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  La globalizzazione non è ne di destra ne di sinistra. Segna piuttosto la fine delle categorie topografiche, perché è rotonda come il globo e non consente partizioni sui versanti, soprattutto se politici. Il suo tratto essenziale è la crisi della sovranità politica  e territoriale a vantaggio della tecnica.

  Per gli osservatori della destra, la globalizzazione e la continuazione dell'"internazionalismo" con altri mezzi, ovvero l'utopia che si realizza attraverso il primato dell'economia e della tecnica sulla comunità e sulla tradizione. Di conseguenza la globalizzazione ha una matrice progressista e illuminista e dunque dovrebbe avere un'origine di sinistra. La destra accusa la sinistra di residue resistenze ideologiche riguardo al mercato globale. In realtà la destra e la sinistra sono entrambi usate dalla globalizzazione perché la loro competizione sulla maggiore affidabilità ed efficacia nel sostenere lo sviluppo globale le rende di fatto subalterne al progetto, e magari utilizzate secondo le opportunità contingenti. Entrambe in cerca di legittimazione, finiscono così per offrire le loro opere come guardie bianche della globalizzazione e dei suoi assetti. Anche se, temi del cosiddetto popolo di Seattle o di quelli del G8 di Genova costeggiano sensibilità, allergie, e culture in vario modo conservatrici, comunitarie e perfino antimoderne, sembra chiaro che il segno prevalente a cui è associata la loro contestazione sia a cavallo tra l'anarchia e la sinistra radicale, l'ecologismo militante e il cristianesimo pacifista e umanitario. Una miscela abbastanza simile a quella che produsse il Sessantotto.

  Quest'impronta è stata ulteriormente accentuata da quando il principale imputato, gli Stati Uniti sono guidati da Bush e nel nostro paese il nel premier è Berlusconi. L'Antiamericanismo e l'anticapitalismo sono così risorti a nuova vita, anche se il grande impulso alla globalizzazione è avvenuto proprio quando a livello planetario quasi tutte le grandi potenze erano guidate da leadership progressiste, se non addirittura provenienti dal Sessantotto.

  Ma se non sono i temi di fondo ad allontanare la cultura della destra, dagli antiglobal, allora quali sono le ragioni di ostilità? La propensione per l'ordine costituito e i suoi agenti, il suo realismo, che non ammette sogni collettivi e disordini. A parte naturalmente il rifiuto della violenza e dello sfascismo, e l'umana solidarietà con chi si trova a dover difendere l'ordine e la legalità. Tutto questo anche se la cultura della destra è critica verso i percorsi della globalizzazione.

  La destra rifiuta di considerare il popolo di Seattle o di Genova come l'umanità che si costituisce parte civile nel percorso di globalizzazione. I contestatori dei summit sono quantitativamente equivalenti ai funzionari della globalizzazione, costituiscono cioè un'infima e autoreferenziale minoranza. Non è possibile concepire il gigantesco processo della globalizzazione come una lotta tra due sparute minoranze di cui l'una all'insegna dell'aggressiva impotenza a modificare i processi planetari, altra all'insegna dell'autocratica onnipotenza a deciderli. Anche se la storia è sempre frutto di minoranze attive e volitive, ma il popolo No Global non sembra rappresentare un campione della rappresentativa dell'umanità o dei popoli che vorrebbero riscattare, ma sembra piuttosto una minoranza estrema e marginale di alcuni paesi occidentali, separata e a volte sprezzante nei confronti degli stessi popoli di appartenenza. Non s può far credere, ad esempio, che i centri sociali siano rappresentativi del popolo italiano, o che i cattoribelli siano un campione rappresentativo del comune sentire dei cattolici. L'errore degli antiglobal è identificare le grandi agenzie mondiali, le multinazionali, i poteri globali, come la forza del male, che vogliono infliggere morte e miseria ai popoli.

  Il realismo della destra insegna invece a considerare legittimi e comprensibili i disegni di espansione dei grandi gruppi economici. Non si può pretendere ad esempio che chi guida il commercio mondiale si ponga obbiettivi diversi dalla sua espansione. Chi guida un'azienda non può avere come suo fine redimere il mondo dalla fame e dalla miseria, piuttosto pensa ai fatturati. Allora il vero problema non è indicare nel capitalismo e nell'America il male da abbattere, ma far sorgere dall'altra parte, da chi rappresenta davvero gli interessi generali e i valori condivisi, chi tutela i diritti dei più deboli i più fragili. Non crociate contro i globalizzatori ma separazione dei poteri.

  Esistono fumosi rimedi, che viaggiano tra l'utopia di un mondo migliore, affidato alle pie intenzioni e alle azioni eversive, il ritorno dei vecchi apparati simbolici ed esotici della militanza. I rimedi oscillano tra l'Onu e Che Guevara. Virtuosi sermoni e azioni dimostrative oltre al progetto di un'imprecisata democrazia universale che dovrebbe scaturire da una specie di autocoscienza collettiva.

  Il vero spirito anti-global in realtà coincide oggi con l'odio verso l'America e il suo primato mondiale coltivato nell'Islam, e in molte popolose periferie del Terzo Mondo. Un avversione culturale, militare e religiosa verso la super potenza planetaria e i sui interventi nel mondo. La critica alla globalizzazione coincide con le dichiarazioni di guerra al modello occidentale americano. Una guerra che prefigura lo scontro di civiltà e il duplice conflitto tra Oriente e Occidente e tra Sud e Nord del mondo. La strage delle Torri Gemelle è stato l'atto più eclatante di questo antagonismo.

  Se è folle immaginare il conflitto come una guerra santa e un giudizio di Dio altrettanto folle pensare lo scontro tra i due mondi come il conflitto finale tra barbarie e civiltà, ovvero tra il cono di luce della libertà e della modernità contro la vasta zona d'ombra del fanatismo arcaico e religioso. Così però significa anche trascurare la varietà delle culture, delle civiltà e delle tradizioni che non si riconoscono nell'occidente e irrigidire il mondo sotto la cappa di un modello unico e di un pensiero unico. Quanto alla superiorità dell'occidente rivendicata orgogliosamente da alcuni esponenti di destra è necessario assolutamente fare alcune precisazioni. Se ci si riferisce alla civilizzazione, ovvero ai mezzi a disposizione dell'occidente, dalla libertà e dalla tecnologia, della medicina, al livello di benessere, dei diritti umani, si può anche essere d'accordo. Ma se il riferimento passa dalla civilizzazione alla civiltà  e dunque si trasferisce dai mezzi ai fini, allora tutto cambia. Perché entrano in gioco le visioni del mondo, le concezioni della vita e della morte, la saggezza e il senso del sacro. Su quel piano non ha senso stabilire primati.

  Sul piano storico e attuale non si possono invece trascurare le legittime ragioni di frustrazione che l'Occidente ha alimentato non solo col vecchio colonialismo e le deportazioni passate, ma anche con le umiliazioni recenti inferte a culture e nazioni antiche, con distruzioni, bombardamenti sulle popolazioni civili, con pesanti sanzioni che hanno ridotto alla fame e alla mancanza di medicinali interi popoli. Con scarsa equità di dirimere alcune controversie (come ad esempio l'Iraq e la questione palestinese).

  Il fanatismo non sorge solo sui sentieri del fondamentalismo religioso, ma nasce anche da ragioni storiche e politiche, da assetti violati, dignità violate, attacchi militari devastanti e indiscriminati. Spesso le ragioni di intervento occidentale e americano si sono capovolte lungo la strada. Dilaniare l'Iraq per abbattere una dittatura lasciando la popolazione decimata e il tiranno ancora in carica non ha avuto obbiettivamente un buon esito. Cosi come armare i Taliban o i Mujaeddin in Afghanistan e poi attaccare il loro fanatismo è una contraddizione. L'Italia non può appiattirsi sulla posizione statunitense, così come la destra europea non può appiattirsi sulla destra americana. Deve invece esercitare il ruolo ardito ma necessario, di ponte e crocevia tra Oriente e Ocidente, dissuadendo gli altri da colpire bersagli indiscriminati o di dichiarare guerra al mondo nel nome dell'Occidente ferito.

  La destra ha una sua visione del mondo sia strategica che politica, ma anche geoculturale. Il progetto della destra e quello di un mondo plurale nelle culture e nelle differenze, e vuole l'Europa soprattutto mediterranea e cattolica, come luogo di scambio e di rispetto tra oriente e occidente e non come angolo estremo di un Blocco Atlantico. Bisogna, in altri termini, uscire dalla tentazione di vivere i conflitti come quello scatenatosi in  Afghanistan come un referendum finale pro o contro l'America. Il mondo non può ridursi a questo dualismo che sottende l'esigenza salvifica di ridurlo a una sola dimensione, sopprimendo l'antagonista malvagio.

  Ad eccezione delle sue frange integraliste, la destra non ha ancora fatto i conti con la globalizzazione. Nella maggior parte dei casi è neutrale e comunque ostile ai contestatori in cui vede rifluire dell'anarco-comunismo. La Globalizzazione o (mondializzazione) coincide con la modernizzazione. La resistenza alla globalizzazione, sorgono oggi nel nome della natura modificata, dell'ambiente degradato, dell'uomo mercificato e nel nome delle tradizioni religiose, del sacro contro il profano. E vorrà pur dire qualcosa se la globalizzazione cresce in sintonia con il processo di scristianizzazione dell'Occidente, con la desertificazione dei valori religiosi. Il mondo che si unifica oggi non è il mondo che accoglie il messaggio universale di Dio, ma è il mondo che cresce sulla morte di Dio.

  Sul piano dei valori e del senso della vita, come giudicare questo fenomeno? All'inizio potrebbe essere una crescita delle libertà e una perdita delle identità. Meno tradizione più autonomia. Ma la globalizzazione può innescare per reazione o per volontà, un risveglio forte, anche violento delle identità. La crescita smisurata delle opportunità può produrre l'effetto di far svettare solo alcune opportunità sorrette dalla forza della comunicazione e fascinazione. Come il più mercato rischia alla fine di produrre meno mercato con la frammentazione caotica della libertà. Può produrre più conformismo, più automatismo, riflessi condizionati. Il che vuol dire meno libertà in assoluto, meno autonomia di scelta.

  In generale dal punto di vista della dignità umana  e del rispetto che si deve alla vita, il disagio che innesca la globalizzazione non è la liberazione del mercato, ma la sua sopravalutazione sul piano dell'esistenza e la sua sottomissione sul piano dell'economia. Per spiegarci meglio, male non è che siano riconosciuti i valori di mercato, male è che diventino i valori della società, che la vita sia disegnata a immagine e somiglianza, diventato la misura di tutte le cose visibili e invisibili. E' un bene che in ogni città ci sia il mercato, è un male invece se la città viene pensata dentro il mercato.

  Inoltre la globalizzazione indebolisce progressivamente proprio la libera concorrenza, la diversità di prodotti e di marche, penalizzando alla fine proprio il mercato. Il piccolo commercio che viene soffocato dal commercio mondiale, il singolo esercizio commerciale che viene soverchiato dal supermercato poi dall'ipermercato, e il marchio nazionale dal marchio internazionale. E' un fenomeno che ricorda l'economia dirigista e il socialismo reale, una forma di sovietismo applicato alla globalizzazione, dove l'ideologia non è il comunismo ma il liberismo e dove il ceto dirigente non è la nomenklatura di partito ma l'oligarchia di tecnocrati e di mega-azionisti, magari contornata da una vice-oligarchia di comunicatori, Gli ideologi della nuova era.

  Per arginare questo pericolo, l'unica strada che la destra conosce, nel quadro delle libertà, e la divisione dei poteri, l'indipendenza dei medesimi per fonte e per legittimazione. Il punto della globalizzazione e che il processo di mondializzazione si è finora accompagnato ad una perdita progressiva della sovranità nazionale e della sovranità popolare. Paradossalmente la globalizzazione raggiunge popoli e paesi restii alla libertà e alla democrazia e magari li converte o quanto meno li sollecita a ibride forme di democrazia. Ma così come avviene per il mercato la democrazia si restringe man mano che dilaga la globalizzazione.

  No pochi osservatori ritengono che la globalizzazione sia il nome d'arte dell'americanizzazione. Gli Stati Uniti diventano di fatto gli arbitri dell'economia, della finanza e del commercio mondiale, ma anche i decisori dell'opportunità o meno degli interventi militari,delle ingerenze giudiziarie e via dicendo. E poi lo stato di guerra o l'emergenza sicurezza e anti-terrorismo giustificano restrizioni di libertà di sovranità e di autonomia.

  Di fronte a questo scenario, una cultura di destra ha due tipi di risposte concrete e non remissive, dettate dal realismo e non dal fatalismo: da una parte difendere e valorizzare le sovranità politiche, nazionali e popolari e dunque gli stessi Stati tradizionali che con tutti i difetti e le carenze, restano allo stato attuale gli unici contrappesi al fenomeno globalizzazione. Gli unici soggetti forti in grado di rappresentare gli interessi generali e i valori condivisi di un popolo.

  Inoltre nessun fatalismo può indurci a dire che alla globalizzazzione dell'economia e della tecnica debba corrispondere la globalizzazione della cultura. E' certo auspicabile che ci sia un minimo di terreno comune per poter dilogare tra tutti i popoli senza ricorrere alle armi ed è augurabile che in tutto il mondo siano rispettate la vita, la dignità umana, oltre che la vita del pianeta.

 

A cura di Augusto Zedda. Liberamente ispirato dal libro "La Destra oggi" di Marcello Veneziani - Laterza Editrice

 

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