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Parte della Casa Bianca
LA
COSTRUZIONE DELLA CASA BIANCA
Il
primo ricovero di Garibaldi a Caprera fu una tenda sotto la quale bivaccò per
due mesi con Menotti; ma egli aveva premura di riunire la famiglia, facendo
trasferire nell'isola anche gli altri figli, Teresita e Ricciotti. Perciò,
insieme col primogenito e aiutato dal fedele amico - segretario Giovanni Basso,
da Felice Orrigoni e da altri compagni, si diede a restaurare una casupola di
tre vani appartenuta un tempo a qualche pastore. Ma gli spazi non erano
sufficienti neppure per la provvisorietà: quindi con l'"Emma"
trasportò da Nizza una piccola costruzione in legno smontata e la sistemò
accanto all'altra. Cinse il territorio con un muro per tenere lontane le capre
fameliche e finalmente nell'estate 1856, con gran gioia della piccola comunità,
giunsero Teresita e Ricciotti, accompagnati da una servetta, Battistina Ravello,
per accudirli. A
questo punto, la "famiglia" Garibaldi si componeva già di una decina
di persone e difficilmente in seguito saremo in grado di valutarne le
variazioni, perché la dimora del Generale ebbe sempre le porte aperte ai
parenti, agli amici, a strane e mutevoli figure di maestri, famigli e accoliti
che andavano e venivano intorno a quell'uomo dal fascino illimitato e al nucleo
centrale dei figli e delle donne che egli amò tenerissimamente. Si
mise subito mano alla costruzione definitiva di una vera casa, quella che lo
stesso clan chiamò la "Casa Bianca" e che come tale sarebbe stata poi
ufficialmente nota. Mi
avvalgo, a questo proposito, del lavoro scritto da Fernanda Poli per presentare
il Museo Garibaldino di Caprera;
è un prezioso volumetto che il lettore poteva facilmente trovare sia a Caprera
che a La Maddalena, oltre che nelle librerie di Sardegna, il quale è, ad oggi,
la guida più seria e completa per visitare l'eremo del Generale. Garibaldi
aveva sulle prime la presunzione di essere un ottimo architetto ed ingegnere, ma
ben presto i suoi aiutanti gli fecero capire che questa non era davvero la sua
vocazione, anzi era l'unico mestiere che non gli fosse congeniale. C'è il
gustoso aneddoto del capomastro che gli disse: "Generale, usare la cazzuola
non è affar vostro", e lui con la modestia cristallina che gli era
propria, rispose: "Hai ragione: trasporterò le pietre". E si mise a
fare tranquillamente il manovale, lavoro che svolse tranquillamente fino al
termine della costruzione. Il complesso degli edifici sorse nel luogo che fin
dall'inizio Garibaldi aveva prescelto, cioè al centro del versante occidentale
di Caprera, rivolto a La Maddalena; si tratta di una conca granitica raccolta e
passabilmente protetta dai venti. La
Poli precisa che la Casa Bianca "Presenta
tutte le caratteristiche di una dimora ottocentesca planimetricamente articolata
in una successione di vani intercomunicanti disposti intorno ad un piccolo
ambiente privo di finestre che accoglie la scala di ingresso alla
terrazza". E fa giustamente notare che non è fatta secondo le
nostre attuali coerenze razionali, ma è nata avendo come perno la famiglia
senza porsi problemi privacy. "...Le
stanze della casa possono assumere elasticamente funzioni diverse in relazione
alla variabilità dei componenti della famiglia, nucleo tanto dilatato da
accogliere nel suo interno amici e collaboratori". E
infatti, secondo questa visione garibaldina che sta tra la semplicità tribale e
la gens romana, la Casa Bianca
subì nel tempo le trasformazioni e gli ampliamenti che servirono allo sviluppo
che servirono agli sviluppi e ai bisogni dei suoi abitanti. Tale evidenza era
uno dei fattori per cui, oggi, visitandola, si ricava l'impressione di un
edificio vivo, dal quale da un momento all'altro potrebbe uscire Donna Clelia o
il Generale in persona o un garibaldino o un bimbo. E soprattutto, al visitatore
non superficiale, sorge la riflessone del confronto tra questa dimora al
servizio dell'uomo, identica nel suo spirito alle dimore di tutte le isole, di
tutti i semplici della terra, e le nostre case - scatola, anche le più
lussuose, nelle quali l'uomo non può che essere l'oggetto contenuto ad
adattarsi, a seconda dei casi, agli spazi dell'angusta o del benessere,
pianificati astrattamente da centrali di livellamento esterne. La
Casa Bianca, crebbe come un organismo vivente e dopo appena un anno era ultimata
ed abitata con tutte le sue appendici ed adiacenze, da una comunità tra le più
singolari. Delle
aggiunte successive, mi limito a ricordare la "casa di ferro", un vero
e proprio fabbricato, in realtà di legno, rivestito in lamiera metallica,
donata a Garibaldi dal commilitone Felice Orrigoni nel 1861: essa fu sempre
destinata ai collaboratori del generale per i più svariati usi, da alloggio per
gli ospiti, a segreteria, officina del legniaiolo, magazzino delle provviste. La
stalla, i magazzini, l'abbeveratoio, il canile, nonché il famoso mulino a
vento, furono aggiunti posteriormente al 1861. La
Casa Bianca fu costruita in blocchi di granito locale rivestiti dentro e fuori
con intonaco e calce; il resto del materiale occorrente venne portato dalla
Liguria a bordo dell'"Emma". I
viaggi del cutter servivano naturalmente, come si è detto, per trasporti di
merci varie per conto terzi o per commercio diretto di Garibaldi tra i porti
liguri e quello sardi. Le finanze del Generale erano in uno stato più che
precario ed egli nutriva sempre meno speranze di poter trarre dal cabotaggio un
regolare sostentamento per la famiglia, vuoi per la scarsissima propensione
all'attività commerciale, vuoi per l'attrazione sempre più forte che la terra
e le attività agricole esercitavano su di lui. A
facilitargli un chiarimento sulla sua vera vocazione, fu ancora una volta il
destino: nel gennaio del 1857 l' "Emma" navigava pigramente da Genova
a Caprera carica di calcina per la casa: aveva dato non poche preoccupazioni
negli ultimi tempi per avarie diverse. Ora ci si mise anche il mare grosso; si
era ormai in vista della Gallura, quando si videro salire dalla stiva sinistre
volute di fumo; nessun dubbio; la calce era entrata in combustione. Garibaldi,
Menotti e gli altri uomini fecero di tutto per spegnere l'incendio, mentre
tentavano di portare la nave verso Caprera. Lottando contro il fuoco e contro le
falle che frattanto si erano aperte qua e là nella chiglia, riuscirono a
raggiungere l'isola, ma il comandante si rese conto che la nave era condannata,
diede ordine quindi di puntare sui bassi fondali dello Scabeccio e di farvela
arenare. L'"Emma" era finita. E il Generale ne trasse l'auspicio che
con lei dovesse finire anche la propria lunga e travagliatissima vita da
marinaio; finalmente aveva la giustificazione per dedicarsi con appassionata
esclusività alla sua agricoltura.
Parzialmente tratto dal libro "La Maddalena e le isole intermedie di Gin Racheli
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