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Garibaldi a casa sua, la morte e i funerali

Di Manlio Brigaglia

    A Caprera il generale c'era arrivato per caso. Finita con le tragedie della fuga e della morte di Anita l'epopea della Repubblica Romana, Garibaldi s'era messo in salvo, arrivando a Chiavari nel regno di Sardegna. Ma già all'indomani del suo arrivo, 5 settembre 1849, il governatore della città lo faceva arrestare per ingresso illegale nel paese. Ci furono 10 giorni di ferventi polemiche, in Parlamento e nelle piazze, finché il governo (che aveva anche concesso a Garibaldi di andare a trovare la madre, con un rapido viaggio per mare da Genova a Nizza e ritorno) lo convinse ad andare in esilio volontario.

  S'imbarcò il pomeriggio del 16 settembre , sul vapore Tripoli. Insieme con lui viaggiavano, a spese del governo piemontese Luigi Cucelli e il fido "Leggero".

  La nave fece rotta su Tunisi. Ma il Bey era amico della Francia, e non voleva fastidi. In attesa di una destinazione definitiva, il comandante della nave, che era il capitano Millelire, maddalenino, discendente di quel Domenico che nel 1793 aveva fatto fallire il tentativo di invasione francese, diresse la prua sulla Sardegna: prima a Cagliari, dove il governatore non li lasciò sbarcare, poi su La Maddalena.

  Arrivarono il 25 settembre. Millelire ne profittava per fare un salto a casa, ma anche Leggero era contento: "Leggero", infatti, era il nome di battaglia con cui era conosciuto Giovanni Battista Culiolo, anche lui maddalenino. "Capitano Leggero", lo chiamavano, con riferimento a un suo passato di uomo di mare; divenuto combattente di terra a fianco di Garibaldi, ferito alla difesa di Roma, insieme con lui nel disperato tentativo di mettere in salvo Anita, sarebbe passato alla storia come il "Maggiore Leggero". C'è una statua sulla piazza Comando a La Maddalena: guarda a levante, verso Caprera.

  A La Maddalena Garibaldi fu ospitato in casa dello stesso governatore dell'isola, il tenente colonnello Falqui Pes, che lo trattò con ogni riguardo,. Nell'isola, oltre i parenti di "Leggero", c'erano anche altri amici: prima fra tutti, la famiglia di quel Pietro Susini cui, lasciando l'America, aveva affidato il comando della Legione italiana. Il padre di Pietro era Sindaco di La Maddalena, dove i Susini Millelire ebbero terra e prestigio.

  Con questi amici Garibaldi fu spesso a caccia nelle isole dell'arcipelago che - dice uno dei suoi più attenti biografi, Jasper Ridley - potevano suscitargli più di una emozione, perché gli ricordavano Laguna, la città natale di Anita. Caprera dovette colpirlo in modo particolare, anche se a un mese esatto dall'arrivo, il 24 ottobre, il brigantino Colombo espressamente inviato dal governo sardo lo riportava verso l'esilio.

  Ma l'idea di un pezzo di terra tutto in vista al mare, dove riposarsi e isolarsi, gli era rimasta nel cuore. Ci ripensò alla fine del 1855, quando suo fratello felice, morendo, gli lasciò un piccolo legato. Scrisse subito all'amico Susini chiedendo di comprarglielo in Sardegna. Poi, senza aspettar risposta, prese lui stesso l'iniziativa. In quei rapidi giorni del 1849 era stato a caccia a Capo Testa, una piccola penisola di granito vicino a Santa Teresa di Gallura, che gli era sembrato l'ideale: alta sulle Bocche di Bonifacio, collegata alla terraferma con due golfi alternativamente protetti dai venti del momento, era il posto più adatto per un uomo che volesse star solo, si, ma pronto a prendere subito il mare al primo appello. Per Capo Testa arrivò ad intendersi con uno dei proprietari, il gallurese Petru Pilosu. Aveva anche versato una caparra di 200 lire, quando Susini lo sconsigliò vivamente di perfezionare l'acquisto: sulla penisola i pastori della costa portavano le loro greggi a svernare e questo bastava a fargli rivendicare chissà quali imprecisati diritti di proprietà. Se ci fosse andato ad abitare - diceva Susini - una fucilata non gliel'avrebbe tolta nessuno.

  Piuttosto, perchè non profittare del fatto che c'era in giro un offerta di vendita di un pezzo di Caprera? L'offerta veniva da un mister Collins che - dice sempre Ridley - era un "petulante inglese che beveva troppo e che si diceva fosse stato lo staffiere dell'affascinante signora che aveva sposato" e che viveva con lui a Moneta di La Maddalena, proprio di fronte a Caprera. Ma il pezzo messo in vendita dai Collins era meno di quanto occorresse al Generale: infatti l'atto di vendita, datato il 29 dicembre 1855, reca i nomi di altri proprietari, i fratelli Susini (che forse avevano venduto anche per contentare Garibaldi) e una famiglia Ferracciuolo, che aveva nell'isola, una casa-ovile dove Garibaldi andò ad abitare all'inizio.

  Così sin dai primi mesi del 1856 cominciò a costruirsi la propria casa, aiutato da altri pochi amici, quattro o cinque, tra i quali c'era il maggiore Basso: il figlio Meno0tti, ancora ragazzo, faceva da manovale, e i "grandi" lo inseguivano con i loro scherzosi rimproveri. Prima tirarono su una baracca di legno, poi la "Casa bianca", fatta al modo delle case che Garibaldi aveva visto a Montevideo e in giro per l'America Latina, con il tetto piatto e gli orli rialzati a formare una cisterna per la provvista della preziosa acqua piovana. Venne su la stalla, poi delle tettoie, un mulino per il grano che fu dotato subito di un macchinario molto moderno, un piccolo capano col telescopio. Ci fu anche una "casa di ferro", un curioso esempio di casa prefabbricata ante litteram regalata nel 1861 al Generale dal varesino Felice Origoni, che aveva combattuto con lui in America e poi aveva navigato come capitano marittimo: quando c'erano molti ospiti, qualcuno veniva alloggiato lì, e normalmente ci lavoravano i diversi segretari del Generale.

  Caprera divenne tutta di Garibaldi solo più tardi, dopo la morte di Collins. Col bizzarro vicino Garibaldi aveva avuto, all'inizio, rapporti piuttosto burrascosi. Prima le mucche di Garibaldi invasero il pascolo di Collins, che se ne lamento, e giustamente Garibaldi fece le sue scuse: ma subito dopo furono i maiali di Collins ad entrare nella vigna del Generale. E siccome Collins non faceva caso alle sue rimostranze, all'ennesima invasione di campo Menotti sparò uccidendone uno. Collins citò Garibaldi in tribunale. Il Generale si rivolse ad un altro inglese, il capitano Roberts, già ufficiale  della Marina di Sua Maestà Britannica, un'altro che aveva scelto di abitare a La Maddalena. L'ideale sarebbe stato poter risolvere tutto con un duello, disse Garibaldi, Ma Roberts lo riconciliò con Collins, e dal quel momento i due divennero buoni amici.

  Morto Collins, la vedova vedeva sempre più spesso il generale, che la invitava a pranzo, facendola sedere - dicono i testimoni - al posto d'onore.

  Ma la piccola azienda di Caprera era diventata un peso per la signora, che non aveva le forze per coltivarla e doveva avere anche dei problemi col un personale riottoso e poco "civilizzato". La voce, non si sa come, circolò, e il londinese Times aprì  una sottoscrizione fra i suoi lettori per "regalare" l'altro pezzo di Caprera ad un uomo che in Inghilterra era persino più popolare che in Italia. Così, a partire dal 1860, Garibaldi era finalmente "a casa sua".

  "Giuseppe Garibaldi agricoltore". E' firmato l'atto con cui sposa Francesca Armosino, nel 1880.

  E a ragione. Francesco Aventi, un esperto di  agricoltura che visitò Caprera nel 1868 (il Generale ci abitava soltanto da dodici anni) rimase colpito dalla quantità di lavoro che Garibaldi e la sua gente avevano riversato su quella terra.

  Nelle altre isole dell'arcipelago, notava Aventi, ci sono poche piante, soltanto qualche sparuto olivastro piegato e attorcigliato dal vento. Qui invece ci sono i pini, i cipressi, gli olivi domestici e perfino i pioppi e i salici, "i maddalenesi - così li chiama Aventi - ritengono che gli alberi non allignino a causa dei forti venti  di maestrale e di levante. E' una scusa, che serve a giustificare la loro incapacità e indolenza, perché oltre l'esempio di Caprera Maddalena stessa ha il bellissimo e folto parco tutt'intorno alla villa del signor Webber, che pure è costruita in un punto fortemente battuto dai venti dominanti". Ancora oggi villa Webber, divenuta quasi un monumento storico perché Mussolini vi fu prigioniero per una ventina di giorni nell'agosto del 1943, spicca da lontano per il verde cupo delle sue grandi piante sull'arida terra tutt'intorno.

  Ma non erano soltanto gli alberi che Garibaldi aveva piantato nell'isola. Tutta Caprera era stata assoggettata alla forza dominatrice del lavoro umano. Aventi restò colpito soprattutto dal vigneto, che aveva 14 mila ceppi e un vivaio con oltre 8 mila viti. Dava un vino così buono ma anche così forte che per berlo senza danni Aventi, invitato alla mensa del Generale, dovette annacquarlo abbondantemente: "Se il Generale - diceva - volesse decidersi a imbottigliarlo e a venderlo con la sua etichetta, potrebbe essere usato per brindare a lui come si fa in tante parti del mondo: e sarebbe difficile brindare con un vino migliore".

  Accanto alla vigna, il frutteto: c'erano peschi, (che crescevano a fatica), ciliegi e castagni (che erano venuti male), melograni, peri e susini, tutti bellissimi. Bellissimo era soprattutto l'oliveto di cento piante che Garibaldi aveva piantato a "Funtanaccia", e dal quale si faceva, con un frantoio piccolo ma razionale (secondo il gusto di Garibaldi, amante di quella vita da Cincinnato ma sempre attento ai progressi della tecnica, anche in agricoltura), l'olio d'oliva che veniva usato a tavola e in cucina.

  Nell'orto accanto Garibaldi coltivava carciofi, patate, pomodori. I carciofi erano moltissimi, tanto che costituivano uno dei piatti forti del menù di Caprera; le patate erano di varie specie; il raccolto di pomodori ogni tanto andava a male, soprattutto quando l'annata secca negava l'acqua alla terra. La terra piantata a grano ne dava 60 quintali all'anno. In uno spazio vicino c'erano l'erba medica e il granturco che servivano per gli animali di quella affollata "fazenda".

  Nella fattoria (le cifre sono quelle che ci ha lasciato Achille Cagnoni, un giornalista-scrittore che ci fu nel 1866) c'erano 150 bovini, 214 capre, 25 capretti, 400 polli, 50 maiali, 60 asinelli. Niente pecore, all'uso dei pastori galluresi che ritengono la pecora tanto inadatta ai loro terreni rocciosi quanto vi è (vi era) di casa, invece, la capra.

  Si arrivava alla Casa Bianca, che Garibaldi e i suoi amici continuamente aggiustavano e ogni tanto anche ampliavano, attraverso sentieri bordeggianti di alberi e di fiori.

  Nel cortile c'era u bosco di mimose, un'enorme palma di dattero svettava sin oltre il tetto (il generale diceva che era nata da sola, da qualche nocciolo che aveva buttato dalla finestra dopo aver mangiato il frutto); intorno, ancora, un altro boschetto di acacie, molti carrubi e perfino 200 frassini, di quelli che in Sicilia danno la manna. Quando il 16 febbraio 1867 nacque l'ultima figlia, Clelia, (Garibaldi la chiamò così dal nome dell'eroina del romanzo che aveva cominciato a scrivere poco tempo prima della sua nascita), il generale piantò proprio al centro del cortile un pino che ancora oggi lo domina tutto.

  A Caprera Garibaldi non era mai solo. Aveva intorno a sé una piccola corte stabile, e in più circolavano sempre conoscenti ed ospiti, spesso anche inaspettati, che approdavano nell'isola da ogni parte del mondo. Nel 1866 Cagnoni vi trovò, insieme al padrone di casa, i figli Menotti e Ricciotti, la loro antica governante nizzarda signora Deideri (presso la quale Garibaldi aveva lasciato i suoi figlioletti perchè venissero allevati mentre lui correva per il mondo per le sue straordinarie imprese), cinque ex garibaldini che svolgevano le diverse funzioni richieste dalla vita della casa: da Froscianti, un ex maggiore dei Mille che fungeva da maggiordomo a Giovanni Basso, che lo aveva seguito in capo al mondo (perfino a Canton) e che fungeva da primo segretario, a Lauro, Pastori, e Faseri che aiutavano Basso a rispondere alle centinaia di lettere che arrivavano ogni giorno. E ancora c'erano due camerieri, uno di Milano e uno di Varese, due domestiche e perfino un mezzadro, l'unico sardo, che viveva a Caprera con la moglie e sei figlie. A questi si aggiungevano, durante il periodo dei lavori della terra, alcuni contadini che venivano a lavorare a giornata.

  Della piccola corte do Caprera facevano parte anche due cavalle: Marsala, che lo aveva portato a Calatafimi, e che ora riposa in una tomba speciale nell'isola, e un'altra che si chiamava Caprera. C'erano poi quattro cani, quasi tutti da Caccia, che si Chiamavano Aspromonte, Bixio, Foin eTho. Qualche altro biografo ci ha lasciato anche il nome di quattro asinelli che Garibaldi s'era preso il gusto (e anche se vogliamo il cattivo gusto) di chiamare Napoleone III, Pio IX, Oudinot, e Immacolata Concezione.

  La giornata di Garibaldi era molto ordinata e molto semplice. Si svegliava alle tre del mattino, dopo cinque ore di sonno, e per due ore leggeva la posta. Poi chiamava Basso e gli dettava le risposte. Quindi si alzava, faceva un lungo bagno di vapore con cui cercava di alleviare i dolori reumatici che lo tormentavano fin dall'America, poi usciva a lavorare, con la camicia rossa - ne aveva moltissime e le cambiava tre, quatto volte al giorno, un abitudine che aveva preso in America.

  A pranzo si mangiava tutti insieme, al grande tavolo comune, dove sedevano anche i domestici: il Generale si serviva per primo, serviva le signore che gli sedevano al fianco, poi faceva girare il piatto. Nel menù c'erano sempre pasta, carne, cacciagione (nell'isola c'erano quaglie, pernici, beccacce, capre selvatiche e Garibaldi vi aveva introdotto anche i fagiani e il cinghiale: il grande cacciatore di casa era il maggiore Basso) oppure pesce, molta insalata, la frutta di Caprera. Lui personalmente mangiava molto poco, beveva solo acqua fresca a pranzo e latte freddo a cena.

  Dopo cena si fumava, si beveva il the o il caffè, si suonava il piano, (lo stesso Garibaldi ne aveva uno anche nella sua stanza, si dilettava a suonarci), qualche volta si ballava. Una sera del gennaio 1861 Vecchi (che ci ha lasciato uno dei tanti "quadretti" della vita di Caprera) cantò accompagnato al piano da Teresita, la figlia di Garibaldi, che aveva allora sedici anni: lo stesso Generale intonò poi un'aria dei Puritani e dei vecchi inni pattriottici, per finire, tutti in coro, con la marsigliese.

  Alle dieci in punto, con precisione cronometrica, Garibaldi augurava rapidamente la buonanotte a tutti e se ne andava a letto.

  A Caprera Garibaldi muore il 2 giugno 1882, venerdì, alle 6,22del pomeriggio.

  Era tornato malato dal suo ultimo viaggio nel sud e a Palermo, a metà aprile. Viaggio faticosissimo: a Palermo era stato portato in lettiga dal vapore all'albergo e si era dovuto chiedere alla folla di non applaudire perché l'emozione avrebbe potuto fargli male.

  Il primo giugno si era aggravato improvvisamente. Contro il parere del medico, aveva voluto prendere un bagno, tiepido, e fare i suffumigi: sul momento ne aveva avuto qualche sollievo, ma poi la vita gli era gradatamente mancata. alle quattro del pomeriggio era entrato in agonia. Giaceva leggermente sollevato su due cuscini, guardando verso la finestra da cui si vedeva il mare e qualche linea delle isole di Corsica sullo stretto. Intorno a lui c'erano la moglie e Menotti, il figlio primogenito (che ha 42 anni in questo giugno). Si era telegrafato a Ricciotti e Teresita, gli altri due figli, ma non arrivarono in tempo. "Due capinere entrarono dalla finestra aperta - ha scritto il suo biografo Ridley - egli mormorò agli amici di non mandarle via, perché erano forse le anime delle sue bambine, le due rose, che venivano a prenderlo. Alle 18.20 chiese che gli fosse portato il bambino Manlio, che aveva allora 9 anni: ma morì prima che arrivasse".

  Il suo medico personale, Enrico Albanese, arrivò con la Cariddi soltanto la mattina dopo: stillò il certificato di morte insieme al dottor Cappelletto, medico della Marina, il decesso - vi si diceva - era avvenuto per paralisi della faringe.

  All'inizio il Generale viene esposto sul letto, appoggiato su due cuscini, in una posizione che pare più seduto che adagiato. Indossa un poncho bianco ed ha in testa una papalina di velluto. Fanno il sevizio d'onore un picchetto e gli ufficiali della Cariddi. Si apre il testamento, in cui Garibaldi conferma la sua volontà di essere cremato. Ma la famiglia, dopo un rapido consulto, decide per l'imbalsamazione: Il dottor Albanese manda a prendere a Sassari le medicine necessarie. Comincia ad arrivare la gente: i primi sono i maddalenini, il Sindaco Bargone ha fatto affliggere in cui invita ad accorrere "alla dimora dell'Eroe".

  La sera del 4 arriva la nave Da Porto Torres con la delegazione di Sassari, di cui Garibaldi e cittadino onorario. Porta una corona di bronzo cesellato e un drappo di velluto nero, foderato di bianco, con la scritta Sassari e Garibaldi: è stato ricamato dalle signore sassaresi nella notte tra il due e il tre. Con la delegazione c'è anche il prefetto Sassari, venuto a prendere possesso dell'isola come responsabile di tutte le operazioni funebri. Ritardano invece i balsami e le sostanze chimiche per l'imbalsamazione: Albanese è molto preoccupato, e qualcuno consiglia di chiamare da Napoli il prof. Efisio Marini, lo scienziato cagliaritano diventato famoso per i suoi processi di pietrificazione dei corpi.

  Caprera comincia a riempirsi di gente già dal pomeriggio del 6. Ma il cielo minaccia al brutto, rinforza un vento di libeccio-grecale che da queste parti porta sempre la pioggia. L'agezia locale giornalistica Stefani annuncia che l'operazione imbalsamazione è riuscita perfettamente.

  Verso mezzogiorno non si sa come, s'è sparsa la voce che il Governo vuol traslare  la salma a Roma. S'è raccolta subito una grande folla che grida: "Garibaldi 'un s'ha da tuccà, Garibaldi e 'u nosciu"!". Garibaldi non si tocca, Garibaldi e nostro. Il campanaro, alle due, scatena le campane a storno. Corrono i carabinieri che lo arrestano, il prefetto parla alla folla, garantendo.

  Il 7 mattina, con la nave Washington, arrivano le rappresentanze delle camere, l'onorevole Crispi, il principe Tommaso di Savoia, duca di Genova. La camera ardente e aperta alle 10 dell'8. Comincia una sfilata di migliaia di persone.

  Il Generale giace sul letto, ben conservato, col volto composto e l'espressione serena. Indossa la camicia Rossa, il Poncho bianco, la papalina di velluto nero ricamato. Ora il corpo è completamente supino, e rivolge il fianco destro verso la finestra, perché il letto è stato leggermente spostato. Qualcuno della famiglia ha dato anche ordine di non caricare l'orologio, le cui lancette sono state fermate all'ora della morte. Anche il calendario a muro non è stato aggiornato. Nella camera non c'è altra luce che quella di una piccolissima lampada di porcellana. Tra il letto e la finestra la bara, di noce, lavoro degli ebanisti sassaresi fratelli Clemente.

  Il mare è sempre più infuriato. La gente che arriva sbarca perigliosamente da barche e scialuppe (Caprera era allora davvero un isola, perché non c'era il piccolo ponte che ora la unisce a La Maddalena). Il funerale comincia alle 4. Il feretro è portato a spalla da dodici garibaldini, su una lunga barella costruita appositamente. Suonano tre bande musicali, quella del 38 fanteria, quella della città di Sassari e quella di La Maddalena. Precede la bandiera dei Mille. Parlano il vicepresidente del Senato, Alfieri di Sostegno, e il vicepresidente della Camera, Domenico Farini, il Generale Ferrero a nome dell'esercito, infine Crispi: "Gli Spartani ebbero Leonida - dice -, gli italiani Giuseppe Garibaldi, rappresentante del dovere e della vittoria".

  Quando il funerale finisce Caprera offre uno spettacolo di desolazione. C'entra molto il vento, che la rade impetuoso. Ma c'entra anche la folla, che ha fatto man bassa di souvenir, sassi, rami di cipresso, di lentisco, di mirti.

  Il ritorno a casa sarà avventuroso per tutti. I soli sassaresi sono cinquecento, e dovranno passare la notte sotto la pioggia battente riparati nelle tettoie degli animali; alle signore sarà destinata una capanna che Garibaldi usava per i bagni di mare. La gente che ha fame: a sera il comandante della Cariddi farà scendere in mare una scialuppa con otto ceste di gallette, durissime. Soltanto il 9 mattina alle undici due scialuppe della Washington è un vaporetto lì sbarcheranno intirizziti al molo di La Maddalena.

  Ora Garibaldi è finalmente solo nella sua Caprera. di qui è partito nel 1859 per la seconda guerra dell'indipendenza nazionale; di qui per l'impresa dei mille; di qui, nel 1866, per la guerra del Veneto; di qui, nel settembre del 1870, per l'ultima grande avventura, la campagna delle Argonne in difesa della Francia repubblicana. Di qui è fuggito due volte di nascosto per le sue imprese di ribelle per la Patria, nel 1862, prima dell'Aspromonte, e nel 1867 prima di Mentana. Quando c'è tornato nel 1860 aveva con se - dice il suo biografo sacerdote - "pochi sacchetti di zucchero, un sacco di legumi,, un sacco di sementi, una cassa di maccheroni, una balla di merluzzo secco, e poche centinaia di lire". Veniva, a bordo del vapore Washington, da Napoli, dove aveva appena finito di regalare a Vittorio Emanuele II la metà esatta d'Italia.

 

Le ultime volontà del Generale

Giuseppe Garibaldi lasciò  un testamento chiarissimo: «Siccome negli ultimi momenti della creatura umana il prete, profittando dello stato spossato in cui si trova il moribondo e della confusione che sovente vi succede, s’inoltra e, mettendo in opera ogni turpe stratagemma propaga, con l’impostura in cui è maestro, che il defunto compì, pentendosi delle sue credenze, ai doveri di cattolico; in conseguenza io dichiaro che, trovandomi in piena ragione, oggi non voglio accettare in nessun tempo il ministero odioso, disprezzevole e scellerato di un prete, che considero atroce nemico del genere umano e dell’Italia in particolare. E che solo in stato di pazzia o di ben crassa ignoranza, io credo possa un individuo raccomandarsi a un discendente di Torquemada». A tanto si era costretti.

 

Il letto di morte

I Funerali di Garibaldi

 

 

 

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