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  Il Novecento ci ha lasciato eredità negative nel rapporto tra cultura e agire politico, tra idee e storia, tra pensiero e potere. Da un verso la coincidenza tra cultura e politica, l'identità del pensare e del fare, suscitata da nobili intenzioni ma causa si sciagurate attuazioni, ha prodotto le ideologie militanti, le egemonie giacobine e i regimi totalitari. Dall'altro verso la radicale divaricazione tra cultura e politica, la neutralità o la fuga della prima rispetto alla seconda, il reciproco estraniarsi, ha impoverito la politica, privandola di progetti ideali, e ha accettato la cultura, privandola di sbocchi effettuali. L'ipotesi su cui qui ci soffermiamo è all'insegna della continuità tra la cultura e l'agire politico e civile: continuità non vuol dire né identità né estraneità, ma contiguità, relazione continua, apertura incessante, pur nella reciproca autonomia delle sfere e dei livelli. In altri termini, c'é una zona estrema della cultura che confina e quasi combacia nelle sue linee di frontiera con l'agire politico e civile e viceversa. Ma i territori della cultura e i territori della politica non si esauriscono in quella zona di confine, ciascuno vive nella sua autonomia che ha tempi, modi e sensi differenti.

  Ora veniamo allo specifico riferimento alla cultura della destra. Dove può concretizzarsi la presenza e trasformarsi da mentalità culturale in esperienza reale? In che ambitosi può sostanziare la sua continuità rispetto all'agire politico? Certo, c'è un generico riferimento che può ispirare la condotta politica e l'agire pratico in ogni sua manifestazione; ma si tratta in questo caso di un retroterra discreto, che può riguardare l'ispirazione la formazione personale, o può semplicemente indicare una provenienza. Dove invece la cultura della destra può animare un progetto pubblico e alimentare una cultura civica dell'agire pratico, e nei luoghi in cui si esprime e si forma la coscienza pubblica, in cui la comunità cresce e assume consapevolezza di sé. Il riferimento specifico è ai territori della scuola e dell'educazione, dei beni artistici, culturali e storici, della comunicazione e dei suoi orientamenti pubblici.

   Per la cultura della destra si tratta di dar luogo a un grande Progetto Italia che possa valorizzare il patrimonio del paese e porlo in relazione al nostro tempo e agli italiani di oggi. Si tratta, ancora una volta, di inserirsi in una tradizione; non già solo per conservare e difendere memorie del passato, ma per rielaborare modelli, eredità e tracce nel segno del presente e dell'attesa d'avvenire. E si tratta di reinventare un modo d'essere e di sentirsi italiani che non ha bisogno di essere concepito attraverso progetti di autarchia e di esclusivismo nazionale: ma che può essere un'identità centrale intorno a cui costruire il reticolo di ulteriori cittadinanze del nostro tempo e del nostro mondo globale. Un Progetto Italia dovrebbe dunque, in primo luogo, far integrare la scuola, comunicazione pubblica e beni culturali, a livello di iniziative, di programmi ma anche di personale che dovrebbe acquisire flessibilità nel passaggio fra i settori; in secondo luogo dovrebbe destinare risorse e studiare messaggi efficaci per campagne di sensibilizzazione verso la lingua italiana, verso la storia e la tradizione civile e religiosa del nostro paese, verso ciò che di specifico produce il nostro paese nella cultura, nella moda, nella cucina, nel design ecc. ; una valorizzazione del marchio italiano ma anche della natura, coltivata nel nostro paese. Quindi un'opera di veicolazione dello stile italiano nel mondo, attraverso gli istituti di cultura, le comunità di italiani all'estero, le mille finestre del Made in Italy; poi lo sviluppo di un vasto programma di educazione civica e di cultura popolare nel paese, attraverso la scuola, liberi corsi pomeridiani per adulti, fruizione più dinamica e interattiva di musei e biblioteche, programmi televisivi e magari reti destinate in modo specifico a realizzare il progetto Italia. Promuovendo e incoraggiando anche nel cinema, nel teatro, nella musica e nell'arte queste forme di cultura popolare improntate al progetto italiano. Il fine è di generare uno spirito comunitario; ma una comunità aperta e culturalmente consapevole delle sue radici e del suo sviluppo. Si tratta naturalmente di inventare linguaggi adeguati, offerte appetibili e forme comunicative che non ricadano nella vecchia pedagogia o nell'intellettualismo oscuro, introverso e auto-referenziale, Si tratta, cioè di dare un appeal, un sapore e un piacere alla cultura popolare nazionale e locale. Dunque, un modo per sperimentare sul campo la conclamata creatività italiana, nella reinvenzione di un linguaggio efficace per esprimere in modo semplice, vivo e attraente questo patrimonio culturale.

  Del resto l'amor patrio non può essere separato da un'educazione comunitaria; in caso contrario è pura archeologia, enunciazione retorica o rispetto dei morti. Si tratta invece di dar luogo a una continuità, di effettuare una trasmissione di generazione in generazione. Ma si tratta soprattutto di elevare il senso della patria da un sentire naturale a una partecipazione culturale, ovvero uno stile, un comportamento e un patrimonio consapevole di memorie e di conoscenza. Ciascuno sia libero di non riconoscersi in questa comune cultura, di fare zapping tra i valori come tra i canali televisivi, evitando i programmi educativi. Ciascuno abbia la facoltà di non coltivare l'amor patrio, che non può essere prescritto per legge. Basta che si limiti a rispettare le leggi e le norme elementari che regolano il rapporto di cittadinanza e poi può scegliere altre opzioni; ma è giusto che la sfera pubblica indichi orientamenti comuni ed educhi i minori al senso attivo della cittadinanza, che culmina nell'amor patrio. Da adulti poi decideranno liberamente se sottrarsi o meno a questi orientamenti. Ma lasciare in particolare a un bambino la libertà di decidere significa di fatto di lasciarlo in balia delle suggestioni più forti, se non più aggressive, venute dal mercato, dal branco, dall'amico più prepotente, dalla fiction; riconoscergli libertà, in questo caso, non è atto di rispetto della sua personalità ma un modo per consegnarla ad altre influenze e sudditanze. E' giusto che oltre alla famiglia anche la comunità civile si assuma la sua responsabilità in termini di educazione. Non è vero dunque che la scuola, lo Stato, la tv, rinunciando ad educare, preservino la libertà individuale; semplicemente delegano ad altri soggetti sociali, mossi da finalità non comunitarie, il compito di orientare  e (dis)educare il minore. Non si tratta naturalmente di auspicare il monopolio pubblico della formazione civica; si tratta piuttosto di prevedere che vi sia in campo anche un canale e circuito pubblico di educazione civile e nazionale, attraverso la scuola, la tv, le biblioteche pubbliche e le istituzioni. Il criterio di fondo resta la distinzione tra la sfera privata, che attiene alle libere scelte di ciascuno, e la sfera pubblica, che invece riguarda territori comuni: la prima resta prerogativa esclusiva degli individui e il suo unico limite è la libertà altrui, ovvero piena libertà di scelta o di vita purché non arrechi danno o offesa ad altri; la seconda invece è patrimonio comunitario ed è giusto che vi sia un intervento pubblico per tutelare e promuovere i beni e i valori ritenuti socialmente rilevanti e proficui.

  L'amor patrio non è solo una risorsa di un paese; può diventare anche una risorsa morale di un paese; può diventare anche una risorsa vitale, è dunque sociale, imprenditoriale ed economica di prim'ordine, se si è in grado di vivere all'altezza delle proprie tradizioni, nel solco della sua storia, e non da inquilini occasionali tra le rovine di un passato ignorato, dimenticato e sfigurato. Lo è soprattutto per un paese come l'Italia che nei beni culturali, nelle bellezze artistiche e naturali fonda la sua speciale dignità. Quel patrimonio è l'unica risorsa che la globalizzazione non può dare ne togliere all'Italia.

  Per la cultura della destra elaborare un progetto di cultura popolare, significa, da un verso passare dal populismo, istintivo e istantaneo, alla consapevolezza comunitaria, che viene da una storia e intende scriverla. Il populismo è l'emersione di una forza contingente che intende rispondere alle immediate esigenze del presente; la comunità è la sedimentazione culturale di un sentire comune, che viene da lontano è intende andare lontano. Dall'altro verso, elaborare un progetto culturale significa cancellare l'immagine rozza e incolta del centro-destra, la sua proverbiale impresentabilità culturale, che oggi resta l suo vero handicap d'immagine e di contenuto. Ma rispetto al mondo della sinistra, la cultura della destra dispone di due vantaggi non trascurabili. Innanzitutto ha una maggiore aderenza alla realtà effettuale del paese, ai suoi bisogni reali e alle sue istanze presenti, è dunque una maggiore flessibilità e disponibilità a far combaciare il progetto con l'identità italiana quale essa è, in tutta la sua varietà, e non quale dovrebbe essere in base a un teorema ideologico unilaterale e prescrittivo. Non avendo griglie ideologiche rigide e universali ma non avendo la vocazione a farsi misura per i popoli, dispone di una risorsa di maggiore incisività. Non a caso le culture della destra tendono a rifiutare l'etichetta di destra, preferendo parlare di cultura senza targhe ideologiche, e sono più propense rispetto alle culture di sinistra a riconoscere l'esistenza di culture avverse. A sinistra è invece più frequente la delegittimazione culturale dell'avversario, la persuasione che non si tratta di vera cultura ma di superstizione o delirio, comunque la convinzione che non sia propriamente cultura ciò che non somiglia al proprio modello culturale (questa è una forma di provincialismo ideologico). In secondo luogo la cultura della destra ha una maggiore capacità di esprimere il sentire popolare attraverso un linguaggio più diretto e più ricco di fascinazione, più sensibile al rito, alla liturgia e all'estetica, rispetto alla più complessa e a volte più contorta elaborazione intellettuale delle culture di sinistra, più impregnate di sociologia, teoria e dialettica. Le culture della destra sono culture che traggono origine dal Mito, è hanno un'efficacia comunicativa e popolare maggiore rispetto alle culture che traggono origine dalla Ragione. Nell'era della comunicazione visiva e televisiva, le culture della destra dovrebbero partire avvantaggiate perché navigano meglio tra le sue forme e le sue icone.

  In definitiva, un Progetto Italia, un disegno di sviluppo comunitario a partire dalla tradizione, può essere lo specifico contributo che la cultura della destra arreca al paese, traendolo dalle sue corde. E' inutile aggiungere che il discorso ruota intorno a un soggetto indefinito che è poi l'incognita essenziale; chi rappresenta di fatto la cultura della destra nell'agire politico e sociale, quali sono e dove sono gli uomini che si incaricano di realizzare il progetto italiano? Ma questa non è materia di studio, non è argomento che si risolve nell'arco di un saggio, sarebbe velleitario e astratto pensarlo; è vita quotidiana, è realtà in corso. Qui lo studioso si ritira e lascia il campo al politico. Insomma questa è un'altra storia, la storia del nostro presente e della destra italiana.

A cura di Augusto Zedda. Liberamente ispirato dal libro "La Destra oggi" di Marcello Veneziani - Laterza Editrice

 

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