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Garibaldi agricoltore Questi testi sono parzialmente tratti dal libro "Garibaldi a Caprera per l'ingegnere Eugenio Canevazzi" . Stampato a Bologna Presso la Tipografia del Giornale d'Agricoltura del Regno d'Italia detta degli Agrofili Italiani nel 1866. Revisione e rielaborazione a cura di Augusto Zedda
All'illustre Generale Giuseppe Garibaldi Generale! Visitai Caprera, ospitato da voi. La conobbi che sui campi di Cerere, Voi siete pur sempre il GARIBALDI dei campi di Marte. Voi permetteste che facessi sapute le vostre gesta agronomiche. Graditele in questo scritto. Sol mi duole che la povera mia parola non possa elevarsi all'altezza di tale soggetto. Bologna, 6 giugno 1866
Notizie topografiche, geologiche e di storia naturale Dissodamento dei greti e delle macchie Descrizione dei fabbricati ed adiacenze
Nel 1855 un viaggiatore di statura mezzana e ben tarchiato della persona, mosso da amor di caccia e da curiosità approdava ad un'isola del mar Tirreno. Aveva maestoso, ma non grave il passo, spaziosa e prominente la fronte, nobile e accostevole anche nella severità l'espressione della sua faccia abbronzita, vivace lo sguardo, lunghi e di un biondo assai caldo i capelli, malgrado la canizie incipiente. Portava calzoni larghi, abito chiuso fino alle radici del collo, cappello a larghe falde, armi, tasche e tracolla da cacciatore. L'isola incolta, quasi deserta, era ingombra di massi granitici e pressoché sconosciuta, essendone perfino dimenticato il segno ed il nome nella maggior parte delle carte e dei dizionari geografici. Ma il cielo ridente,il clima dolcissimo il luogo tranquillo e solitario, assai confacente alle disposizioni d'animo del cacciatore, produssero in lui un'impressione soave e profonda e un'attrattiva possente sì da deciderlo ad acquistare una parte dell'isola per fissa dimora. Ritornato al paese nativo, che allora era terra italiana (e che pur sempre sarà malgrado la straniera dominazione), fece immantinente costruire una casa di legno, ed erettala nella migliore posizione dell'isola, vi si recò ad abitare colla figlia. Garibaldi era il cacciatore, Caprera l'Isola. Garibaldi dopo avere in quel modo che tutti sanno, combattuto a Roma contro i difensori del Papa; dopo la meravigliosa marcia verso Toscana e l'ardito tentativo di penetrare a Venezia, che allora forte continuava a resistere al poderoso esercito austriaco, che da 14 mesi la bloccava; dopo avere accolto l'ultimo sospiro dell'amatissima sua Anita in una capanna presso Ravenna, e data segreta sepoltura all'adorata salma, ridotto a patti l'esercito piemontese a Novara, ristaurato dai francesi il prete a Roma, soggiogata la generosa Venezia, invasa la Penisola dalle Alpi alla Sicilia dai soldati austriaci e borboniani, i nemici politici e letterati d'Italia a grado loro potevano, con tono di trionfo e con insultante compassione, affermare che l'Italia era proprio la terra dei morti. Garibaldi allontanatosi, e dopo essere stato a Nizza per abbracciare la più che settuagenaria madre ed i figli, si diresse a Tunisi. Colà il Bey gli vietò discendere a terra, e il divieto fu consigliato, anzi si disse ordinato, dal console di Francia. Ricondotto in Sardegna sbarcò alla Maddalena, e dopo poco venne trasportato a Gibilterra; ma rifiutato dal console spagnolo, fu portato a Tangeri, e vi stette sei mesi, ospitato in casa del console generale Carpanetti. Trovato finalmente asilo in America, coadiuvava chi gli dava ricovero, lavorando modestamente in una manifattura di candele. Passato a Lima ebbe un da un negoziante genovese il comando di una nave, colla quale fece viaggi nella Cina. Ma non potendo resistere al desiderio di vivere in suolo italiano, presentendo forse non lontano il momento di nuovamente adoperarsi per la Patria, ritornò alla Maddalena di dove passò alla vicina Caprera. Per l'uomo d'azione però la solitudine non poteva essere riposo; e se non gli era dato concepir piani di guerra e imbrandire la spada per difesa degli oppressi e della giustizia, la sua mente ed il suo braccio altre occupazioni dovevano cercare, e queste solo l'agricoltura poteva offrirgliele. E il piano di coltivar Caprera non poteva sorgere che nella mente di un uomo come Garibaldi. Non terreni arativi, non prati, non vigneti, non orti, non piante produttive, non una coltivazione insomma nella quale altro non occorresse che fendere il solco e seminare per raccogliere. No: tutto questo non avrebbe potuto fermare l'attenzione di Garibaldi. Difficoltà di suolo, difficoltà di clima, mancanza di fabbricati, di concimi, di terreno, di tutti insomma gli elementi della coltivazione: ciò è quanto occorreva a Garibaldi; e ciò ritrovava in Caprera, nella quale per coltivare non bisognava solamente migliorare, ma occorreva invece conquistare, trasformare, creare. Due maniere per altro ci sono per coltivare: con l'arte e colla scienza; due specie di coltivatori: l'agricoltore e l'agronomo. E' inutile dire che Garibaldi voleva coltivare scientificamente, che vuol dire largamente, coraggiosamente: voleva essere agronomo. e fornito com'è di grande ingegno, e sapeva che la scienza non è retaggio naturale di nessuno, nemmeno del genio, e che la scienza agronomica, come qualunque altra, non si acquista che studiando. Diede mano perciò ai libri, e primo ch'ebbe il non meritato onore di essere letto da lui, fu l'Orlandini. In appresso ne scorse altri migliori, nostrani specialmente ed inglesi, e poté così fermare nella sua mente il piano di ridurre a coltivazione Caprera. Come ottenesse l'intento e quanto mi propongo di far conoscere in questo scritto. Sagace e risoluto nei campi della scienza e del lavoro, come in quelli delle battaglie, il suo grande e forte carattere si rivelò non meno negli uni che negli altri; onde che nel superare tutti gli ostacoli, nel combattere e vincere la ribelle natura della sabbia e della roccia, fu altrettanto Garibaldi come nel combattere e vincere le squadre dei nemici della libertà: fu veramente, come s'è detto un agronomo conquistatore. Notizie topografiche, geologiche e di storia naturale Una delle cinque catene di montagne che si elevano sulla superficie della Sardegna, è quella detta Gennargentu che è la più alta, e la più lunga. Comincia alle Bocche di Bonifacio verso quel punto, dove la base della catena è coperta dal mare; i suoi vertici formano un piccolo arcipelago di parecchi isolotti, dei quali i più importanti sono La Maddalena e Caprera, che trovasi a lato ed all'est di questa, Santo Stefano ecc. La Caprera, anticamente detta Porcaria e da Tolomeo Insula Phintonis è adiacente a alla costa settentrionale della Sardegna, contro al Golfo di Arsachena sulle bocche dalla parte di levante. L'asse maggiore dell'elisse è nella direzione di nord-sud,ed ha una lunghezza di poco meno di chilometri 9; mentre l'asse minore non misura che chilometri 3 scarsi. L'isola ha un circuito di ben 40 chilometri, compresi i seni. Un paese allora tanto fertile e popolatissimo come era allora la Sardegna, è probabile per conseguenza che gli abitanti si estendessero anche nei vicini isolotti. Nessuno storico antico o moderno, ch'io sappia, fa menzione di Caprera: che vi siano stati abitanti però ne fanno prova tre monete trovate nel preparare il terreno a frutteto dell'appezzamento di terra detto fontanuccia, che descriverò più avanti: e molto più la scoperta fatta pochi anni or sono, di cinquanta anfore o urne cinerarie nel campo denominato Tola, disposte in cinque file poco distanti fra loro, e i numero da 8 a 12 per fila. Queste avevano diverse grandezze da metri 0,75 a 1,75; alcune furono dissotterrate intere, e lo strato di terra che le copriva aveva uno spessore di 40 centimetri circa. Esse furono portate via dai visitatori di Caprera. Non è mio fine quello di occuparmi di nozioni archeologiche, per le quali d'altra parte mi riconosco profano. Osserverò solo che se Caprera anticamente fu coltivata, nei tempi moderni non se ne rivennero tracce, e convien dire che per le invasioni dei barbari ne' bassi secoli dell'impero e per le altre dolorose vicende che disertarono nell'isola maggiore agricoltura e popolazione, Caprera rimanesse totalmente deserta e dimenticata. Di tale dimenticanza per altro fu compensata ad usura dall'onore de'essere prescelta a dimora dell'Eroe di Montevideo, di Roma, di Varese, di Palermo e del Volturno: e quest'isoletta dapprima inosservata e sconosciuta, ora è fatta soggetto della più viva curiosità e del più legittimo omaggio. Il nome di Caprera è certo di arrivare alla più tarda posterità accoppiato a quello della più potente, della più meravigliosa individualità che ne' campi dell'azione abbia mai segnalato la storia. Pel verso della lunghezza Caprera è attraversata da una linea di picchi granitici, dei quali il più alto è il Tejalone detto dagli isolani della Maddalena e di Caprera Tegellone, che vedesi di prospetto all'abitazione del Generale. L'isola è divisa in due versanti, in modo che quello di levante è circa la metà di quello di ponente . Il primo, ripido assai, ed interrotto da frequenti scoscendimenti offre pochi luoghi adatti alla coltivazione, ed è infatti poco usufruttato; mentre il versante di ponente, ripido e scosceso nella parte più alta, si avvalla inferiormente, ed ha una dolce inclinazione fino al mare. Caprera è accessibile per diversi porti, il più importante dei quali è detto Stagnarello. In questo, che è il più prossimo agli edifizi padronali, staziona il Yacht del Generale e due canotti. Un fabbricato eretto alla cala del porto serve da arsenale e custodisce gli attrezzi della navigazione. Difendono il porto suddetto dalla parte di ponente due piccoli isolotti denominati Isole dei Conigli, essi pure di proprietà del Generale. Il Yacht rimane inoperoso, come il proprietario, e da qualche anno non gli ha servito che al trasporto di vino da Siniscola a Caprera, unico viaggio fatto da Garibaldi dopo la ferita al piede. La traversata da Caprera alla Maddalena è di mezz'ora circa, e La Maddalena poi dista da Livorno 22 ore, e da Porto Torres 7, a mare tranquillo. Ogni venerdì sera parte da Genova un vapore che tocca Livorno, Bastia, Maddalena (ove giunge alle 6 circa della domenica), e si dirige a Porto Torres; d'onde parte ogni martedì mattina e retrocede, per la linea solcata, a Genova. Il clima di Caprera è assai temperato, e possono vegetare in piena terra i fichi d'india, gli aranci, i limoni ecc., se non che avvi il gravissimo inconveniente che i venti di Nord-ovest disseccano e abbruciano i teneri ramicelli delle piante (eccettuate però leviti e i fichi) che ardiscono spuntare oltre i due metri d'altezza. Questo fenomeno si è osservato in molti alberi che ha tentato di piantare il Generale, il quale per avere aranci ed altri frutti delicati, ha dovuto ricorrere ai mezzi di difesa da suddetti venti; mezzi che verranno al loro posto descritti. Quest'isola è esclusivamente granitica, ed il granito e eguale a quello della parte nord-est della Sardegna, di alcune montagne della Corsica e dell'Elba, è analogo al granito detto Antico . Un suolo di tal fatta deve riuscire necessariamente arido, come sono tutti i terreni granitici: e Garibaldi ben conscio di ciò, è molto tempo che vagheggiava l'idea di avere un pozzo trivellato, che desse acqua zampillante, e che oltre al servir d'ornamento, sopperisse alla mancanza delle piogge, le quali scarseggiano assaissimo, specialmente in primavera ed in estate, ossia nelle stagioni in cui riuscirebbero più proficue alla vegetazione. Interpellato io da un amico di lui (L'On. Ing. Cadolini, Deputato al Parlamento), se conosciuta la probabilità dell'esito di un trivellamento, avessi voluto praticarlo e dirigerlo, accolsi con immenso giubilo e riconoscenza la proposta, e decisi di portarmi a visitare Caprera. Per cagioni indipendenti dalla mia volontà, dovetti differire tale visita, e la eseguii solamente nel decorso mese di marzo in compagnia del mio amico Giovan Battista Bizzarri, che ha dato prove di non comune intelligenza ed operosità nella direzione dei pozzi trivellati, in diverse circostanze affidatigli, e che mi ha aiutato a raccogliere i dati che hanno servito alla compilazione di questa breve descrizione di Caprera. La mia visita però mi ha persuaso della grande difficoltà, per non dire impossibilità di avere acque zampillanti in Caprera per mezzo di un trivellamento. Eccone le ragioni. In Caprera piove poco, e la superficie del piano più alto (il Tegellone) e si limitata, che poca per conseguenza potrebbe essere ancora l'acqua assorbita dagli strati permeabili. D'altronde questi strati a Caprera non esistono, e non si hanno che deboli filtrazioni tra le fessure della roccia granitica, che mantengono l'acqua a poca profondità dalla superficie: e questa difatti si trova nei diversi pozzi escavati nell'Isola. Ciò posto, perché un pozzo trivellato potesse dare speranza di un esito felice a Caprera, converrebbe perforare fino all'incontro di uno9 strato permeabile derivante dai più alti monti della Sardegna o della Corsica. Ora questo strato, o è intercettato, (come è assai probabile) dal mare che separa le due isole suddette da Caprera, e in questo caso inutile riuscirebbe il trivellamento; oppure passa al di sotto del fondo del mare, e in questo caso essendo oltre a 60 metri la profondità fra Sardegna e Caprera, poco meno di 100 quella fra la Corsica e Caprera, ed inoltre poca la distanza fra le due isole e grande relativamente l'altezza dello strato acquifero, ne viene, che forando a Caprera si sarebbe certi di andare a grande profondità prima di raggiungere questo strato. Trattandosi pertanto di forare granito, operazione brigosa, lunga e dispendiosa, e di forarlo con una grande incertezza, per non dire improbabilità di riuscita, sembra prudente non cimentarsi all'impresa. In seguito di tale disaggregazione della roccia granitica primitiva, e in mezzo ai frantumi della medesima ridotti minutissimi dalle azioni meccaniche e chimiche dell'acqua e dell'aria, si fece luogo alla vegetazione come in tutti gli altri terreni formati sul posto, e prima che mente d'uomo pensasse a coltivare Caprera, erasi questa vestita in alcune parti di diverse piante. Tutte queste piante, ed altre erbe spontanee, vegetano lussureggianti a Caprera, ed il cisto specialmente, ed anche il lentisco vi formano foltissime e larghe macchie. Dalle radici del lentisco si trae un color rosso; e, certo Vecchi ottenne un brevetto d'invenzione che ha ceduto al Generale. La prova in piccolo è bene riuscita, ma in grande scala non fu ancora tentata. Alberi d'alto fusto non esistono, a motivo dei venti sopra menzionati; e le piante più alte che scorgonsi a Caprera sono alcuni ulivi selvatici sparsi qua e la nei burroni. In queste macchie, e in questi greti la caccia non è molto abbondante. Si trovano capre selvatiche, alcuni fagiani e pernici, oltre i minori uccelletti, come cardellini, fringuelli (che però non nidificano a Caprera), passeri ecc. . Di passaggio si hanno beccacce, beccaccini, tordi e merli. Il Generale fece mettere nell'isola parecchi conigli, ma questi si sono quasi dispersi, perché distrutti specialmente da gatti domestici, che fuggendo da casa si resero selvaggi. La pesca più abbondante: molte sono le varietà di pesci, crostacei e molluschi che rivengonsi nelle coste di Caprera. Dissodamento dei greti e delle macchie Fin dal 1300 Crescenzio lasciava scritto che "nei boschi delle Alpi si sega nel mese di maggio e di giugno tutti i ramucelli degli albori e seccansi, e poi nel mese d'agosto si incendono, quasi tanto che sono cenere: ed in que' luoghi si semina la segale, che ottimamente produce in quell'anno: e poi si riposa infino sette anni, e allora quella medesima seminagione da capo si rifà. Ma dove non sono i boschi, l'erba con le sue radici, e con poco di terra si taglia, e secca s'arde: nella cui cenere e polvere la segale poi nel detto anno si semina, e poi otto anni si riposa: e quello medesimo si rifà da capo". Questa pratica, in Italia antichissima, è conservata tuttora dagli abitanti della Maddalena, isola di natura identica a Caprera. Essi coltivano il grano nel modo che segue: In quegli spazii, nei quali il granito è più decomposto, tagliano il cisto, il lentisco e tutte le altre piante spontanee che vi trovano, e poi le abbruciano: in altri termini fanno il debbio. Poscia vi passano sopra con l'aratro, evitando le punte o i massi granitici più duri che qua e là si si riscontrano, e poi vi seminano in autunno il grano: fatto il raccolto riarano e ripetono la seminagione del grano: e lo stesso praticano ancora nell'anno successivo. Avuto il terzo raccolto lasciano la terra in riposo per altri nove o dieci anni: che tanti ne occorrono perché il cisto ed il lentisco (le due piante che più abbondano) acquistino il loro intero sviluppo, e si possano quindi con profitto nuovamente bruciare. Questa prova, per nulla dispendiosa, che riuscendo a bene produrrebbe vantaggi ai maddaleniti ed agli altri che seguono tal metodo, se non avesse a dare il risultamento che si spera, farebbe se non altro conoscere che l'abbronzimento di un velo superficiale di terreno, ossia l'azione del fuoco sulla superficie del suolo e sufficiente a riparare al consumo dei materiali fertilizzanti prodotto dal fuoco stesso, ed al disperdimento i altri, occasionato dai venti che necessariamente asportano una porzione delle ceneri dopo il debbio. Il Generale Garibaldi cominciò col metodo dei maddaleniti a coltivar Caprera. Ma egli non doveva essere i ciò soddisfatto , e riconoscendo l'imperfezione di una coltura la quale non concede che tre anni di raccolto in un periodo di 12, si propose non solamente di migliorarla, ma di cambiarla affatto, e di avere campi che dessero un prodotto costante senza interruzione di maggese. Ad ottenere ciò molti ostacoli bisognava superare; ma appunto di questi andava in traccia Garibaldi. Dopo l'abbruciamento degli sterpi, egli non si contentò di una leggera graffiatura al terreno: coll'uso di zappe alla genovese, e di marre e di picconi ottenne un dissodamento di circa 60 centimetri. I massi duri che sporgevano qua e là, come s'è detto, e che erano ribelli alla marra. li faceva saltare colle mine: i frantumi più piccoli sminuzzava, e i più grossi trasportava fuori dal campo, servendosene per cingerlo di un muro a secco a difesa del bestiame pascolante nelle macchie. Di tali muri egli ne ha fatti parecchi colle proprie mani. Ciò per altro non bastava per assicurarsi prodotti annui senza interruzioni di maggesi. Le spoglie delle piante abbruciate sono ben poca cosa in un terreno formato sul posto dalla decomposizione naturale ed artificiale delle rocce: e non è già per ignoranza che gli isolani della Maddalena lasciano a maggese per nove o dieci anni gli appezzamenti sui quali raccolsero frumento per tre anni dopo il debbio: ma perché l'esperienza li ha ammaestrati che un tale periodo di tre anni è sufficiente ad esaurire i principi nutritivi somministrati dal debbio. Se questo non fosse, o avessero concime non perderebbero nove su dodici anni di prodotto. Queste considerazioni occorse alla mente di Garibaldi, ed il concetto di trar profitto dal pascolo naturale e spontaneo nell'isola, fecergli conoscerle la necessità di tenere mandrie di bestie grosse e minute, le quali, oltre all'utile in burro, cacio, ecc., somministrassero concime, ossia il mezzo di mantenere a stabile coltivazione i campi dissodati. Fermato questo principio, bisognava non solo provvedere il bestiame, ma pensare al modo di ricoverarlo, di mantenerlo vegeto e sano, e di aumentarlo di mano in mano che fosse cresciuta l'estensione dei terreni lavorativi. A tutto pensò Garibaldi; ed io lo seguirò nella sua opera paziente, ardita ed intelligente.
Descrizione dei fabbricati ed adiacenze Appena stabilitosi in Caprera come s'è detto, nella casa di legno fabbricata a Nizza, Garibaldi pensò a diè mano alla costruzione di diversi fabbricati ultimati in tempi diversi. Uno è il fabbricato dove abita il Generale colla propria famiglia e che serve ad alloggiare gli amici, ed anche i curiosi che recansi a visitarlo. Esso è a un solo piano, ed ha nel mezzo una scala a chiocciola per la quale si ascende alla terrazza superiore. Il Generale dorme nella stanza in angolo Sud-Est: l'altra, in angolo Nord-Est è camera da pranzo: fra queste due vi è una loggetta che da accesso alla scala suddetta, alla cucina, al rimanente del fabbricato abitato dalla famiglia e dai visitatori. Vi è una casa in ferro venuta dall'Inghilterra, che serve per abitazione. La stalla per le bestie vaccine e per i cavalli, lunga oltre 24 metri, e larga presso a sette con soprastante fienile. Si noti però che il Generale ora ha solamente la cavalla che montò dopo lo sbarco a Marsala, e che gli servì per tutta quella campagna. E' una cavalla di razza siciliana, che ha partorito a Caprera due puledri, figli del cavallo arabo, che non è guarì ha venduto. Siccome in Caprera, come si è notato, non sarebbe possibile una stabile coltivazione senza abbondante e buon concime, così il Generale Garibaldi mettendo in atto una pratica (da molti agronomi pur troppo trascurata) tendente a impedire il più che è possibile la dispersione de' principii nitritivi del letame, ha fatto una concimaia attigua al lato di settentrione della stalla, cingendola di muro, e coprendola con tetto di tegole. Vi è un magazzino ove si conservano gli istrumenti rurali; la colombaia, il pollaio, un portichetto per mettervi a coperto la macchina a vapore destinata a muovere il mulino quando il vento non agisce. E' questa una locomobile della forza di quattro cavalli, fabbricata a Treviso, e un forno per gli usi domestici. Questi tre piccoli edifizi sono basati in un uno scogliuzzo superiormente appianato. Vi è inoltre, un boschetto di acacie, a levante di esso un orto, difeso per tre lati da muri a secco ed a settentrione da quattro file di giovani cipressi in prossimità della vigna. In mezzo a quest'orto fu escavato un pozzo sopra il quale venne collocata una tromba che serve all'irrigazione delle varie piante ortive. Sparse irregolarmente nell'orto vi sono piante di fichi, mandorli, peschi, fichi d'india ecc. Altri tre piccoli spazi di terreno sono coltivati a piante ortive. Per irrigarli si fa uso di un innaffiatoio sopra un carretto. Vi è un albero, formato da due antenne collegate insieme, fu questo un delicato pensiero del Duca di Schutterland, il quale riflettè che egli non era il solo ammiratore di Garibaldi, e che mole navi avrebbero in passando salutato il Solitario di Caprera. L'albero serve per issarci la bandiera a risposta del saluto delle navi; e il bravo inglese volle assistere, aiutare e incoraggiare coll'opera propria i lavoranti nella collocazione dell'albero medesimo. Vi è anche un mulino a vento che per la sua forma particolare merita di essere descritto. L'asse della ruota è collocato nella direzione Nord-Sud, nella quale il Generale ha osservato che a Caprera non spirano quasi mai venti; di9 modo che qualunque direzione abbiano gli altri venti. battono più o meno verticalmente le pale della ruota, che sono di legno, e la costringono per ciò a muoversi. Con questo motore, or ora ultimato, e dal quale il Generale spera buon effetto, dev'essere messa in moto una macina del diametro di cent. 36, colla quale si possono macinare dai 15 ai 20 chilogrammi di grano l'ora. In questo modo si può avere il grano macinato pei bisogni degli abitanti di Caprera, ossia per la famiglia del Generale, del colono e di due pastori, senza l'incomodo e la spesa di mandarli altrove. All'angolo Sud-Ovest del terrazzino comincia una strada rotabile che discende fino al porto detto Scapecchio. Per costruirla e renderla e renderla atta al comodo trasporto dei prodotti rurali, e senza pendenze troppo risentite, convenne minare i sassi granitici, trasportarli altrove, e rialzare dove occorreva, i luoghi depressi. Percorrendo questa strada, a mezzo pendio circa, riscontransi in prossimità della stessa e dal lato sinistro due casette in muramento coperte di tegole: al Sud di queste vedesi una capanna pastorizia che sta per essere ridotta ad abitazione e coperta come le altre. I suddetti tre fabbricati sono ai vertici di un triangolo pressoché equilatero, e del lato di circa 35 40 metri, e servono per l'abitazione della famiglia colonica, composta di dieci persone che lavora a mezzeria tutte le terre coltivate dal Generale, meno alcune porzioni. Intorno e fra queste tre casette, vi sono quattro orticelli cinti da macerie, (costrutte in gran parte dal Generale coi pezzi di macigno che ne ingombravano la superficie) per uso della famiglia colonica. Una di queste casucce fu fabbricata da Madama Collins che vi ha abitato prima di vendere al Generale la porzione dell'isola che essa possedeva: le altre erano due capanne. Dall'altra parte della strada, in faccia all'inferiore delle tre casette avvi un parco cinto dal solito muro a secco, e nel lato settentrionale di questo è costruito un ovile in mattoni: quest'ovile colla circostante corte, vien detto colà Compolo. Discendendo per la descritta strada, a non molta distanza dalle tre casucce s'incontra un campo denominato Tola. Partendo dal mulino a vento e salendo verso levante, a 500 metri circa trovasi una casetta con annesso un piccolo orto e una vigna con frutti. Il tutto di un mezzo ettaro circa. Nell'orto è una fonte perenne di acqua eccellente. A poca distanza evvi pure un'altra vigna di 50 are circa. Tanto l'una quanto l'altra di queste vigne son formate e mantenute come le più grandi che descriverò or ora. Distante circa tre chilometri dai Fabbricati, e presso al porto detto Stagnale, avvi un'orto di circa 20 are con case e caprile: il tutto pure denominato Stagnale. Finalmente presso il lato settentrionale dell'abitazione del Generale ha origine un'altra strada rotabile tracciata da lui, la quale lambe a ponente l'appezzamento detto Fontanaccia, e conduce al porto chiamato Stagnarello, presso al quale è il fabbricato che superiormente si disse servire ad uso arsenale.
Diverse essendo, come s''è detto, le varietà di granito che s'incontrano a Caprera, avviene che in alcuni luoghi la roccia sia solidissima e durissima, mentre in altri è assolutamente decomposta ne' suoi elementi: e di frequente riscontrasi grossi massi in mezzo a parti disaggregate e sciolte in arena minuta. Sono quest'ultime porzioni cui il Generale ha rivolto la sua attenzione, e che va mano mano riducendo a coltivazione stabile. L'appezzamento più importante, e nel quale più variata è la coltivazione, è quello attiguo, ed a nord dell'orto che comprende i fabbricati. Questo appezzamento viene denominato Fontanaccia. Vi è un appezzamento a vigna posta in un piano leggermente inclinato verso levante. I filari diretti da sud a est distano due metri l'uno dall'altro, ed i pedali delle viti sono a una distanza di circa 60 centimetri. Ad ogni due di questi è piantato un palo. ed i pali sono uniti fra loro per mezzo di canne collocate traversalmente a due ordini di altezza. Fra la vigna sono piantati irregolarmente alcuni frutti di diverse specie, ma particolarmente olivi e fichi. A settentrione della vigna trovasi un prato artificiale a erba medica diviso da un viottolo in eccellente stato di vegetazione, ed a ponente del medesimo una vigna novella situata in piano inclinato verso levante, e coi filari diretti e mantenuti come nella precedente. Vi è pure un lavatoio a solatìo, alquanto rilevato dal suolo, e selciato di mattoni inverniciati. Serve per lavare il grano, ed è piantato su d'un piccolo scoglio con macchia all'intorno. A settentrione del prato, discendendo, si esce da un cancello di legno, si passa per una striscia di terreno lasciato a greto, e si entra per altro simile cancello nell'orto e frutteto fiancheggiato da uno stretto viottolo, a ponente del quale vi ha scoglio e macchia cinti dal solito muro a secco. Mandorli, peschi, meli, peri, fichi nostrali, fichi d'India, viti diverse fanno dimenticare lo scoglio che li circonda, e quello tutto simile che fu costretto ad alimentarli, e mostrano quale sia la potenza dell'uomo sulla natura, specialmente quando quest'uomo si chiami Garibaldi. Vi è un aranceto nel quale sono collocate da ben 300 piante di agrumi d'agrumi d'ogni specie. Questa pianta, delicatissima, non potrebbe nè crescere, ne fruttificare se venisse lasciata esposta ai venti di tramontana e di ponente, i quali sono, come s'è notato, micidiali alle piante che tentano innalzare le loro cime oltre i due metri dal suolo. Di questo fatto accorto il Generale, nè volendo privarsi dei frutti cotanto delicati, ha riparato ogni singola e pianta d'agrumi mediante una fitta graticciata di scope e sterpi, di forma circolare, avente apertura dalla parte sud-est. Con tale espediente si mangiano ora a Caprera eccellenti cedri, limoni e aranci di moltissime specie, senza bisogno di farli venire d'altrove. Separa l'aranceto dalla macchia un fosso. Si esce dall'aranceto stesso per un cancello di legno, si passa una striscia di greto, per altro simile al cancello e si entra in un campo che discende fino al mare, ed è ridotto a stabile coltivazione di frumento avvicendato con piante leguminose ed altre, come si dirà in seguito parlando del sistema di coltivazione. Tutto questo corpo di terreno, eccetto che dal lato di mezzogiorno col quale si unisce all'orto, è cinto da muro a secco, detto maceria, costruito con pezzi di granito, e specialmente con quelli levati dalla parte coltivata. Le macerie dell'altezza do metri 1,25 costano in mano d'opera £ 0,50 per metro lineare. I cancelli per passare da un compartimento all'altro, tanto di questo appezzamento quanto d'ogni altro coltivato nell'Isola, sono tutti di legno, compreso il saliscendo, il quale invece che nel consueto nasello di ferro, s'incastra fra due pietre granitiche scelte e collocate ad arte per fissare il saliscendi stesso. Tali cancelli economici non sono costruiti a difesa dai ladri, che ladri a Caprera non esistono malgrado la completa assenza dei Carabinieri celesti e terrestri; ma unicamente per impedire al bestiame pascolante nelle macchie di introdursi a danneggiare i campi coltivati: perciò bastava aver di mira che una spinta qualunque non li aprisse, ma che ciò fosse bisogno del lavoro della mano. Con tanta varietà di piante spontanee vegetali nelle macchie, d'alcune delle quali le api sono avidissime. Come il Ramerino, il Lentisco, la Ginestrella , il Ginestrone, ecc., e con tante altre fruttifere ortive e prative coltivate dal Generale, potevasi pensare che abbondante fosse la produzione della cera e del miele. E Garibaldi appunto pensovvi, e fece perciò costruire una tettoia sotto la quale tiene diversi alveari. In questo corpo di terra detto fontanaccia, ci sono sei pozzi, dai quali per mezzo di secchie e di mazzacavalli si estrae l'acqua per gli innaffiamenti. Questi pozzi hanno una profondità di due o tre metri, ed il loro fondo è sulla roccia granitica: l'acqua è di eccellente qualità, e filtra lentamente nei medesimi: ed ognuno di essi può somministrare circa 2 o 3 metri cubi ogni 12 ore. Quantunque siano a poca distanza l'uno dall'altro, nulla di meno le loro acque non comunicano, o almeno hanno una comunicazione così lenta che non rendesi sensibile in un giorno: per la qual cosa danno acqua sufficiente per l'irrigazione delle piante ortive e degli agrumi innaffiati a mano. Ma volendo pure irrigare senza bisogno di estrar l'acqua con le secchie o con la tromba, si potrebbero mettere in comunicazione i quattro pozzi più alti, cioè i tre nella vigna, con quello nel greto, mediante tubi o fogne sotterranee, innalzare le sponde della cisterna per risparmiare la spesa di un operaio che maneggi la tromba, od il mazzacavallo e la secchia, niuno meglio del Generale Garibaldi può giudicare. Un altro campo, nel quale Garibaldi si è manifestato veramente agronomo, è quello denominato Tola, che s'è accennato ritrovarsi a poca distanza dalle tre casette coloniche sopra descritte, ha un'estensione di circa ettari sei, è tutto cinto da macerie. Vi è una piccola sorgente, presso la quale si è escavata una buca per servire da abbeveratoio al bestiame pascolante nella macchia: sorgente e abbeveratoio che sono perciò lasciati al di fuori della maceria circondante il campo. In questo, sia pel continuo gemere della fonte, sia per la giacitura a irregolari pendenze, non potevano le acque trovare un felice scolo. Sistemare il campo riducendolo a pendenze uniformi e regolari per mezzo di sbanchi e trasporti di terra, era una spesa troppo forte e molto sproporzionata all'utile sperabile: tanto più che con tale operazione si sarebbe scoperto roccia granitica non mai stata esposta all'influenze atmosferiche, e quindi difficilissima ad essere sminuzzata e ridotta a terreno coltivabile. E perciò che il Generale ricorse ad altri espedienti. Pensò da prima di fare escavare un fosso esternamente ai due lati di mezzogiorno e di ponente del campo per impedire l'ingresso e la filtrazione delle acque esterne superiori; ed un altro internamente nella parte più depressa del campo che ricettasse le interne. Questa operazione però ad altro non servì che a liberarlo dalle acque palesi o scopertamente dannevoli; ma ve n'erano altre latenti, ossia che non davano sentore alla superficie, e che pure erano molto nocive. Per eliminarle il Generale ricorse alle fogne. Fece tre fosse, le riempì di pietre granitiche e le fece in modo che avessero sbocco nelle fosse scoperte o scoli. Colla fogna appiedi dell'appezzamento risanò la vigna, che è in piano dolcemente inclinato verso la stessa, ossia verso levante: colle altre due sanò il prato ed il campo arativo, che ora somministrano rigogliosi prodotti, i quali destano ammirazione in chi li osserva, soddisfazione in chi seppe procurarseli. Non è con questo che Garibaldi abbia sconosciuto i pregi, ed abbia inteso disprezzare la pratica inglese della fognatura con doccioni o con tegole: egli si è servito del metodo italiano perché in Caprera, per la comodità delle pietre granitiche e infinitamente meno dispendioso, ed egualmente, per no dire più duraturo dell'altro. Nella parte arativa si alternano in parte col frumento piante ortive e cucurbitacee, le quali possono essere innaffiate coll'acqua del pozzo. Ha questo una profondità di tre metri circa, e dà un acqua zampillante a 50 centimetri sopra il suolo, in quantità di circa tre mila litri in 12 ore. Per utilizzarla con maggiore sollecitudine, si estrae mediante secchie innalzate da mazzacavallo, e la superflua scola nella fogna. A settentrione di questo appezzamento ed a brevissima distanza avvi un altro corpo di terreno ridotto a stabile coltivazione che va sino al mare, e che porta pure lo stesso nome di Tola, come il precedente. Esso è coltivato a metà a frumento ed s piante marzuole, e metà a prato artificiale di erba medica. Questa per altro e rigogliosissima in alcune posizioni, in altre stremenzita, o perduta, ed ha bisogno di essere rinnovata. Ne sarebbe forse cagione in non aver lasciato bastantemente purgare il terreno, assoggettandolo a due o tre profonde lavorazioni, come, generalmente parlando, richiede la medica? Questo campo che ha un'estensione di circa sei ettari, e come gli altri circondato da maceria, in parte ultimata ed in parte in costruzione: ed una maceria pure divide in direzione da Est a Ovest la parte arativa della prativa, che è la inferiore che lambe il mare. I campi coltivati ora descritti, non che gli orti e le piccole vigne adiacenti ai fabbricati, formano tutto il terreno attualmente ridotto a coltivazione stabile in Caprera. Altri appezzamenti scelti or qua or là, dove il suolo più si presta per giacitura e per la decomposizione più inoltrata della roccia, si seminano a grano dopo il debbio, e saranno essi pure dissodati stabilmente di mano in mano che potrassi avere un proporzionato aumento di letami e di concimi.
L'aumento dei letami non può ottenersi che col progressivo aumento delle mandrie di bestie grosse e minute, e specialmente delle prime; Garibaldi che è ben persuaso essere questo il cardine principale di tutta l'agricoltura di Capera, vi concentra tutta la sua attenzione e le sue cure. Oltre la famiglia colonica che lavora i terreni coltivati, vi sono due pastori a Caprera per l'allevamento e custodia di bestiame vaccino, pecorino e caprino, ai quali il generale somministra l'abitazione con intorno un piccolo orto per i bisogni della vita. Tanto il colono, quanto i pastori ricevono il bestiame da lui, facendo un contratto di soccida a capo salvo, vale a dire prendendo in consegna un numero determinato di animali, coll'obbligo di sostituire coi nati quelli che morissero, e col diritto di vendere a metà i superflui, e tutti i prodotti. Gli animali vaccini che trovansi a Caprera sono in numero 150 circa, ed il bestiame minuto, cioè il pecorino e caprino ascende a un 400, senza calcolare le capre selvatiche liberamente vaganti. Questi animali vivono al pascolo naturale nella macchia, e le vaccine si mandano ancora nelle stoppie dopo levato il grano. Il fieno dei prati artificiali formati dal Generale serve pei bovi e per le vaccine, quando la stagione, o il parto, non permette di mandarle al pascolo. Per lettiera si adopera la paglia di grano, ed alcune erbe ed arbusti di macchia, e principalmente l'asfodillo ed il lentisco. Gravissimo pericolo per altro corrono le bestie che pascolano nelle macchie di Caprera. Fra le piante spontanee che vi abbondano s'è detto in principio esserci la ferola. Di queste piante sono ghiottissime le vaccine, la sentono di lontano all'odore, e non curando ostacoli per linea retta corrono a cibarsene: ma nel gradito cibo incontrano il veleno, la morte. E' questo uno dei pochi casi nei quali la natura inganna nel loro istinto gli animali che diconsi irragionevoli. Tale inganno poteva riuscire fatale, e difatti in un anno solo il Generale ebbe a perdere 16 vacche; bisognava quindi trovare a qualunque costo un rimedio. Si osservò che la ferola non è egualmente dannevole al bestiame in tutte le stagioni: arreca morte se viene mangiata dopo la metà di maggio, ossia quando è giunta a un certo grado di maturità; è innocua se è mangiata prima, ossia quando è ancor tenera. In seguito di questa osservazione si è introdotto il costume di strappare la ferola in aprile (operazione che colà dicesi sferulare) lasciandola sul posto, senza tema così che le bestie, mangiandola anche dopo del tempo, possano venire danneggiate. Le macchie e i greti ne' quali si è praticata tale operazione diconsi luoghi sferulati. Per quanta cura per altro si metta a sferulare, l'isola è grande ed è impossibile che non isfugga qualche luogo in cui la ferola rimanga: e se questi luoghi restano all'uomo inosservati, si è ben sicuri che l'istinto traditore conduce le bestie a inghiottire la pianta micidiale. In questo caso pure l'esperienza ha suggerito un rimedio. Si notò che nei campi coltivati la ferola si perde; e s'ebbe parimenti a fare altra curiosa osservazione: cioè, che se le bestie mangiano stoppia frammista a ferola, non soffrono menomamente, ancorché questa sia adulta e dopo il maggio. Di qui il metodo di curare le bestie che si cibarono di ferola adulta con orzo, grano e paglia: metodo che in molti casi ha dato buon risultamento, quando specialmente siasi potuto usare sollecitudine a metterlo in opera. Le vacche sono piccole di statura, e per lo più di razza indigena delle isole circonvicine. I bovi sono pure di statura piuttosto bassa; e ciò si osserva in tutti i terreni granitici, come hanno notato gia gli scrittori agronomici, ripetendo quanto aveva detto Bosc, di avere cioè visitato per tutti i versi la maggior parte delle montagne granitiche della Francia, e di averci dappertutto trovato bestiame piccolo, ma di eccellente qualità, come cavalli vivaci e fini nel Limosino, bovi ardenti al lavoro nell'Alvernia, montoni di carne saporita nelle Ardenne. Alcuni vitelli di Caprera si vendono di latte pel macello: ma per lo più si allevano fino all'età di 2 a 3 anni, e si vendono a qualche capitano di bastimento che viene a caricarli, e li paga in ragione di 50 a 60 lire l'uno. Le pecore pure sono di razza indigena della Sardegna per la maggior parte. Il Generale aveva introdotto dei montoni merini in Caprera, ma questi ben presto morirono, non senza però aver lasciato qualche allievo d'incrociamento, coi quali si è un poco migliorata la razza. La morte dei merini è dovuta di certo alla ferola, la quale non può essere sopportata dai medesimi nemmeno in piccolissima quantità, perché non avvezzi a mangiarla; mentre alle bestie indigene la stessa quantità può essere innocua in grazia dell'abitudine. L'introito di una capra è superiore quanto a quello di una pecora, e lo diventa poi tanto di più se si ha riguardo alla mortalità prodotta dalla ferola, assai meno nociva alle prime che alle seconde, delle quali ogni anno ne muore sempre un certo numero, malgrado la diligenza dello sferulare. Gli agnelli che voglionsi slattare si trasportano negli Isolotti dei Conigli, all'ovest del Porto Stagnarello.
Il Generale Garibaldi che nel dedicarsi all'Agricoltura nella solitudine di Caprera non ha inteso di seguire precetti empirici, bene spesso fallaci, non soddisfacenti che alle menti deboli, ma bensì di adottare metodi di coltivazione razionali, basati sull'osservazione,sulla scienza e sull'esperienza, consultando scritti agronomici, si è facilmente e ben presto persuaso che i paesi non devono adattarsi all'agricoltura, ma questa a quelli, e che l'industria umana può supplire in gran parte alla deficienza degli altri capitali riproduttori del coltivatore. Per conseguenza suo primo pensiero fu quello di studiare principii più utilmente applicabili all'agricoltura in genere, poi quelli specialmente adattabili a Caprera. Per ciò non solo attribuisce una grande importanza alla formazione di letame, percipuo mezzo col quale possonsi migliorare i terreni granitici, e non solo richiede dai coloni le massime cure nel prepararlo: ma essendo convinto essere sempre proficuo concentrare concentrare il più che si può la coltivazione, si è proposto di seguire questo principio, anziché disseminare i letami sopra sproporzionate estensioni, che se ne annullano quasi interamente gli effetti. Ma la sua mente è andata anche più oltre. Il concime di stalla se può influire sull'abbondanza dei raccolti, non è però sufficiente a somministrare il terreno in dose sensibile quei principi nei quali difetta. Nel parlare della natura del terreno di Caprera si è accennato mancare in esso i carbonati di calce, di magnesia ecc. e questo è un difetto comune a tutti i terreni granitici formati sul posto, i quali scapitano rispetto alla produzione al confronto dei terreni calcari. Gli agronomi che fecero osservazioni in proposito, notarono la grande differenza che passa fra i suoli delle montagne granitiche e quelli delle montagne calcaree, e le differenti influenze che i medesimi esercitano sulla vegetazione. Il suolo calcare non solamente ha prevalenza sul granitico per la varietà delle piante che alimenta, ma ancora per lo stato di vigore e di prosperità della stessa pianta in amendue allevata. <Allorché, scrive T. H. de Saussure, ho diretta la mia attenzione su le virtù nutritive dei vegetali calcari, e dei vegetali granitici, ho veduto che gli animali che si nutriscono nei terreni granitici erano più piccoli, più magri, e somministravano meno latte che quelli che si nutrivano sui terreni calcari, quantunque i vegetali cresciuti sui due suoli erano gli stessi; e che la quantità di questi vegetali somministrati agli animali che ne' due casi fossero identiche. Ho veduto che il latte delle mandrie pasciute nelle montagne granitiche, era meno carico di parti butirrose e caseose che quello delle montagne calcari.> Riconosciuta da Garibaldi la mancanza dell'elemento calcare, ne' suoi terreni, ha pensato di rimediarvi. La calce a Caprera costa tropo per poterla spargere con proporzionato vantaggio sui campi: ha quindi pensato di raccogliere e compra ossa di animali, e frantumatele, servirsene d'acconciamento. Idea eccellente che per essere attuata non che di una macchina trituratrice, e il Generale può procurarsela facilmente dalla casa Croskill che ne costruisce di tre dimensioni. Tale macchina richiede la forza di quattro cavalli, che tanta ne ha appunto la locomotiva, e può somministrare da 2 a 3 tonnellate di ossa frante al giorno. Colla polvere d'ossa il Generale potrà migliorare sensibilmente i suoi terreni di Caprera, ne' quali, per aver buon effetto, se ne possono impiegare circa 20 ettolitri per ettaro. Siccome poi egli non solo vuol fare, ma vuol far bene, così imitando la costumanza degli Inglesi, presso i quali da gran lunga è in vigore tale pratica, si propone: 1) di mescolare le ossa con terra umida, e poi di farne un ammasso per rendere più sollecita la loro decomposizione: 2) di concimare abbondantemente il campo ove vuole spargere le ossa, perché il fosfato di calce delle medesime, insolubile nell'acqua, diviene solubile quando essa e sopraccarica d'acido carbonico, che solo può somministrarsi dai principii organici costituenti il concime. Io credo poi che oltre alle ossa, potrebbero essere di gran giovamento ai terreni di Caprera le conchiglie, che non è difficile ne dispendioso raccattare nelle coste. Con questi acconciamenti calcari,, accoppiati ad abbondanti concimazioni, e sussidiati dai profondi lavori che il Generale costuma di dare alle sue terre è sicuro di ridurle sempre più produttive, e tali da non invidiare i migliori terreni del continente. Dopo il pensiero dei concimi doveva venire quello della scelta delle coltivazioni e della rotazione agraria. Rapporto a quest'ultima egli riconobbe che nello stato attuale delle sue terre un avvicendamento di lungo periodo non poteva essere che imbarazzante; e perciò fissata la posizione dei prati e delle vigne nei luoghi più opportuni, cioè più fresche pei primi, nella più adatta esposizione per le seconde, ha stabilito una rotazione biennale nei campi lavorativi, alternando il frumento con piante leguminose, cucurbitacee ed ortive, con formentone e patate, concimando i campi nell'anno a quest'ultime destinato. Per le piante cucurbitacee preferisce il campo Tola per la comodità d'innaffiamento del pozzo. Per lavorare queste terre il Generale ha tre aratri comuni, due dei quali col carretto, ed un quarto, tutto di ferro, venutogli di recente dall'Inghilterra. Ha bisogno di quattro aratri, non per la molta estensione delle terre lavorative, ma per la diversità delle medesime, e perché non essendovi il modo di accomodare a Caprera una rottura od uno sconcerto di un arnese non fosse per ciò obbligato a sospendere le arature. Dopo il debbio la semina del grano si fa in ragione di ettolitri tre ogni dieci ettari di terreno: qualche cosa di più si mette nei campi a stabile coltivazione. La misura locale del grano è la coppa, la quale corrisponde a circa 20 chilogrammi. A Caprera si vedono ora dei campi a grano in uno stato di vegetazione floridissima, e paragonabili a quelle delle fertili pianure bolognesi. Il prodotto del frumento viene calcolato in ragione di 12 a 15 ettolitri per uno di semenza. Il grano si batte con una trebbiatrice del sistema Barret e che viene messa in movimento dalla locomobile a vapore. Non dimenticando il cardine del miglioramento di Caprera, che è il letame, Garibaldi mette molta attenzione nella formazione de' suoi prati artificiali. E siccome la medica ha fatto buona prova, e per soprappiù non s'è per anco manifestato in Caprera il flagell dei medicari, la cuscuta (cuscuta europoea), cisì egli si propone di ampliarne la coltivazione, servendosi del seme raccolto ne' suoi prati, e non di quello acquistato, nel quale di frequente riscontrasi la mala pianta. Tale assenza della cuscuta da Caprera è tanto più notevole in quanto che dessa s'incontra non di rado sui cisti, sulla ginestra, e sulla scopa: piante che si è visto essere spontanee, ed abbondare nell'isola. Per avere foraggi con sollecitudine, e scarseggiando i concimi, dovette il Generale contentarsi di fare i suoi primi medicari senza quelle lavorazioni e quel governo necessario a tal pianta per dare i sorprendenti prodotti che a ragione le acquistarono il nome di regina delle piante da foraggio. Ma ora che la coltivazione di Caprera ha cominciato a prendere un rilevante sviluppo, ora che il Generale ha fatto conoscenza co' suoi terreni, ed ha avuto campo di confermare colla pratica molte teorie riscontrate nei libri, ha riconosciuto la necessità di mettere la più gran cura nella formazione dei prati di erba medica. E Perciò i campi, che destina a tal uso, egli vuole che siano profondamente lavorati e concimati in abbondanza per due anni consecutivi, facendo nel primo un raccolto di fave, e nell'autunno del secondo anno seminandovi la medica coll'orzo. Nell'autunno del 1864, venne seminata la medica, l'orzo che a questa fu mescolato diede un raccolto di trenta semenze per una. L'orzo e la segale, e in generale tutte le piante che giungono a maturità prima dei forti calori di estate meritano la preferenza sulle altre che maturano più tardi; e se i prodotti di quelle non sono molto rilevanti, sono almeno più sicuri. Per rendere meno sensibile il difetto di secchezza inerente ai terreni granitici, il quale produce i suoi tristi effetti, specialmente sui prati artificiali, il Generale ha voluto coltivare di preferenza i terreni rivolti all'ovest, ed al nord, essendo noto che il sole riscalda un piano in ragione del numero dei raggi che lo percuotono, e proporzionalmente al seno dell'angolo di incidenza che fanno col medesimo. Ed avendo poi letto, che fra i pregi attribuiti al Bromo di Schrader, che comincia a prender voga e che viene tanto decantato dai giornali nostrali ed esteri, avvi quello di resistere agli alidori estivi, e di dare un taglio precoce assai, ha pensato alla coltivazione del medesimo, e ne ha seminato, per saggio qualche grammo, da me portatogli unitamente ad altri semi che inviava al Generale il chiarissimo Prof. Botter, Direttore del Giornale d'Agricoltura del Regno d'Italia. Le vigne hanno un posto importante nella coltivazione di Caprera. Furono desse piantate, come avvertii, nei luoghi che più si prestavano per esposizione, vale a dire nei luoghi inclinati a levante, e siccome scelte sono le qualità di vitigni piantati, così il vino riesce di eccellente qualità, come si può giudicare da quel poco che il Generale ha potuto già ricavare. Fra brevi anni gli abitanti di Caprera non avranno più bisogno di provvedere il vino fuori dell'isola, e potranno anche farlo gustare a quelli di terraferma. Tutti li suddetti campi, prati, orti, vigneti, ecc. furono fino all'anno scorso fatti lavorare dal Generale a opera, servendosi di uomini venuti di Sardegna o di terraferma; ma a cominciare dall'ottobre 1865 furono affidati alle cure di un mezzaiuolo venuto colla famiglia da Traversetolo, come s'è detto, eccettuati gli orti adiacenti ai fabbricati (che servono per uso esclusivo del colono e dei pastori), e dell'orto, non che dell'aranceto, il prodotto dei quali per intero s'è riserbato il Generale. I patti di colonia sono vantaggiosi pel contadino, il quale nei medesimi, e nell'onore di essere mezzadro di un Garibaldi, trova un largo corrispettivo d'avere abbandonato la terraferma per isolarsi in uno scoglio del Mediterraneo. Il Generale somministra l'abitazione, i bovi per la lavorazione, tutti gli arnesi ed attrezzi inerenti alla coltivazione e le sementi: il colono mette l'opera sua e della propria famiglia, e i prodotti sono divisi a perfetta metà, compreso anche il frumento seminato dopo il debbio. Pel bestiame, come avvertii, ha col padrone un contratto di soccida a capo salvo. Se viengli ordinato di lavorare gli appezzamenti che per uso proprio s'è serbato Garibaldi, gli viene pagata l'opera. Come si farebbe ad un estraneo. Gli ulivi che si dissero piantati qua e là dal generale fanno già vedere i loro frutti per cavarne l'olio, ed è già pronto un frangitoio, tutto in ghisa, compresa la ruota girante. Al frutto degli ulivi domestici devesi poi aggiungere quello degli oleastri, che trovansi sparsi nei burroni e nei greti. Garibaldi che trar profitto di tutto e da tutto, passeggiando li nota, ed in primavera si munisce della sega da innesto, e di un vaso contenente unguento si San Fiacre, e va a recidere la chioma della pianta selvatica per inserirvi una marza d'ulivo domestico. Verso sera del 12 marzo scorso il vid'io tornare a casa dopo aver innestato un ulivo posto in un'altura a levante dei fabbricati; e nell'osservare quell'uomo vincitore di tante battaglie, conquistatore di un regno, ritirarsi a passo lento, con fronte serena, con aria giuliva alla modesta abitazione per ricevere (quasi a premio di sua fatica) una sobria cena, composta d'un'abbondante ma unica portata, la mia mente smarrivasi in un pelago di riflessioni e di confronti, che riuscivano tutti ineguali alla grandezza del soggetto. Gli è pur vero che Garibaldi veduto cogli occhi del corpo riesce incomparabilmente superiore a tutti gli eroi antichi che pur hanno avuto l'immensa fortuna di esserci presentati da poeti a storiografi della forza di Omero, di Plutarco e di Tito Livio. Garibaldi mi si presentava da sè la sera del 12 marzo, e dicevami: vengo dall'avere innestato un ulivo a spacco. Nella mano destra aveva un vaso contenente unguento di San Fiacre, e la spatola di legno per distenderlo: dal lato sinistro gli pendevano un martello ed una sega. Era ammirabile; era sublime in quell'arnese! M'occorse ala mente Cincinnato, ma riflettei subito che il grande Romano di 2300 anni fa scapitava al confronto del grande Italiano d'oggi: l'antico fu semplice agricoltore: il moderno è agronomo. Nondimeno si capisce senza dirlo che io, per quanto ami l'agronomia, sono impaziente di vedere ancora al posto di quella sega la sua terribile spada di Montevideo e di Palermo: voto che per gran ventura, e più vicino che mai ad essere appagato. Dio proteggerà l'Italia, dacchè essa con tali uomini sa proteggersi così bene da sè. Aggiustati i conti finali, l'agronomia riprenderà più largamente i suoi diritti. Intanto l'Italia sappia che, da oggi, dee registrare ne' suoi annali un altro illustre BENEMERITO delle agricole industrie.
FIRENZE 20 aprile 1866.
Prossimamente sarà disponibile la versione integrale su CD-ROM del libro:"Garibaldi a Caprera per l'ingegnere Eugenio Canevazzi - 1866"
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