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Crocerossine isolane Eroismo sconosciuto
Le donne hanno avuto un ruolo importante in tante vicende della nostra comunità isolana, ma non restano del loro passaggio, che tracce vaghe, insufficienti per dare loro consistenza e identità. Una di queste vicende, avvenuta nel 1794, vide sei donne chiudersi in una difficile quarantena per aiutare i loro mariti rimasti feriti e ustionati in un combattimento con i barbareschi. Il pur generoso comandante militare dell'epoca, sempre prodigo di riconoscimenti con i suoi uomini, identifica per nome altri che diedero il loro aiuto in questo frangente; per le donne dice solo che erano 6: non sapremo mai i loro nomi. Il registro parrocchiale dei morti della parrocchia di Santa Maria Maddalena riporta alla pagina 40 l'attestazione di un grave incidente in mare; la cura con la quale il viceparroco Luca Demuro, ne descrive i particolari (malgrado il latino del tempo gli consentisse a fatica di tradurre termini del linguaggio moderno come "galere" o "barbareschi") è segno della profonda impressione che il fatto aveva provocato. "Il giorno 3 gennaio dell'anno del Signore 1794 nell'isola di La Maddalena. Stefano Bargone di Capraia, Gioacchino Marcegà, maltese, Antonio Sabatini, Giovanni Battista Capriata, bonifacino, Giovanni Zicavo, detto "Urzone" isolano, Mirabito siciliano, la tartana, Cavasso, Giovanni Antonio Morensis, e altri cinque di cui si ignorano i nomi, resero l'anima a Dio per morte violenta, in parte bruciati, in parte uccisi da armi nel combattimento fra le nostre Regie Navi presso la nostra isola dodici (.....)con i barbari tunisini (....) In due navi delle quali l'una fu catturata, l'altra completamente bruciata. Questo combattimento fu guidato da due nobili Don Vittorio Dechevillard, sabaudo e Don vittorio Porcile, sardo. I loro corpi, cioè di Stefano, Giovani Antonio, Gioacchino, foaggia e altri quattrofurono abbandonati in mare, gli altri, cioè Giovani Zicavo, Giovanni Battista Capriata, Mirabito, Sabatini, muniti del sacramento furono seppelliti a Santo Stefano, nel cimitero costruito per l'occasione da Don Vittorio Porcile" . La Mattina del 3 gennaio, infatti, presso le coste corse di Porto Vecchio, era avvenuto uno scontro violento fra le navi militari presenti in quel momento alla Maddalena e due sciabecchi barbareschi. Dopo la cattura del primo, durante l'abbordaggio che avrebbe dovuto far arrendere il secondo, un marinaio tunisino aveva dato fuoco alla Santa Barbara facendo saltare tutto in aria r e provocando un incendio che aveva sviluppato, rapidamente, legno, cordami, vele e persone. La giornata vittoriosa si concludeva drammaticamente: possiamo immaginare le azioni affrettate per limitare i danni e impedire il propagarsi delle fiamme, gli ordini concitati per far allontanare il relitto che bruciava, le grida dei feriti e ustionati, le voci dei soccorritori, l'affiorare dei cadaveri fra spezzoni della nave distrutta. Finalmente il rientro spiato da occhi ansiosi dall'alto della Maddalena, l'avvicinamento alla costa tanto da poter relazionare sull'accaduto, la notizia che volava come un fulmine, il dolore che dilagava nelle case le risposte alle prime, urgenti richieste di soccorso: servivano mani per curare, bende e stracci per pulire e fasciare le ferite. E intanto il triste corteo si allontanava verso Santo Stefano: infatti la prima preoccupazione del comandante era quella di trovare la migliore situazione per ricoverare e curare i feriti senza contravvenire alle leggi sanitarie, rispettando, cioè, la quarantena obbligatoria per gli equipaggi e e navi che venivano a contatto con i barbareschi. La Maddalena non era abilitata a far scontatela contumacia e quindi non era attrezzata (come invece lo erano i porti di Alghero e Cagliari) di lazzareto dove ricoverare i quarantenari. Solo in casi urgenti (quali l'impossibilità di raggiungere i porti abilitati, avarie gravi o maltempo), le imbarcazioni interessate venivano portate nella rada più interna di Cala Chiesa: posto scelto anche in modo che si potesse controllare da terra l'osservanza del divieto di avere contatti e, nello stesso tempo, poter ricevere aiuti garantendo la salute pubblica. Ma mentre in quarantena a Cala Chiesa le 4 navi con i loro 400 uomini di equipaggio era impossibile: il corteo entrava a Santo Stefano nella cala di Villamarina, dove le mezze galere avevano il loro approdo abituale e lì finalmente tutti scesero a terra e contarono i danni e i morti, mentre dalla Maddalena partivano alcuni coraggiosi che accettavano di segregarsi in quarantena per aiutare nella difficile opera che si preparava: il chirurgo civile Alfonsi e sei donne isolane mogli di altrettanti feriti con i quali avevano scelto di dividere i disagi e speranze: portavano con loro lenzuola prese dal povero corredo familiare e forse poco altro. Difficile situazione da gestire: era pieno inverno, e il tempo era orribile; a Santo Stefano non c'era ricovero: esisteva solo un vecchio magazzino diroccato, costruito anni prima per custodire le provviste del distaccamento militare, assolutamente inefficiente. Fortunatamente all'interno c'erano delle tende: con un lavoro frenetico, tenendo come base le muratura del magazzino, tutto intorno si piazzarono le tende, si fissarono le vele delle imbarcazioni in modo da creare degli ambienti quanto più possibile riparati dal vento e dalla pioggia. Lì dentro vennero depositati i feriti più gravi mentre iniziava l'opera dei chirurghi. "Se S.E. vedesse i nostri feriti, diceva accorato Chevillard, e soprattutto le sfortunate vittime dell'incendio, il suo cuore sensibile e compassionevole fremerebbe di orrore e di pietà..... orrendo spettacolo che ha causato la sfortuna di tante brave persone". Fortunatamente nelle stive dello sciabecco predato era stata trovata della cera e del miele e con quelli si iniziava a lenire le ustioni. Nei giorni immediatamente successivi il vicario generale di Tempio, il canonico Spano, inviava un carico di lenzuola per bendaggi. I marinai e i sodati rimasti illesi potevano girare per l'isola e, forse procacciare qualcosa da mangiare: le provviste, come al solito, scarseggiavano visto che negli ultimi tempi non era arrivato il carico previsto e quindi i malati potevano essere alimentati dalle scarse scorte di pane biscotto e forse, con qualche capo di bestiame presente nell'isola. Alcuni marinai e uno schiavo tunisino ebbero l'incarico di recuperare legna e acqua per il fabbisogno e un via vai continuo portava dalla fonte, aggirando il vasto stagno che in quella stagione doveva essere pieno, l'acqua per lavare e cucinare fino al magazzino. Il tempo continuava ad essere orribile, scarso il riparo contro il freddo; probabilmente mancavano materassi o sacconi; nella stagione invernale anche recuperare i pagliericci di foglie secche era difficile. Le donne condivisero i disagi e sofferenze, affrontarono i lunghi 24 giorni di quarantena accanto ai loro mariti a organizzare, umilmente, il lavoro dei chirurghi, sorrette dai due cappellani che portavano il loro conforto religioso ai sofferenti e le ultime benedizioni ai moribondi.
Giovanna Sotgiu Tratto da "Lo Scoglio". Anno 15, n. 5/6 marzo 2004 |
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