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Le sanzioni "umanitarie" all'Iraq
Combattono i mulini a vento, mentre
l'Iraq brucia
Macelleria irachena e mal d'America
Fuori subito, prima che ci caccino
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Le sanzioni "umanitarie" all'Iraq
LA LENTA AGONIA DI UN POPOLO
di Tariq
Ali
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Lo scorso 23 maggio Geoff Hoon,
ministro della Difesa britannico, interrogato alla Camera dei Comuni sugli
attacchi anglo-americani all` Iraq, ha risposto: “ Tra il primo agosto 1992
e il 16 dicembre 1998, gli aerei britannici hanno sganciato 2,5 tonnellate
di bombe e missili sulla zona no-fly meridionale a una media
di 0,025 tonnellate al mese. Sull’attività dell’intera coalizione in quel
periodo non possediamo informazioni dettagliate per valutare quale
percentuale rappresentino queste cifre rispetto al totale. Tra il 20
dicembre 1998 e il 17 maggio 2000, gli aerei britannici hanno sganciato 78
tonnellate di bombe e missili sulle zone no-fly
meridionali dell’Iraq, a una media di 5 tonnellate al mese. Questa cifra
rappresenta approssimativamente il 20% sul totale della coalizione relativo
a quel periodo. In altre parole, negli ultimi diciotto mesi, Stati Uniti e
Gran Bretagna hanno sganciato circa 400 tonnellate di bombe e missili
sull’Iraq. Blair ha lanciato sul paese un volume di esplosivi mortali venti
volte superiore a quello di Major. Come si spiega questa escalation
? Le sue origini immediate non sono un mistero. Il 16 dicembre 1998,
Clinton, alla vigilia di un voto alla Camera dei Rappresentanti che lo
avrebbe accusato di falsa testimonianza e intralcio alla giustizia, ha dato
via libera a un attacco aereo ininterrotto sull’Iraq. Una campagna di
bombardamenti destinata a punire il regime di Baghdad per il suo rifiuto di
collaborare con gli ispettori Onu; mirata, in realtà, ad allontanare i
rischi di un possibile impeachment. L’operazione “volpe del deserto”
, nome appropriatamente ripreso da quello di un generale nazista, prosegui`
per settanta ore ininterrotte, facendo saltare in aria un centinaio di
obiettivi.
Poi, invece di spegnersi, la
tempesta di fuoco e` continuata. Nell’agosto 1999 il “New York Times”
riportava: “Gli aerei da guerra americani stanno attaccando sistematicamente
l’Iraq, con un dibattito pubblico ridotto al minimo. Negli ultimi otto mesi,
i piloti americani e britannici hanno sganciato oltre 1.100 missili contro
359 obiettivi iracheni; e` il triplo degli obiettivi attaccati nei quattro
giorni furiosi di offensiva dello scorso dicembre. In altre termini, i
piloti anglo-americani hanno effettuato sull’Iraq un numero di incursioni
aeree pari ai due terzi di quelle compiute dai piloti Nato in 78 giorni di
guerra ininterrotta sulla Jugoslavia”. A ottobre gli ufficiali americani
comunicavano al “Wall Street Journal” che gli obiettivi si sarebbero presto
esauriti: “Stiamo attaccando fino all’ultima latrina”. Alla fine dell’anno,
le forze armate anglo-americane hanno effettuato più di 6000 incursioni
aeree e sganciato oltre 1800 bombe sull’Iraq; all’inizio del 2001, il
bombardamento sull’Iraq sarà durato più a lungo dell’invasione americana del
Vietnam.
E dieci anni di attacchi aerei sono
solo una minima parte della tortura che l’Iraq e` costretto a subire; i
blocchi di mare e di terra hanno inflitto tormenti ancora più grande. Le
sanzioni economiche hanno trascinato in un stato di estrema miseria un
popolo che vantava livelli di nutrizione, istruzione e servizi pubblici ben
al di sopra degli standard della regione. Prima del 1990 il Pnl pro
capite era di oltre 3000 dollari; oggi non raggiunge 500 dollari, e fa
dell’Iraq una delle società più povere al mondo. Un paese che vantava alti
livelli di istruzione primaria e un avanzato sistema sanitario e` stato
devastato dall’occidente: la struttura sociale cade a pezzi, la popolazione
non ha più accesso ai beni di prima necessita`, il suolo e` inquinato
testate rivestite di uranio. Secondo le cifre fornite lo scorso anno dall’Unicef,
il 60% della popolazione non ha regolare accesso all’acqua potabile e oltre
l`80% delle scuole ha bisogno di riparazioni strutturali. La Fao ha
calcolato che nel 1997 il 27% della popolazione irachena soffriva di
malnutrizione cronica e il 70% delle donne di anemia. L`Unicef riporta che
nel centro e nel Sud del paese, dove vive l`85% della popolazione, il tasso
di mortalità infantile e` raddoppiato rispetto al periodo precedente la
guerra del Golfo.
Sul tributo di sangue dovuto al
deliberato strangolamento dell’economia non esistono ancora dati recenti;
questo sarà poi compito degli storici. Secondo Richard Garfield, uno degli
esperti più autorevoli, “ una valutazione prudente di -morti premature- tra
i bambini di età inferiore ai cinque anni a partire dal 1991 sarebbe di
300000”; mentre secondo le stime dell’Unicef –che nel 1997 dichiarava “4500
bambini di età inferiore ai cinque anni muoiono ogni mese di fame e di
malattie”- il numero di bambini uccisi dal blocco sarebbe di 500000. E’ più
difficile calcolare le cifre delle altre vittime, ma come fa notare Garfield,
“il tasso di mortalità indicato dall’Unicef è soltanto la punta di un
iceberg dell’enorme danno inflitto a quattro iracheni su cinque che
sopravvivono oltre il loro quinto compleanno. Alla fine del 1998,
l’irlandese Dennis Hallidey, coordinatore del programma umanitario dell’Onu
per l’Iraq ed ex vice segretario generale dell’Onu si è dimesso per protesta
contro le sanzioni, dichiarando che il numero totale delle perdite umane
provocate dal blocco sarebbo il milione. Quando il suo successore Hans von
Sponeck ha avuto il coraggio di includere nel suo rapporto le perdite di
civili causate dai bombardamenti anglo-americani, i regimi di Clinton e di
Blair hanno chiesto le sue dimissioni.
Alla fine del 1999 anche von
Sponeck si è dimesso, dichiarando che aveva fatto il suo dovere per il
popolo dell’Iraq e che “ogni mese il tessuto sociale iracheno presentava
lacerazioni sempre maggiori”. Queste lacerazioni si sono ampliate sempre più
nel periodo delle sanzioni - periodo in cambio di cibo - attuate a partire
dal 1996, che consentono all’Iraq di esportare petrolio per 4 miliardi di
dollari all’anno, mentre sarebbero necessari almeno 7 miliardi soltanto per
assicurare servizi ridotti al minimo. Dopo dieci anni, lo strangolamento
dell’Iraq a opera di Stati Uniti e Gran Bretagna ha raggiunto livelli senza
precedenti nella storia moderna. Oggi l’Iraq è un paese che, per usare le
parole di Garfield, “ è l’unico esempio di popolazione stanziale in cui vi
sia stato un costante e altissimo incremento della mortalità di oltre due
milioni di persone negli ultimi duecento anni.
* * * * *
Come viene giustificata questa
vendetta omicida perpetrata su un intero popolo ? Tra le motivazioni
ufficiali vi sono tre argomenti ricorrenti diffusi dai media addomesticati:
Saddam Hussein è un avido aggressore, che con l’invasione del Kuwait ha
violato le leggi internazionali minacciando la stabilità di tutta la regione
e nessun paese vicino sarà mai al sicuro finché lui non verrà eliminato; il
suo regime era un arsenale di armi di distruzione di massa e avrebbe presto
acquisito anche un arsenale nucleare, diventando un pericolo senza
precedenti per l’intera comunità internazionale; Saddam impone all’Iraq una
dittatura spietata e feroce senza paragone, incarnazione politica del male,
che nessun paese civile puo' tollerare. Per tutte queste ragioni, il mondo
civilizzato non potrà mai arrendersi finché Saddam non verrà eliminato; i
blocchi e i bombardamenti sono l’unico mezzo per riuscirci senza mettere
inutilmente a rischio i nostri cittadini.
Ognuna di queste motivazioni è
assolutamente falsa. L’occupazione irachena del Kuwait, un territorio che
prima della colonizzazione è stato amministrato quasi sempre da Bassora o
Baghdad, non ha rappresentato alcun oltraggio straordinario né per la
regione né per il resto del mondo. L’annessione indonesiana di Timor Est è
stata accettata dall’Occidente per vent’anni quasi sempre con tranquillità,
anche nei giorni in cui la famiglia al potere in Kuwait fuggiva. Esempio
ancora più lampante : nello stesso Medio Oriente, Israele – uno stato
fondato su un processo originario di polizia etnica- ha sfidato per diverso
tempo le risoluzioni Onu che intimavano una divisione relativamente equa
della palestiana, conquistando ampie zone dei territori vicini e occupando
non soltanto striscia di Gaza, la West Bank e le alture del Golan, ma anche
una fascia del Libano meridionale. Invece di opporsi a questa politica
espansionistica, gli Stati Uniti hanno continuato a sostenere, equipaggiare
e finanziare Israele, senza che dai suoi alleati europei – men che mai dalla
Gran Bretagna- si alzasse una sola voce. Adesso la fine di questo processo è
imminente, visto che Washington si sta occupando di ridurre i palestinesi a
qualche sparuto bantustan alla merce di Israele. La lezione non è che
l’aggressione territoriale sia un crimine che non puo' essere punito, bensi'
che uno stato, per portare avanti con successo le sue mire espansionistiche,
deve agire anche negli interessi dell’Occidente: soltanto cosi la sua
impresa potrà concludersi con un sorprendente successo. La conquista
irachena del Kuwait non era negli interessi dell’Occidente, dal momento che
conteneva la seria minaccia che due giunti delle riserve di petrolio
mondiali passassero nelle mani di uno stato arabo moderno con una politica
estera autonoma; ben differente dai vassalli feudali dell’Occidente in
Kuwait, nel Golfo o in Arabia Saudita. Da qui la “Tempesta nel deserto”.
Questo per quanto riguarda
l’espansionismo. Quanto al pericolo mortale dei programmi iracheni di
armamento, anche qui c’è ben poco di vero. Finché il regime di Baghdad
veniva visto da Washington e da Londra come un possibile alleato – e questo
per circa vent’anni, da quando schiaccio' i comunisti nel paese e fece
guerra ai mullah iraniani - nessuno si preoccupava di una sua
possibile corsa agli armamenti: le armi chimiche potevano essere usate senza
rimostranze, le licenze di esportazione venivano concesse, sui carichi
straordinari si chiudeva un occhio. Per le risorse nucleari era un altro
discorso, ma non per un particolare timore nei confronti dell’Iraq, bensi'
perché sin dagli anni 60 gli Stati Uniti, per salvaguardare il monopolio
della superpotenza, hanno cercato di impedire che queste si diffondessero
negli Stati minori. Israele non rientrava chiaramente nei requisiti
richiesti dalla non proliferazione; e questo gli aveva permesso non soltanto
di dotarsi di un grosso arsenale senza un’obiezione da parte dell’Occidente,
ma anche di godere di un sostegno attivo per tenere nascosto il suo
programma.
Quando il regime iracheno si è
rivoltato contro gli interessi dell’Occidente nel Golfo, chiaramente, la
possibilità che l’Iraq potesse acquisire armi nucleari è balzata
improvvisamente all’ordine del giorno nell’agenda statunitense come pericolo
gravissimo. Oggi di questo spauracchio non è rimasta neppure l’ombra. Da un
lato, il monopolio nucleare delle grandi potenze, da sempre una pretesa
grottesca, è crollato –come era inevitabile- con l’acquisizione di armamenti
nucleari da parte di India e Pakistan, e senza dubbio presto anche da parte
dell’Iran. Dall’altro lato, il programma nucleare iracheno è stato estirpato
tanto radicalmente che persino l’accanito guerrafondaio Scott Ritter
–l’ispettore dell’Unscom (la commissione speciale delle Nazioni Unite) che
si vantava della sua collaborazione con i servizi segreti israeliani ed era
il promotore dei raid che hanno dato l’avvio all’operazione “Volpe del
deserto”- ha dichiarato che non c’è nessuna possibilità che l’arsenale si
ricostruisca e che percio' il blocco dovrebbe cessare.
Infine, si afferma che le atrocità
del regime interno di Saddam sono talmente estreme che qualsiasi misura
volta a sbarazzarsi di lui è legittima. Poiché che la guerra del Golfo si è
conclusa senza una marcia su Bagdad, Washington e Londra non hanno potuto
proclamare ufficialmente questa dottrina, ma l’hanno lasciata intendere in
ogni briefing informale e commento riservato. Nessun argomento è più
gradito ai politicanti della sinistra di quello secondo il quale Saddam è l’Hitler
arabo; e dato che “il fascismo è peggio dell’imperialismo”, ogni persona di
buon senso dovrebbe unirsi sotto la bandiera del Strategic Air Command.
Questo linea di pensiero è, in realtà, l’ultima motivazione al protrarsi del
blocco; secondo Clinton, “le sanzioni resteranno in vigore fino alla fine
dei tempi, o finché dura Saddam”. Che il regime di Baath sia una tirannia
spietata nessuno puo' dubitarne; sebbene le diplomazie occidentali abbiano
guardato altrove mentre Saddam era loro alleato. Ma che sia unico nella sua
crudeltà è un’ignobile farsa. Il destino dei curdi in Turchia, dove la
lingua curdo non è neanche permessa nelle scuole e l’esercito, nella sua
guerra contro il popolo curdo, ha esiliato due milioni di persone dalla loro
patria, è sempre stato peggiore che in Iraq; qui, infatti –quali siano gli
altri crimini di Saddam- non c’è mai stato nessun tentativo di un simile
annichilimento culturale. Eppure alla Turchia, stimato membro della Nato e
candidata all’ingresso nell’Unione europea, non è stata imposta la benché
minima sanzione, e per la sua repressione puo'anzi contare sull'appoggio
occidentale. Il rapimento di Ocalan, accompagnato da rassicuranti
reportages dei media anglo-americani sul progresso turco verso una
modernità responsabile, presenta diverse analogie con quello di Vanunu.
Qualcuno ha forse mai suggerito un’operazione di soccorso urgente sul lago
di Van, o una zona no-fly su Adana, o ancora un attacco aereo
preventivo a Dimona ?
Il destino dei curdi iracheni ha
attirato quasi tutta l’attenzione internazionale, ma la repressione del
Baath non ha certo risparmiato neppure le altre popolazioni arabe dell’Iraq.
Ma che dire del leale alleato occidentale ai suoi confini meridionali?. Il
regno saudita non ha neanche la pretesa di rispettare i diritti umani, cosi
come tanti regimi dittatoriale arabi o non arabi, eppure molti paesi di
questi sono elogiati da Washington. In quanto a uccisioni e torture, Saddam
non è mai arrivato ai livelli di Suharto, i cui massacri in Indonesia sono
andati ben al di là di qualsiasi livello mai raggiunto in Iraq. Ma nessun
regime del Terzo Mondo è stato più stimato dall’Occidente, dai suoi inizi
sanguinari fino agli anni in cui il governo di Saddam veniva dichiarato
talmente ingiusto che la sua eliminazione è diventata un imperativo morale
dell’intera “comunità internazionale”. Nel 1995 mentre le forze aeree
americane e britanniche martellavano senza tregua il fuorilegge di Bagdad,
Clinton riceveva un vecchio amico da Giacarta. A Londra, Blair ha fornito
armi al regime indonesiano fino al 1997 e, proprio alla vigilia della caduta
di Suharto, dava il benvenuto al suo regime al Summit euro-asiatico di
Londra; mentre naturalmente sbarrava le porte alla giunta birmana, le cui
vittime saranno anche modeste al confronto, ma il cui atteggiamento rispetto
agli investitori stranieri è molto meno conciliante.
Ma se non c’è più neanche uno
straccio di argomentazione a favore del blocco e del bombardamento
sull’Iraq, persiste ancora una riserva molto diffusa. E allora? Altri stati
potranno avere una politica altrettanto espansionistica, cercare di
procurarsi a tutti i costi armi nucleari, maltrattare o uccidere un maggior
numero di cittadini; ma a chi interessa? Non si puo' rimediare ogni
ingiustizia in un colpo solo; il male commesso altrove non puo' essere
eliminato al prezzo di un insuccesso nel fare del bene qui. Anche se
facciamo la cosa giusta in un solo caso, non è sempre meglio che non farla
per niente? E’ meglio usare due pesi e due misure che non agire. E’ questa
adesso la nuova dottrina ricorrente tra i fedeli factotum, articolisti e
cortigiani, dei regimi di Clinton e di Blair, che è possibile sentire ogni
qualvolta diventa impossibile negare realtà scomode quali i - tanti regimi-.
“Dobbiamo abituarci all’idea di due pesi e due misure”, scrive apertamente
Robert Cooper, assistente personale di Blair per gli Affari esteri ed ex
diplomatico. La massima che sta alla base di questo cinismo è : puniremo i
crimini dei nostri nemici e ricompenseremo i crimini dei nostri amici. Non è
forse almeno preferibile all’impunità universale ? A questa domanda è facile
rispondere : seguendo questa falsariga, la ‘punizione’ non riduce la
criminalità ma la genera, in chi ne ha il controllo. La guerra del Golfo e
quella dei Balcani sono esempi tipici dell’arbià di un atteggiamento di
controllo selettivo.
I due casi non sono identici,
perché in Jugoslavia non c’era nessun minerale strategico. Ma se le loro
origini sono diverse, un’unica ideologia li accomuna. Cooper lo ha espresso
con una chiarezza ammirevole : da un lato, spiega infatti candidamente che
“la ragione della guerra del Golfo non è stata la violazione delle norme
internazionali da parte dell’Iraq” –l’annessione di un altro stato, dice
infatti, potrebbe anche essere tollerabile- ma il fatto che l’occidente
avesse bisogno di mantenere una salda presa su “riserve di petrolio vitali”.
Da un altro lato, prosegue Cooper, l’Occidente non dovrebbe limitarsi a casi
come questi, di scoperto interesse materiale, ma estendere il suo campo
d’azione. “Un consiglio agli stati post-moderni : accettare che l’intervento
in quelle pre-moderni diventi una cosa normale”, scrive Cooper. “Tali
interventi potrebbero non risolvere i problemi, ma almeno ci salveranno la
coscienza. E per questo non rappresentano necessariamente la scelta
peggiore”. Questo è un documento scritto per il Kosovo, prima del blitz
della Nato. Il prezzo da pagare per la ‘coscienza’ ha significato, come era
prevedibile, più morti e distruzione –che non una reale occasione per ‘salvarla’.
In realtà, per esprimere la motivazione reale dell’intervento occidentali
nei Balcani, quella frase, per quanto deplorevole, dovrebbe essere un po’
diversa; la ‘credibilità’ è diventata infatti la ragione la ragione di
fondo, dichiarata ufficialmente, di un attacco aereo Nato durato mesi, che
invece, come aveva inizialmente promesso lo stesso segretario generale,
avrebbe dovuto essere questione di poche ore : ‘salvare la faccia’ è forse
l’espressione che rende meglio l’idea.
Il pensiero che sta dietro questo
atteggiamento è stato formulato in modo pittoresco dal Primo ministro
britannico in alcuni memorandum confidenziali : “C’è un insieme do questioni
apparentemente slegate che sono in realtà tra loro connesse e combinano la
politica ‘dalla parte dei cittadini’ con la linea rigida e lo ‘Standing up
for Britain’ ”. Blair prosegue : “Non possiamo davvero pensare di avere
qualche possibilità di raggiungere gli obiettivi dello ‘standing up for
Britain’ se sembriamo dare scarsa attenzione al settore della difesa”. Il
Primo ministro britannico dice ancora : “Diritto d’asilo e criminalità :
sembrerebbero questioni slegate dal patriottismo, ma in realtà sono
connesse; in parte perché sono già di per sé sfide ardue, in parte perché
toccano in profondità l’istinto britannico”. I rimedi per Blair ? “Il Kosovo
dovrebbe aver eliminato ogni ombra di dubbio sulla nostra forza militare
[sic]”, e “stiamo adottando misure rigide su diritto d’asilo e criminalità”.
I profughi della guerra dei Balcani, già beneficiari di un certo tipo di
linea dura, possono adesso godere i frutti di un'altra linea dura : “Sulla
questione del diritto d’asilo, dobbiamo dare rilievo alle espulsioni; e se
la spesa per i sussidi ai richiedenti asilo dovesse diminuire, anche a
questo bisognerà dare risalto”. Le riflessioni del bombardiere britannico di
mezza tacca si concludono con l’impareggiabile indicazione: “Io dovrei
essere personalmente coinvolto nella maggior parte di questi provvedimenti”.
Potremmo benissimo trovarci a Piazza Venezia negli anni 20.
Nonostante la devastazione che ha
provocato, senza dare speranze di una soluzione durevole, il risultato
dell’intervento nei Balcani non è neppure paragonabile al bilancio della
catastrofe in Iraq. Qui si è trattato di una vera e propria strage degli
innocenti. Prendiamo alla lettera la presunzione dei nostri leader. Clinton
e Blair sono personalmente responsabili della morte di centinaia di migliaia
di bambini, massacrati con indifferenza per salvare la propria ‘credibilità’.
Considerando la valutazione prudente di 300.000 bambini d’età inferiore ai
cinque anni e facendo una stima provvisoria di 200.000 morti premature tra
gli adulti, ci troviamo davanti a una delle più imponenti uccisioni di massa
degli ultimi venticinque anni. E sono cifre modeste, visto che Dennis
Hallidey arriva a parlare di un numero molto più alto, almeno un milione di
perdite umane. In confronto, la guerra del Golfo di per sé è stata una
faccenda da poco: non più di 50.000 morti. Il crimine più sanguinoso di
Saddam –quello che ha goduto della complicità occidentale- è stato l’attacco
all’Iran, che è costato alla sua gente 200.000 perdite. Il genocidio in
Ruanda ne ha provocate 500.000. Basti pensare che il numero di bambini e
adulti uccisi dall’assedio dell’Iraq si aggira intorno alla stessa cifra.
Volendo assegnare in modo più preciso le responsabilità politiche, a Clinton
–al potere dal 1992- si possono attribuire i nove decimi dei morti; a Blair
–nominato nel 1996- i due quinti. Dato che senza Stati Uniti e Gran Bretagna
il blocco sarebbe stato tolto molto tempo fa, valutare quale sia stato il
ruolo degli altri leader occidentali, per quanto codardi, non è necessario.
Nel 1964, pochi mesi prima che il
governo Wilson salisse al potere in Gran Bretagna, Ralph Miliband avverti'
la generazione degli anni 60 –inebriata dalla fine di tredici anni di
governo conservatore e desiderosa di cogliere un segno di riforma
progressista nel paese- che sarebbe stato un errore fatale perdere di vista
la politica estera del Labour, già piuttosto legata a Washington; questa,
secondo Miliband avrebbe probabilmente determinato l’intera esperienza del
governo. L’anno seguente si dimostro' che aveva ragione. L’appoggio di
Wilson alla guerra americana in Vietnam, quando Johnson invio' le sue truppe
nel 1965,mise in evidenza tutta la portata del disfacimento politico del
Laburismo. La fine miserabile dell’Old Labour, dopo 10 anni di sterile
esercizio del potere, fu scritta in anticipo in questa collusione futile e
servile, con una guerra imperialista. Negli Stati Uniti,la battaglia contro
la guerra del Vietnam ha dato il colpo di grazia a Johnson e alla fine,
indirettamente, anche a Nixon; in Gran Bretagna ha garantito a Wilson,
Callaghan ed ai loro colleghi l’indignazione totale di qualsiasi persona
intelligente al di sotto dei 25 anni, per non parlare del disinganno nei più
vecchi.
L’assedio dell’Iraq non è un'altra
guerra del Vietnam. L’obiettivo, la portata e le forze dispiegate sono tutti
minori. Ma c’è anche un'altra differenza: questa volta, la Gran Bretagna non
si è limitata a offrire un sostegno diplomatico e ideologico alle barbarie
americane, ma vi sta partecipando attivamente come alleato militare. Il
passato dell’Old Labour, per quanto sia vergognoso, non è niente in
confronto all’ignominia del suo successore. Cosa direbbe Miliband del New
Labour, mentre i suoi jet decollano per un altro raid su cio' che resta di
un popolo del terzo mondo distrutto e ridotto alla fame; mentre, per ordine
dei suoi leader, i figli di questo popolo continuano a morire come mosche ?
Nei consueti dibattiti politici al governo non se ne è mai sentito parlare.
Si discute di questioni come ‘New Deal’ per l’occupazione (15.000 nuovi
posti di lavoro), i crediti fiscali per le famiglie che lavorano (35 dollari
in più alla settimana per i sottopagati), la prossima età aurea della
sanità, proprio come in America: si dibatte a lungo sull’aumento dei crediti
di imposta sui redditi di lavoro (1000 dollari all’anno), sull’aumento del
salario minimo (oltre 95 centesimi l’ora), o su fantasiosi progetti
pensionistici. Nessuna di queste questioni è superflua; ma in realtà sono
dettagli, semplici pretesti che permettono di tollerare le amministrazioni
di Clinton o di Blair. Sono stati uccisi troppi bambini da questi Erodi,
felicemente al riparo della comprensione degli ‘istinti nazionali’. Sono
regimi spregevoli, che vanno combattuti, non ansiosamente blanditi. |
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Combattono i
mulini a vento, mentre l'Iraq brucia
di Ramzy Baroud
Mettete da parte la retorica insensata del
presidente George Bush sui presunti successi del tentativo di incoraggiare
"le tendenze democratiche che spazzano il Medio Oriente" e
scoprirete che i fatti non sono così rosei, e l'Iraq ne e' il più orribile
promemoria.
Bush sembra presiedere la realtà di un mondo
completamente differente quando si presenta come un visionario le cui
preoccupazioni principali sono la libertà e la democrazia globale, con un'enfasi
particolare verso il Medio Oriente.
Né la vera libertà né la genuina rappresentanza
democratica sono in realtà sull'agenda della politica estera di Bush, non
importa quanta preminenza queste questioni rivestano nei prevedibili discorsi
presidenziali. Sappiamo molto bene che i regimi più tirannici e repressivi sono
stati storicamente amici tradizionali e alleati di successive amministrazioni
americane, in Medio Oriente ed altrove.
Nonostante alcune frizioni politicamente motivate
tra il governo Bush ed alcuni di questi alleati naturali, l'approccio totalmente
antidemocratico della politica estera USA incombe con forza.
Mentre Bush e gli altri membri della sua
amministrazione estremista spudoratamente si appropriano dei successi elettorali
nei Territori Palestinesi occupati, altrettanto spudoratamente fingono di non
accorgersi del pugno di ferro israeliano contro gli indifesi votanti
palestinesi.
Bush ha reiteratamente salutato la Rivoluzione dei
Cedri in Libano, come se il popolo libanese (che comprende pienamente il ruolo
chiave giocato dagli Stati Uniti nelle sue sofferenze storicamente tragiche) si
muovesse al cenno della mano di Washington e della sua clique neo-conservatrice.
Perché, innanzitutto, enfatizzare e abbellire i supposti trionfi democratici in
Medio Oriente? La risposta e' l'Iraq.
Con la disastrosa messa in evidenza della falsità
di tutte le scuse utilizzate per aggredire l'Iraq - dalla pretesa del possesso
di armi illecite alla connessione tra l'ex presidente Saddam ed i militanti di
al-Qaida - gli esperti dell'amministrazione USA hanno cominciato a cercare un
nuovo pretesto per la guerra, questa volta incontestabile: l'esportazione della
democrazia. L'obiettivo non e' solo quello di giustificare la guerra in
retrospettiva, ma di estendere ad altri paesi ed altre regioni il mandato
politico e conseguentemente militare dell'amministrazione Bush senza le
limitazioni sperimentate in Iraq.
Non c'e' bisogno di vendere un caso per la
democrazia al pubblico americano, il quale, sebbene supporti genuinamente le
iniziative democratiche ovunque, viene facilmente ingannato attraverso
l'indottrinamento politico ed indotto ad acconsentire - o al massimo ad essere
indifferente - alle sanguinose guerre intraprese dal suo governo per "restaurare
la democrazia" nel mondo.
Tuttavia c'e' ben più dello "tsunami democratico"
in Medio Oriente e delle fantasie dell'amministrazione Bush. Le notizie che
giungono dall'Iraq sono troppo spaventose per poter essere raccontate, troppo
tragiche per essere condivise nel dettaglio, e l'amministrazione fa quello che
può per bilanciare la debacle irachena concentrandosi sulle potenzialità
democratiche, anche se si tratta di nuovi inganni.
Il solo 12 maggio scorso, quattro autobomba sono
esplose a Baghdad; un kamikaze si e' lasciato esplodere in una fila di aspiranti
reclute in una piccola città a nord della capitale; una devastante bomba e'
scoppiata in una fabbrica di fertilizzanti a Bassora ed un'altra in un affollato
mercato di Tikrit. La maggior parte di questi attacchi avevano come obiettivo o
i convogli dell'esercito americano o la polizia irachena.
Contemporaneamente, una sanguinosissima battaglia
ha visto confrontarsi le forze americane ed i combattenti iracheni in una
piccola area della frontiera occidentale del paese, presso il confine siriano.
Numerose sono state le vittime, sebbene i militari USA abbiano raccontato al
Los Angeles Times di stare combattendo contro "un nemico invisibile".
La necessità di mascherare la calamità irachena
con una buona dose di retorica sulla democrazia assume un ulteriore tono di
urgenza allorché si seguano le parole estremamente ciniche degli esperti
americani di politica estera. "Tutto quello che credevamo di sapere sulla
ribellione ovviamente e' inesatta", dice Judith Kipper, del Consiglio per le
Relazioni Estere. "E' stata sotto controllo per un po' e poi rieccola, in tutta
la sua forza, in tutto il paese".
L'importante esperto sull'Iraq, Phebe Marr, ha
dato l' avvertimento al pubblico americano attraverso Newsday di "mantenere
basse le sue aspettative, verso qualcosa di ragionevole". Intanto, Pat Lang,
ex funzionario dell'intelligence del Pentagono per il Medio Oriente, dice dei
combattenti iracheni: "Più durano, meglio e' per loro, dal momento che la
migliore scuola di guerra e' la guerra stessa". Lang si spinge persino a dire
che "non vi e' alcuna evidenza che essi non siano in grado di vincere".
Chiaramente, vi e' una notevole divergenza dai
discorsi ante-guerra, pieni di asserzioni auto-rassicuranti sulla missione
relativamente semplice dell'esercito USA. I discorsi non si focalizzano più
sulla ricostruzione, su una democrazia significativa o su disegni geo-politici a
lungo termine, ma piuttosto sulla mera sopravvivenza politica e militare.
E, nonostante l'unica azione responsabile per
evitare un ulteriore declino della reputazione e della credibilità politica
americana sia quella di riportare a casa i 140.000 soldati USA ostaggio di una
rivolta armata in continua escalation, sembra prevalere la tendenza opposta.
Durante le cerimonie per la seconda vittoria
elettorale, l'amministrazione Bush ha dato tutte le indicazioni necessarie a
comprendere che la spinta per la guerra e l'azione unilaterale e' ben lungi
dall'essere stata accantonata. L'insistenza verso lo sviluppo di nuove armi
nucleari, in grado di perforare bunker, e la nomina di John Bolton - un
attivista politico anti-ONU - alla carica di ambasciatore USA alle Nazioni
Unite, ne sono solo i due esempi più recenti.
Le guerre di Bush nel nome della democrazia
dovrebbero essere prese seriamente tanto quanto le battaglie di Don Chisciotte
contro i mulini a vento; entrambe sono stupide fiction. Nonostante vi sia un
crescente anelito di libertà e democrazia in Medio Oriente, questo sentimento
popolare e' del tutto indipendente dall'agenda politica e dai piani militari del
governo USA. In realtà, l'identificazione di Bush con i movimenti pro-democrazia
nella regione priva i suoi leaders della credibilità necessaria, classificandoli
semplicemente come filo-americani, un eufemismo per "traditori".
Sarebbe molto più vantaggioso che Bush e la sua
amministrazione affrontassero e ricomponessero le loro difficoltà in Iraq,
poiché la vera calamità e' cominciata lì e può terminare solo lì.
Macelleria irachena e
mal d'America
Lucio Manisco
Dilaga la marea torbida di sangue e ogniddove
viene annegato il rito dell'innocenza; i migliori mancano di ogni convinzione,
mentre i peggiori sono rigonfi di passionale intensità. Siamo certi che i
Negroponte, gli Allawi e gli altri macellai che da Washington gestiscono il
grande mattatoio iracheno non hanno mai letto i versi di William B. Yeats. Siamo
altrettanto certi che si illudono di poter continuare a far affidamento
sull'assuefazione e l'apatia dell'opinione pubblica occidentale di fronte al
ritmo sempre più accelerato dello spargimento di sangue e delle devastazioni ad
alta tecnologia in un paese che, prima del milione e mezzo di morti provocati
dalle sanzioni e prima dell'aggressione di 17 mesi fa, contava 26 milioni di
abitanti. Quando assuefazione e apatia rischiano di venir meno possono sempre
contare sulla complicità dei mass-media e soprattutto di quegli intellettuali e
uomini politici che in Europa e soprattutto in Italia agitano all'unisono lo
spettro dell'anti-americanismo.
Sarà forse singolare coincidenza o forsanco reazione di tipo pavloviano, ma il
tremendo spettro si è levato dalla fluida prosa di Alberto Ronchey e di Giuliano
Amato sui due maggiori quotidiani nazionali lo stesso giorno che la macelleria
in corso a Najaf ed in altre nove città irachene aveva superato ogni precedente
primato grazie al primo impiego delle "Gunships C-130" e dei cannoni ad alzo
zero montati sui carri armati "Abrahams".
Disdicevole pensare che opinionisti così illustri possano obbedire alle
istruzioni impartite da Washington e da quell'efficiente macchina per il
controllo dei media messa su da Richard Perle, il cavaliere nero della crociata
contro l'Islam; altrettanto disdicevole prevedere che gli stessi Ronchey e Amato
si accingano ora ad agitare lo spettro collaterale dell'antisemitismo quando lo
stato di Israele porrà in atto il preannunciato attacco contro le centrali
nucleari e la fabbrica di missili "Shibab" in Iran. Riprovevole invece che
questi intellettuali di chiara fama e uomini politici altrettanto illustri come
Prodi e Rutelli, a cui si è aggiunto ora il neo-presidente della Commissione di
Strasburgo, José Manuel Barroso, oltre ad esaltare ad ogni pie' sospinto la
sacralità dei vincoli con gli Stati Uniti, non menzionino mai la devastante,
accanita campagna anti-europea da questi scatenata negli ultimi decenni quale
che sia stata la denominazione repubblicana o democratica delle amministrazioni
a Washington.
Rimangono queste osservazioni di relativa importanza di fronte alla torbida
marea di sangue che dilaga e tutto e tutti travolge: è giunto il momento di
tracciare una linea sulla sabbia della storia, è giunto il momento di un salto
di qualità nell'opposizione alla guerra: dalla protesta e dai cortei per la pace
si deve passare alla resistenza civile, agli scioperi, ad esempio, di quei
portuali di Livorno, La Spezia e Genova addetti al carico degli strumenti di
morte provenienti da Camp Darby, ad una mobilitazione di massa che esiga ed
imponga il ritiro immediato del contingente italiano, un contingente che sotto
comando anglo-americano verrà sempre più coinvolto nella macelleria irachena.
Fuori subito,
prima che ci caccino
di John Pilger
Quattro anni fa, visitai l'Iraq in lungo ed in largo, dalle colline su cui e'
sepolto San Matteo, nel nord curdo, al cuore della Mesopotamia, Baghdad, fino al
sud sci'ita. Raramente mi ero sentito più al sicuro, in un paese straniero. Una
volta, sotto il colonnato edwardiano del mercato dei libri di Baghdad, un
giovane mi gridò qualcosa a proposito delle difficoltà che la sua famiglia era
costretta a sopportare a causa dell'embargo imposto da Stati Uniti e Gran
Bretagna. Ciò che avvenne dopo fu tipicamente iracheno; un passante calmò il
giovane, mettendogli il braccio sulla spalla, mentre un altro si avvicinò a me
rapidamente. "Lo perdoni", mi disse, rassicurandomi. "Noi non colleghiamo gli
occidentali alle azioni dei loro governi. Lei e' il benvenuto".
Ad una delle malinconiche aste serali in cui gli iracheni si recavano per
vendere i loro possedimenti più intimi a causa di bisogni urgenti, una donna con
due bambini cercava di vendere i loro passeggini per pochi centesimi, ed un uomo
che allevava colombi da quando aveva 15 anni stava lì, con l'ultimo uccello in
gabbia; eppure questa gente mi diceva: "Lei e' il benvenuto". Tale grazia e
dignità venne spesso espressa da quegli esiliati iracheni che si opponevano sia
a Saddam Hussein che allo strangolamento economico e all'assalto anglo-americano
del loro paese. Migliaia di essi marciarono a Londra l'anno scorso contro la
guerra, con grande disappunto dei guerrafondai, che non capirono mai la
dicotomia dei loro fermi principi.
Dovessi intraprendere oggi lo stesso viaggio in Iraq, potrei non ritornare vivo.
I terroristi stranieri me lo garantiscono. Con le armi più letali che miliardi
di dollari possono comprare, con le minacce dei generali cow-boy e con la
brutalità indotta dal panico dei loro militari, più di 120.000 di questi
invasori hanno fatto a pezzi il tessuto di una nazione sopravvissuta agli anni
di Saddam ed hanno soprinteso alla distruzione dei suoi manufatti. Hanno fatto
piombare l'Iraq in una quotidiana, assassina violenza che sovrasta quella di un
tiranno che mai aveva promesso una falsa democrazia.
Amnesty International riporta che le forze USA hanno "sparato agli iracheni
durante le manifestazioni, li hanno torturati e malmenati, arrestati
arbitrariamente e detenuti indefinitamente, demolito le loro case in azioni di
vendetta e punizioni collettive".
A Falluja, i marines USA, definiti "tremendamente precisi" dal loro psicopatico
portavoce, hanno assassinato oltre 600 persone, secondo i direttori degli
ospedali. Lo hanno fatto con aerei ed armamenti pesanti dispiegati in aree
urbane, per vendicare l'assassinio di quattro mercenari americani. Molte delle
vittime erano donne, vecchi e bambini. Solo le reti satellitari arabe, in
particolare al-Jazeera, hanno mostrato la vera dimensione di questo crimine,
mentre i media anglo-americani continuano a trasmettere ed amplificare le bugie
della Casa Bianca e di Downing Street.
"Esclusiva
dell'Observer prima dell'incontro tra Bush e Blair di questa settimana",
scriveva l'11 aprile l'ex capofila tra i giornali liberali di Gran Bretagna. "[Tony
Blair] ha dato pieno sostegno alle tattiche americane in Iraq ... ed ha
dichiarato che il governo non recederà dalla sua "storica lotta", nonostante gli
sforzi degli insorgenti e dei terroristi".
Che questa "esclusiva" non sia stata presentata come parodia dimostra che la
macchina di propaganda che da due anni spaccia per verità le bugie di Bush e
Blair sulle armi di distruzione di massa e sul collegamento tra Saddam e
al-Qaida e' ancora in opera. Sui bollettini delle notizie della BBC e di
Newsnight, i "terroristi" di Blair sono ancora in circolazione, un termine che
non viene mai adoperato per la fonte e la causa principale di terrorismo, gli
invasori stranieri che hanno ucciso sinora oltre 11.000 civili, secondo Amnesty
ed altri. Le stime totali, incluse le reclute, parlano di 55.000 vittime
irachene.
Il fatto che una rivolta nazionalista sia in preparazione in Iraq da oltre un
anno e' stato soppresso dal mendace lessico inventato a Londra ed a Washington e
continuamente riportato, in puro stile CNN. Dominano i termini "residui",
"tribali" e "fondamentalisti", mentre all'Iraq viene negata l'eredità di una
storia a cui e' legato gran parte del mondo moderno. La "storia del primo
anniversario" sul risibile sondaggio secondo cui la metà degli iracheni starebbe
oggi meglio che in passato e' un caso pertinente. La BBC ed il resto lo hanno
spacciato come verità. Per un'informazione reale, consiglio la lettura del
coraggioso diario giornaliero di
Jo Wilding, un'osservatrice britannica per i
diritti umani a Baghdad.
Persino oggi, mentre la rivolta si espande, vi sono solo riferimenti criptici
all'ovvietà: che questa e' una guerra di liberazione nazionale e che il nemico
siamo "noi". Tipico e' l'atteggiamento del pro-invasione Sydney Morning
Herald. Dopo aver espresso "sorpresa" per l'unità tra sunniti e sciiti, il
corrispondente del giornale da Baghdad ha recentemente riportato come "gli
atteggiamenti bulleschi dei militari USA abbiano trasformato in nemici gli
amichevoli iracheni" e come lui ed il suo autista siano stati minacciati dagli
americani. "Ti butterò fuori con la rapidità di un lampo, f***** di tua madre!",
un militare gli disse. Che questa sia solo una goccia del terrore e delle
umiliazioni che gli iracheni sono costretti a soffrire ogni giorno nel loro
paese non viene però detto; in realtà, questo giornale ha pubblicato un'untuosa
immagine dopo l'altra di soldati americani in lutto, per invitare alla simpatia
verso un invasore che ha "buttato fuori" migliaia di uomini, donne e bambini
innocenti.
Ciò che noi facciamo di routine nell'occidente imperialista, ha scritto Richard
Falk, professore di relazioni internazionali a Princeton, e' propagare
"attraverso uno schermo auto-assolutorio, moralmente e legalmente unilaterale,
immagini positive dei valori e dell'innocenza occidentali che sarebbero
minacciati, giustificando in questo modo una campagna di inusitata violenza".
Così, viene cancellato il terrorismo di stato occidentale ed il compito del
giornalismo occidentale diviene quello di giustificare e minimizzare le nostre
colpe, per quanto atroci. I nostri morti vengono contati, i loro no. Le nostre
vittime hanno valore, le loro no.
Si tratta di una storia vecchia; ci sono stati molti Iraq, o, come le chiama
Blair, molte "storiche lotte" condotte contro "insorgenti e terroristi". Ad
esempio, in Kenya, negli anni '50. La versione approvata e' ancora quella
costruita dall'occidente - resa popolare prima dalla stampa, poi dal cinema e
dalle fiction; come l'Iraq, si tratta di una menzogna. "Il compito che ci siamo
imposti", dichiarava il governatore del Kenya nel 1955, "e' quello di
civilizzare una grande massa di esseri umani che si trovano in uno stato morale
e sociale molto primitivo". Il massacro di migliaia di nazionalisti, che non
furono mai chiamati nazionalisti, fu condotto dal governo britannico. Il mito
della rivolta kenyota fu che i Maumau erano portatori di un "terrorismo
demoniaco" contro gli eroici coloni bianchi. In realtà, gli europei uccisi
furono solo 32, contro circa 10.000 kenyoti uccisi dai britannici in campi di
concentramento così duri che 402 "ospiti" morirono in un solo mese. Torture,
flagellazioni e stupri di donne e bambini erano pratica comune. "Le prigioni
speciali", scrive lo storico imperialista V.G. Kiernan, "erano probabilmente
simili a quelle naziste o giapponesi". All'esterno non trapelò nulla di tutto
ciò. Il "terrorismo demoniaco" era uno: quello dei neri contro i bianchi. Il
messaggio razzista era inconfondibile.
La stessa cosa si verificò in Vietnam. Nel 1969, la scoperta di un massacro ad
opera degli americani nel villaggio di My Lai fu descritta dalla copertina di
Newsweek come "una tragedia americana", non vietnamita. In realtà vi furono
molti massacri come My Lai, nessuno dei quali fu riportato, all'epoca.
Anche la vera tragedia di soldati costretti a portare avanti un'occupazione
coloniale viene soppressa. In Vietnam furono uccisi oltre 58.000 militari
americani. Lo stesso numero di soldati, secondo uno studio fatto da veterani, si
suicidò una volta tornato a casa. Il dottor Doug Rokke, direttore del progetto
sull'uranio impoverito dell'esercito USA dopo la guerra del Golfo del 1991,
valuta in oltre 10.000 il numero delle truppe americane morte in seguito a
malattie contratte a causa dell'uranio. Quando gli chiesi quanti fossero gli
iracheni morti, sollevò gli occhi e scosse la testa. "Sui proiettili venne
utilizzato dell'uranio solido", disse. "Decine di migliaia di iracheni - uomini,
donne e bambini - ne furono contaminati. Negli anni '9', ad un simposio
internazionale, vidi dei dirigenti iracheni avvicinarsi alle loro controparti
del Pentagono e del Ministero della Difesa USA e chiedere, implorare, che li
aiutassero nell'opera di decontaminazione. Gli iracheni non avevano usato
l'uranio; non erano le loro armi. Li vidi esporre il caso, descrivendo orribili
morti e deformazioni, e vidi che venivano respinti. Fu penoso". Durante
l'ultima invasione, gli anglo-americani hanno nuovamente usato proiettili
all'uranio, riducendo intere aree così contaminate dalle radiazioni da poter
essere avvicinate solo da team militari con equipaggiamento completo. Nessun
avvertimento né supporto medico e' dato ai civili iracheni; migliaia di bambini
giocano in queste aree. La "coalizione" ha rifiutato di permettere all'Agenzia
Internazionale per l'Energia Atomica di inviare esperti a verificare ciò che
Rokke definisce "una catastrofe".
Quando questa catastrofe sarà raccontata da coloro che dovrebbero? Quando la BBC
e gli altri investigheranno sulle condizioni degli oltre 10.000 iracheni
detenuti senza imputazione, molti dei quali torturati, nei campi di
concentramento USA in Iraq, e sulla recinzione con filo spinato di interi
villaggi iracheni? Quando la BBC e gli altri smetteranno di riferirsi al
"trasferimento dei poteri in Iraq" del 30 giugno, nonostante sappiano che non vi
sarà alcun trasferimento? Il nuovo regime sarà composto da tirapiedi, ognuno dei
quali direttamente controllato da dirigenti americani, ed il suo esercito di
tirapiedi e la forza di polizia composta da tirapiedi saranno gestiti dagli
americani. Una legge risalente a Saddam, secondo cui e' proibito il sindacato
per il settore pubblico, resterà in vigore. La famigerata polizia segreta con i
membri del passato regime continuerà a gestire la "sicurezza dello stato",
controllata però dalla CIA. Le basi militari USA avranno lo stesso status
imposto alle altre 750 basi americane dislocate negli altri paesi ospiti di
tutto il mondo. L'Iraq sarà una colonia USA, come Haiti. E quando i giornalisti
avranno il coraggio professionale di parlare del ruolo cardine avuto da Israele
in questo grande disegno coloniale per il Medio Oriente?
Qualche settimana fa, Rick Mercier, un giovane giornalista del Free-Lance Star,
un piccolo quotidiano della Virginia, ha fatto ciò che nessun giornalista ha
osato fare durante quest'ultimo anno. Si
e' scusato con i suoi lettori per le menzogne
raccontate nel narrare gli eventi che condussero all'invasione dell'Iraq. "Ci
dispiace che dichiarazioni infondate abbiano infettato la nostra copertura degli
eventi", ha scritto. "Ci dispiace di aver permesso ad una banda di megalomani
traditori iracheni di ingannarci. Ci scusiamo per la performance di Colin Powell
alle Nazioni Unite ... Forse faremo un lavoro migliore, nella prossima guerra".
Ben fatto, Rick Mercier. Ma stai ad ascoltare il silenzio dei tuoi colleghi su
entrambe le sponde dell'Atlantico. Nessuno si aspetta che la Fox, o
Wapping, o il Daily Telegraph si plachino. Ma cosa dire del faro del
liberalismo di David Astor, l'Observer, che nel 1956 si oppose
all'invasione dell'Egitto e ne smascherò tutte le bugie? L'Observer non
solo ha supportato l'illegale e non provocata aggressione all' Iraq lo scorso
anno; ha aiutato a creare la disonorevole atmosfera in cui Blair ha potuto
perpetrare il suo crimine. La reputazione dell' Observer ha fatto sì che
i miti e le menzogne ottenessero legittimità. Una storia a fronte pagina dava
credito alla falsa dichiarazione secondo cui dietro l'attacco all'antrace negli
USA vi fosse l'Iraq. E poi ci furono quelle anonime fonti occidentali
"d'intelligence", tutti quegli uomini di paglia, tutte quelle allusioni, nella
pagina denominata "La connessione irachena", di David Rose, che lasciarono ai
lettori l'impressione che davvero Saddam aveva giocato un ruolo negli attacchi
dell'11 settembre 2001. "Ci sono occasioni nella storia", scrisse Rose, "in cui
l'uso della forza e' giusto e sensato. Questa e' una di esse". Raccontalo a
11.000 civili massacrati, signor Rose.
Si dice che alcuni ufficiali britannici in Iraq abbiamo definito "spaventose" le
tattiche dei loro colleghi americani. No. E' la natura stessa di un'occupazione
coloniale ad essere spaventosa, come le famiglie dei 13 iracheni massacrati
dagli inglesi si apprestano a dire dinanzi al tribunale a cui hanno trascinato
il governo britannico. Se la banda militare britannica ricorda solo un po' del
suo passato coloniale, per non parlare della sanguinosa ritirata inglese
dall'Iraq 83 anni fa, farà bene a sussurrare nell'orecchio del piccolo
Wellington-Palmerston seduto al numero 10 di Downing Street: "Fuori adesso,
prima che ci caccino".
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