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L'UNITA'
D'ITALIA
E
finalmente scoccò l'ora della redenzione: era pronto un popolo, un re e un
redentore. Garibaldi
lasciò Caprera, chiamato da Cavour, nel dicembre del 1858; nel febbraio
seguente re Vittorio Emanuele II lo nominò Maggiore Generale dell'armata Sarda
e lo incaricò di costituire i famosi Cacciatori delle Alpi. Scoppiò la guerra
con l'Austria e i Cacciatori, al comando dell'uomo di Caprera, operarono prodigi
di onnipresenza, di valore e di tattica militare durante la campagna di
Lombardia: dove gli eserciti regolari perdevano o trascinavano la guerra nel
superato reticolo delle manovre da manuale, i Cacciatori vincevano o si
ritiravano, aggiravano, riattaccavano come un manipolo di mitici guerrieri, in
cinquecento e poi in duemila contro le decine di migliaia. E il popolo usciva
per loro dalle case, li abbracciava, si riconosceva in essi, più che nelle
truppe regolari di Sua Maestà. Poi,
il 6 maggio 1860, l'appuntamento dei mille a Quarto, il finto arrembaggio al
"Piemonte" e al "Lombardo" della compagnia Rubattino e la
partenza per l'impresa favolosa di Sicilia. Noi
non possiamo, percorrerne le tappe, ma possiamo e dobbiamo rivelare alcuni
aspetti. L'accordo
segreto con Rubattino per l'uso delle due navi e di squisita marca maddalenina e
non mi stupirebbe affatto che fosse stato preparato per il tramite del buon
Capitano Roberts, che della Rubattino era socio e abituale utente. Tutto
il disegno strategico della campagna da Quarto a Marsala, a Calatafimi, a
Palermo, a Reggio, a Napoli, e il frutto maturo dell'esperienza americana di
Garibaldi, con l'innesto felice delle autorità, della coscienza di limiti, di
rischio e di sforzo formatosi in lui nella operosa meditazione di Caprera. Egli
infatti dimostra una conoscenza psicologica degli uomini e delle masse, una
padronanza delle leve di sentimento su cui agire, e soprattutto una capacità di
esercizio dell'autorità, che gli erano estranei nella gioventù a Montevideo,
se non a livello di nebulose intenzioni. La sua non fu una conquista di
territorio, ma la genesi di una conoscenza nazionale che si espresse in quei
giorni attraverso due motivi fondamentali: l'entusiasmo dei Garibaldini fino al
testimoniato sprezzo della morte; la partecipazione e poi il delirio gioioso
delle popolazioni. A Palermo e a Napoli Garibaldi seppe rievocare, senza
discorsi, soltanto con il comportamento suo e dei suoi, la carica di
identificazione popolare di tutti i Vespri e le Giornate di Milano uniti
insieme. Da
quei giorni e fino alla sua morte, per gli Italiani l'Italia fu Garibaldi, non
il Re. Essi volevano essere come Garibaldi e, soltanto perché il loro ero pose
il regno nelle mani di Vittorio Emanuele, accettarono questi come sovrano e
accettarono la monarchia come forma di governo. Nel momento stesso in cui
consegnò il regno da lui conquistato, Garibaldi ricevette dal popolo l'ideale
investitura a Vate della patria da far essere, ne divenne la memoria e
l'intenzione. Con
la medesima modestia con cui era partito due anni prima dall'isola, l'uomo di
Caprera si imbarcò a Napoli per ritornarvi, il 9 novembre 1860. Di tanta
gloria, portava con se un pacco di merluzzo, un sacchetti di semi di fave e uno
di fagioli, più tre cavalli: la sua valorosa Marsala, Borbone, che aveva tolto
a un suo nemico a Reggio, Said, donatogli dal Pascià d'Egitto. In tasca aveva
duemila lire. Sbarcò
a La Maddalena tra il tripudio degli isolani e della gente di Gallura venuta a
salutarlo. Il giorno dopo era sui campi di Caprera a lavorare e riprendeva ad
annotare i suoi Quaderni Agricoli.
Intorno a lui pascolavano liberi, tre cavalli che d'ora in poi non avrebbero più
conosciuto il morso e le redini ne la stalla, tranne quando vi si rifugiavano
spontaneamente. Ma
a Caprera non conobbe mai più la quiete dei primi due anni: "la
famiglia" crebbe di numero per la presenza di un gruppo sostenuto dei più
vicini tra le "camicie rosse", di cui parleremo in seguito. Inoltre
ora ospitava il vate d'Italia. Non è affatto azzardato ne retorico affermare
che l'isola rocciosa divenne il il centro morale d'Europa; fu meta di migliaia
di persone di ogni ceto sociale e i più vi andavano per chiedere a Garibaldi un
consiglio, un adesione, un patrocinio; oppure per sondarne le idee. Partigiani
suoi oppure avversari o loro emissari, non intraprendevano alcunché, senza aver
sentito prima lui, il suo orientamento, le sue possibili reazioni. Innanzitutto
vi erano gli emissari del re, di Cavour, di Mazzini; il re gli era legato, oltre
che dalla comprensibile riconoscenza, anche da una profonda simpatia ed
amicizia. Cavour e Mazzini invece furono, per ragioni diverse, spesso ostili o
perlomeno diffidenti nei suoi riguardi, ostilità e diffidenza ricambiate da
Garibaldi, che non perdonò mai al primo la cessione della "sua" Nizza
alla Francia, mentre del secondo lo innervosiva la sua continua insistenza per
riportarlo all'idea e alla forma repubblicana che a Garibaldi continuava ad
apparire irrealizzabile nel presente momento storico. Si
recavano anche a trovarlo i rappresentanti di tutti i movimenti
indipendentistici o rivoluzionari europei, dai polacchi agli ungheresi, ai
russi, ai greci, agli spagnoli e per tutti egli aveva consigli e
incoraggiamenti, Oltre che concreti interventi: non dimentichiamo che spedizioni
di garibaldini andarono a combattere e a morire in Polonia, in Grecia, a Creta.
Intorno
alla figura del Vate di Caprera fiorino in Italia in quegli anni le associazioni
operaie di mutuo soccorso di tutti i tipi e ne ricevette le delegazioni anche
numerose. Poi
vi era lo stuolo degli intellettuali, scrittori, giornalisti, pittori, poeti,
che volevano vederlo per scriverne, per ritrarlo, per strappargli dichiarazioni
esclusive: ed egli tutti riceveva con immutabile semplicità e cortesia. A
tale enorme movimento, deve aggiungersi la mole davvero impressionante della
corrispondenza. Lettere e plichi giungevano a migliaia da ogni parte del mondo;
fu necessario dover potenziare l'Ufficio Postale di La Maddalena, mentre
Garibaldi che a tutti voleva rispondere, fu costretto a farsi aiutare da
Menotti, Basso ed altri, riservandosi però sempre la firma. Nella loro santa e
sconsiderata ingenuità: "Giuseppe Garibaldi - Caprera -" senza
neppure affrancare, ritenendo che quel destinatario dovesse essere al di sopra e
al di fuori di ogni obbligo amministrativo e che, come i bimbi che scrivono a
Babbo Natale, dovesse valere di un'ovvia franchigia postale. Ma le lettere
giungevano regolarmente a Caprera gravate da multe che il Generale doveva
pagare. Quindi dovette chiedere ai giornali di pubblicare un trafiletto in cui
si diceva che, essendo egli povero, pregava chi gli scriveva di affrancare la
corrispondenza, evitandogli le multe. Frattanto
si andava faticosamente costituendo la struttura dello Stato Italiano e
Garibaldi, eletto deputato in Parlamento, aveva un unico pensiero: l'Italia non
poteva dirsi tale senza la Roma papale come propria capitale; la politica e la
diplomazia si muovevano nelle sabbie mobili di mille interessi di parte da
contemperare e di una difficile trama di rapporti con le altre nazioni europee,
prima fra tutte l'Austria. L'uomo
di Caprera non era né un politico né un diplomatico, anzi, era negato per
l'una è per l'altra cosa: egli era il Vate del popolo e il popolo voleva Roma.
Sul filo ideale di questa sua missione egli si mosse sempre. Quindi nel giugno
del '62 lasciò Caprera per Palermo e con i suoi Garibaldini ricominciò a
percorrere l'Italia avendo come obbiettivo la capitale: "O Roma o
morte!". Venne il vergognoso fatto dell'Aspromonte: Garibaldi ferito!
Garibaldi al Varignano prigioniero del re cui ha donato il regno! Garibaldi
torna a Caprera!" E'
piuttosto evidente che ancora una volta, pur nelle avversità, era lui a tenere
le difficili redini degli umori del popolo, a frenarne gli scatenamenti e le
rivolte, a guidarlo lungo la via di un controllato avvicinamento al fine voluto.
A Caprera per tre mesi si curò la brutta ferita dell'Aspromonte, continuando a
seguire e a dirigere i lavori agricoli. Nel marzo '64, ancora zoppicante fece un
breve viaggio in Inghilterra, ove ricevette accoglienze trionfali; il suo
viaggio aveva un duplice scopo: quello di perorare la causa di alcuni
prigionieri politici e l'altro di esprimere la propria gratitudine al gruppo di
amici inglesi che, guidati da Emma Roberts, si erano uniti per fargli dono
dell'altra meta di Caprera. Garibaldi era dunque l'unico proprietario della sua
isola, e tanto l'amava, che non pensò minimamente di rifiutare quel generoso
regalo, ma anzi, ne fu riconoscente con la gioia di un bimbo. Lo
riaccompagnarono a Caprera i duchi di Shuterland con il loro yacht
"Ondina" e poiché egli soffriva per la ferita per il riacutizzarsi
dei suoi reumatismi, lo portarono a Ischia dove venne curato per due mesi.
L'anno successivo allo scoppio della seconda guerra di indipendenza contro
l'Austria, di nuovo Garibaldi venne chiamato dal re; la campagna si concluse,
come noto, con lo storico "Obbedisco", che ancora una volta
sottolineava, grazie al suo comportamento di fermezza e di obbedienza insieme,
il divario esistente tra le aspirazioni e la realtà popolare da un lato, e la
reticenza confusa di una classe politica ancora impari al compito di governare
un grande stato nazionale. Tornato
a Caprera, ne ripartì nel settembre '67 per partecipare al Congresso
Internazionale della Pace di Ginevra, dove la sua fu una delle voci più alte in
favore della pacificazione dei popoli in una visione di europeismo che
precedette la storia di un secolo. Poi
continuò ad occuparsi del problema romano. Andò a Firenze per preparare una
nuova spedizione su Roma, ma il 24 settembre fu arrestato dai Carabinieri di Sua
Maestà e rimandato a Caprera in domicilio coatto. Gli
abitanti dell'arcipelago videro l'isola circondata da un dispiegamento di ben
sette navi da guerra e compresero. tutti cercarono di non rallentare né mutare
il loro normale ritmo di vita per non compromettere la posizione del Generale. Garibaldi
sofferente per l'artrite, simulava la malattia ancor più grave; sapeva che
Menotti e Ricciotti nel frattempo si battevano a Roma, ma non aveva notizie
certe e voleva a tutti i costi raggiungerli. Fece un primo tentativo di fuga,
cercando di intercettare in barca il postale per Porto Torres risalendo il Passo
della Moneta verso nord, all'altezza degli isolotti Barrettini: ma fu senz'altro
fermato da un'imbarcazione di guardia e riportato a casa. Da allora la vigilanza
si fece ancora più stretta; le acque venivano pattugliate, oltre che dalle
navi, anche dalle lance che potevano agevolmente navigare sui bassi fondali
della Moneta e fino nelle cale di Caprera. Tutte
le barche vennero requisite, mentre quelle da pesca venivano fermate in mare e
perquisite accuratamente; i navigli da carico potevano navigare nelle acque
intorno a Caprera soltanto muniti di uno speciale permesso del comandante di
squadra. Furono requisite anche le barche di Garibaldi, ma non il piccolo
becaccino, una specie di piroga, che era celato tra il lentischio presso la riva
della Cala di Barca Briciata sul Passo della Moneta. Anche la goletta, dono
degli amici inglesi, era rimasta, bene in vista, nel porto dello Stagnarello. Il
comandante della squadra, Isola, aveva l'ordine del governo di non spingere la
sorveglianza fino al territorio della casa del Generale, di non fermare parenti,
Garibaldini o altri provenienti o diretti a La Maddalena. Si temeva infatti una
reazione popolare e si sapeva che a un cenno dell'Uomo di Caprera tutta l'Italia
sarebbe insorta, così come si era ben certi che in quel momento tutta l'Italia
stava col fiato sospeso a vedere cosa sarebbe accaduto nell'isoletta delle
Bocche di Bonifacio. Alcuni
ufficiali delle navi andavano alla Casa Bianca per informarsi della salute del
prigioniero e i familiari rispondevano che egli non stava bene e non poteva
riceverli. Frattanto
Garibaldi e i suoi preparavano la fuga. Da Livorno giunse a La Maddalena una
tartana con il genero Tanzio e il maddalenino Antonio Viggiani: studiarono le
possibilità di liberarlo, ma ci si rese conto che l'unico modo era che egli
riuscisse da solo a raggiungere la Sardegna e lì lo avrebbero atteso per
portarlo in continente. La
scena era dunque nuovamente statica, vuota, affidata alla stella del sessantenne
Uomo di Caprera che col suo sottile istinto di vecchio marinaio fiutava il
vento, il mare e il cielo. Venne
il 14 ottobre. Garibaldi scrisse poi nelle Memorie:
"Era il plenilunio, circostanza che rendeva difficile assai la mia impresa
e, secondo i miei calcoli, la luna doveva uscire dal Teggiolone (montagna che
domina Caprera) un'ora circa dopo il tramontar del sole. Io dovevo quindi
profittare di quell'ora per il mio passaggio alla Maddalena, non prima ne più
tardi: prima mi avrebbe tradito il sole è più tardi la luna. Quindi
alle 6 pomeridiane sgusciò fuori di casa e raggiunse il beccaccino celato tra i
lentischi. Giovanni il giovane sardo custode della goletta, lo attendeva per
aiutarlo a mettere a mare la piccola barca; Egli vi si calò dentro e salpò. "Costeggiai
a sinistra la spiaggia della Caprera, facendo meno rumore di un anitra, ed uscii
in mare per la punta dell'Arcaccio, ove Frosciante, altro mio fido, e Barberini,
ingegnere di Caprera, avevano esplorato il terreno per timore di alcuna
imboscata". Due
fattori distassero l'attenzione dei marinai che perlustravano le acque della
Moneta: Giovanni, il giovane sardo, partì cantando con il canotto di
salvataggio della goletta, remando in direzione opposta a quella del suo
Generale; da La Maddalena se ne tornava in barca Maurizio, un collaboratore di
Garibaldi che, essendo un po allegro, non rispose al "chi va là" dei
soldati, e quelli spararono diverse fucilate, per fortuna senza colpirlo. "Per
combinazione - dicono le memorie - ciò succedeva mentre io stavo operando la
mia traversata, favorito pure dal vento di scirocco, le di cui piccole ondate
servivano mirabilmente a nascondere il beccaccino che appena d'un palmo dalla
superficie del mare... Dunque, mentre la maggior parte de' miei custodi si
precipitavano su Maurizio, io tranquillamente traversavo lo stretto della Moneta
ed approdavo nell'isoletta, divisa dalla Maddalena da un piccolo canale
guadabile, giunsi a greco dell'isoletta e vi approdai fra i numerosi scogli la
circondavano, quando il dico della luna spuntava dal Teggiolone". Garibaldi
avrebbe dovuto trovare ad attenderlo i suoi, Basso e Cuneo, ma la sparatoria
udita gli aveva convinti che fosse stato preso e tornarono quindi al paese. "Indebolito
dagli anni e dai malanni, l'agilità mia era poca tra gli scogli e cespugli
dell'isola di La Maddalena. Per fortuna ero illuminato dalla luna, che avrei
temuto sul mare, ma che benedivo in quel mio difficile transito, tanto più
difficile che, avendo dovuto passare il canale guadabile senza scalzarmi per
essere irto di punte granitiche, avevo gli stivali pieni d'acqua, e quindi il
canticchiare dei miei piedi ne bagno, cosa ben dispiacevole camminando. In tale
stato giunsi con tutte le precauzioni in casa della signora Collins, e vi fui
accolto generosamente". Lady
Collins non aveva bisogno di spiegazioni: fu direttamente sua alleata, lo
rifocillò e si preoccupò di mandare segretamente qualcuno ad avvisare Pietro
Susini della presenza del Generale a La Maddalena. Quegli, già d'accordo con il
Garibaldino Basso, le rispose di tenerlo nascosto fino al giorno seguente,
mentre egli preparava il trasferimento in Sardegna. Da
questo momento la fuga di Garibaldi è la storia mirabile della solidarietà
della gente di Gallura con il Vate d'Italia, ed è il pendent
perfetto di quell'altra pagina gloriosa in cui diciott'anni prima, i
popolani romagnoli, i toscani e liguri l'avevano sottratto alle polizie di tre
Stati, facendogli attraversare segretamente la larghezza d'Italia. Il
giorno 16 alle sette pomeridiane, Pietro Susini lo andò a prendere a casa
Collins con un cavallo e gli fece attraversare La Maddalena con un largo giro
per evitare l'abitato, fino a Cala Francese: quì lo aspettavano Basso, Cuneo,
Maurizio e un marinaio maddalenino con una barca. Compiuta la traversata,
rimandarono la barca e si nascosero presso lo stazzo di un pastore per il resto
della notte e parte del giorno 17. Frattanto Pietro che era andato a cercar
cavalli ricomparve intorno alle 6 pomeridiane con tre animali fornitigli da
gente del posto. Viaggiarono tutta la notte, parte a piedi parte a cavallo, e
all'alba avevano superato i monti che si affacciano sul golfo di Olbia (allora
Terranova) dove avrebbero dovuto trovare la barca di Canzio e Viggiani. Non
trovandola fu ancora un pastore, Nicola, ad ospitarli nel suo stazzo mentre
Cuneo andava a cercare i compagni. Garibaldi
era stanchissimo dopo quindici ore di cavalcata e il pastore, cui era stato
taciuto il suo nome, si prodigò in ogni modo per offrirgli un giaciglio e del
cibo. Ma il Generale, vista l'ospitalità dell'uomo, volle rivelargli la propria
identità e quegli gli manifestò la sua gioia reverenziale e la sua devozione
profonda. Nel
primo pomeriggio Cuneo poté accompagnare Garibaldi nell'isolato Porto Prandinga,
dove lo aspettava la Paranzella "San Francesco" con Canzio e Viggiani,
e fecero subito vela verso l'Italia. Nessuna delle numerose persone che avevano
aiutato l'Uomo di Caprera nella fuga fiatò. Si seppe che egli era a Firenze
soltanto il giorno 20 ottobre, dai giornali. E
venne la battaglia di Monterotondo, poi la sconfitta garibaldina di Mentana,
frutto delle incomprensioni e dei dubbi di Mazzini, quanto della profonda
malafede del governo italiano: "Infine
il governo italiano, preti e mazziniani erano pervenuti a gettar lo sconforto
nelle nostre fila." Garibaldi
fu di nuovo arrestato, tradotto al Varignano e di quì rispedito a Caprera. L'unità
d'Italia era così ancora una volta rimandata ed egli non sapeva darsi pace che
non lo comprendessero proprio "Quegli
uomini che ponno chiamarsi giustamente i luminari del moderno periodo del
risorgimento nazionale, e che ne furono tanto benemeriti, come per esempio
Mazzini, Manin, Guerrazzi, ed alcuni de' loro amici". Tornò
nella sua isola sconfitto, sofferente, deluso, e Caprera come sempre lo accolse
nella calma fonda della sua essenza di granito, macchia, mare, vento,
offrendogli quale rimedio ai suoi mali la pace del lavoro dei campi e della
pastorizia. L'ultima
impresa guerresca fu nel 1870, in Francia, al comando della valorosa
"Armata dei Vosgi", ma tornò a casa ancora deluso dalle menzogne e
dai bassi intrighi del mondo politico e militare, pur essendo l'unico Generale
vittorioso tra quanti avevano combattuto in quella guerra contro i prussiani. Da
questo momento il compito di Garibaldi è di deporre la spada e rappresentare
l'ideale unitario soltanto come presenza vigile nella nazione e nell'Europa: e
tale egli sarà fino alla fine dei suoi giorni. A
partire dal 1872 si dedicò alla stesura definitiva delle Memorie,
a scrivere i suoi romanzi, le poesie, a leggere i classici preferiti.
Nella prefazione alle Memorie è
detto: "Oggi entro ne' miei 65
anni di vita, ed avendo creduto per la maggior parte della mia vita ad un
miglioramento umano, sono amareggiato a veder tanti malanni e tante corruzioni
in questo sedicente secolo civile". Eppure non si stancherà mai,
fino all'ultimo di mandare da Caprera centinaia e centinaia di lettere,
proclami, appelli per la pace, per stimolare iniziative di progresso sociale,
per avviare grandi progetti di bonifica, di assetto del territorio, per frenare
gli abusi, per soccorrere il popolo, per affrontare il problema meridionale e
quello sardo in primo piano. Caprera
restava il cuore pulsante del mondo occidentale: basta leggere la corrispondenza
da e per l'isola, per passare in rassegna tutti i problemi più pressanti
d'Europa.
Parzialmente tratto dal libro "La Maddalena e le isole intermedie" di Gin Racheli
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