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La Nuova Sardegna"

SABATO, 17 FEBBRAIO 2007

Il difficile viaggio verso un’economia senza stellette

«Presidente, vogliamo certezze»

Il sindaco Angelo Comiti lancia un appello a Prodi

Sospesa tra un futuro possibile e un passato che si ostina a non morire. Per La Maddalena più che un destino sembra una maledizione: sempre in bilico tra paradiso e inferno, tra un cambiamento cercato e sognato e un senso di immutabilità che coltiva fatalmente la rassegnazione. E’ vero, gli americani preparano le valigie e a ottobre la nave-appoggio Emory Land salperà le ancore, portandosi dietro i suoi giganteschi “cuccioli” d’acciaio, dentro i quali batte un cuore nucleare. Qualche mese ancora e poi anche l’ultimo marine lascerà l’arcipelago. Eppure alla Maddalena il clima che si respira è sempre quello di un’esasperata incertezza. Il “dopo”, il domani, il futuro insomma, è lì, a portata di mano, ma resta ancora come un rebus da risolvere.
 E questo perché, dopo trentacinque anni, si è conclusa una stagione di rabbia e di paura, ma anche di un’economia drogata e di consensi politici interessati. Da tempo, infatti, il muro delle ideologie si è dissolto e, intorno alla base della Us Navy nell’arcipelago più bello del Mediterraneo, il dibattito si dipana sul sentiero di un pragmatismo che punta solo alle prospettive possibili. E qui sta il paradosso. Ora che non c’è più l’anomalia di una base nucleare straniera dentro un parco nazionale (per di più in un Paese che con un referendum ha detto no all’energia atomica), la presenza americana è già un problema superato, marginale. Il cuore di tutto, infatti, è oggi nella presenza invasiva della Marina italiana. La Difesa, nonostante abbia cominciato da anni una lenta, ma inarrestabile ritirata, spostando strutture logistiche in altre aree del Paese e addirittura trasferendo la sede dell’ammiragliato a Cagliari, ha in mano un immenso patrimonio immobiliare, in gran parte inutilizzato. Di più: spostando le sue attività su altre aree del Paese, ha progressivamente tolto all’economia maddalenina opportunità di lavoro e risorse economiche. Un esempio per tutti: l’Arsenale, fino a qualche anno fa un vero gioiello che occupava poco meno di mille persone, è oggi quasi completamente abbandonato e garantisce appena 160 posti. E’ un po’ il simbolo della politica della Marina militare nell’arcipelago.
 La partenza degli americani è stata quindi il detonatore di una reazione a catena che sta portando al vero nervo scoperto. E cioé quanto saranno disposti a cedere i militari per lasciare finalmente alla comunità della Maddalena la possibilità di scegliere il proprio destino?

 CONFRONTO SUL CAMPO. Un assaggio di questo dialogo difficile, e in alcuni momenti anche un po’ ruvido, lo si è avuto l’altro ieri, quando i rappresentanti della Regione, quello della Difesa hanno cominciato a scoprire le carte. C’era il direttore generale di Viale Trento, Fulvio Dettori, accompagnato da due consulenti del Comipa e c’era una delegazione dei vertici militari, guidata da Cesare De Bertolis. Ma erano presenti anche il sindaco della Maddalena Comiti e il consigliere provinciale ds Zanchetta.
 Non più, quindi, un confronto teorico, sulle carte, ma una verifica sul campo. La cornice è quella dichiarata disponibilità politica, disegnata dal governo, a liberare la Maddalena dalle catene delle “stellette”. Il percorso è apparentemente semplice: la Difesa deve indicare cosa le è utile per i propri fini istituzionali e tutto il resto, secondo lo statuto dell’autonomia, deve passare alla Regione. Da qui, il patrimonio verrà utilizzato, in una programmazione nella quale il Comune sarà protagonista, per costruire un futuro basato su ambiente e turismo. Al termine del lungo sopralluogo, Dettori ha manifestato con molta determinazione la posizione della Regione: la Marina deve lasciare l’Arsenale, la caserma Sauro, il compendio Faravelli, Guardia del Turco, l’ospedale militare, Punta Rossa, le abitazioni di Guardia Vecchia e il Parco di Padule. Su Santo Stefano esiste invece il problema del deposito di Guardia del Moro. Un problema complesso che merita un approfondimento a parte. Ma anche qui le pressioni della Regione sono fortissime.
 La Difesa ha confermato le resistenze che si conoscevano già alla vigilia dell’incontro. E cioé chiede di mantenere un presidio nell’Arsenale (150 metri di banchina), Punta Rossa e Santo Stefano. Sull’Arsenale e su Punta Rossa (dove si esercitano per poche settimane l’anno gli incursori di Marina del Comsubin) però il plenipotenziario del presidente Soru non ha voluto sentire ragioni: devono passare al demanio regionale. Per l’Arsenale è evidente che una anche minima presenza militare rischierebbe di far abortire gli ambiziosi progetti di trasformare le officine della Marina nel più importante polo nautico del Mediterraneo. E che dire di Punta Rossa, dove alcuni anni fa la Marina parlava di creare un centro vacanze esclusivo per i militari?
 Il vertice ha creato una piccola accelerazione nel processo di riconversione dell’economia maddalenina. Ora l’appuntamento è per il 5 marzo prossimo, al ministero della Difesa, dove si arriverà alla stretta finale.

 RISORSE STRAORDINARIE. Se questo è il nocciolo della partita - cioé la possibilità di poter usufruire di risorse straordinarie per mettere in moto un’economia senza i militari - il processo ha una complessità che pesa tantissimo sulle spalle di Angelo Comiti, il sindaco che si trova a gestire la stagione più difficile per la Maddalena. Una disoccupazione che sfiora il 20% (si parla di circa duemila persone), i 160 dipendenti della base Usa da ricollocare nella pubblica amministrazione e i circa duecento lavoratori dell’indotto. Per i dipendenti della base americana è ancora recente la delusione della bocciatura dell’emendamento Finocchiaro-Nieddu sulla Finanziaria, che avrebbe dovuto estendere gli effetti della legge 98 del 1971 alla Maddalena. E qui occorre metterci subito una toppa. Il ministro del Lavoro Damiano ha assunto nei giorni scorsi un impegno formale, ma i sindacati premono: «Il tempo sta per scadere ed è finita la stagione delle parole». Chiedono soprattutto due cose i rappresentanti dei lavoratori: la dichiarazione di crisi territoriale di particolare gravità, prevista dalla legge 263 del 1993, e l’estensione della legge 98 del 1991.
 Ma il caso La Maddalena è una matassa intricatissima. Qui, in questo arcipelago, si incrociano infatti le giurisdizioni di quattro ministeri: la Difesa, l’Ambiente, il Tesoro e i Trasporti. E il groviglio diventa un gorgo istituzionale. «L’unica soluzione - dice il sindaco Comiti - è quella di attivare quel tavolo di concertazione, quella cabina di regia della quale si è tanto parlato, ma che tarda a diventare il fondamentale momento di sintesi per il nostro futuro. Oggi voglio lanciare un appello forte al presidente Romano Prodi che, in una lettera speditami prima delle elezioni, si era impegnato ad aiutarci a superare questa fase delicatissima di cambiamento. La Regione sta dimostrando di fare la sua parte, mettendo sul tavolo risorse, progetti e assistenza tecnica e giuridica. Certo, ci sono ancora molte cose da chiarire, come la specificità della Maddalena all’interno del piano paesaggistico regionale. Ma ora è soprattutto il governo che deve fare la sua parte, perché il tempo è ormai finito. Sono molto preoccupato per il fatto che i tempi troppo lunghi stanno creando turbolenze e timori nella gente e io sono convinto che la pace sociale sia il presupposto di ogni progetto di riconversione».

 «IL TEMPO E’ FINITO». E sul fatto che il tempo sia finito è d’accordo anche il consigliere provinciale della Maddalena Pier Franco Zanchetta. «Siamo arrivati al dunque, a una svolta storica - dice -, a un cambiamento radicale del nostro vivere e delle nostre prospettive. Pensando ai duemila disoccupati della Maddalena e ai lavoratori che dipendono dalle amministrazioni militari e che oggi rivendicano legittimamente un futuro, non si può non avere un pensiero forte e alto. Non si può non lavorare a un progetto di sviluppo che sia davvero in grado di trasformare un arcipelago che ha immense risorse. In questo ha ragione il presidente Soru quando parla di una visione globale del “progetto La Maddalena”. Governo, Regione, Provincia e Comune devono costruire insieme questo progetto complessivo».

SABATO, 17 FEBBRAIO 2007

La Marina vuole tutto Santo Stefano

A questo punto, la sensazione è che gli americani non fossero solo un tappo per i sogni di sviluppo dell’arcipelago. Ma che fossero anche il comodo paravento di una situazione di blocco riconducibile alle strategie della Marina militare italiana. Il dibattito e le polemiche che periodicamente si incendiavano sulla presenza della Us Navy e dei sommergibili nucleari alla Maddalena, oscuravano infatti il processo di progressivo disimpegno della Marina. Una riduzione della presenza e delle attività alla quale non ha mai corrisposto una “restituzione” del grande patrimonio immobiliare della Difesa alla comunità maddalenina.
 Insomma, l’Arsenale è stato anemizzato, svuotato. Di fatto trasferito. Eppure oggi la Marina chiede di mantenerne una piccola parte. Un freno alla sua riconversione che non è piaciuto molto l’altro ieri agli emissari della Regione e al sindaco Comiti che, insieme ai rappresentanti dell’amministrazione militare, hanno compiuto un lungo sopralluogo (sei ore) per una verifica sul campo di cosa possiede oggi la Marina nell’arcipelago e se questo patrimonio è attualmente funzionale alle esigenze della Difesa.
 Il clima non è apparso quello di un braccio di ferro, ma piuttosto è sembrato che siano stati fissati molto chiaramente i punti di partenza di una trattativa che dovrà concludersi il prossimo 5 marzo nella riunione in calendario al ministero della Difesa e alla quale parteciperanno Parisi e Soru.
 Ad accompagnare i funzionari del ministero della Difesa e il funzionario della presidenza della giunta regionale Fulvio Dettori e il sindaco Angelo Comiti, c’erano il direttore della sezione Genio Militare Marittimo della Maddalena Ruggiero Meneghello e il funzionario del demanio di Marigenimil, Maria Assunta Pastò.
 «Un conto è vederli sulla carta - ha detto il sindaco - e un’altra cosa è vederli sul campo. Abbiamo fatte queste verifiche perché fosse ben chiara la cognizione di alcune questioni sulle quali si discuteva».
 Qualche problema è emerso, ma Comiti è sicuro che, da qui al 5 marzo, «si troverà una sintesi». «Ho notato una grande determinazione da parte dell’amministrazione regionale e disponibilità da parte dell’amministrazione statale - ha detto ancora il sindaco -. E questo mi fa essere ottimista».
 I punti di “criticità” - come sono stati definiti - sembrano essere soprattutto l’Arsenale e Santo Stefano. Proprio su Santo Stefano, la Marina avrebbe cambiato rotta rispetto a qualche mese fa, come ha riferito l’ammiraglio Paolo La Rosa, nella sua audizione davanti alla commissione Difesa nel dicembre scorso. La Marina appare infatti intenzionata a tenersi tutto Santo Stefano dopo la partenza degli americani.


ANDREA NIEDDU

SABATO, 17 FEBBRAIO 2007

LA EMORY LAND TORNA NEGLI USA

E’ ancora presto per sapere come il Pentagono intende riorganizzare la presenza della Us Navy nel Mediterraneo. Dopo l’annuncio della chiusura della base della Maddalena, l’ipotesi più accreditata era quella di uno spostamento dell’assistenza ai sommergibili d’attacco a propulsione nucleare in Turchia, a Incerlik.
 Ma evidentemente i tempi di ridisegno strategico e di ridispiegamento delle forze sono molto più lunghi di quanto si pensasse. La nave-appoggio Emory Land, infatti, il primo ottobre partirà per gli Stati Uniti. E più precisamente per Bremerton, nello stato di Washington. La gigantesca officina galleggiante sarà ospitata così nel “Puget Sound Naval Shipyard”, vicino a Seattle.
 Si tratta di una delle basi più importanti della Us Navy sulla costa atlantica, dove si trovano i cantieri di manutenzione più efficienti per le flotte statunitensi. E’ probabile che la Emory Land debba affrontare nel prossimo anno lavori di ristrutturazione e di ammodernamento.

 

 

 

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