QUANDO ARRIVARONO GLI AMERICANI
|
Un eredità difficile Di Salvatore Mannuzzu (1994)
L'arcipelago di La Maddalena è un luogo di strepitosa bellezza. Crediamo che non sia una referenza superflua. Se il massimo di notorietà recente è stato raggiunto, da questo lembo di scogli, macchia mediterranea e mare splendidamente colorato, proprio in virtù dei suoi caratteri morfologici: e in esito a una polemica che ha visto contrapposti quasi un'intera popolazione, da una parte e dall'altra un ministro della repubblica che intendeva vincolare una di quelle isole, Budelli, dalla famosa spiaggia rosa portata via a secchi, dunque peggio che cancellata, distrutta ad opera degli innumerevoli visitatori. Qui non è dato stabilire chi avesse ragione, se quella gente o il governante, messo in allarme dall'ombra di una speculazione immobiliare, che si proiettava sulla piccola isola. Speculazione tutt'altro che nuova ai danni delle coste sarde, saccheggiate e rese irriconoscibili: sottratte per sempre alle popolazioni presenti e alle generazioni future, di ogni parte del mondo. Perché queste generazioni sono titolari di pieni diritti, e non solo gli attuali possessori, anche nelle terre di cui stiamo parlando, Budelli, La Maddalena o Sardegna che siano. Non è la sede per provare a scegliere fra chi non voleva rinunciare ad abitudini di gite famigliari domenicale o estive in barchetta, ne a traduzioni su più capienti battelli, spaghettate comprese, di torme turistiche ricche di secchi, e un ministro preoccupato se non altro dagli eccessi di antropizzazione (il neologismo è questo). Riguarda più il nostro tema, invece, sottolineare che, secondo le cronache, il contrasto si tradusse in mobilitazione straordinaria, venata di spirito nazionale (nel senso di nazione sarda s'intende, o cos'altro nazione significhi nell'arcipelago). E una volta tanto il "palazzo" entrò in sintonia con la "società civile", giacché un amplissimo arco di forze politiche sposò al senato la rivolta popolare rendendo Budelli a barchette, barconi, secchielli e speriamo non altro. Era una rivolta che si iscriveva in un più ampio giro di ribellioni sarde volte a respingere in genere vincoli ambientali e in particolare vincoli di parchi, per asseriti motivi di merito ma soprattutto di metodo. Motivi fortemente autonomisti, appunto, o meglio nazionalistici: siamo legittimati solo noi, che siamo nati qui, e ci pensiamo noi, che abbiamo questo sangue. Come Regione sarda e amministrazioni comunali sarde hanno sempre dimostrato di saper fare: e gli esiti sono lì alla portata di chiunque voglia constatarli, da Stintino a Castelsardo a Santa Caterina e S'Archittu, sotto Cugleri, o alla costa a oriente di Cagliari. Mette qualche malinconia che la Sardegna dica sue parole in questo modo, a proposito di "antropizzazione". E viene da ritornare col pensiero a un'altra antropizzazione: perché armi e armati, e preparativi di guerra, sono da sempre segni, purtroppo, di presenze umane. L'argomento, nell'un caso o nell'altro, è la devastazione; e gli interessi sottesi hanno affinità che provengono da una comune radice, più o meno profonda: tant'è vero che trovano gli stessi referenti, politici, sociali e culturali. Si, mette malinconia paragonare, a proposito di arcipelago maddalenino, il tema della liberazione di Santo Stefano della base nucleare americana al tema della liberazione di Budelli da ministro dell'ambiente: agitazioni popolari comprese. Però è certo l'indizio di un divenire, qualsiasi gradimento ci ispiri. E allora è giusto cercare di fare il punto, alla svolta, innegabilmente è una svolta, cui siamo giunti con la storia del mondo. E il vecchio contenzioso americano e nucleare della Maddalena, vecchio ma attuale, sempre in sofferenza, apre una prospettiva utile: dice assai più dei suoi contenuti specifici. Addirittura come eravamo, e come siamo, forse come possiamo essere. Cioè si presta, questo contenzioso maddalenino, a costruire un riepilogo politico, dalla sua ottica. Partendo dal fatto che adesso traversa momenti di stanza. Non perché ne siano venute meno le ragioni: che anzi arrivano - se ne dirà subito - a un passaggio critico, forse come non mai. Ma perché altro preme le esistenze disperse e grame di tutti noi che insieme ci chiamiamo gente; altro, con logiche un po' d'inerzia ma anche un po' meno casuali, con spinte effimere e insieme legate ai flussi della storia. Quali che siano, queste logiche e spinte contraddittorie, dentro di esse rimane poco spazio per affrontare questioni radicali, problemi di principio: nel patire i sintomi e nel subire gli effetti, non resta abbastanza fiato da far risalire alle cause. E tutti coloro cui spetterebbe proporsi come guide, compiendo analisi, e anche indicando obbiettivi e linee dell'azione politica, scelte e strategie, invece non fanno che inseguire disperatamente sintomi ed effetti, e luoghi comuni collettivi; restando a bocca aperta poi quando arrivano in ritardo, quando le cose appena sfiorate gli scoppiano in mano. Ci meravigliamo se la base nucleare di La Maddalena non è più tema à la page (mai lo fosse stata), mentre a un passo dai confini domestici, ex Iugoslavia, succede quel che succede, nella distrazione generale, senza che nessuno muova davvero un dito? In queste pagine si raccontano giorno dopo giorno, a decorrere da quel 18 luglio dell'ormai 1972, quando l'incrociatore Springfield, della sesta flotta Usa, gettò l'ancora nella rada maddalenina e l'ammiraglio comandante venne ricevuto in "visita di cortesia" dal sindaco della città; avvisaglia dell'attracco, ben più concludente e avvenuto qualche settimana dopo, il 2 agosto, al molo di Santo Stefano, della nave appoggio Fulton, che subito cominciò ad assistere i primi sommergibili Hunter Killer: "con molta discrezione" riferisce la nostra cronaca. Tant'è vero che alla fine di quel mese d'agosto, il 31, ci fu una colazione offerta ad autorità locali, civili, militari e religiose, sulla portaerei Kennedy dell'Us Navy, anch'essa in visita, non si sa quanto di "cortesia": certo è che nell'occasione non mancarono fantasie indigene di danze e canti, con lo "spettacolo folcloristico che la cronologia annota puntualmente. Fu allora che l'ammiraglio Angelozzi, comandante di Marisardegna, dimostrò virtù a dir poco profetiche, auspicando con tondo eloquio, s'immagina al levar dei calici, che "in questa bellissima isola" ove il popolo è caratterizzato dall'ospitalità, dalla dignità e dalla lealtà (poteva mai mancare?) si stabiliscano frequenti contatti, sotto ogni profilo, tra i militari americani e la popolazione maddalenina". Virtù profetiche. uno dei molti "profili" auspicati doveva risultare giorni dopo, il 15 settembre, quando si apprendeva, da Washington, non da Roma, che il governo italiano in carica, Andreotti tanto per cambiare, aveva concesso un po' di arcipelago agli Usa. Si, tutto era cominciato in questo modo: con il massimi di discrezione; e all'insegna dei fatti compiuti,, senza neppure lo straccio di spiegazione a cui avevano diritto i cittadini italiani: cittadini della repubblica la cui sovranità veniva così sacrificata. Continua a provocare soprassalti, a rileggerlo, il brano della relazione Hamilton al congresso Usa, nel marzo del 1977: "Non sarebbe possibile collocare in altra nazione le installazioni militari degli Stati Uniti attualmente situate in Italia, mantenendo lo stesso livello di flessibilità amministrativa e logistica". Da allora i "frequenti contatti" che il buon ammiraglio di Marisardegna s'augurava proseguono senza soste: e anzi con approfondimenti vari. Se, per esempio, anche nel 1985 quello dell'isola di Santo Stefano è il porto italiano "più visitato" dall'Us Navy". Mentre a proposito di approfondimenti bisogna ricordare almeno lo scavo sotto roccia, si dice profondissimo, di un deposito di munizioni (non si sa quali) in quella stessa isola. Scavo eseguito con estrema "flessibilità amministrativa", osserverebbe compiaciuta la commissione Hamilton: giacché ci si guardò bene dal tenere conto delle procedure imposte dalla legge circa le servitù militari. Ma che una piccola illegalità come questa di fronte alla illegalità più grande, allo strappo costituzionale, su cui si basa la presenza Usa nell'Arcipelago, dal lontano 1972 fino ai giorni nostri? Nelle pagine che seguono si mostra in termini attendibili (da Paolo Fois, Pier Luigi Onorato) l'entità di tale strappo. Qui basta sottolineare il carattere esemplare: la capacità di dire i significati di un intera politica, dei governi italiani, . Politica sostanzialmente subordinata, anche per i versanti interni, alla logica della guerra fredda, dei due blocchi mondiali, soprattutto della leadership americana; e politica versata nelle peggiori retoriche a proposito di democrazia e stato di diritto: ma a patto che restino solo fregi e retoriche; per il resto ispirata alla ragion di stato (misera ragione, che dallo stato prende nome soltanto, come rivela ogni volta l'accertamento dei fatti). E' una storia di cinismi, prepotenze e sopraffazioni, la vicenda di La Maddalena ("ragazzino lasciami lavorare") ci sta ben dentro: in modo tanto più insopportabile ora che la pretesa giustificazione, la ragion di stato internazionale dei due blocchi contrapposti, è venuta meno, con la caduta del famoso muro e il disfarsi dell'impero d'oriente; e tutto, tutto ciò che non è occidente (occidente anche nipponico) è solo lacrime e hic sunt leones. Questo antagonismo della presenza contro le leggi italiane degli Usa nell'arcipelago pesa sui tempi che stiamo vivendo, improntati al venir meno dello spirito delle leggi, o più modestamente a gravi crisi della legalità. Tempi nei quali la democrazia si fa sempre più imperfetta, sino a correre rischi: se le leggi sono l'espressione della volontà popolare; e se si giunge quasi a rottura lo iato tra forme istituzionali e materie di vita, flussi debordanti insoddisfatti, ufficialmente neppure registrati, di fatti e bisogni. Lo iato insomma tra sintesi, momenti generali, politici da un lato, e dall'altro la dispersione, la fuga insensata nei particolari che sembrano essere il destino da noi scelto. In un tale contesto, quello di La Maddalena dunque è uno scandalo anticipato? e oggi suona conferma che democrazia può rimanere solo una parola? Che le le mortificazioni del parlamento si spiegano con la sua impotenza? Da questo scandalo ci salva, paradossalmente, la generale disattenzione. Ma se ci sono sempre meno giudici nelle nostre Berlino la querelle maddalenina non ne ha mai avuti. Ne anche a tutela di diritti diversi da quelli di sovranità e magari più vicini al sentire comune: diritti alla salute. Giacché con la base americana il nucleare ha trovato una sua casa in Sardegna.: nucleare di armamenti (controverso ma certo) e nucleare di motore di sommergibili, di sistemi di loro produzione (come rimane invece incontestato). Ed è insopportabile, ancora, che mentre un referendum popolare impedisce l'uso dell'energia atomica per fini di pace, proprio in considerazione dei rischi ecologici, l'uso per fini di guerra sia consentito o comunque abbia luogo: con rischi ecologici, s'immagina, superiori, per la maggior difficoltà di tenere sotto controllo la piccola centrale nucleare che è il motore d'un sottomarino. Non è solo una questione di principio. Il deficit di sovranità e di democrazia (la "peculiare "flessibilità" che dava tanta soddisfazione alla commissione Hamilton) impedisce che ci renda bene conto di come stiano le cose, di quali pericoli incombano. Vanamente, fin dall'inizio del 1974, Gianfranco Amendola ha reso nota l'esperienza giapponese: in quelle basi i dati sulla radioattività venivano sistematicamente falsificati, mentre i prelievi dei campioni da analizzare per controllo si facevano altrove; tanto che il governo locale, accettato invece l'inquinamento, aveva costretto gli Usa a ritirare i sommergibili. Per la Maddalena, mancando un analogo atteggiamento dell'esecutivo italiano, anche nella pretesa di riscontri affidabili, restano solo inquietudini poco specifiche. L'impianto di monitoraggio ritarda, passa di avaria in avaria, non si completa in modo efficiente; e quello dei rilevatori fissi in mare è addirittura un tormento, giacché gli Usa non li vogliono vicini ne a distanze adeguate, e neppure sotto le correnti dominanti. Intanto, siano allarmi giusti o inutili, si diffondono notizie di malformazioni prenatali a La Maddalena, sei casi di cranioschisi al 1981: altre notizie, più certe, riguardano pericolose avarie di sommergibili nucleari, nelle acque di Gibilterra, d'Irlanda, delle Bermude, eccetera: e ci si figura siano assai più gli incidenti rimasti occulti o ignoti. Ma è certo che il rischio sta, come si dice in re ipsia, nelle cose stesse: aggravato da mancanza di trasparenza, dalla preclusione di qualsiasi controllo effettivo; e dal fatto che La Maddalena è, per gli Usa, una propaggine di terra e mare lontanissima dalle porte di casa, anzi in fondo al mondo, e così abbandonata alla gestione militare. Esemplare la questione dei piani di emergenza, capaci di fronteggiare un possibile sinistro atomico: non si sa bene se esistono, e se esistono giacciono in casseforti Usa, ignoti non solo alle popolazioni interessate, quelle che dovrebbero metterli in pratica, ma anche alla loro autorità; e comunque a poco servirebbero, ci informa chi della materia è competente: Meglio raccomandarsi all'anima di Dio. Dentro una tale situazione, assumono importanza capitale le risposte che in democrazia ci si devono attendere: risposte dal basso. risposte d'opposizione; se governi e maggioranze si comportano nei modi poi tanto apprezzati dalla commissione Hamilton, ma facendo il punto - su questo versante democratico - d'una vicenda lunga ormai di vent'anni, forse non si può essere completamente soddisfatti. Si, La Maddalena, La Maddalena americana e nucleare, è nome, appartenuto in Sardegna, a ogni biografia di sinistra, nome che ha contribuito a far crescere, così schierate, tante giovinezze, tante esistenze. E magari resta minoritario il benvenuto che proprio là nell'isola viene alla marina Usa, dalla maggioranza del consiglio comunale (il 21 novembre 1972, fugata ogni iniziale perplessità e sciolta ogni riserva); da quello stesso consiglio comunale che cade in recidive specifiche accettando, interpretano i cronisti, "di convivere con tutte le Marine con giuste contropartite" (7 marzo 1986). La frase ha una cadenza addirittura emblematica, ricalca un'altra appena più volgare (o Franza o Spagna); è il tema delle "contropartite" va sottolineato perché, anticipiamo subito, lo incontreremo ancora, motivo ritornante di questo genere di storie. Né magari esprimono l'anima sarda comune i manifesti tricolori fatti affliggere dalla sezione maddalenina dell'Associazione Marinai d'Italia, a difesa della base americana (agosto 1976); buffo che fossero proprio tricolori e guarda dove va a parare il patriottismo. La realtà e che gli schieramenti fossero più contro cha favore di quella base, qualche partito, mandando in avanscoperta - come si fa - la propria organizzazione giovanile; ma poi con reiterate uscite di consigli comunali, di amministratori provinciali, persino della Regione. In una tale pagina va naturalmente inserita l'impresa dei referendum regionali, poi non ammessi: e si deve ricordare che, secondo un sondaggio d'opinione il 68% dei sardi avrebbe votato contro la presenza Usa. Quali motivi di insoddisfazione si vogliono trovare, nonostante tutto questo? Si è perduto, e navi e sommergibili nucleari americani stanno sempre lì, a Santo Stefano, non sembra un caso. Né si vuol dire che altrimenti si sarebbe vinto (onestamente sembra assai improbabile); però si tratta del modo. Bisogna riconoscere che la Sardegna democratica non è riuscita - noi non siamo riusciti - a far diventare la questione di La Maddalena quella che è: una grande questione nazionale, anzi internazionale. Ci sono state molte doppiezze: né le abbiamo svelate adeguatamente; non siamo stati capaci di connettere la questione alle altre (e la politica è arte del connettere); così non ne abbiamo sempre inteso il senso e non poche volte siamo finiti a pronunciarla come una giaculatoria fra le tante (le tante nostre giaculatorie democratiche): magari qui con l'aggravante del pittoresco. E a proposito di connessioni sembrano poco esaltanti quelle che emergono da un discorso del Presidente della Regione Mario Melis, retour de Usa, 28 dicembre 1986: "Gli americani sono presenti in Sardegna con le basi militari estranee alla realtà dell'isola, anche se legittimate da un accordo con il Governo italiano. Una simile presenza non ha senso se non è confortata da un inserimento degli Usa negli interessi vitali della Sardegna". Lo sappiamo, è rischioso estrarre due frasi da un contesto: ma francamente avremmo preferito sentir dire che da nessun governo può avvenire una legittimazione affidata affidata dalla carta costituzionale alla ratifica del parlamento; dunque che non ci sono "conforti" né "contropartite" possibili.: e comunque si tratta di una "presenza" militare priva sempre di "senso" in quanto gravida di rischi nucleari. Le "contropartite" poi, non sono qualitativamente inadeguate; ma anche per quantità appaiono risibili: come se si possano risolvere i terribili problemi occupazionali che ci pesano addosso rendendo rendendo un po' capiente l'arsenale sottoroccia di Santo Stefano. Dunque evviva, per franchezza, la risposta di Antonello Cabras, all'epoca segretario regionale del Psi e dopo assurto a diverso rango di rappresentanza istituzionale. 3 novembre 1988: "Noi diciamo no alla base americana: noi diciamo no solo al nucleare" poc'anzi non abbiamo sostenuto che la politica è arte delle connessioni? Allora, a proposito di connessioni, evviva anche la chiarezza con cui si sono espressi a suo tempo Mario Segni, da una parte (con un "duro intervento" annota il cronista), e dall'altra la Voce Repubblicana. Inserire sotto la voce "Traversalismo". Questa della Maddalena, cui siamo chiamati, dunque è un eredità difficile, difficile per la natura degli interessi internazionali coinvolti e delle resistenze che essi appongono (la controparte risultando padrona del mondo). Difficile per il viluppo di insufficienze ed errori nostri, che pure contiene. Difficile per tutto ciò che evoca: quanto ne costituisce antecedente essenziale e quanto ne diviene conseguenza inevitabile. Ma non è un eredità a cui possiamo rinunciare, senza rinunciare a parte di noi stessi. Nello stesso modo, per gli stessi motivi, non possiamo accettarla con beneficio d'inventario. E' nostra e basta. E' nostra: la sua lezione più importante, per oggi e domani, e che esistono beni indisponibili, rispetto ai quali non si può trattare contropartite di sorta: venduti a qualsiasi prezzo, sono sempre svenduti. Non è una piccola lezione ora che, specie per la Sardegna, diventa capitale la questione ecologica invece viene subordinata a quella dei prezzi o risarcimenti; prezzi e risarcimenti che darebbero diritto a inquinare e a devastare. Che tremenda idea di "sviluppo" ci siamo costruiti, quale grave potere di mistificazione attribuiamo a questa sventurata parola. E queste sono le "connessioni" del disegno politico che abbiamo formato? Quando invece di ben altro hanno bisogno le nostre vite, e la vita, qui e ora. Altro è il cuore dell'eredità cui non possiamo rinunciare; e altro ci ricorda il caso de La Maddalena: che non c'è sviluppo non incardinato in progetto totale di pace, in una pratica totale e persino estrema di pace. Pace non come complemento ma come alternativa dello stato esistente di cose: pace che riassume questa alternativa e la rende fattibile, nelle sue diramazioni concrete: pace come selezione di interessi. Chi si ricorda dell'internazionalismo? Sono tanti anni che tutti scivoliamo a occuparci di cose sempre più piccole, piccole e misere; anni e anni che perdiamo tratti di orizzonte, che il cielo si oscura su di noi. La storia irrisolta della base nucleare americana della Maddalena sta li ancora a indicarci una prospettiva diversa.
Tratto dal libro "Storia e cronaca della base nucleare di S. Stefano di S.Sanna
|
Vedi i Servizi speciali sulla Presenza USA nell'isola
| Vai a: Cronologia della base USA |