si accompagnò a questo popolo maestro nell'intuire le debolezze, i desideri, le disponibilità del prossimo.

Nelle Isole di La Maddalena non vi fu una colonia di Fenici, ma sicuramente essi le conobbero perfettamente e le frequentarono nel corso della loro storia. Ancora una volta nessun documento archeologico ne prova la presenza in loco e noi dovremo accontentarci di raccogliere elementi più ampi, nel vasto scacchiere storico di quei secoli, cercando così di supplire all'incuria con la quale successivamente gli abitanti dell'Arcipelago dispersero ogni traccia di precedenti insediamenti.

A partire dalla metà de X secolo a.C. la Gallura, a quanto racconta Pausania, fu infatti teatro di un'aspra guerra fra tribù corse di cui una chiamò in soccorso gli Etruschi, l'altra i Sardi nuragici. La contesa durò oltre un secolo con vicende alterne che videro prevalere or l'una or l'altra parte e che si svolsero esattamente a cavallo delle Bocche di Bonifacio.

Quindi l'Arcipelago di La Maddalena fu sicuramente teatro di battaglie navali e risulta che queste siano state battute dalla flotta etrusca vicino a Caprera. I Tirreni rimasero così padroni dell'Arcipelago e di parte della Gallura per molti anni, e soltanto nell'844 a.C. i sardi e le tribù corse loro alleate riuscirono a scuoterne il giogo. A guerra finita, una di esse rimase in Sardegna e venne chiamata dalla sua origine tribù dei Corsi, distinguendosi tra le più fiere e bellicose nei secoli successivi.

Dalla metà del VII e nel VI secolo, le città fenice delle coste sarde si trasformarono praticamente in fenicio-puniche e diventarono vassalle dei Cartaginesi; ebbe inizio così una crescente pressione verso l'interno della grande Isola, sulle popolazioni nuragiche per strappare loro le fertili pianure del Campidano, ricche di grano di cui gli invasori ebbero sempre estremo bisogno. L'archeologia mostra chiaramente che i Nuragici si chiusero in una strenua difesa: si moltiplicano in quei secoli le torri megalitiche anche in Gallura e nel Sassarese e compaiono i famosi "bronzetti" raffiguranti guerrieri stretti in pesanti armature di bronzo. Pure nella Corsica meridionale, come s'è accennato, le stele funerarie si ornano di spade e pugnali.

Tra le fonti letterarie intorno a questo periodo, la più famosa è quella di Diodoro Siculo che scrive: "I Cartaginesi che al tempo della maggiore potenza si sono impadroniti dell'Isola, non hanno potuto ridurre in schiavitù quelli che la occupavano prima di loro. Gli Iolei (sardi) si rifugiarono nella regione montagnosa, scavandosi abitazioni sotterranee e dedicandosi all'allevamento di numerose greggi".

Probabilmente si accentuò allora l'isolamento dei Sardi rispetto al mare, in una sorta di introversione e di talassofobia che contraddistinse questo popolo per tutta la sua storia: il mare era ormai predominio delle genti orientali ed egee, mentre i Nuragici si chiudevano tra i loro monti in isolate tribù di pastori-guerrieri.

E forse da questo momento l'Arcipelago di La Maddalena, restando deserte le coste di Gallura, cessò di far da ponte tra Sardegna e Corsica, gravitando piuttosto verso quest'ultima e comunque divenendo base operativa dei navigli pirati e commerciali delle tre maggiori potenze marinare.

 

 

Parzialmente ratto dal libro: "La Maddalena e le Isole Intermedie" di Gin Racheli

 

 

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