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GARIBALDI
A CAPRERA
Trascorsero
cinque lunghi anni in cui parve che l'astro garibaldino fosse tramontato.
Garibaldi, Leggero e Cocelli, dopo qualche mese di permanenza a Tangeri nella più
totale povertà, dovettero separarsi: il Generale partì per gli Stati Uniti,
mentre gli altri non poterono seguirlo per mancanza di mezzi. Cocelli morì poco
dopo per un colpo di sole, forse dovuto al fatto che i due passavano lunghe ore
a pesca per sfamarsi. Il Maggior Leggero si imbarcò allora su una nave
mercantile, sempre sperando di ritrovare in qualche porto del mondo il suo
generale; ma quegli, a sua volta, dopo aver fatto la fame fabbricati candele di
sego per qualche tempo a New York presso il poverissimo Meucci, l'inventore del
telefono, cercò e trovò un imbarco come comandante di una nave mercantile e
navigò a lungo sulle rotte dell'estremo oriente. Nel 1855 Leggero si trovò in
Costa Rica, combattente per la libertà di quel popolo contro i
"filibustieri yankees" di William Walker, qui in una terribile
battaglia, egli fu ferito al braccio destro e fu necessario amputarglielo;
caduto prigioniero, fuggì, ancora convalescente, e attraverso peripezie di ogni
genere riuscì a mettersi in salvo e a trovare un lavoro come guardia di dogana
a Punta Arenas. Allo
scoppio della seconda guerra contro Walker, riprese il suo posto di ufficiale
nell'esercito costaricano e tornò a combattere con tanto eroismo da meritarsi
l'encomio dello stesso comandante nemico; di nuovo venne ferito e fatto
prigioniero. Riacquistata la libertà, il maddalenino si trasferì nella
Repubblica del Salvador e fu arruolato in quell'esercito come istruttore e
organizzatore. Frattanto
a La Maddalena la vita scorreva sui ritmi senza tempo del mare, in attesa dei
naviganti, vedendone partire e arrivare ogni giorno. Le difese dell'arcipelago
furono potenziate nel 1850, con la costruzione nell'isola maggiore del potente
Forte San Vittorio sul dosso di Guardia Vecchia, del Forte Santa Teresa, detto
anche di Sant'Elmo o Forte Tegge, e della batteria Sant'Agostino sulla punta
occidentale di Cala Mangia Volpe.
Nell'isola
di Santo Stefano fu edificato il bel Forte San Giorgio non lontano dal luogo ove
sorge la torre da cui mezzo secolo innanzi Napoleone aveva cannoneggiato la
cittadina.
Nella
costruzione delle opere di difesa, i forzati venivano occupati soprattutto nelle
cave di granito, la cui estrazione, ancora per molti anni, fu limitata agli usi
militari. Il
traffico marittimo nell'arcipelago, vivace nella buona stagione, si riduceva
fortemente durante l'inverno, quando le tempeste potevano scatenarsi
all'improvviso. A
proposito dell'inclemenza del mare nelle Bocche di Bonifacio, La Maddalena fu
impotente testimone di uno dei più tragici naufragi de Mediterraneo, avvenuto
nella notte tra il 14 e il 15 febbraio 1855 sulle scogliere dell'isola corsa di
Lavezzi. La
grande fregata da guerra francese "La Semillante", armata di 60
cannoni e di 250 uomini di equipaggio, era salpata con tempo bello e mare calmo
dal porto di Tolone, trasportando 750 soldati di fanteria destinati alla guerra
in Crimea. La navigazione procedette tranquilla fino alle alte coste meridionali
della Corsica: quì si scatenò la burrasca. Non v'era modo di accostare ad
alcun porto, perciò il capitano decise, come spesso si fa in questi casi, di
infilare le Bocche di Bonifacio per sottrarsi al pericolo delle coste irte di
scogli. Ma nel tratto di mare tra l'isola corsa di Lavezzi e quella sarda di
Razzoli, la nave incappò in uno di quei terribili marosi, che i naviganti
chiamano "onde anomale", alto come una montagna, dotato di una forza
immane. L'onda afferrò la "Semillante", la sollevò quasi fosse un
fuscello, la trasportò e la scagliò contro la costa di Lavezzi, irta di
infiniti scogli come denti di un gigantesco squalo. La
nave letteralmente scoppiò in una miriade di scaglie. Se qualcuno dei mille
uomini avesse potuto sopravvivere all'urto spaventoso, sarebbe stato comunque
immediatamente ghermito dalla folle sarabanda delle onde impazzite e scagliato
più volte contro i denti di roccia. Quando
il mare si placò e le prime barche di Bonifacio e do La Maddalena si
accostarono all'isola seguendo la traccia dei detriti, uno spettacolo orrendo si
presentò agli occhi dei marinai: Lavezzi era orlata da una corona di schegge di
legno e brandelli umani; nessuna traccia di vita, nessun relitto di una certa
consistenza, se non i poderosi 60 cannoni in fondo al mare. Non c'era neppure la
possibilità di ricomporre i corpi. si decise di seppellire i poveri resti sulla
stessa Lavezzi e sorse un cimitero con mille croci sull'isola deserta; alcune
croci erano altissime affinché i naviganti, passando, potessero in futuro
salutare quegli infelici giovani. Garibaldi
frattanto, stanco e sfiduciato per la sua vita errabonda sui mari, aveva chiesto
e ottenuto dal governo piemontese di tornare in Italia, per stabilirsi a Nizza
con i suoi figli: erano trascorsi ormai cinque anni dalla sua partenza dalla
Maddalena, durante i quali egli non aveva più fatto parlare di se, e si pensava
che il mito di quell'uomo e la presa sulla fantasia popolare si fossero
affievoliti, se non spenti. Così egli poté rimetter piede in patria e curarsi
di una grave malattia reumatica, prima avvisaglia dell'artrite che l'avrebbe
perseguitato per il resto dei suoi giorni.
Ma
le cose dovevano andare diversamente. Nel novembre di quell'anno morì, a Nizza,
suo fratello Felice, che gli lasciò in eredità tutto quanto aveva: non molto,
ma sufficiente per acquistare un pò di terreno e un cutter per un modesto
commercio in mare. Nel dicembre, mentre navigava alla volta di Porto Torres, una
burrasca lo convinse a riparare in Corsica. Da qui, Garibaldi scrisse la
seguente lettera all'amico Francesco Susini de La Maddalena:
"Porto
Vecchio, 7 dicembre 1855
"Sono
diretto per la Sardegna, qui trattenuto a bordo del "S. Giorgio" per
cattivo tempo. Da Porto Torres penso di percorrere la Gallura, ove penso che sarà
facile che scelga un punto di stabilimento, per passarvi alcuni mesi d'inverno,
o forse per abitarvi definitivamente, se trovo un posto adatto. Un consiglio
vostro o di Pietro circa al punto da prescegliersi per lo stabilimento, mi
sarebbe caro, quanto l'esser vicino a voi, sarebbe una delle consolazioni mie
predilette....". Finì
che egli fu di nuovo ospite dei Susini a La Maddalena e ogni giorno, con Pietro,
passava in Gallura per cacciare e per sondare e verificare se proprio lì
avrebbe voluto stabilirsi. Con Pietro si era immediatamente riannodata la
vecchia e profonda amicizia iniziata cinque anni prima e il Generale ne aveva
una fiducia completa: Egli gli fece notare che parecchi pastori, e non il solo
Pelosu, si contendevano la proprietà di Capo Testa e qualora Garibaldi avesse
perfezionato l'acquisto con quello, "non
sarebbe passato un mese ch'Ella morrebbe per mano assassina"; Il che
nel duro mondo dei pastori, era una soluzione più che probabile.
Perché
- gli chiese Pietro - non stabilirsi in una delle isole de La Maddalena, per
esempio a Santo Stefano? Garibaldi lasciò perdere le 200 lire di caparra date
al Pelosu, e cominciò a riflettere sul consiglio dell'amico. Io credo che a
colpirlo fosse l'idea dell'"isola": l'isola come proprio mondo
delimitato, l'isola come casa - patria della propria soggettività, ove tornare
per ripossedersi, per essere se stessi, garantiti da mura d'acqua, in una
solitudine mediata dal mare. Nessuna propietà e circoscritta come un'isola. Garibaldi
in quei giorni, continuando a passare dalla Maddalena alla Gallura, scartò
Santo Stefano, proprio perché "troppo vicina", quindi troppo poco
isolata dal resto del mondo che per lui era certo rappresentato dalla Sardegna e
non da La Maddalena. Infatti la sua scelta cadde a poco a poco si Caprera, a
questa ancor più prossima di Santo Stefano, ma più appartata, difesa dalla
costa sarda dalle prime due. Caprera!
quel longilineo relitto di Sardegna ad essa strappato da una forza immane,
imponente caos di graniti, ordinati a formare la catena orrida del Tejalone,
apparentemente alta, altissima. Caprera, che l'esule aveva più volte
contemplato cinque anni prima, dalla vigna dei Susini, trascolorare sulla
tavolozza della natura lungo le ore del giorno in tutti i toni, dai più
delicati ai più bui, e sempre restare intatta nella sua sembianza di miraggio,
di scenario per un mondo a misura d'eroi o di demoni. Caprera
che non offre nulla se non alla tenacia, all'umiltà del lavoro, alla semplicità,
alla bontà: e non erano questi forse i sentimenti che commuovevano fino in
fondo all'anima quel guerrigliero - marinaio - contadino ormai vicino alla
cinquantina, che aveva percorso la circonferenza della terra senza trovare forme
concrete alla propria sete di idealità?
In
quei giorni nacque l'innamoramento di Garibaldi per la sua isola, un
innamoramento che egli volle sempre tenere riparato dal rumore dell'ufficialità,
al punto che nelle sue Memorie
scriverà: "Il periodo decorso
dal mio arrivo a Genova in maggio del 1854 sino alla mia partenza da Caprera in
febbraio 1859, è di nessuno interesse. Io passai parte navigando, e parte
coltivando un piccolo possesso, da me acquistato nell'isola di Caprera." Invece
la scelta e l'acquisto dell'isola segna nella vita di Giuseppe Garibaldi lo
spartiacque tra la fase errante dell'avventuriero idealista e soggettivo, sia
pur grandissimo, e la maturata visione che costruisce, plasma, realizza,
unifica. Il guerrigliero brasiliano col suo impeto irriflessivo non avrebbe
potuto costruire una nazione: l'uomo di Caprera, capace di soffrire e di
meditare, la costruì. Prima
di lasciare La Maddalena, il 29 dicembre 1855, egli diede a Pietro Susini la più
ampia procura perché acquistasse per suo conto la metà circa dell'isola, tanta
quanto ne consentiva l'eredità di Felice. Pietro
si mise subito all'opera, acquistando il terreno dei Collins, parte di quello di
Ferracciolo ed alcuni altri lotti. Garibaldi raggiunse Nizza e poi passò in
Inghilterra per comperarvi il cutter per i suoi trasporti marittimi. A
Londra egli si era precedentemente fidanzato con una ricchissima dama dell'alta
società, Emma Roberts, donna assai colta e intelligente che gli fu poi amica
devota e saggia per tutta la vita; Gli inglesi avevano un'adorazione per il
romantico generale italiano e gliene diedero innumerevoli dimostrazioni. La
Roberts si era interessata anche per sistemare in un ottimo collegio il figlio
di Garibaldi, Ricciotti, e questi ora poté rivederlo. Acquistò un piccolo
bastimento di 36 tonnellate a cui, in onore della donna amata, diede il nome di
"Emma". L'"Emma",
con cinque uomini di equipaggio, compreso lui che lo comandava e Menotti, iniziò
a navigare tra Nizza, Genova e la Sardegna, unendo il piccolo cabotaggio al
trasporto dei materiali per la costruzione della casetta di Caprera.
Parzialmente tratto dal libro "La Maddalena e le isole intermedie" di Gin Racheli
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