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La Nuova Sardegna"
| Mercoledì 9 agosto 2006
La Maddalena ricorda Favale, il cronista della storia sarda Scrisse del funerale di Clelia Garibaldi e della visita di Elisabetta a Caprera
I rintocchi di un vecchio pendolo scandiscono lenti i ricordi di Pietro Favale: cavaliere, commendatore, giornalista, più di 70 anni di storia raccontata in prima persona, con rigore e dedizione. Amava raccontare. Così come fece tre anni fa, nella sua casa di Cala Chiesa. Sulle pareti di sala, rare foto d'epoca e il ritratto delle figlie Rosanna e Marinella, nello scrigno la Croce di guerra al meriti e l'encomio solenne al valor militare, in bacheca i premi Ussi 90 e 95. Iscritto all'ordine dei giornalisti dal '63, si occupò di politica, storia, cronaca, archeologia subacquea, turismo e sport. Numerosi gli articoli di interesse nazionale: la visita di Elisabetta d'Inghilterra a Caprera nel marzo del '56, i funerali della novantaduenne Clelia Garibaldi, ultima figlia dell'eroe, deceduta nel '59, il ritrovamento della nave romana di Spargi, con il suo carico di anfore, la descrizione dell'affondamento dell'incrociatore Trieste, il 10 aprile del '43. "A ridosso della collina di monte Altura a Palau - raccontava Favale - il Trieste era alla fonda nella rada di Mezzoschifo, protetto dalle reti antisiluro. Era armato con 20 cannoni, 26 mitragliere antiaeree, 8 lanciasiluro. Nelle prime ore del pomeriggio comparvero all'improvviso due formazioni di bombardieri nemici. La nave riuscì a sparare solo qualche colpo. Tre bombe la colpirono: una a poppa, una sul locale caldaia, una in plancia. L'incrociatore iniziò a sbandare con un crescendo pauroso e si inabissò inclinato sul fianco, trascinando nel suo ultimo fatale viaggio una parte dell'equipaggio". Collaborò con diverse testate giornalistiche: IL "Giornale d'Italia", la "Gazzetta del Mezzogiorno", "L'Unione Sarda", "L'Altro", "La Gazzetta", il "Corriere dello Sport", L'"Ansa", la "RAI". "Le maggiori soddisfazioni le ho avute al <Giornale d'Italia>, organo d'informazione del Governo - amava ripetere il cavaliere -. La domenica sera, al primo piano del Comune, dettavo le notizie dal telefono gestito dalla signora Lullia. In altri casi ricorrevo al telegrafo. All'isola il "Giornale d'Italia" vendeva 800 copie, contro le 600 della "Voce d'Italia". Il compenso era di una lira per ogni riga pubblicata". Curiosa la lettera, datata gennaio 1963, inviatagli dal "Corriere", in cui il direttore lo invitava a raccontare eventuali fatti di cronaca a margine delle gare di calcio. "Perché i giornali pubblicano tutto con dovizia di particolari, mentre il nostro, per quell'amore innato alla purezza dello sport, che oggi è diventato un sentimento prettamente platonico, spesso se ne astiene. La nostra virtù oggi è diventata un difetto. Ci siamo accorti che operando così favoriamo la concorrenza, ovvero i giornali politici e parasportivi. Pertanto, caro collega si rende indispensabile che anche noi ci decidiamo a raccontare e a soppesare tutto. Il lettore del "Corriere" potrà così evitare di leggere altrove ciò che legge nel nostro giornale". Capo segreteria del Genio Navale si arruolò nelle stellette a 16 anni. Solcò l'Atlantico, il Pacifico, il Mar Cinese. Uno dei suoi racconti, "Avventure di guerra" rimane una viva testimonianza dell'inedita raccolta personale. Se ne è andato in silenzio, a 93 anni, con grande dignità. Com'era nel suo stile. Penna sensibile e dal tratto semplice e chiaro, ha fatto del giornalismo una ragione di vita. Se è vero che in un articolo un buon attacco incoraggia il lettore a proseguire, un buon finale lo invoglia a ricordarsi del nome del giornalista. Anche per questo chi ha avuto la fortuna di conoscerlo difficilmente lo dimenticherà. Lorenzo Impagliazzo |