trovare una sistemazione in
campagna, dove si potesse vivere con poco e non si fosse continuamente
distratti dalla vita convulsa della città.
Fu Max Maretzek , all'epoca impresario del
Castel Garden e amico del tenore Salvi, che trovò la soluzione ideale: una
casetta in campagna , denominata Forest cottage , a Clifton, nell'isola
di Staten Island (New York). Nel terreno circostante venne costruita una
fabbrica concepita da Meucci e destinata a produrre candele con una tecnica
messa a punto da lui stesso. Il tenore Salvi venne convinto a mettere il
capitale necesario per il terreno e l'edificio della fabbrica.
A seguito di tutto questo, Giuseppe
Garibaldi e il suo aiutante di campo, il colonnello Paolo Bovi Campeggi,
convissero per vari mesi con i Meucci , e furono ospiti della sua casa.
Durante l’inverno tra il 1850 e il 1851,
Garibaldi fu abbastanza assiduo nell’aiutare Meucci nel lavoro del "sego" come
chiamava lui il materiale usato per la produzione delle candele) . Soltanto
una volta Garibaldi fu preso dallo sconforto, come racconta lui stesso nelle
sue Memorie Autobiografiche:
"...Lavorai per alcuni mesi, con Meucci -
che, benché lavorante suo, mi trattò come della famiglia, e con molta
amorevolezza. Un giorno però, stanco di far candele - e spinto forse da
irrequietezza naturale ed abituale - uscii di casa, col proposito di mutar
mestiere. Mi rammentavo d’esser stato marino - conoscevo qualche parola
d’inglese - e mi avviai sul litorale dell’isola, ove scorgevo alcuni barchi di
cabotaggio occupati a caricare e scaricar merci. Giunsi al primo, e chiesi
d’esser imbarcato come marinaio. Appena mi diedero retta: tutti, quanti ne
scorgevo sul bastimento - continuarono i loro lavori. Ritentai la prova,
avvicinando un secondo legno. Medesima risposta. Infine ad un altro, ove si
stava lavorando a scaricare, e dimandai mi si permettesse aiutare al lavoro -
e n’ebbi in risposta che non ne abbisognavano. "Ma non vi chiedo mercede" io
insistevo: e nulla. Voglio lavorare per scuotere il freddo" (vi era veramente
la neve) meno ancora. Io rimasi mortificato! Riandavo col pensiero a quei
tempi quand’ebbi l’onore di comandar la squadra di Montevideo - di comandarne
il bellicoso ed immortale esercito! A che serviva tutto ciò? - non mi
volevano! Rintuzzai la mortificazione, e tornai al lavoro del sego. Fortuna ch
‘io non avevo palesato la mia risoluzione all'eccellente Meucci - e quindi,
concentrato in me stesso, il dispetto fu minore. Devo confessar di più: che
non era stato il contegno del mio buon principale verso di me, che mi avesse
obbligato alla intempestiva mia risoluzione - egli mi era prodigo di
benevolenza e d’amicizia - siccome lo era la signora Ester di lui sposa.... "
Tramite Adolfo Rossi [1], che lo sentì
dalla viva voce di Meucci, oggi sappiamo che la nostalgia di Garibaldi per il
mare era ben nota al suo "principale" Meucci; tanto che un giorno questi
acquistò un modesto battello a vela latina, e lo affidò alla perizia marinara
del Generale per metterlo in perfette condizioni di navigazione. Il battello
doveva servire alla pesca e alla caccia delle anitre e Garibaldi non vi lasciò
entrare nessuno prima di averlo sperimentato in tutti i modi. Lo scafo,
dipinto in bianco, rosso e verde ebbe il nome del sacerdote cappellano Ugo
Bassi, giustiziato dagli austriaci durante la campagna del ‘49.
Diretto da un "pilota" come
Garibaldi, il battello, suscitava l’ammirazione di tutti, anche se il suo uso
costava fatica, perché ad ogni escursione bisognava trarlo a terra, caricarlo
sopra un carro e condurlo a casa per metterlo al sicuro dai ladri.
Fortunatamente c’erano visitatori i quali aiutavano spesso a portarlo in
spalla... "
La microscopica colonia garibaldina,
divenuta subito punto di riunione degli esuli italiani e dei rifugiati
politici di ogni nazionalità, si ingrandì successivamente con l'arrivo di
Righini e Oregoni, che avevano combattuto agli ordini del Generale nella
Legione Italiana di Montevideo e in Italia.
Quando, l'8 aprile del 1852, Garibaldi
decise di accettare l'invito dell'amico Francesco Carpaneto di accompagnarlo
nei viaggi commerciali che questi intendeva fare verso i porti dell'America
Centrale, lasciò ad Antonio ed Ester Meucci molti ricordi personali fra cui la
camicia rossa indossata durante la difesa di Roma (ora presso il Museo del
Risorgimento a Roma).