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 La Base Usa sui principali quotidiani nazionali 

22 febbraio 2003 "No al treno delle armi" 06 febbraio 2007 Diliberto conferma l'adesione alla manifestazione contro la base Usa di Vicenza

3 febbraio 2007 Il presidente del Consiglio risponde
al mondo pacifista 

17 gennaio 2007 la presenza militare Usa in Italia

   

 

Vedi Anche:

 Cronologia della Base Usa dal 1972 ad oggi 

UN A  B A S E  C O N T R O  L’E U R O P A

La Base di Santo Stefano dalle origini ad oggi

Un'eredità difficile  

La base militare de La Maddalena e il diritto internazionale  

Frammenti di una esperienza pacifista in Sardegna         

Articoli vari

 Vedi i Servizi speciali sulla Presenza USA nell'isola  

 

22 febbraio 2003

Il convoglio parte da Verona e cambia percorso più volte
Manifestanti occupano i binari a Bologna, Brescia e Pisa
"No al treno delle armi"
blocchi e sit-in in tutta Italia
La polizia carica a Fornovo per sgomberare i binari
I sindaci di Pisa e Livorno: "Vogliamo sapere cosa trasporta"

PISA - Ci ha messo un giorno intero, ma alla fine il treno con a bordo materiale militare statunitense è arrivato alla base di Camp Darby. Dodici ore per percorrere la strada da Grisignano di Zocco (Vicenza), dove ha caricato, a Pisa. Dodici ore perché sul suo percorso ha trovato un vero e proprio assedio mobile: quello dei Disobbedienti e di altri gruppi di pacifisti decisi a fermare il convoglio e impedire che le armi Usa arrivino a destinazione. Un'azione che, se non è riuscita nell'intento di bloccare il treno, ha comunque rallentato di molto la sua corsa e ha costretto più volte le autorità a mutare il percorso prestabilito. Ma l'azione di protesta non si è limitata al treno: ci sono state manifestazioni contro le forze armate americane anche in zone molto lontane. E' il caso degli scontri tra forze dell'ordine e un gruppo di manifestanti davanti alla base Nato della Maddalena, in Sardegna.

Comunque è il treno delle armi quello che monopolizza l'azione dei pacifisti che sono riusciti a dirottarlo più volte. Prima, quando i treni erano ancora due (sono stati uniti a Padova), la destinazione era Bologna, poi è cambiata ed è diventata Verona. E proprio nella stazione di San Martino Buon Albergo (Verona) ci sono stati i primi scontri tra la polizia e i Disobbedienti. Questi ultimi, una trentina circa, hanno tentato di invadere i binari ma sono stati bloccati dalla polizia che ha impedito l'avanzata usando la forza.

E sarà così per tutta la giornata. A mano a mano che il treno riesce faticosamente a passare, lungo il percorso si formano nuovi presidi. A Brescia una trentina di persone, aderenti ai circoli Centro Sociale Magazzino 47 e Social Forum e ad associazioni pacifiste, si piazzano di fronte al primo binario della stazione in attesa dell'eventuale passaggio del treno.

Quindi, un nuovo cambio di percorso: per evitare i manifestanti il treno dirottta su Mantova. E allora, grazie al tam tam, ecco che si forma un nuovo blocco a Fornovo, a una ventina di chilometri da Parma sulla linea Pontremolese per La Spezia. La polizia carica i manifestanti seduti sui binari per sgomberare la linea ferroviaria.

Nel frattempo nella stazione di Pisa, destinazione finale del treno, sale la tensione fra i dimostranti e la polizia che respinge un gruppo di circa 300 persone. Ritirandosi, dal gruppo dei manifestanti, partono anche due petardi nell'atrio della stazione, ma senza causare danni a persone. Poi il gruppo si dirige nel centro della città per la manifestazione.

Ma non c'è solo la piazza a protestare. I sindaci di Pisa e Livorno e i presidenti delle amministrazioni provinciali delle due città chiedono alle autorità americane di Camp Darby di far loro conoscere "che tipo di materiali" vengono trasportati e se ci siano rischi per il territorio e la popolazione. "Vorremmo inoltre sapere - affermano - se questi materiali sono destinati a essere inviati nel Golfo Persico e a essere utilizzati in azioni di guerra. Se così fosse, noi esprimiamo, in coerenza con i nostri consigli comunali, una forte posizione di contrarietà".

La mattinata era iniziata stamattina alla stazione di Grisignano di Zocco, nel vicentino. Nello scalo si stavano caricando mezzi militari e materiale bellico su due treni diretti a Camp Darby. Il blitz dei manifestanti è stato immediato. Solo grazie all'intervento delle forze del'ordine, un primo treno è riuscito a partire, mentre l'altro, nella tarda mattinata ha lasciato la stazione nonostante la protesta dei manifestanti che hanno tentato di incatenarsi ai binari.

Quella di oggi non sarà l'ultima manifestazione contro la guerra. Tra le iniziative in programma a più lungo respiro, è stata intanto annunciata una manifestazione a Camp Darby per l'8 marzo prossimo, mentre il 27 febbraio è in programma un presidio sotto la presidenza della Regione Toscana.

"La Repubblica"

06 febbraio 2007

Prodi: "Resteremo in Afghanistan
Basta egoismi in politica estera"

Unanimità al vertice dell'Unione: "Avanti tutti assieme"
Ma Diliberto conferma l'adesione alla manifestazione contro la base Usa di Vicenza

ROMA - "Si andrà ai prossimi confronti parlamentari con una politica estera condivisa da tutti i partiti dell'Unione". E' stato lo stesso Prodi, lasciando il vertice dell'Unione che si è svolto stasera in Piazza Santi Apostoli a Roma, ad annunciare che sulla politica estera la maggioranza ha ritrovato una sola voce. Anche se sull'ottimistica affermazione del premier, poco dopo, pesa l'annuncio di Diliberto della sua partecipazione alla manifestazione di Vicenza contro la base americana.

Durante la riunione si è parlato di Afghanistan. "Un nostro disimpegno oggi sarebbe incomprensibile", ha detto Prodi agli alleati riuniti, chiarendo alla sinistra estrema la propria posizione non solo sulla presenza italiana a Kabul, ma anche sulla controversa decisione della base. E nel suo intervento ha ammonito gli alleati: "Assisto da settimane a un avvitamento pericolosissimo del dibattito interno alla maggioranza. Rivendicazioni, pagelle che il nostro elettorato non capisce: protagonismi ed egoismi ci fanno soltanto del male. Ora basta".

Poi, su Kabul: "Non si possono fare parallelismi con quanto deciso in Iraq - ha chiarito Prodi -. Qui la bandiera della Nato è piantata sotto l'egida dell'Onu e all'Onu noi sediamo dal primo gennaio anche come membri del Consiglio di sicurezza. Un nostro disimpegno oggi sarebbe incomprensibile". Dunque, dice alla sua maggioranza, "per ora resteremo, rafforzando l'impegno civile e quello per la pace come previsto nel programma".

"E' giusto che, dopo otto mesi di governo, tutti noi siamo consapevoli di come l'Italia ha cambiato passo in politica estera. E lo ha fatto a testa alta. Abbiamo cambiato passo, dunque. E oggi vi chiedo anche di cambiare musica".

"In politica estera - ha spiegato ancora - più della concertazione conta la condivisione. Si traccia una linea, la si delega a chi la deve portare in giro per il mondo, la si segue e la si rispetta". Il Professore ha rivendicato che il suo esecutivo fa una politica estera "di centrosinistra" e ha sottolineato che si tratta di "una politica non fatta chinando la testa, ma innalzando il valore della pace e del multilateralismo come scelta".

Romano Prodi ha parlato anche della questione di Vicenza. "Le responsabilità di governo sono tali anche quando si tratta di rispettare gli impegni internazionali presi in precedenza. Abbiamo mostrato determinazione, e il caso Maddalena lo dimostra al meglio, ma le strumentalizzazioni sulla questioni delle basi sono pericolose". E ha spiegato la pericolosità delle strumentalizzazioni per il fatto che vengono architettate "su una non completa conoscenza dei fatti da parte dell'opinione pubblica".

Il vertice si è concluso con un impegno preciso: non c'è altra maggioranza all'infuori dell'Unione. "Ho sempre considerato questa maggioranza forte. E oggi ha ripetuto la sua coesione. Sottolineo in particolare la parola 'insostituibilità' per questa coalizione", ha sottolineato Prodi. "All'unanimità - ha aggiunto Di Pietro - abbiamo deciso di adottare una politica unitaria in politica estera".

Da parte sua il segretario del Pdci Oliviero Diliberto ha anche ribadito la sua fedeltà alla coalizione ricordando che "non è mai caduto un governo per la contrarietà all'ampliamento di una base americana".

Quasi una risposta a D'Alema, che nel suo intervento è stato netto: "Senza unità in politica estera, non c'è più il governo, si va a casa", ha detto il titolare della Farnesina, delineando gli effetti di un eventuale ulteriore scollamento della coalizione in politica estera. Secondo il ministro degli Esteri "è impensabile" dividersi su questo tema e ha fatto appello al senso di responsabilità di tutti.

"La Repubblica"

 

3 febbraio 2007

LA LETTERA AL QUOTIDIANO "LA REPUBBLICA"

 Il presidente del Consiglio risponde
al mondo pacifista sconcertato dal "sì" alla base di Vicenza

CARO Direttore, nel programma dell'Unione è scritto a chiare lettere che avremmo scelto di "mettere la vocazione di pace del popolo italiano (e l'art. 11 della Costituzione) al centro delle nostre scelte di politica estera e di sicurezza".

Gli avvenimenti di questi giorni mi hanno spinto ad un esame delle azioni e delle decisioni prese dal governo in questa materia, proprio alla luce di questi obiettivi così chiari, semplici e condivisi. Credo che questo esame possa anche interessare ai Suoi lettori, soprattutto a coloro che hanno più sensibilità per i valori della pace e della solidarietà internazionale. Per questo voglio attenermi strettamente ai fatti compiuti in otto mesi di governo, con una azione intensa, una attività (non un attivismo!) internazionale che ha visto il ministro degli Esteri D'Alema e il sottoscritto impegnati in un lavoro di tessitura e, spesso, di ricucitura di tutte le relazioni con i nostri partner.
In primo luogo, come ci eravamo impegnati nel programma, sono rientrate le nostre truppe dall'Iraq.

Perché - come avevamo sempre sostenuto - ritenevamo l'intervento in questo Paese frutto di una scelta politica unilaterale, in netta contraddizione con quello spirito di multilateralità e di ampia condivisione che ispira la nostra politica. Le nostre truppe, ci tengo a sottolinearlo, sono rientrate senza tensioni, avendo anche lasciato un contributo concreto agli sforzi di ricostruzione della società civile irachena.

Nello stesso tempo abbiamo attivamente contribuito a porre termine all'"Enduring freedom" in Afghanistan, rimanendo in quel paese solo nei limiti e con le regole poste dalle Nazioni Unite. E possiamo affermare che oggi non siamo in nessuna azione militare all'estero che non sia appoggiata dalle Nazioni Unite. Una scelta "multilaterale" intesa (per ripetere le parole del programma) come "condivisione di decisioni e costruzione di regole comuni".

E credo che tutti ricordino che, nel corso della scorsa estate, è stata proprio l'Italia a prendere coraggiosamente l'iniziativa raggruppando prima i paesi dell'Unione Europea e poi una più ampia coalizione internazionale (che oggi può contare sulla presenza politicamente molto significativa di truppe cinesi, indiane, turche, ghanesi o anche di paesi come l'Indonesia, il Qatar e la Malesia,) per porre fine alla guerra fra Israele e il Libano.

E vorrei ricordare che, mentre nelle settimane precedenti l'intervento vi erano stati in Libano quasi 1500 morti, nessun incidente si è più verificato nell'area di conflitto da quando sono sbarcate le nostre truppe. Non è forse questa un'azione di costruzione attiva della pace?

Nello stesso tempo, abbiamo concordato con gli Stati Uniti, la chiusura della base militare della Maddalena che, con i suoi sottomarini nucleari, aveva causato non poche tensioni e molte paure alla popolazione circostante.

E per il successo di queste iniziative dobbiamo rendere atto all'operato del Ministro della Difesa, Arturo Parisi.
La pace, tuttavia, non si difende solo agendo nel campo militare, ma anche con una politica di solidarietà verso i paesi più poveri.

E, pur con i problemi di bilancio di una Finanziaria che doveva aggiustare il dissestato bilancio dello Stato, abbiamo voluto dedicare oltre 600 milioni di euro alla cooperazione allo sviluppo e fare fronte agli impegni internazionali assunti, ma non assolti dal passato Governo, riguardo al fondo globale per la lotta all'Aids, tubercolosi e malaria (global health fund) per altri 260 milioni di euro.

E la mia partecipazione, unico primo ministro dell'Unione Europea, al recente vertice dei Paesi dell'Unione Africana di Adis Abeba, sta a testimoniare la nuova e forte spinta che il nostro governo vuole dare nel senso di una politica di rinnovata attenzione alle drammatiche tematiche che questo continente propone al contesto internazionale, chiedendo interventi decisi e soluzioni forti.

Così, ad esempio, abbiamo già preso assieme ad altri paesi, una nuova iniziativa sulla fornitura di vaccini alle popolazioni più povere, soprattutto dell'Africa. Questo continente è per noi il senso della pace.
La pace è tuttavia anche affermazione di diritti: ed è l'Italia che di nuovo ha preso l'iniziativa per la moratoria della pena di morte, un'iniziativa che trova adesioni sempre più numerose anche presso Paesi che erano in precedenza recalcitranti ad appoggiare questo ulteriore progresso di umanità e di civiltà.

E la difesa dei diritti costituirà anche l'obiettivo di una legge sul diritto d'asilo e sull'immigrazione, che sarà presto varata dal governo.
Ed è sempre la costruzione della pace che ha spinto ad un intenso lavoro diplomatico per preparare la conferenza dedicata a chiudere i conflitti in Afghanistan e in Somalia.

Non si tratta di azioni tra di loro isolate ma, finalmente, di un disegno forte ed organico, che ha molto contribuito ad un riorientamento di tutta la politica europea. Lo abbiamo fatto sempre in un quadro multilaterale nel rispetto dei valori condivisi sui quali si fonda la nuova politica italiana.

Voglio ribadire ancora una volta che questi valori condivisi non si possono difendere da soli, ma in cooperazione con le organizzazioni internazionali sulle quali è basata la nostra politica estera: le Nazioni Unite, l'Unione Europea e l'Alleanza Atlantica.
In otto mesi di governo abbiamo quindi dato un contributo nuovo e organico alla costruzione della pace. Giorno dopo giorno.

Lo abbiamo fatto in tutte le direzioni in cui questo compito si articola, lo abbiamo portato avanti con intelligenza e con generosità e siamo stati accompagnati dall'appoggio e dalla stima di tutti i nostri alleati. Ai quali abbiamo risposto e risponderemo anche in futuro con lealtà e con spirito di cooperazione.

Dicendo i nostri sì e i nostri no, non in ragione di scelte affrettate o dettate da pur legittimi problemi locali o momentanei, ma solo ed esclusivamente in coerenza con una linea politica precisa e ben definita. La linea che descrive un percorso verso la pace, un percorso per spegnere, uno ad uno, i troppi focolai di guerra che negli ultimi anni sono andati moltiplicandosi. Ed è in questo contesto di dialogo con gli alleati che si deve inquadrare, leggere e interpretare il tema delle basi militari.

Questa è la via della pace, questa è la fatica della pace: azioni concrete e non declamazioni retoriche.

"La Repubblica"

17 gennaio 2007

LA SCHEDA

Basi aeree, depositi e centri radio
la presenza militare Usa in Italia

ROMA - Tra basi aeree e navali, depositi di armi e stazioni di telecomunicazioni, le infrastrutture militari americane in Italia sono circa un centinaio. Tra queste, le più importanti sono:

AVIANO - In provincia di Pordenone, c'è la più grande base aerea americana del Mediterraneo. Ospita il trentunesimo 'Fighter Wing' dell'Usaf, lo stormo cacciabombardieri F16 dell'Aeronautica militare Usa, e la sedicesima Air Force, dotata di caccia F16 e F15.
E' stata la base di partenza della maggior parte dei raid nell'area balcanica. All'interno della struttura sarebbero presenti 50 ordigni nucleari.

VICENZA - La Caserma Ederle è la sede della Setaf (Southern European Task Force), nell'ambito della quale opera la 173esima brigata paracadutisti Usa (su due battaglioni), il reparto impiegato in Iraq tre anni fa e due anni fa in Afghanistan. A tre-quattro chilometri c'è l'aeroporto civile e militare Dal Molin, dove dovrebbe sorgere 'Ederle 2', la nuova base che dovrebbe ospitare altro personale della 173/a brigata.

GHEDI - In provincia di Brescia un'altra base dell'Us air force e deposito di un numero imprecisato di ordigni nucleari: dieci secondo alcuni, quaranta per altri.

CAMP DARBY - In Toscana, tra Pisa e Livorno, è quello che può ritenersi il più grande arsenale Usa all'estero. In 125 magazzini vi sarebbero custoditi ventimila tonnellate di munizioni per artiglieria, missili, razzi e bombe d'aereo con 8.100 tonnellate di alto esplosivo in 125 bunker. E poi 2.600 tra tank, blindati, jeep e camion.

GAETA - E' base della nave ammiraglia della Sesta Flotta.

NAPOLI - A Capodichino c'è lo staff di comando della Sesta Flotta Usa, mentre Bagnoli è la sede del JFC Naples, il comando alleato del sud Europa.

SIGONELLA - In provincia di Siracusa, è il più grande scalo aeronavale statunitense nel Mediterraneo. Un'enorme struttura logistica sui cui numeri c'è sempre stato riserbo: si parla di circa cinquemila militari. Ingloba più di 40 comandi e attività.

LA MADDALENA - In Sardegna, è base di sottomarini nucleari e di una nave di assistenza, la USS Emory S. Land. Il Pentagono ha annunciato che la nave lascerà l'Italia nell'ottobre prossimo, mentre l'intera base verrà lasciata dagli americani nella primavera del 2008.

"La Repubblica"

 

 

 

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