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Benito Pispisa Un lungo Cammino di speranza La vita Di un fanalista, soldato militarizzato
Prefazione Il sogno è veramente l'elemento che distingue l'uomo da ogni essere animato della terra e sfugge ad ogni connotazione morfologica. Il sogno. Il sogno è la speranza del divenire, il presagio, la formulazione futura, il raccordo tra il ricordo e il divenire, il segno della vivacità di un'idea e di un espressione che si fa dimostrazione. Tutte le sfumature del sogno emergono prepotentemente dalle pagine dell'amico Benito alla ricerca, su questa terra, dei segnali prima labili e poi via via sempre più sicuri, del suo collegamento interiore con la memoria del padre, mancatogli in età di ragazzo quando aveva appena dieci anni, che lui poco rammenta di persona, ma che efficacemente rivive con il lume del ricordo appunto, con quello strumento incantato - il diario di prigionia scoperto impolverato in un vecchio baule - piovutogli in mano in un momento particolare dell'esistenza quando tutto appare sotto esame, e diventa determinante per ricucire con fiera fermezza la volontà di una ricongiunzione spirituale. Un diario semplice, come semplice era la mano di chi lo ha scritto. La mano di un agente dei fari, certo più adatta a pratiche e manovrare i congegni dell'accensione delle lanterne che a stringere tra le dita una penna. Per raccontare ciò che ha dovuto vivere, fra il 1942 e il 1945, non sarebbero bastate mille pagine fitte fitte, ma Guglielmo - è questo il nome del padre - ha saputo selezionare così bene le emozioni e i fatti accadutigli che tutto si è aggrumato in venticinque fogli di passione. Che sono ovviamente un concentrato di speranze e di dolore del tutto simile, per altro, alle altre centinaia di migliaia di martiri spinti al lavoro più bruto e massacrati dalla furia assassina del governo Nazista. Francesco Nardini (giornalista)
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