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L'UOMO DI CAPRERA L'agricoltura,
dicevamo, attrasse il suo animo e, con tutta semplicità Garibaldi passò
dall'essere marinaio all'essere coltivatore: non aveva mai lavorato la terra,
ora ne divenne discepolo appassionato. A
Caprera, quando meno si parlava di lui nel mondo, egli ebbe attraverso
l'agricoltura l'iniziazione alla maturità e sua grande maestra fu la natura;
l'ascoltava ogni giorno, annotandone scrupolosamente la lezione di esperienza in
quei Quaderni agricoli, che
rappresentano, sotto la loro apparente elementarità, una delle chiavi per
comprendere l'uomo Garibaldi. Ed ecco segnati con diligenza il numero delle
bestie, i contratti con i pastori, i conti correnti coi contadini dai quali si
faceva aiutare, l'acquisto di nuovo bestiame e le morti a causa della
"ferula" velenosa, le semine di patate, di fave, le regole per
trapiantare, innestare e seminare. Negli anni seguenti scoprì il mondo
straordinario delle api e divenne apicoltore, inaugurando un nuovo apposito Quaderno
su cui segnava il numero delle arnie, la temperatura, il tipo di fiori da cui
gli insetti raccoglievano il polline, la data; e poi a lato, con la sua ordinata
grafia, annotava le operazioni fatte: "
Si ammazzano formiche - si mette acqua nelle api - 26 sciami a fine giugno -
pochi fiori - una cassetta trovata vuota - si svuota l'apiario ogni giorno e si
trovano sempre tarme e formiche - si continua ad alimentare le api con miele e
si visitano le arnie povere - le api non trovano alcun polline - api al pascolo
- api dentro per il freddo, la guerra mortale tra le api continua forse per
essere le arnie troppo vicine..." e così via. Annotazioni
attraverso le quali si vede come l'uomo entrasse gradatamente dentro i segreti
della natura, passando da un generico amore quasi mistico, a una conoscenza
delle leggi intrinseche di nascita e morte, dei processi di sviluppo, delle
lotte di sopravvivenza,dei ritmi di crescita. Oltre
a questa disciplina "scientifica" dell'osservare, trattenere, dedurre,
Garibaldi si sottopose a quell'altra, altrettanto plasmante, della fatica del
lavoro: dall'alba al tramonto, insieme con i suoi, combatté la lunga battaglia
di trar fuori campi dal granito, di vedersela con veli di terreno alti pochi
centimetri sopra la roccia più dura e incoltivabile che esista, e zappando,
sarchiando, lavorando spesso con le sole mani, riuscì ad averla vinta
sull'impossibile, fino a ricavarne quel tanto che bastasse a sfamare le non
poche bocche che vivevano con lui. Egli
apprese così la legge della mediazione, dove la conoscenza dei limiti è più
importante di quella delle certezze, dove gli obbiettivi da raggiungere sono
fatti in egual misura di mete ideali e di bisogni concreti, dove una battaglia
si vince con qualità che ben poco hanno a che vedere con la giovanile e
impetuosa baldanza dell'adolescente, quali la tenacia, la capacità di
assecondare la natura e di durata dello sforzo. Passava
d gioia infantile dai violenti sforzi dello spaccare i massi granitici con la
mazza, alla delicatezza con cui le sue mani sapevano posare nel terreno gli
esili virgulti degli olivi, delle viti, delle fave; e un giorno riuscì ad
ottenere uno spazio di Humus sufficientemente
ampio per seminarvi il grano: il grano, il pane! E lo si vide percorrere avanti
e indietro quel campo nuovo, compiendo il vasto gesto del seminatore con una
luce sacerdotale negli occhi; aveva riposseduto in se quella millenaria
dimensione del coltivatore che sola giustifica e spiega la necessità e la
leicità del governare. Prima
di Caprera, Garibaldi non possedeva tale maturità. Aiutandoci con un'immagine
classica, possiamo dire che nell'epopea brasiliana egli aveva vissuto la tappa
dell'eroe puro, di Achille; nel successivo lungo esilio per mare aveva dovuto
come Ulisse, passare attraverso l'iniziazione dei distacchi e, solo, senza
compagni, povero e nudo, tornare in patria e trovarvi un regno occupato dallo
straniero e diviso dalle avidità e dalle lotte intestine. Ora, attraverso
l'agricoltura, egli viveva la tappa di Esiodo, conoscendo come la sofferenza sia
mediatrice nell'uomo tra gli ideali astratti e la dura natura dentro e fuori di
lui, per poter costruire un mondo a misura d'uomo governato più dalle leggi che
dall'istinto epico, più dalla giustizia che dall'eroicità. E
che Garibaldi intendesse perfettamente tale unità tra il lavoro della terra e i
suo ufficio d'uomo, è provato dal fatto che nei Quaderni
agricoli egli annotava senza soluzione di continuità, anche le proprie
idee e osservazioni politiche relative all'indipendenza e l'unità d'Italia. Così,
ad esempio, alla fine del 1856, dopo annotazioni contabili sulle patate, sugli
agnelli e sui fagioli, scrive addirittura il suo "programma italiano": "Bisogna
fare un'Italia avanti tutto. L'Italia
è oggi composta dagli elementi seguenti: Piemonte, repubblicani, murattisti,
borbonici, papisti, toscani e altri piccoli elementi, che benché vicini al
nulla non mancano di nuocere all'unificazione nazionale. Tutti questi elementi
devono amalgamarsi al più forte o essere distrutti; non c'è via di mezzo! Il
più forte degli elementi italiani io credo che sia il Piemonte, e consiglio di
amalgamarsi a lui. Il potere, che deve dirigere l'Italia nell'ardua
emancipazione dal giogo straniero, deve essere rigorosamente dittatorio". Poi
ricomincia tranquillamente a segnare: "Gennaio
16 - una coppadi fave: £ 5,94...". Il
"Programma Italiano" pare una trasposizione su scala politica della
sua dura esperienza caprerina: scelta della soluzione più realizzabile
(monarchia sabauda) al di sopra di ogni astrazione idealistica; eliminazione
degli elementi nocivi (dissodamento del terreno da coltivare); visione unitaria
del fine sulla base dell'elemento più saldamente costituito (il Piemonte come
la coltivazione più compatibile); il potere deve essere rigorosamente
dittatorio (conoscenza della tenacia e delle energie necessarie). Con
l'unico cenno di senso dell'umorismo che si conosca in Garibaldi, egli amava
batezzare gli asini con i nomi dei suoi avversari politici; così si legge nei
quaderni: "Un asino donatomi dal signor Collins: viene chiamato Pio IX...
un'altro asino donatomi dal signor Collins: viene chiamato Don Chico (Francesco
Giuseppe)... due altri asini comperati da susini: vengono chiamati Oudinot e
Napoleone III... etc." Durante
il ritiro iniziatico di quegli anni, l'uomo di Caprera maturò anche il suo
rapporto con gli altri uomini, che si sviluppò dalla cameratesca fratellanza
dell'epoca brasiliana, così simile al sentimento unitivo delle
"bande" degli adolescenti, al più elevato senso religioso della
comunione umana. Ebbe l'intuizione dell'unità della vita: "L'anima mia è
un atomo dell'unità dell'universo", scrive nei Ricordi
e Pensieri. Vide un unico Filum
esistenziale percorrere i rosei graniti di Caprera, la trionfante vitalità
della macchia, gli animali e se stesso; quindi gli uomini tutti. L'uguaglianza
tra gli uomini prima di essere un diritto, fu per lui la propria individuale
conquista d'esser uomo; infatti non era intesa come promisquità, ma come
individuazione, identificazione; non dava confidenza ad alcuno, neppure ai più
intimi: li amava e quindi li eleggeva al loro ruolo civile; con pochissime
persone arrivò al "tu", donne o uomini che fossero. Ma chiunque
venisse a contatto con lui aveva l'ineguagliabile emozione di essere l'agente di
se stesso. Non
a caso tra i primi ad accogliere Garibaldi nell'intimo della loro riservata e
selezionatrice realtà sociale, vi furono i pastori di Gallura; egli si recava
spesso a caccia sulla costa sarda accompagnato dai Susini, da Menotti e da
alcuni dei suoi compagni e visitava ogni volta gli stazzi. Suo
grande amico fu, fin dal tempo in cui il Generale stava scegliendo il luogo ove
vivere, Ignazio Sanna, un agiato pastore che aveva il proprio regno a "Li
Muri", presso Arzachena. Li presentò Pietro Susini e subito tra loro si
stabilì la corrente di un'intesa profonda, che durò poi tutta una vita e che
si espresse nel rituale antichissimo dei re - pastori: si scambiarono i doni
delle rispettive terre, si offrirono a vicenda di essere padrini e testimoni di
nozze. Quando l'uomo di Caprera arrivava a "Li Muri", la moglie di
Ignazio, Maria Prunedda, gli faceva gran festa, come la regina del clan
all'ospite venuto dal mare: faceva uccidere il migliore agnello e, aiutata dalle
donne, lo cucinava con ogni cura, usando i legni odorosi del ginepro e del
lentischio, e insaporendone le carni con le più buone essenze della macchia.
Poi gli venivano offerti i prodotti migliori dello stazzo: i formaggi e le
ricotte di pecora e capra, il latte appena munto, le prelibate conserve dei
frutti di quelle benedette terre selvatiche. E
mangiavano intorno al camino, su panche coperte da pelli di capra, dialogando
delle cure dei campi e della pastorizia, di caccia, ma anche delle famiglie loro
e di quella più grande famiglia, l'Italia, che prima o poi bisognava pur fare. Da
quell'incontro, altri seguirono e si è perso il conto di quanti pastori pastori
di Gallura Garibaldi sia stato "compare". A
poco a poco la fama delle gesta d'America e della difesa di Roma si stemperò e
si fuse nei sardi con l'evidenza quotidiana che essi avevano della bontà e
della semplicità dell'uomo di Caprera. Adesso, quando andava a La Maddalena o
in Gallura non v'erano dimostrazioni clamorose di giubilo, ma reverente
familiarità, il rispetto che si deve a un patriarca buono. I suoi atti compiuti
a Caprera si dilatavano subito nella dimensione dell'aneddoto mitico e come tali
si divulgavano nel popolo: è uscito di notte per cercare un agnello sperduto e
poi lo ha riscaldato nel proprio letto...! Ha sgridato i bambini perché
strapazzavano una pianta...! non vuole che si tengano gli animali legati o in
gabbia...! E' estremamente parco a tavola...! Ha vestito un ignudo...! E'
povero...! Queste
testimonianze evangeliche si fondevano con l'immediato e irresistibile fascino
che emanava dalla sua persona quando lo si avvicinava. non'era alto ed era
piuttosto tozzo, le gambe un pò arcuate tipiche dell'uomo di mare e di chi ha
molto cavalcato, il torace robusto e muscoloso sul quale si innestava il collo
corto ma non grosso e la stupenda testa . Barba e capelli biondo - rame, nobili
e fini i lineamenti, ampia la fronte; e poi gli occhi: marrone, vivacissimi e
profondi, nei quali v'erano una determinazione e una concentrazione palesi,
scoperte, dirette all'animo dell'interlocutore. Nel suo sguardo non v'era mai
alcunchè di sottinteso, di ambiguo, di non detto: dolcissimo sempre, se doveva
esprimere collera era collera, dolore era dolore, gioia era gioia piena, comando
era comando, amore era amore senza condizione. La sua voce era armoniosa, dolce,
profonda; cantava spesso con bella intonazione baritonale e recitava poesie con
tanto sentimento che anche gli incolti lo ascoltavano affascinati. Aveva mani
molto belle, nobili, forti, che nel discorrere muoveva poco e lentamente.
Vestiva sempre nella stessa guisa: calzoni grigi legati in vita con una cinghia,
camicia rossa, il poncho o una giacca da caccia, cappello a larghe tese oppure
la tipica papalina con la quale fu poi ritratto in tanti quadri, stivali
ferrati. Ma
non è sufficiente il tratto della sua persona o il suo abbigliamento per
spiegare il fascino di Garibaldi sui singoli e più ancora sulle masse; esso
doveva consistere in un fluido complesso di purezza, di lealtà e semplicità,
di cosciente volontà e determinazione che, nella misura in cui progrediva il
suo sviluppo interiore, ne faceva l'uomo in cui credere, l'uomo in cui
affidarsi, l'uomo del destino, il "mandato". Stando alle innumerevoli
testimonianze, chi lo incontrava aveva la sensazione di trovarsi in presenza di
un essere lungamente atteso, già conosciuto "dentro". Quel
che in America fu l'estro di una comunicativa immediata, a Caprera in pura
conoscenza e accettazione di una missione da compiere, e quindi il suo sguardo
era cosciente del dolore di tutti, della fatica, di limiti, ma anche dei funi
cui tendere, delle possibilità, delle qualità.
Parzialmente tratto dal libro "La Maddalena e le isole intermedie di Gin Racheli
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