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Le sanzioni "umanitarie" all'Iraq

Combattono i mulini a vento, mentre l'Iraq brucia


Macelleria irachena e mal d'America

Fuori subito, prima che ci caccino
 

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Le sanzioni "umanitarie" all'Iraq

LA LENTA AGONIA DI UN POPOLO

di Tariq Ali

 

 

Lo scorso 23 maggio Geoff Hoon, ministro della Difesa britannico, interrogato alla Camera dei Comuni sugli attacchi anglo-americani all` Iraq, ha risposto: “ Tra il primo agosto 1992 e il 16 dicembre 1998, gli aerei britannici hanno sganciato 2,5 tonnellate di bombe e missili sulla zona no-fly meridionale a una media di 0,025 tonnellate al mese. Sull’attività dell’intera coalizione in quel periodo non possediamo informazioni dettagliate per valutare quale percentuale rappresentino queste cifre rispetto al totale. Tra il 20 dicembre 1998 e il 17 maggio 2000, gli aerei britannici hanno sganciato 78 tonnellate di bombe e missili sulle zone no-fly meridionali dell’Iraq, a una media di 5 tonnellate al mese. Questa cifra rappresenta approssimativamente il 20% sul totale della coalizione relativo a quel periodo. In altre parole, negli ultimi diciotto mesi, Stati Uniti e Gran Bretagna hanno sganciato circa 400 tonnellate di bombe e missili sull’Iraq. Blair ha lanciato sul paese un volume di esplosivi mortali venti volte superiore a quello di Major. Come si spiega questa escalation ? Le sue origini immediate non sono un mistero. Il 16 dicembre 1998, Clinton, alla vigilia di un voto alla Camera dei Rappresentanti che lo avrebbe accusato di falsa testimonianza e intralcio alla giustizia, ha dato via libera a un attacco aereo ininterrotto sull’Iraq. Una campagna di bombardamenti destinata a punire il regime di Baghdad per il suo rifiuto di collaborare con gli ispettori Onu; mirata, in realtà, ad allontanare i rischi di un possibile impeachment. L’operazione “volpe del deserto” , nome appropriatamente ripreso da quello di un generale nazista, prosegui` per settanta ore ininterrotte, facendo saltare in aria un centinaio di obiettivi.

Poi, invece di spegnersi, la tempesta di fuoco e` continuata. Nell’agosto 1999 il “New York Times” riportava: “Gli aerei da guerra americani stanno attaccando sistematicamente l’Iraq, con un dibattito pubblico ridotto al minimo. Negli ultimi otto mesi, i piloti americani e britannici hanno sganciato oltre 1.100 missili contro 359 obiettivi iracheni; e` il triplo degli obiettivi attaccati nei quattro giorni furiosi di offensiva dello scorso dicembre. In altre termini, i piloti anglo-americani hanno effettuato sull’Iraq un numero di incursioni aeree pari ai due terzi di quelle compiute dai piloti Nato in 78 giorni di guerra ininterrotta sulla Jugoslavia”. A ottobre gli ufficiali americani comunicavano al “Wall Street Journal” che gli obiettivi si sarebbero presto esauriti: “Stiamo attaccando fino all’ultima latrina”. Alla fine dell’anno, le forze armate anglo-americane hanno effettuato più di 6000 incursioni aeree e sganciato oltre 1800 bombe sull’Iraq; all’inizio del 2001, il bombardamento sull’Iraq sarà durato più a lungo dell’invasione americana del Vietnam.

E dieci anni di attacchi aerei sono solo una minima parte della tortura che l’Iraq e` costretto a subire; i blocchi di mare e di terra hanno inflitto tormenti ancora più grande. Le sanzioni economiche hanno trascinato in un stato di estrema miseria un popolo che vantava livelli di nutrizione, istruzione e servizi pubblici ben al di sopra degli standard della regione. Prima del 1990 il Pnl pro capite era di oltre 3000 dollari; oggi non raggiunge 500 dollari, e fa dell’Iraq una delle società più povere al mondo. Un paese che vantava alti livelli di istruzione primaria e un avanzato sistema sanitario e` stato devastato dall’occidente: la struttura sociale cade a pezzi, la popolazione non ha più accesso ai beni di prima necessita`, il suolo e` inquinato testate rivestite di uranio. Secondo le cifre fornite lo scorso anno dall’Unicef, il 60% della popolazione non ha regolare accesso all’acqua potabile e oltre l`80% delle scuole ha bisogno di riparazioni strutturali. La Fao ha calcolato che nel 1997 il 27% della popolazione irachena soffriva di malnutrizione cronica e il 70% delle donne di anemia. L`Unicef riporta che nel centro e nel Sud del paese, dove vive l`85% della popolazione, il tasso di mortalità infantile e` raddoppiato rispetto al periodo precedente la guerra del Golfo.

Sul tributo di sangue dovuto al deliberato strangolamento dell’economia non esistono ancora dati recenti; questo sarà poi compito degli storici. Secondo Richard Garfield, uno degli esperti più autorevoli, “ una valutazione prudente di -morti premature- tra i bambini di età inferiore ai cinque anni a partire dal 1991 sarebbe di 300000”; mentre secondo le stime dell’Unicef –che nel 1997 dichiarava “4500 bambini di età inferiore ai cinque anni muoiono ogni mese di fame e di malattie”- il numero di bambini uccisi dal blocco sarebbe di 500000. E’ più difficile calcolare le cifre delle altre vittime, ma come fa notare Garfield, “il tasso di mortalità indicato dall’Unicef è soltanto la punta di un iceberg dell’enorme danno inflitto a quattro iracheni su cinque che sopravvivono oltre il loro quinto compleanno. Alla fine del 1998, l’irlandese Dennis Hallidey, coordinatore del programma umanitario dell’Onu per l’Iraq ed ex vice segretario generale dell’Onu si è dimesso per protesta contro le sanzioni, dichiarando che il numero totale delle perdite umane provocate dal blocco sarebbo il milione. Quando il suo successore Hans von Sponeck ha avuto il coraggio di includere nel suo rapporto le perdite di civili causate dai bombardamenti anglo-americani, i regimi di Clinton e di Blair hanno chiesto le sue dimissioni.

Alla fine del 1999 anche von Sponeck si è dimesso, dichiarando che aveva fatto il suo dovere per il popolo dell’Iraq e che “ogni mese il tessuto sociale iracheno presentava lacerazioni sempre maggiori”. Queste lacerazioni si sono ampliate sempre più nel periodo delle sanzioni - periodo in cambio di cibo - attuate a partire dal 1996, che consentono all’Iraq di esportare petrolio per 4 miliardi di dollari all’anno, mentre sarebbero necessari almeno 7 miliardi soltanto per assicurare servizi ridotti al minimo. Dopo dieci anni, lo strangolamento dell’Iraq a opera di Stati Uniti e Gran Bretagna ha raggiunto livelli senza precedenti nella storia moderna. Oggi l’Iraq è un paese che, per usare le parole di Garfield, “ è l’unico esempio di popolazione stanziale in cui vi sia stato un costante e altissimo incremento della mortalità di oltre due milioni di persone negli ultimi duecento anni.

* * * * *

Come viene giustificata questa vendetta omicida perpetrata su un intero popolo ? Tra le motivazioni ufficiali vi sono tre argomenti ricorrenti diffusi dai media addomesticati: Saddam Hussein è un avido aggressore, che con l’invasione del Kuwait ha violato le leggi internazionali minacciando la stabilità di tutta la regione e nessun paese vicino sarà mai al sicuro finché lui non verrà eliminato; il suo regime era un arsenale di armi di distruzione di massa e avrebbe presto acquisito anche un arsenale nucleare, diventando un pericolo senza precedenti per l’intera comunità internazionale; Saddam impone all’Iraq una dittatura spietata e feroce senza paragone, incarnazione politica del male, che nessun paese civile puo' tollerare. Per tutte queste ragioni, il mondo civilizzato non potrà mai arrendersi finché Saddam non verrà eliminato; i blocchi e i bombardamenti sono l’unico mezzo per riuscirci senza mettere inutilmente a rischio i nostri cittadini.

Ognuna di queste motivazioni è assolutamente falsa. L’occupazione irachena del Kuwait, un territorio che prima della colonizzazione è stato amministrato quasi sempre da Bassora o Baghdad, non ha rappresentato alcun oltraggio straordinario né per la regione né per il resto del mondo. L’annessione indonesiana di Timor Est è stata accettata dall’Occidente per vent’anni quasi sempre con tranquillità, anche nei giorni in cui la famiglia al potere in Kuwait fuggiva. Esempio ancora più lampante : nello stesso Medio Oriente, Israele – uno stato fondato su un processo originario di polizia etnica- ha sfidato per diverso tempo le risoluzioni Onu che intimavano una divisione relativamente equa della palestiana, conquistando ampie zone dei territori vicini e occupando non soltanto striscia di Gaza, la West Bank e le alture del Golan, ma anche una fascia del Libano meridionale. Invece di opporsi a questa politica espansionistica, gli Stati Uniti hanno continuato a sostenere, equipaggiare e finanziare Israele, senza che dai suoi alleati europei – men che mai dalla Gran Bretagna- si alzasse una sola voce. Adesso la fine di questo processo è imminente, visto che Washington si sta occupando di ridurre i palestinesi a qualche sparuto bantustan alla merce di Israele. La lezione non è che l’aggressione territoriale sia un crimine che non puo' essere punito, bensi' che uno stato, per portare avanti con successo le sue mire espansionistiche, deve agire anche negli interessi dell’Occidente: soltanto cosi la sua impresa potrà concludersi con un sorprendente successo. La conquista irachena del Kuwait non era negli interessi dell’Occidente, dal momento che conteneva la seria minaccia che due giunti delle riserve di petrolio mondiali passassero nelle mani di uno stato arabo moderno con una politica estera autonoma; ben differente dai vassalli feudali dell’Occidente in Kuwait, nel Golfo o in Arabia Saudita. Da qui la “Tempesta nel deserto”.

Questo per quanto riguarda l’espansionismo. Quanto al pericolo mortale dei programmi iracheni di armamento, anche qui c’è ben poco di vero. Finché il regime di Baghdad veniva visto da Washington e da Londra come un possibile alleato – e questo per circa vent’anni, da quando schiaccio' i comunisti nel paese e fece guerra ai mullah iraniani - nessuno si preoccupava di una sua possibile corsa agli armamenti: le armi chimiche potevano essere usate senza rimostranze, le licenze di esportazione venivano concesse, sui carichi straordinari si chiudeva un occhio. Per le risorse nucleari era un altro discorso, ma non per un particolare timore nei confronti dell’Iraq, bensi' perché sin dagli anni 60 gli Stati Uniti, per salvaguardare il monopolio della superpotenza, hanno cercato di impedire che queste si diffondessero negli Stati minori. Israele non rientrava chiaramente nei requisiti richiesti dalla non proliferazione; e questo gli aveva permesso non soltanto di dotarsi di un grosso arsenale senza un’obiezione da parte dell’Occidente, ma anche di godere di un sostegno attivo per tenere nascosto il suo programma.

Quando il regime iracheno si è rivoltato contro gli interessi dell’Occidente nel Golfo, chiaramente, la possibilità che l’Iraq potesse acquisire armi nucleari è balzata improvvisamente all’ordine del giorno nell’agenda statunitense come pericolo gravissimo. Oggi di questo spauracchio non è rimasta neppure l’ombra. Da un lato, il monopolio nucleare delle grandi potenze, da sempre una pretesa grottesca, è crollato –come era inevitabile- con l’acquisizione di armamenti nucleari da parte di India e Pakistan, e senza dubbio presto anche da parte dell’Iran. Dall’altro lato, il programma nucleare iracheno è stato estirpato tanto radicalmente che persino l’accanito guerrafondaio Scott Ritter –l’ispettore dell’Unscom (la commissione speciale delle Nazioni Unite) che si vantava della sua collaborazione con i servizi segreti israeliani ed era il promotore dei raid che hanno dato l’avvio all’operazione “Volpe del deserto”- ha dichiarato che non c’è nessuna possibilità che l’arsenale si ricostruisca e che percio' il blocco dovrebbe cessare.

Infine, si afferma che le atrocità del regime interno di Saddam sono talmente estreme che qualsiasi misura volta a sbarazzarsi di lui è legittima. Poiché che la guerra del Golfo si è conclusa senza una marcia su Bagdad, Washington e Londra non hanno potuto proclamare ufficialmente questa dottrina, ma l’hanno lasciata intendere in ogni briefing informale e commento riservato. Nessun argomento è più gradito ai politicanti della sinistra di quello secondo il quale Saddam è l’Hitler arabo; e dato che “il fascismo è peggio dell’imperialismo”, ogni persona di buon senso dovrebbe unirsi sotto la bandiera del Strategic Air Command. Questo linea di pensiero è, in realtà, l’ultima motivazione al protrarsi del blocco; secondo Clinton, “le sanzioni resteranno in vigore fino alla fine dei tempi, o finché dura Saddam”. Che il regime di Baath sia una tirannia spietata nessuno puo' dubitarne; sebbene le diplomazie occidentali abbiano guardato altrove mentre Saddam era loro alleato. Ma che sia unico nella sua crudeltà è un’ignobile farsa. Il destino dei curdi in Turchia, dove la lingua curdo non è neanche permessa nelle scuole e l’esercito, nella sua guerra contro il popolo curdo, ha esiliato due milioni di persone dalla loro patria, è sempre stato peggiore che in Iraq; qui, infatti –quali siano gli altri crimini di Saddam- non c’è mai stato nessun tentativo di un simile annichilimento culturale. Eppure alla Turchia, stimato membro della Nato e candidata all’ingresso nell’Unione europea, non è stata imposta la benché minima sanzione, e per la sua repressione puo'anzi contare sull'appoggio occidentale. Il rapimento di Ocalan, accompagnato da rassicuranti reportages dei media anglo-americani sul progresso turco verso una modernità responsabile, presenta diverse analogie con quello di Vanunu. Qualcuno ha forse mai suggerito un’operazione di soccorso urgente sul lago di Van, o una zona no-fly su Adana, o ancora un attacco aereo preventivo a Dimona ?

Il destino dei curdi iracheni ha attirato quasi tutta l’attenzione internazionale, ma la repressione del Baath non ha certo risparmiato neppure le altre popolazioni arabe dell’Iraq. Ma che dire del leale alleato occidentale ai suoi confini meridionali?. Il regno saudita non ha neanche la pretesa di rispettare i diritti umani, cosi come tanti regimi dittatoriale arabi o non arabi, eppure molti paesi di questi sono elogiati da Washington. In quanto a uccisioni e torture, Saddam non è mai arrivato ai livelli di Suharto, i cui massacri in Indonesia sono andati ben al di là di qualsiasi livello mai raggiunto in Iraq. Ma nessun regime del Terzo Mondo è stato più stimato dall’Occidente, dai suoi inizi sanguinari fino agli anni in cui il governo di Saddam veniva dichiarato talmente ingiusto che la sua eliminazione è diventata un imperativo morale dell’intera “comunità internazionale”. Nel 1995 mentre le forze aeree americane e britanniche martellavano senza tregua il fuorilegge di Bagdad, Clinton riceveva un vecchio amico da Giacarta. A Londra, Blair ha fornito armi al regime indonesiano fino al 1997 e, proprio alla vigilia della caduta di Suharto, dava il benvenuto al suo regime al Summit euro-asiatico di Londra; mentre naturalmente sbarrava le porte alla giunta birmana, le cui vittime saranno anche modeste al confronto, ma il cui atteggiamento rispetto agli investitori stranieri è molto meno conciliante.

Ma se non c’è più neanche uno straccio di argomentazione a favore del blocco e del bombardamento sull’Iraq, persiste ancora una riserva molto diffusa. E allora? Altri stati potranno avere una politica altrettanto espansionistica, cercare di procurarsi a tutti i costi armi nucleari, maltrattare o uccidere un maggior numero di cittadini; ma a chi interessa? Non si puo' rimediare ogni ingiustizia in un colpo solo; il male commesso altrove non puo' essere eliminato al prezzo di un insuccesso nel fare del bene qui. Anche se facciamo la cosa giusta in un solo caso, non è sempre meglio che non farla per niente? E’ meglio usare due pesi e due misure che non agire. E’ questa adesso la nuova dottrina ricorrente tra i fedeli factotum, articolisti e cortigiani, dei regimi di Clinton e di Blair, che è possibile sentire ogni qualvolta diventa impossibile negare realtà scomode quali i - tanti regimi-. “Dobbiamo abituarci all’idea di due pesi e due misure”, scrive apertamente Robert Cooper, assistente personale di Blair per gli Affari esteri ed ex diplomatico. La massima che sta alla base di questo cinismo è : puniremo i crimini dei nostri nemici e ricompenseremo i crimini dei nostri amici. Non è forse almeno preferibile all’impunità universale ? A questa domanda è facile rispondere : seguendo questa falsariga, la ‘punizione’ non riduce la criminalità ma la genera, in chi ne ha il controllo. La guerra del Golfo e quella dei Balcani sono esempi tipici dell’arbià di un atteggiamento di controllo selettivo.

I due casi non sono identici, perché in Jugoslavia non c’era nessun minerale strategico. Ma se le loro origini sono diverse, un’unica ideologia li accomuna. Cooper lo ha espresso con una chiarezza ammirevole : da un lato, spiega infatti candidamente che “la ragione della guerra del Golfo non è stata la violazione delle norme internazionali da parte dell’Iraq” –l’annessione di un altro stato, dice infatti, potrebbe anche essere tollerabile- ma il fatto che l’occidente avesse bisogno di mantenere una salda presa su “riserve di petrolio vitali”. Da un altro lato, prosegue Cooper, l’Occidente non dovrebbe limitarsi a casi come questi, di scoperto interesse materiale, ma estendere il suo campo d’azione. “Un consiglio agli stati post-moderni : accettare che l’intervento in quelle pre-moderni diventi una cosa normale”, scrive Cooper. “Tali interventi potrebbero non risolvere i problemi, ma almeno ci salveranno la coscienza. E per questo non rappresentano necessariamente la scelta peggiore”. Questo è un documento scritto per il Kosovo, prima del blitz della Nato. Il prezzo da pagare per la ‘coscienza’ ha significato, come era prevedibile, più morti e distruzione –che non una reale occasione per ‘salvarla’. In realtà, per esprimere la motivazione reale dell’intervento occidentali nei Balcani, quella frase, per quanto deplorevole, dovrebbe essere un po’ diversa; la ‘credibilità’ è diventata infatti la ragione la ragione di fondo, dichiarata ufficialmente, di un attacco aereo Nato durato mesi, che invece, come aveva inizialmente promesso lo stesso segretario generale, avrebbe dovuto essere questione di poche ore : ‘salvare la faccia’ è forse l’espressione che rende meglio l’idea.

Il pensiero che sta dietro questo atteggiamento è stato formulato in modo pittoresco dal Primo ministro britannico in alcuni memorandum confidenziali : “C’è un insieme do questioni apparentemente slegate che sono in realtà tra loro connesse e combinano la politica ‘dalla parte dei cittadini’ con la linea rigida e lo ‘Standing up for Britain’ ”. Blair prosegue : “Non possiamo davvero pensare di avere qualche possibilità di raggiungere gli obiettivi dello ‘standing up for Britain’ se sembriamo dare scarsa attenzione al settore della difesa”. Il Primo ministro britannico dice ancora : “Diritto d’asilo e criminalità : sembrerebbero questioni slegate dal patriottismo, ma in realtà sono connesse; in parte perché sono già di per sé sfide ardue, in parte perché toccano in profondità l’istinto britannico”. I rimedi per Blair ? “Il Kosovo dovrebbe aver eliminato ogni ombra di dubbio sulla nostra forza militare [sic]”, e “stiamo adottando misure rigide su diritto d’asilo e criminalità”. I profughi della guerra dei Balcani, già beneficiari di un certo tipo di linea dura, possono adesso godere i frutti di un'altra linea dura : “Sulla questione del diritto d’asilo, dobbiamo dare rilievo alle espulsioni; e se la spesa per i sussidi ai richiedenti asilo dovesse diminuire, anche a questo bisognerà dare risalto”. Le riflessioni del bombardiere britannico di mezza tacca si concludono con l’impareggiabile indicazione: “Io dovrei essere personalmente coinvolto nella maggior parte di questi provvedimenti”. Potremmo benissimo trovarci a Piazza Venezia negli anni 20.

Nonostante la devastazione che ha provocato, senza dare speranze di una soluzione durevole, il risultato dell’intervento nei Balcani non è neppure paragonabile al bilancio della catastrofe in Iraq. Qui si è trattato di una vera e propria strage degli innocenti. Prendiamo alla lettera la presunzione dei nostri leader. Clinton e Blair sono personalmente responsabili della morte di centinaia di migliaia di bambini, massacrati con indifferenza per salvare la propria ‘credibilità’. Considerando la valutazione prudente di 300.000 bambini d’età inferiore ai cinque anni e facendo una stima provvisoria di 200.000 morti premature tra gli adulti, ci troviamo davanti a una delle più imponenti uccisioni di massa degli ultimi venticinque anni. E sono cifre modeste, visto che Dennis Hallidey arriva a parlare di un numero molto più alto, almeno un milione di perdite umane. In confronto, la guerra del Golfo di per sé è stata una faccenda da poco: non più di 50.000 morti. Il crimine più sanguinoso di Saddam –quello che ha goduto della complicità occidentale- è stato l’attacco all’Iran, che è costato alla sua gente 200.000 perdite. Il genocidio in Ruanda ne ha provocate 500.000. Basti pensare che il numero di bambini e adulti uccisi dall’assedio dell’Iraq si aggira intorno alla stessa cifra. Volendo assegnare in modo più preciso le responsabilità politiche, a Clinton –al potere dal 1992- si possono attribuire i nove decimi dei morti; a Blair –nominato nel 1996- i due quinti. Dato che senza Stati Uniti e Gran Bretagna il blocco sarebbe stato tolto molto tempo fa, valutare quale sia stato il ruolo degli altri leader occidentali, per quanto codardi, non è necessario.

Nel 1964, pochi mesi prima che il governo Wilson salisse al potere in Gran Bretagna, Ralph Miliband avverti' la generazione degli anni 60 –inebriata dalla fine di tredici anni di governo conservatore e desiderosa di cogliere un segno di riforma progressista nel paese- che sarebbe stato un errore fatale perdere di vista la politica estera del Labour, già piuttosto legata a Washington; questa, secondo Miliband avrebbe probabilmente determinato l’intera esperienza del governo. L’anno seguente si dimostro' che aveva ragione. L’appoggio di Wilson alla guerra americana in Vietnam, quando Johnson invio' le sue truppe nel 1965,mise in evidenza tutta la portata del disfacimento politico del Laburismo. La fine miserabile dell’Old Labour, dopo 10 anni di sterile esercizio del potere, fu scritta in anticipo in questa collusione futile e servile, con una guerra imperialista. Negli Stati Uniti,la battaglia contro la guerra del Vietnam ha dato il colpo di grazia a Johnson e alla fine, indirettamente, anche a Nixon; in Gran Bretagna ha garantito a Wilson, Callaghan ed ai loro colleghi l’indignazione totale di qualsiasi persona intelligente al di sotto dei 25 anni, per non parlare del disinganno nei più vecchi.

L’assedio dell’Iraq non è un'altra guerra del Vietnam. L’obiettivo, la portata e le forze dispiegate sono tutti minori. Ma c’è anche un'altra differenza: questa volta, la Gran Bretagna non si è limitata a offrire un sostegno diplomatico e ideologico alle barbarie americane, ma vi sta partecipando attivamente come alleato militare. Il passato dell’Old Labour, per quanto sia vergognoso, non è niente in confronto all’ignominia del suo successore. Cosa direbbe Miliband del New Labour, mentre i suoi jet decollano per un altro raid su cio' che resta di un popolo del terzo mondo distrutto e ridotto alla fame; mentre, per ordine dei suoi leader, i figli di questo popolo continuano a morire come mosche ? Nei consueti dibattiti politici al governo non se ne è mai sentito parlare. Si discute di questioni come ‘New Deal’ per l’occupazione (15.000 nuovi posti di lavoro), i crediti fiscali per le famiglie che lavorano (35 dollari in più alla settimana per i sottopagati), la prossima età aurea della sanità, proprio come in America: si dibatte a lungo sull’aumento dei crediti di imposta sui redditi di lavoro (1000 dollari all’anno), sull’aumento del salario minimo (oltre 95 centesimi l’ora), o su fantasiosi progetti pensionistici. Nessuna di queste questioni è superflua; ma in realtà sono dettagli, semplici pretesti che permettono di tollerare le amministrazioni di Clinton o di Blair. Sono stati uccisi troppi bambini da questi Erodi, felicemente al riparo della comprensione degli ‘istinti nazionali’. Sono regimi spregevoli, che vanno combattuti, non ansiosamente blanditi.

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Combattono i mulini a vento, mentre l'Iraq brucia
di Ramzy Baroud

 

Mettete da parte la retorica insensata del presidente George Bush sui presunti successi del tentativo di incoraggiare "le tendenze democratiche che spazzano il Medio Oriente" e scoprirete che i fatti non sono così rosei, e l'Iraq ne e' il più orribile promemoria.

Bush sembra presiedere la realtà di un mondo completamente differente quando si presenta come un visionario le cui preoccupazioni principali sono la libertà e la democrazia globale, con un'enfasi particolare verso il Medio Oriente.

Né la vera libertà né la genuina rappresentanza democratica sono in realtà sull'agenda della politica estera di Bush, non importa quanta preminenza queste questioni rivestano nei prevedibili discorsi presidenziali. Sappiamo molto bene che i regimi più tirannici e repressivi sono stati storicamente amici tradizionali e alleati di successive amministrazioni americane, in Medio Oriente ed altrove.

Nonostante alcune frizioni politicamente motivate tra il governo Bush ed alcuni di questi alleati naturali, l'approccio totalmente antidemocratico della politica estera USA incombe con forza.

Mentre Bush e gli altri membri della sua amministrazione estremista spudoratamente si appropriano dei successi elettorali nei Territori Palestinesi occupati, altrettanto spudoratamente fingono di non accorgersi del pugno di ferro israeliano contro gli indifesi votanti palestinesi.

Bush ha reiteratamente salutato la Rivoluzione dei Cedri in Libano, come se il popolo libanese (che comprende pienamente il ruolo chiave giocato dagli Stati Uniti nelle sue sofferenze storicamente tragiche) si muovesse al cenno della mano di Washington e della sua clique neo-conservatrice. Perché, innanzitutto, enfatizzare e abbellire i supposti trionfi democratici in  Medio Oriente? La risposta e' l'Iraq.

Con la disastrosa messa in evidenza della falsità di tutte le scuse utilizzate per aggredire l'Iraq - dalla pretesa del possesso di armi illecite alla connessione tra l'ex presidente Saddam ed i militanti di al-Qaida - gli esperti dell'amministrazione USA hanno cominciato a cercare un nuovo pretesto per la guerra, questa volta incontestabile: l'esportazione della democrazia. L'obiettivo non e' solo quello di giustificare la guerra in retrospettiva, ma di estendere ad altri paesi ed altre regioni il mandato politico e conseguentemente militare dell'amministrazione Bush senza le limitazioni sperimentate in Iraq.

Non c'e' bisogno di vendere  un caso per la democrazia al pubblico americano, il quale, sebbene supporti genuinamente le iniziative democratiche ovunque, viene facilmente ingannato attraverso l'indottrinamento politico ed indotto ad acconsentire - o al massimo ad essere indifferente - alle sanguinose guerre intraprese dal suo governo per "restaurare la democrazia" nel mondo.

Tuttavia c'e' ben più dello "tsunami democratico" in Medio Oriente e delle fantasie dell'amministrazione Bush. Le notizie che giungono dall'Iraq sono troppo spaventose per poter essere raccontate, troppo tragiche per essere condivise nel dettaglio, e l'amministrazione fa quello che può per bilanciare la debacle irachena concentrandosi sulle potenzialità democratiche, anche se si tratta di nuovi inganni.

Il solo 12 maggio scorso, quattro autobomba sono esplose a Baghdad; un kamikaze si e' lasciato esplodere in una fila di aspiranti reclute in una piccola città a nord della capitale; una devastante bomba e' scoppiata in una fabbrica di fertilizzanti a Bassora ed un'altra in un affollato mercato di Tikrit. La maggior parte di questi attacchi avevano come obiettivo o i convogli dell'esercito americano o la polizia irachena.

Contemporaneamente, una sanguinosissima battaglia ha visto confrontarsi le forze americane ed i combattenti iracheni in una piccola area della frontiera occidentale del paese, presso il confine siriano. Numerose sono state le vittime, sebbene i militari USA abbiano raccontato al Los Angeles Times di stare combattendo contro "un nemico invisibile".

La necessità di mascherare la calamità irachena con una buona dose di retorica sulla democrazia assume un ulteriore tono di urgenza allorché si seguano le parole estremamente ciniche degli esperti americani di politica estera. "Tutto quello che credevamo di sapere sulla ribellione ovviamente e' inesatta", dice Judith Kipper, del Consiglio per le Relazioni Estere. "E' stata sotto controllo per un po' e poi rieccola, in tutta la sua forza, in tutto il paese".

L'importante esperto sull'Iraq, Phebe Marr, ha dato l' avvertimento al pubblico americano attraverso Newsday di "mantenere basse le sue aspettative, verso qualcosa di ragionevole". Intanto, Pat Lang, ex funzionario dell'intelligence del Pentagono per il Medio Oriente, dice dei combattenti iracheni: "Più durano, meglio e' per loro, dal momento che la migliore scuola di guerra e' la guerra stessa". Lang si spinge persino a dire che "non vi e' alcuna evidenza che essi non siano in grado di vincere".

Chiaramente, vi e' una notevole divergenza dai discorsi ante-guerra, pieni di asserzioni auto-rassicuranti sulla missione relativamente semplice dell'esercito USA. I discorsi non si focalizzano più sulla ricostruzione, su una democrazia significativa o su disegni geo-politici a lungo termine, ma piuttosto sulla mera sopravvivenza politica e militare.

E, nonostante l'unica azione responsabile per evitare un ulteriore declino della reputazione e della credibilità politica americana sia quella di riportare a casa i 140.000 soldati USA ostaggio di una rivolta armata in continua escalation, sembra prevalere la tendenza opposta.

Durante le cerimonie per la seconda vittoria elettorale, l'amministrazione Bush ha dato tutte le indicazioni necessarie a comprendere che la spinta per la guerra e l'azione unilaterale e' ben lungi dall'essere stata accantonata. L'insistenza verso lo sviluppo di nuove armi nucleari, in grado di perforare bunker, e la nomina di John Bolton - un attivista politico anti-ONU - alla carica di ambasciatore USA alle Nazioni Unite, ne sono solo i due esempi più recenti.

Le guerre di Bush nel nome della democrazia dovrebbero essere prese seriamente tanto quanto le battaglie di Don Chisciotte contro i mulini a vento; entrambe sono stupide fiction. Nonostante vi sia un crescente anelito di libertà e democrazia in Medio Oriente, questo sentimento popolare e' del tutto indipendente dall'agenda politica e dai piani militari del governo USA. In realtà, l'identificazione di Bush con i movimenti pro-democrazia nella regione priva i suoi leaders della credibilità necessaria, classificandoli semplicemente come filo-americani, un eufemismo per "traditori".

Sarebbe molto più vantaggioso che Bush e la sua amministrazione affrontassero e ricomponessero le loro difficoltà in Iraq, poiché la vera calamità e' cominciata lì e può terminare solo lì.

 

Macelleria irachena e mal d'America

Lucio Manisco

Dilaga la marea torbida di sangue e ogniddove viene annegato il rito dell'innocenza; i migliori mancano di ogni convinzione, mentre i peggiori sono rigonfi di passionale intensità. Siamo certi che i Negroponte, gli Allawi e gli altri macellai che da Washington gestiscono il grande mattatoio iracheno non hanno mai letto i versi di William B. Yeats. Siamo altrettanto certi che si illudono di poter continuare a far affidamento sull'assuefazione e l'apatia dell'opinione pubblica occidentale di fronte al ritmo sempre più accelerato dello spargimento di sangue e delle devastazioni ad alta tecnologia in un paese che, prima del milione e mezzo di morti provocati dalle sanzioni e prima dell'aggressione di 17 mesi fa, contava 26 milioni di abitanti. Quando assuefazione e apatia rischiano di venir meno possono sempre contare sulla complicità dei mass-media e soprattutto di quegli intellettuali e uomini politici che in Europa e soprattutto in Italia agitano all'unisono lo spettro dell'anti-americanismo.
Sarà forse singolare coincidenza o forsanco reazione di tipo pavloviano, ma il tremendo spettro si è levato dalla fluida prosa di Alberto Ronchey e di Giuliano Amato sui due maggiori quotidiani nazionali lo stesso giorno che la macelleria in corso a Najaf ed in altre nove città irachene aveva superato ogni precedente primato grazie al primo impiego delle "Gunships C-130" e dei cannoni ad alzo zero montati sui carri armati "Abrahams".
Disdicevole pensare che opinionisti così illustri possano obbedire alle istruzioni impartite da Washington e da quell'efficiente macchina per il controllo dei media messa su da Richard Perle, il cavaliere nero della crociata contro l'Islam; altrettanto disdicevole prevedere che gli stessi Ronchey e Amato si accingano ora ad agitare lo spettro collaterale dell'antisemitismo quando lo stato di Israele porrà in atto il preannunciato attacco contro le centrali nucleari e la fabbrica di missili "Shibab" in Iran. Riprovevole invece che questi intellettuali di chiara fama e uomini politici altrettanto illustri come Prodi e Rutelli, a cui si è aggiunto ora il neo-presidente della Commissione di Strasburgo, José Manuel Barroso, oltre ad esaltare ad ogni pie' sospinto la sacralità dei vincoli con gli Stati Uniti, non menzionino mai la devastante, accanita campagna anti-europea da questi scatenata negli ultimi decenni quale che sia stata la denominazione repubblicana o democratica delle amministrazioni a Washington.
Rimangono queste osservazioni di relativa importanza di fronte alla torbida marea di sangue che dilaga e tutto e tutti travolge: è giunto il momento di tracciare una linea sulla sabbia della storia, è giunto il momento di un salto di qualità nell'opposizione alla guerra: dalla protesta e dai cortei per la pace si deve passare alla resistenza civile, agli scioperi, ad esempio, di quei portuali di Livorno, La Spezia e Genova addetti al carico degli strumenti di morte provenienti da Camp Darby, ad una mobilitazione di massa che esiga ed imponga il ritiro immediato del contingente italiano, un contingente che sotto comando anglo-americano verrà sempre più coinvolto nella macelleria irachena.

 

Fuori subito, prima che ci caccino
di John Pilger

Quattro anni fa, visitai l'Iraq in lungo ed in largo, dalle colline su cui e' sepolto San Matteo, nel nord curdo, al cuore della Mesopotamia, Baghdad, fino al sud sci'ita. Raramente mi ero sentito più al sicuro, in un paese straniero. Una volta, sotto il colonnato edwardiano del mercato dei libri di Baghdad, un giovane mi gridò qualcosa a proposito delle difficoltà che la sua famiglia era costretta a sopportare a causa dell'embargo imposto da Stati Uniti e Gran Bretagna. Ciò che avvenne dopo fu tipicamente iracheno; un passante calmò il giovane, mettendogli il braccio sulla spalla, mentre un altro si avvicinò a me rapidamente. "Lo perdoni", mi disse, rassicurandomi. "Noi non colleghiamo gli occidentali alle azioni dei loro governi. Lei e' il benvenuto".

Ad una delle malinconiche aste serali in cui gli iracheni si recavano per vendere i loro possedimenti più intimi a causa di bisogni urgenti, una donna con due bambini cercava di vendere i loro passeggini per pochi centesimi, ed un uomo che allevava colombi da quando aveva 15 anni stava lì, con l'ultimo uccello in gabbia; eppure questa gente mi diceva: "Lei e' il benvenuto". Tale grazia e dignità venne spesso espressa da quegli esiliati iracheni che si opponevano sia a Saddam Hussein che allo strangolamento economico e all'assalto anglo-americano del loro paese. Migliaia di essi marciarono a Londra l'anno scorso contro la guerra, con grande disappunto dei guerrafondai, che non capirono mai la dicotomia dei loro fermi principi.

Dovessi intraprendere oggi lo stesso viaggio in Iraq, potrei non ritornare vivo. I terroristi stranieri me lo garantiscono. Con le armi più letali che miliardi di dollari possono comprare,  con le minacce dei generali cow-boy e con la brutalità indotta dal panico dei loro militari, più di 120.000 di questi invasori hanno fatto a pezzi il tessuto di una nazione sopravvissuta agli anni di Saddam ed hanno soprinteso alla distruzione dei suoi manufatti. Hanno fatto piombare l'Iraq in una quotidiana, assassina violenza che sovrasta quella di un tiranno che mai aveva promesso una falsa democrazia.

Amnesty International riporta che le forze USA hanno "sparato agli iracheni durante le manifestazioni, li hanno torturati e malmenati, arrestati arbitrariamente e detenuti indefinitamente, demolito le loro case in azioni di vendetta e punizioni collettive". 
A Falluja, i marines USA, definiti "tremendamente precisi" dal loro psicopatico portavoce, hanno assassinato oltre 600 persone, secondo i direttori degli ospedali. Lo hanno fatto con aerei ed armamenti pesanti dispiegati in aree urbane, per vendicare l'assassinio di quattro mercenari americani. Molte delle vittime erano donne, vecchi e bambini. Solo le reti satellitari arabe, in particolare al-Jazeera, hanno mostrato la vera dimensione di questo crimine, mentre i media anglo-americani continuano a trasmettere ed amplificare le bugie della Casa Bianca e di Downing Street.  

"Esclusiva dell'Observer prima dell'incontro tra Bush e Blair di questa settimana", scriveva l'11 aprile l'ex capofila tra i giornali liberali di Gran Bretagna. "[Tony Blair] ha dato pieno sostegno alle tattiche americane in Iraq ... ed ha dichiarato che il governo non recederà dalla sua "storica lotta", nonostante gli sforzi degli insorgenti e dei terroristi".

Che questa "esclusiva" non sia stata presentata come parodia dimostra che la macchina di propaganda che da due anni spaccia per verità le bugie di Bush e Blair sulle armi di distruzione di massa e sul collegamento tra Saddam e al-Qaida e' ancora in opera. Sui bollettini delle notizie della BBC e di Newsnight, i "terroristi" di Blair sono ancora in circolazione, un termine che non viene mai adoperato per la fonte e la causa principale di terrorismo, gli invasori stranieri che hanno ucciso sinora oltre 11.000 civili, secondo Amnesty ed altri. Le stime totali, incluse le reclute, parlano di 55.000 vittime irachene.

Il fatto che una rivolta nazionalista sia in preparazione in Iraq da oltre un anno e' stato soppresso dal mendace lessico inventato a Londra ed a Washington e continuamente riportato, in puro stile CNN. Dominano i termini "residui", "tribali" e "fondamentalisti", mentre all'Iraq viene negata l'eredità di una storia a cui e' legato gran parte del mondo moderno. La "storia del primo anniversario" sul risibile sondaggio secondo cui la metà degli iracheni starebbe oggi meglio che in passato e' un caso pertinente. La BBC ed il resto lo hanno spacciato come verità. Per un'informazione reale, consiglio la lettura del coraggioso diario giornaliero di Jo Wilding, un'osservatrice britannica per i diritti umani a Baghdad.

Persino oggi, mentre la rivolta si espande, vi sono solo riferimenti criptici all'ovvietà: che questa e' una guerra di liberazione nazionale e che il nemico siamo "noi". Tipico e' l'atteggiamento del pro-invasione Sydney Morning Herald. Dopo aver espresso "sorpresa" per l'unità tra sunniti e sciiti, il corrispondente del giornale da Baghdad ha recentemente riportato come "gli atteggiamenti bulleschi dei militari USA abbiano trasformato in nemici gli amichevoli iracheni" e come lui ed il suo autista siano stati minacciati dagli americani. "Ti butterò fuori con la rapidità di un lampo, f***** di tua madre!", un militare gli disse. Che questa sia solo una goccia del terrore e delle umiliazioni che gli iracheni sono costretti a soffrire ogni giorno nel loro paese non viene però detto; in realtà, questo giornale ha pubblicato un'untuosa immagine dopo l'altra di soldati americani in lutto, per invitare alla simpatia verso un invasore che ha "buttato fuori" migliaia di uomini, donne e bambini innocenti.

Ciò che noi facciamo di routine nell'occidente imperialista, ha scritto Richard Falk, professore di relazioni internazionali a Princeton, e' propagare "attraverso uno schermo auto-assolutorio, moralmente e legalmente unilaterale, immagini positive dei valori e dell'innocenza occidentali che sarebbero minacciati, giustificando in questo modo una campagna di inusitata violenza". Così, viene cancellato il terrorismo di stato occidentale ed il compito del giornalismo occidentale diviene quello di giustificare e minimizzare le nostre colpe, per quanto atroci. I nostri morti vengono contati, i loro no. Le nostre vittime hanno valore, le loro no.

Si tratta di una storia vecchia; ci sono stati molti Iraq, o, come le chiama Blair, molte "storiche lotte" condotte contro "insorgenti e terroristi". Ad esempio, in Kenya, negli anni '50. La versione approvata e' ancora quella costruita dall'occidente - resa popolare prima dalla stampa, poi dal cinema e dalle fiction; come l'Iraq, si tratta di una menzogna. "Il compito che ci siamo imposti", dichiarava il governatore del Kenya nel 1955, "e' quello di civilizzare una grande massa di esseri umani che si trovano in uno stato morale e sociale molto primitivo". Il massacro di migliaia di nazionalisti, che non furono mai chiamati nazionalisti, fu condotto dal governo britannico. Il mito della rivolta kenyota fu che i Maumau erano portatori di un "terrorismo demoniaco" contro gli eroici coloni bianchi. In realtà, gli europei uccisi furono solo 32, contro circa 10.000 kenyoti uccisi dai britannici in campi di concentramento così duri che 402 "ospiti" morirono in un solo mese. Torture, flagellazioni e stupri di donne e bambini erano pratica comune. "Le prigioni speciali", scrive lo storico imperialista V.G. Kiernan, "erano probabilmente simili a quelle naziste o giapponesi". All'esterno non trapelò nulla di tutto ciò. Il "terrorismo demoniaco" era uno: quello dei neri contro i bianchi. Il messaggio razzista era inconfondibile.

La stessa cosa si verificò in Vietnam. Nel 1969, la scoperta di un massacro ad opera degli americani nel villaggio di My Lai fu descritta dalla copertina di Newsweek come "una tragedia americana", non vietnamita. In realtà vi furono molti massacri come My Lai, nessuno dei quali fu riportato, all'epoca.
Anche la vera tragedia di soldati costretti a portare avanti un'occupazione coloniale viene soppressa. In Vietnam furono uccisi oltre 58.000 militari americani. Lo stesso numero di soldati, secondo uno studio fatto da veterani, si suicidò una volta tornato a casa. Il dottor Doug Rokke, direttore del progetto sull'uranio impoverito dell'esercito USA dopo la guerra del Golfo del 1991, valuta in oltre 10.000 il numero delle truppe americane morte in seguito a malattie contratte a causa dell'uranio. Quando gli chiesi quanti fossero gli iracheni morti, sollevò gli occhi e scosse la testa. "Sui proiettili venne utilizzato dell'uranio solido", disse. "Decine di migliaia di iracheni - uomini, donne e bambini - ne furono contaminati. Negli anni '9', ad un simposio internazionale, vidi dei dirigenti iracheni avvicinarsi alle loro controparti del Pentagono e del Ministero della Difesa USA e chiedere, implorare, che li aiutassero nell'opera di decontaminazione. Gli iracheni non avevano usato l'uranio; non erano le loro armi. Li vidi esporre il caso, descrivendo orribili morti e deformazioni, e vidi che venivano respinti. Fu penoso".  Durante l'ultima invasione, gli anglo-americani hanno nuovamente usato proiettili all'uranio, riducendo intere aree così contaminate dalle radiazioni da poter essere avvicinate solo da team militari con equipaggiamento completo. Nessun avvertimento né supporto medico e' dato ai civili iracheni; migliaia di bambini giocano in queste aree. La "coalizione" ha rifiutato di permettere all'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica di inviare esperti a verificare ciò che Rokke definisce "una catastrofe".

Quando questa catastrofe sarà raccontata da coloro che dovrebbero? Quando la BBC e gli altri investigheranno sulle condizioni degli oltre 10.000 iracheni detenuti senza imputazione, molti dei quali torturati, nei campi di concentramento USA in Iraq, e sulla recinzione con filo spinato di interi villaggi iracheni? Quando la BBC e gli altri smetteranno di riferirsi al "trasferimento dei poteri in Iraq" del 30 giugno, nonostante sappiano che non vi sarà alcun trasferimento? Il nuovo regime sarà composto da tirapiedi, ognuno dei quali direttamente controllato da dirigenti americani, ed il suo esercito di tirapiedi e la forza di polizia composta da tirapiedi saranno gestiti dagli americani. Una legge risalente a Saddam, secondo cui e' proibito il sindacato per il settore pubblico, resterà in vigore. La famigerata polizia segreta con i membri del passato regime continuerà a gestire la "sicurezza dello stato", controllata però dalla CIA. Le basi militari USA avranno lo stesso status imposto alle altre 750 basi americane dislocate negli altri paesi ospiti di tutto il mondo. L'Iraq sarà una colonia USA, come Haiti. E quando i giornalisti avranno il coraggio professionale di parlare del ruolo cardine avuto da Israele in questo grande disegno coloniale per il Medio Oriente?

Qualche settimana fa, Rick Mercier, un giovane giornalista del Free-Lance Star, un piccolo quotidiano della Virginia, ha fatto ciò che nessun giornalista ha osato fare durante quest'ultimo anno. Si e' scusato con i suoi lettori per le menzogne raccontate nel narrare gli eventi che condussero all'invasione dell'Iraq. "Ci dispiace che dichiarazioni infondate abbiano infettato la nostra copertura degli eventi", ha scritto. "Ci dispiace di aver permesso ad una banda di megalomani traditori iracheni di ingannarci. Ci scusiamo per la performance di Colin Powell alle Nazioni Unite ... Forse faremo un lavoro migliore, nella prossima guerra".

Ben fatto, Rick Mercier. Ma stai ad ascoltare il silenzio dei tuoi colleghi su entrambe le sponde dell'Atlantico. Nessuno si aspetta che la Fox, o Wapping, o il Daily Telegraph si plachino. Ma cosa dire del faro del liberalismo di David Astor, l'Observer, che nel 1956 si oppose all'invasione dell'Egitto e ne smascherò tutte le bugie? L'Observer non solo ha supportato l'illegale e non provocata aggressione all' Iraq lo scorso anno; ha aiutato a creare la disonorevole atmosfera in cui Blair ha potuto perpetrare il suo crimine. La reputazione dell' Observer ha fatto sì che i miti e le menzogne ottenessero legittimità. Una storia a fronte pagina dava credito alla falsa dichiarazione secondo cui dietro l'attacco all'antrace negli USA vi fosse l'Iraq. E poi ci furono quelle anonime fonti occidentali  "d'intelligence", tutti quegli uomini di paglia, tutte quelle allusioni, nella pagina denominata "La connessione irachena", di David Rose, che lasciarono ai lettori l'impressione che davvero Saddam aveva giocato un ruolo negli attacchi dell'11 settembre 2001. "Ci sono occasioni nella storia", scrisse Rose, "in cui l'uso della forza e' giusto e sensato. Questa e' una di esse". Raccontalo a 11.000 civili massacrati, signor Rose.

Si dice che alcuni ufficiali britannici in Iraq abbiamo definito "spaventose" le tattiche dei loro colleghi americani. No. E' la natura stessa di un'occupazione coloniale ad essere spaventosa, come le famiglie dei 13 iracheni massacrati dagli inglesi si apprestano a dire dinanzi al tribunale a cui hanno trascinato il governo britannico. Se la banda militare britannica ricorda solo un po' del suo passato coloniale, per non parlare della sanguinosa ritirata inglese dall'Iraq 83 anni fa, farà bene a sussurrare nell'orecchio del piccolo Wellington-Palmerston seduto al numero 10 di Downing Street: "Fuori adesso, prima che ci caccino".

 

 

 

 

 

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