Scrivici

CRONACHE

ISOLANE

Link's
Home Page

 

Torna a: Garibaldi a Caprera

 

Il tributo dei grandi personaggi:

Bettino Craxi

Garibaldi e Caprera

Discorso commemorativo
Caprera, 2 giugno 1990


 

Cari amici, cari compagni,
questa visita annuale a Caprera ha sempre voluto essere e continua ad essere il nostro doveroso omaggio ad un grande italiano, il ricordo dell'epopea, che portò all'unità dell'Italia, la colleganza con un'antica tradizione nazionale ed internazionalista democratica e socialista. E' innanzitutto l'omaggio ad un uomo che fu ad un tempo grande e semplice, eroico e umano, umile e potente, passionale e concreto; e che nella sua vita seppe vincere e perdere con la stessa grandiosità d'animo.
Giuseppe Garibaldi ebbe ammirazione ed onori di qua e di là dell'Oceano. In Italia anche se lo ricordano più monumenti di qualsiasi altro personaggio della nostra storia, la sua figura e la sua personalità restano ancora per tanta parte assai poco conosciute. Poco conosciuta è la sua fede socialista e la sua opera di pioniere del movimento socialista in Italia. Poco conosciuto è il suo ruolo e la sua influenza internazionale ed il suo prestigio in tanti Paesi dell'Europa. Poco conosciuta la sua religiosità e il suo senso religioso della vita, forse, oscurati dall'aspro anticlericalismo che egli manifestava di fronte alla reazione clericale. in mezzo a tanta agiografia e a tanta retorica ufficiale è poco conosciuta l'amarezza in cui egli concludeva la sua esistenza: "Tutt'altra Italia io sognavo nella mia vita, non questa, miserabile all'interno ed umiliata all'esterno, ed in preda ala parte peggiore dela Nazione".
Lo si può leggere nella lettera scritta a Caprera nell'80 con cui egli rifiuta di sedere in Parlamento. Nela stessa lettera scrive ancora: "Al suffragio universale, e non ai voti di pochi privilegiati, si addice il compito di mandare a rappresentarla uomini che possono e vogliono far la grandezza e la prosperità della nostra patria italiana".
L'Italia è ormai unita ma l'unità non ha portato nè la giustizia nè l'uguaglianza nè la fraternità.
Egli aveva fondato, l'anno precedente, nell'aprile del '79, la Lega della Democrazia "per la rivendicazione e l'esercizio effettivo della sovranità nazionale, per il meno aspro vivere dei diseredati dala fortuna, per la giustizia sociale, per la libertà inviolabile".
Il suo programma è imperniato innanzitutto sulla questione sociale e sulla questione istituzionale. Nelle sue dichiarazioni politiche afferma: "siamo tutti d'accordo nel riconoscere il profondo malcontento di tutta Italia, malcontento per cause economiche, politiche, morali e nell'ammettere che, per toglierlo, tutti gli interessi debbono essere rappresentati nel Governo della cosa pubblica".
I rimedi sono pertanto: "Il voto universale e l'abolizione del giuramento" " nel volere soppresse le guarentigie, tolto il culto ufficiale e indivisa la sovranità dello Stato". E' ancora: "Rimaneggiare il sistema tributario a ciò che paghi solamente e progressivamente chi ha. Rotta la centralizzazione e avviato un sistema di verace decentramento. Guarita con tutti i rimedi che ispira l'affetto e sufferisce la scienza, la gran piaga della miseria".
E ancora: "Proporzionare l'autorità del potere legislativo ed esecutivo. E per ottenere questi risultati è necessario rivedere lo Statuto, insufficiente ed inferiore ai nuovi bisogni della patria". Riforme istituzionali e sullo sfondo l'ideale repubblicano. A Loius Blanc scrive: "Salutiamo insieme, con gratitudine il nuovo astro repubblicano che appare sull'orizzonte e che renderà assai più facile la missione umanitaria. Il rimanente dell'Europa che vi ammira camminerà certamente sulla via tracciata da voi e come voi senza scosse e senza convulsioni".
Quanto alla forma della Repubblica leggiamo cosa scrive nei suoi ricordi Alberto Mario: "Più d'una volta, sapendomi discepolo di Cattaneo, il gran pensaatore lombardo, Garibaldi mi interrogò sulle dottrine di lui, del quale aveva letto le pubblicazioni politiche: Archivio Triennale, Insurrezione Lombarda, Note intorno alla cessione di Nizza, Intorno all'esercito, ecc...io lo informai come il Cattaneo avesse allevato con nuovi studi desunti dal vero, dai fatti, dall'esperienza donde egli cavava gli ideali, le ultime generazioni lombarde, le generazioni virili del '48 e del '60; come egli richiamando i cultori delle dottrinne filosofiche e letterarie dagli idealismi malaticci della scuola cattolica, dalle vanità retoriche e dalle convenzioni accademiche, abbia loro chiarito la potenza organica del metodo induttiva, l'efficacia della parola che rispecchia la cosa, e la bellezza nella sobrietà dell'ornamento greco. Ma, come mai, mi disse il Generale, un tant'uomo è federalista e sì fieramente avverso all'unità per la quale combattiamo?
E' unitario, Generale, in quanto vuole in mano del Governo nazionale tutti gli interessi generali; è federalista in quanto vuole in mano dei Governi regionali tutti gli interessi regionali, locali, particolari.
Allora - egli rispose - non possiamo che trovarci d'accordo".
Sembra di leggere un programma più che mai attuale: autonomia delle regioni e del loro Governo nella unità dello Stato e della Nazione.
Ma la sua vita è ormai al termine ed egli la chiuderà ripiegato sulla delusione di un grande sogno di rinnovamento democratico, di libertà e di progresso che non si è avverato.
Tra le innumerevoli biografie, libri, saggi, scritti di ogni tipo dedicati all'Eroe dei due Mondi pochi forse ricordano che c'è anche una storia della vita di Giuseppe Garibaldi scritta da Pietro Nenni, nel 1930, in Francia, ove egli era esule da ormai quattro anni. Il testo originale apparve a puntate, su alcuni giornali francesi sotto il titolo "Le liberateur en chemise rouge". Tradotto in italiano, è stato poi pubblicato nel '61 da Edizioni Avanti! e ristampato nell'82, in occasione dl centenario della morte, dalla Sugarco che ha accolto nella sua edizione le illustrazioni di Edoardo Matania già apparse, nel 1884, nel libro di Jessie White Mario "Garibaldi e i suoi tempi".
Nenni, con tratti rapidi e schietti, rende da par suo omaggio alla figura di Garibaldi. Sotto la data del 2 giugno 1882, giorno della morte, così scrive:"... Era un faro del secolo che si spegneva nella pace dell'isola mediterranea lontano dal rumore, dal fasto e dalle parate, in una cornice di grande semplicità, davanti al mare, in una solitudine che aveva permesso all'eroe di Calatafimi, di Milazzo e di Digione di constatare quanto la realtà sia sempre lontana dall'ideale".
Nenni è l'aredente repubblicano di sempre, difensore intransigente di una pregiudiziale anti-monarchica che aprirà la strada alla vittoria repubblicana del 2 giugno '46. Nel '30, quando scrive la storia di Garibaldi, Nenni brucia ancora del tradimento della monarchia che ha spalancato le porte al fascismo; ma con obiettività, quando deve spiegare il conflitto di Garibaldi con Mazzini che - scrive - "con la sua immaginazione il poeta si era creato nel cuore il mito di una Terza Italia, terra di eroi e di martiri, di cospiratori e di soldati, di riformatori religiosi, politici e sociali" cita una lettera di Garibaldi, datata 1850. "Vorrei solo che le lezioni del passato ci servissero a qualche cosa; e che ci contentassimo del piano terreno, quando è impossibile raggiungere il piano superiore...e non volere a forza realizzare le profezie nostre anche a discapito dell'infelicissima nostra patria".
Ho accennato alle illustrazioni di Edoardo Matania, disegnate ad appena due anni dalla sua morte. Esse segnano passo passo le imprese e le vicende di Garibaldi, dal suo incontro con Anita al suo ritorno in patria a bordo della "Speranza", le gesta della Repubblica Romana, la fuga verso Ravenna, le battaglie di Varese e San Fermo, l'entrata a Como, l'imbarco dei Mille a Quarto, gli scontri di Calatafimi e di Milazzo, la vittoria sul Volturno e l'incontro di Teano, l'Aspromonte, Caprera, il grande quadro finale della morte: l'eroe è abbandonato sul letto, gli sono intorno i familiari; libri, ormai inutili, sono a terra; dalla grande finestra si vede la costa e il mare.
L'iconografia garibaldina non abbandona mai l'umanità del personaggio. Quando lo ritrae nelle vie di Napoli da cui ha cacciato il Borbone sembra più un apostolo benedicente che un guerriero nel momento del trionfo. Garibaldi non era solo un uomo di spada. Gli uomini del suo tempo vedevano in lui anche il leader di una nuova democrazia, l'amico del popolo, l'uomo che conosceva il lavoro e la sofferenza, che amava i suoi simili e per i loro diritti e il loro progresso si batteva con coraggio.
Il tratto umano di Garibaldi risalta nel suo particolare rapporto con Caprera. In quest'isola nel 1855 si era costruito il primo nucleo di una casa modesta, e vi aveva stabilito la sua dimora. Dopo di allora, dopo ogni impresa, Garibaldi tornerà a Caprera: lascia l'isola, compie azioni che hanno eco in tutto il mondo e accendono la fantasia popolare e poi si ritira a Caprera dove c'è la casa, la terra, le donne, i figli.
A parte i numerosi viaggi di pochi giorni, Garibaldi lascia Caprera per quattro diverse imprese. La prima volta è per partecipare alla campagna del 1859. Pur di battersi, Garibaldi ha sacrificato la barba, il poncho, la camicia rossa e veste la divisa di Generale dell'esercito dello Stato piemontese, lo stesso che nel '34 lo aveva condannato a morte con infamia per cospirazione mazziniana. Vittima delle gelosie e delle angherie dei generali piemontesi, ha semplicemente l'ordine di coprire la zona del Lago Maggiore e di tagliare la via verso Torino. Ma Garibaldi entra per primo in Lombardia, occupa Varese e dopo aver sconfitto a San Fermo forze austriache quattro volte superiori di numero entra a Bergamo e Brescia. Progetta di traversare il Lago di Garda a Salò per entrare nel Veneto e sollevarvi la popolazione. Lo fermano invece nella valtellina dove lo raggiunge la notizia dell'armistizio di Villafranca.
Da Caprera, riparte poco dopo per compiere la più straordinaria impresa della sua vita e la più straordinaria e decisiva impresa della storia del Risorgimento e della Unità d'Italia.
E' il maggio del 1860. E' l'impresa dei Mille. E' la conquista di un regno realizzata in pochi mesi attraverso un susseguirsi di vittorie tutte ottenute dalla genialità del comando militare, dall'ardimento di una volontà che superano tutte le incertezze, i ritardi, gli intrighi delle diplomazie ufficiali.
Il 26 ottobre, a Teano, Garibaldi saluta Vittorio Emanuele "Re d'Italia". Il 7 novembre entrano insieme a Napoli. Due giorni dopo Garibaldi riparte per Caprera. Ha per bagaglio un sacco di sementi; ma agli amici ha detto: "Arrivederci a Roma".
E per Roma lascerà ancora una volta l'isola.
I volontari si radunano a Palermo, in duemila sbarcano sulla costa calabra, dove si organizza la marcia verso Roma. E' il 22 agosto del 1862. Il vero nemico da battere non sono le truppe francesi che presidiano Roma ma il Governo italiano che non vuole guai con la Francia e ha inviato truppe per fermare i garibaldini. E' la pagina più nera del nostro Risorgimento: Aspromonte. La ferita di Garibaldi, la prigione subita a Varignano indignano il mondo intero. L'intera democrazia mondiale, in Inghilterra, in Francia, in America fa di Garibaldi il suo simbolo. In Italia si leva la voce del giovane Carducci: "Evviva a te magnanimo ribelle". Ma occorrerà una amnistia per schiudere a Garibaldi le porte della prigione. Di nuovo a Caprera, questa volta per un lungo periodo, quasi quattro anni.
Nell'aprile del '66, dopo la firma del trattato di alleanza con la Prussia, diretto a prendere l'Austria tra due fuochi, il Governo italiano offre a Garibaldi il comando di un corpo di volontari. Si riapre il libro dei cattivi sentimenti che, i generali "regolari" nutrono verso di lui. In quell'infelice guerra, che vide le sconfitte di La Marmora a Custoza e dell'ammiraglio Persano a Lissa, l'unica stella italiana che brilla è quella di Garibaldi. Ferito a Monte Suello, continua l'azione e il 21 luglio sconfigge gli austriaci a Bezzecca. Cinque giorni dopo l'armistizio, ai garibaldini giunge l'ordine di ritirarsi dal Tirolo ormai libero. "Obbedisco" fu la laconica risposta divenuta strafamosa.
La partenza da Caprera, l'anno seguente, è una vera e propria fuga. Impaurito dalla preparazione di una nuova iniziativa armata per liberare Roma, il Governo italiano ha fatto arrestare Garibaldi, il 23 settembre a Sinalunga.
Poi cerca di ottenerne la promessa di non lasciare Caprera. Infine, sotto la pressione popolare, lo libera senza condizioni, ma fa sorvegliare giorno e notte l'isola della flotta. Garibaldi fugge nottetempo su una fragile barchetta, supera il blocco delle navi italiane che circondano Caprera, sbarca in Sardegna, poi in Toscana, il 23 ottobre è a Passo Corese con i suoi volontari. Vince a Monterotondo contro i francesi, occupa Velletri. Ma la città non insorge nonostante il sacrificio dei fratelli Cairoli. Ha contro le truppe pontificie, quelle francesi, quelle italiane; è in dissidio con Mazzini, che pone le esigenze della rivoluzione al di sopra di quelle militari. Costretto ad accettare a Mentana, una battaglia che non voleva perdere solo quando arrivano i rinforzi francesi con i nuovi ficili, gli "chassepots" che, come si legge nel rapporto della spedizione francese, hanno fatto "des mèrveilles", si arrende alle truppe italiane.
Nuova prigionia, nuova liberazione, ennesimo ritorno a Caprera. Questa volta, "ferito al cuore", come scrisse in una lettera a Edgard Quinet.
Era la fine di novembre del '67. Lascerà Caprera solo tre anni dopo per accorrere in Francia a vendicare Mentana sui campi di Digione, in difesa della Repubblica, contro le truppe prussiane.
ancora vincitore, ancora deluso. Dopo l'armistizio era stato eletto deputato all'assemblea di Bordeaux dagli elettori della Senna, delle Alpi Marittime, della Costa d'Oro e dell'Algeria. Ma l'assemblea, a maggioranza, non ne convalidò l'elezione suscitando le proteste e le dimissioni da deputato di Victor Hugo. Ritorna ancora a Caprera confrortato dalla sua casa, dalla sua terra, dalle sue donne, dai suoi figli.
Non vi saranno altre avventure militari per Garibaldi. Lo impegnerà maggiormente la questione sociale e il rafforzamento del suo legame con il socialismo.
Oggi ho ricordato alcune delle sue imprese d'armi perchè proprio quelle imprese, con in contrappunto il ritorno nella casa di Caprera, sottolineano il carattere umano, laborioso, costruttivo di questo grande patriota italiano.
Dietro l'uomo che conquista un regno e riparte senza chiedere nulla, che tra una guerra e l'altra dissoda la terra, pianta alberi, si occupa della casa e della famiglia, ama ed educa i figli non appare una figura retorica ma il modello di un uomo che ben conosciamo. L'homo faber, il costruttore del prpgresso umano e della sua civiltà, l'immenso formicaio dove ognuno reca il suo apporto ad un lavoro comune e ad un edificio che è di tutti. L'uomo che sente la necessità di avere radici, che avverte la sacralità della vita e ne rispetta le leggi: qualunque sia la sua avventura umana, qualunque sia il suo destino.
Anche sotto questo aspetto la figura e la vita di Giuseppe Garibaldi sono cariche di insegnamenti per chi vive nelle nostre società e nel nostro tempo, ancora oggi, per chi si trova di fronte al dovere e alla responsabilità di conciliare le straordinarie conquiste e possibilità della scienza con le esigenze di pace, di solidarietà e di progresso diffuse ovunque nel nostro Paese, in Europa e nel mondo.

 

 

Torna a: Garibaldi a Caprera

 

Home Page