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 L’ospedale spacca il consiglio comunale 

 Il consiglio comunale ha approvato un ordine del giorno dei diessini 

 

 

MARTEDÌ, 20 FEBBRAIO 2007

La Marina va via, anzi resta

Si discute il destino dell’Arsenale e delle strutture di Santo Stefano

   E’ come un Risiko senza fine. Conclusa la partita con gli americani, che hanno già annunciato il loro programma di ritiro, ora è cominciato il confronto con la Marina italiana. La posta in gioco questa volta è davvero il futuro dell’arcipelago. Quel futuro che in qualche modo era stato ipotecato dalla Us Navy che, qui nell’arcipelago, era sbarcata nel lontano 1972 e sembrava non volersene più andare nonostante la “Guerra fredda” sia ormai solo un lontano ricordo.
 Ma la Marina, che da anni ha messo in moto un meccanismo di lento sganciamento dalla Maddalena, ora sembra avere avuto un ripensamento. Sembra incredibile, eppure è proprio così. E, rispondendo al quesito posto dal governo, indica le aree e le strutture che ritiene indispensabili alle esigenze della Difesa. Detto in parole povere, dice cosa non vuole cedere alla Regione e, quindi, alla comunità maddalenina. E non si tratta di cose di poco conto.
La Marina vorrebbe infatti tenere per se un “pezzo” di Arsenale (Molo Carbone e Cala Camiciotto) e addirittura le strutture di Santo Stefano. E’ evidente che questa pretesa vanificherebbe qualunque progetto di conversione economica della Maddalena, che ha cominciato il suo difficile viaggio verso un’economia «normale», affrancandosi dalle “stellette”.
 Prima di tutto l’Arsenale. Su quest’area e sulle strutture vicine (compendio Faravelli e caserma Sauro) sta crescendo il sogno di creare un centro internazionale per l’assistenza ai maxi-yacht. Tra i candidati a creare e gestire questo polo cantieristico, in pole-position, c’è niente di meno che Karim Aga Khan, uno che con l’economia turistica ha dimostrato di saperci fare. Ma non basta. Sembra infatti che il principe ismailita voglia creare le fondamenta per un’università internazionale del mare.
 E’ stato già detto in tutti i modi: l’Arsenale dovrebbe diventare il motore della nuova economia maddalenina, un potente magnete per il turismo. Le pretese della Marina ora sono la classica zeppa. Mettono cioé in serio pericolo tutto il castello. E qui cominciano gli interrogativi sul cambiamento di rotta della Marina. Sono infatti trascorsi meno di due anni da quando, rispondendo alle esigenze di riorganizzazione della Us Navy, l’area dell’Arsenale era stata messa a disposizione del potente alleato americano.
 Come dire: tutte le funzioni dell’Arsenale erano state trasferite altrove, soprattutto a Taranto, e quello che un tempo era un gioiello del genio navale, era diventata un’area residuale che poteva benissimo essere ceduta. L’unico problema era quello di sistemare i 160 lavoratori civili che ancora oggi timbrano il cartellino all’Arsenale. Oggi, invece, il Molo Carbone e Cala Camiciotto sembrano improvvisamente diventati una sorta di linea del Piave per l’amministrazione militare.
 La Regione ha già detto con molta chiarezza quale è e sarà la sua linea: l’Arsenale deve essere ceduto dal demanio militare. Tutto. Nel sovralluogo tecnico dei giorni scorsi il direttore generale di viale Trento, Fulvio Dettori, è stato molto esplicito. E questa linea è condivisa da un fronte politico molto ampio e perfino trasversale: dal sindaco Angelo Comiti, alla maggioranza consiliare della Maddalena, perfino da gran parte dell’opposizione e dai rappresentanti maddalenini in consiglio provinciale.
 Anzi. E’ stato proprio il capogruppo dell’opposizione Salvatore Sanna, memoria storica del Comitato misto paritetico per le servitù militari, a presentare ieri un ordine del giorno nel quale l’Arsenale viene indicato come una delle chiavi dello sviluppo futuro della Maddalena.
 Il problema politico, in questo momento, è che, davanti ai fatti, davanti alla concretezza delle prospettive e degli interessi, si sono formati due schieramenti anomali. Da una parte c’è chi vuole traghettare velocemente l’arcipelago verso un’economia turistica avanzata, fondata sul turismo e sull’ambiente. Dall’altra, invece, sembra si sia formato un fronte dei nostalgici. Di chi, cioé, frena e in fondo preferirebbe che la Marina restasse e continuasse ad alimentare un’economia assistita.
 L’altro punto nodale in questo scenario è Santo Stefano, l’isola dei sommergibili americani. Anche qui la Marina sembra intenzionata a non mollare. La filosofia dei militari è stata annunciata molto chiaramente dal capo di stato maggiore della Marina, l’ammiraglio di squadra Paolo La Rosa, nella sua audizione del 13 dicembre scorso davanti alla Commissione Difesa della Camera. Parlando del deposito di Guardia del Moro, a Santo Stefano, l’ammiraglio ha detto: «Il valore strategico del deposito per la forza armata risiede nel fatto che esso è l’unico, tra tutti quelli in uso, in grado di rispondere pienamente a tutti i requisiti operativi logistici. Esso è infatti ubicato in un comprensorio militare con banchina di accesso al mare, che consente l’ormeggio di unità navali per il rifornimento diretto».
 E ancora: «Costituisce il deposito di missili di prossima emissione in linea, per i quali i depositi della Spezia saranno utilizzati solamente per lo stoccaggio temporaneo di quelli da revisionare o mantenere».
 Lettura semplificata della posizione dell’ammiraglio La Rosa: il deposito di Santo Stefano ci serve e ci serve soprattutto per quello che abbiamo programmato di fare. Non per ciò che è oggi operativamente, quindi. Sì, perchè il deposito di Santo Stefano è adesso soprattutto un deposito giudiziario (vi sono stoccate le armi sequestrate nel 1994 alla nave Jadran Express del miliardario russo Zhukov). E il munizionamento della Marina custoditovi sta ormai andando in pensione.
 L’obiezione è semplice: dopo tanti anni di servitù, forse sarebbe opportuno investire altrove per i nuovi progetti militari. Ma c’è di più. Ovvero uno scivolone del capo di stato maggiore della Marina, che ha detto: «La servitù militare, oltre ad aree di demanio militare, coinvolge terreni di proprietà privata, appartenenti a un unico proprietario, al quale viene corriposto un indennizzo, stimato - per il quinquiennio 2007-2012 - in circa 893 mila euro, così come viene fatto per il Comune della Maddalena (circa 446 mila euro)».
 La gaffe sta in questo: tutti quei soldi non esistono, o meglio sono molto, ma molto meno. Sì, perché sono stati aggiunti tre zeri alle cifre reali. Quindi, il privato percepirà 893 euro per cinque anni e il Comune, ben 446.
 Su Santo Stefano sembra infine sia nato un terribile pasticcio. Il Comitato misto paritetico per le servitù militari aveva bocciato il 10 luglio scorso il rinnovo delle servitù di Santo Stefano. Secondo la legge, su questo la Difesa avrebbe dovuto esprimersi entro novanta giorni. E invece il ministro Artuto Parisi ha confermato le servitù con un decreto firmato solo il 16 di questo mese. A tempi ampiamenti scaduti, quindi. Insomma, teoricamente da un punto di vista giuridico, Santo Stefano non era più vincolato a servitù da qualche mese. E Parisi non avrebbe dovuto firmare il decreto di rinnovo, ma invece ripartire da zero.
 Sta di fatto che alla Regione sembra si stia già preparando il ricorso al consiglio dei ministri. Insomma, lo scontro appare inevitabile.
Ma nella querelle si sta inserendo anche il privato - cioé la famiglia Serra - proprietario dei terreni di Santo Stefano. Attraverso le carte bollate, sembra intenzionato a dire alla Difesa: dopo tanti anni di servitù, se vi interessa l’area, dovete espropriarla. E un prezzo di riferimento esiste già, fissato da una perizia ordinata dal tribunale civile di Cagliari: 13 miliardi del 1987.

Andrea Nieddu

 

MARTEDÌ, 20 FEBBRAIO 2007


L’ospedale spacca il consiglio comunale

Bocciata una mozione «per garantire il diritto alla sanità dei cittadini»

 

L'ospedale "Paolo Merlo"

Ancora una bocciatura, in consiglio comunale, alla mozione presentata dal gruppo “Forza La Maddalena” che sollecitava il «presidente regionale Renato Soru a restituire alla città, nel settore sanità, la dignità di ruolo primario che merita e le spetta».
 La mozione non è passata per 12 i voti contrari, mentre sei consiglieri si sono espressi a favore della richiesta avanzata dai rappresentanti della lista civica.
 Ai consiglieri proponenti - Giuseppe Barago, Francesco Bardanzellu, Raffaele Ligas e Gianfranco Impagliazzo -, se ne sono aggiunti altri due facenti parte della maggioranza, l’assessore Franco Curedda, (uno dei firmatari della mozione), ed il consigliere Lella Gaio.

Franceschino Bardanzellu
 Diversa la posizione di un’altro firmatario, il capogruppo della maggioranza Roberto Zanchetta, che nel suo intervento ha proposto una riflessione al capo gruppo Francesco Bardanzellu, invitandolo a ritirare la mozione per evitare spaccature all’interno del gruppo di maggioranza.
 Salvatore Sanna, contrario, ha invece ritenuto la mozione «ormai sorpassata per gli avvenimenti che si sono succeduti: da presidio l’ospedale Paolo Merlo è passato dipartimento, ma l’ospedale decade e si declassa quando la comunità stessa decade».
 Il sindaco Angelo Comiti, nel suo intervento ha stigmatizzato e messo in evidenza un drammatico episodio accaduto qualche giorno fa, quando una giovane donna maddelenina è stata trasferita all’ospedale di Olbia, dove è deceduta.
 Il sindaco ha inviato una lettera al direttore sanitario ed al direttore generale della Asl n.2 sollecitando una relazione sui fatti.
 Riferendosi alla mozione, il primo cittadino ha spiegato perchè non l’ha votata «in alternativa ho avanzato la proposta, che sara discussa a breve, di un incontro con i responsabili regionali e provinciali, coinvolgendo tutte le istituzioni ed il presidente del distretto sanitario Piero Bardanzellu, nel quale evidenziare tutte le manchevolezze del piano sanitario regionale».
 Francesco Bardanzellu, uno dei firmatari della mozione, è stato invece categorico «questa amministrazione e molti dei firmatari hanno votato contro quanto avevano sostenuto in un altro consiglio comunale. Semplicemente perché nella mozione vi è scritto che il presidente Renato Soru ed il manager della Asl stavano decidendo e hanno declassato l’ospedale cittadino in dipartimento».
 L’assessore Franco Curedda, che ha votato a favore della mozione, si dice sempre all’interno della maggioranza della quale fa parte e si riconosce.
 «Ho votato a favore perché la mozione seguiva l’orientamento di un deliberato del consiglio comunale che, in unla’tra seduta del consesso cittadino, era stato approvato all’unanimità e metteva in evidenza il mantenimento dello stato attuale della sanità maddalenina», ha spiegato.

Andrea Nieddu

 

MARTEDÌ, 20 FEBBRAIO 2007


Nessun vincolo militare: la condizione per lo sviluppo

Il consiglio comunale ha approvato un ordine del giorno dei diessini

Ci sono voluti circa quattro ore prima che l’ordine del giorno presentato dai diessini Salvatore Sanna, Fabio Canu e Gian Vincenzo Bellu, venisse approvato con 15 voti a favore e due astensioni. Non ha ottenuto consensi, invece, un altro ordine del giorno presentato dal presidente del consiglio Antonello Ornano.
 L’ordine del giorno Sanna-Canu-Bellu parte da una premessa. Il comune della Maddalena, si legge nella mozione approvata, «definito giuridicamente di interesse per la Difesa nazionale, ha subito nel tempo una massiccia presenza militare con la conseguente demanializzazione della grandissima parte del suo territorio». Ma ormai, prosegue la mozione, «i nuovi orientamenti della Marina militare, hanno modificato il secolare ruolo militare dell’arcipelago, riducendolo al minimo».
 Del destino di quei beni stanno discutendo, attualmente, la Regione e l’amministrazione della Difesa. La mozione prende atto dell’accordo intercorso il 10 novembre 2006 secondo il quale il Ministero della Difesa avrebbe dato mandato all’Agenzia Industrie Difesa di individuare lo strumento giuridico che ne consenta in tempi brevi la chiusura e la successiva dismissione a favore della Regione.
 In questo quadro, evidenzia la mozione, la comunità maddalenina «ha la necessità di valorizzare le proprie risorse ambientali e culturali nel campo turistico alberghiero e nel campo industriale cantieristico». Una esigenza che impone la «necessità della disponibilità di tutto il fronte mare, da Punta Nera a ponente fino al ponte di Caprera, a levante, per un efficae piano regolatore del Porto e per una organica ridefinizione della destinazione delle aree circostanti».
 L’area vocata agli obbiettivi di sviluppo della comunità è «universalmente individuata nell’intero comprensorio arsenalizio» a patto che sia libera da ogni vincolo militare tutta l’area marina prospicente il compendio cantieristico.
 Via i vincoli militari, dunque, se l’amministrazione comunale vuole avere la opportunità di programmare liberamente il proprio futuro, contando sulle proprie risorse ambientali ed economiche. Per questo, conclude la mozione, il sindaco ela giunta devono «porre in essere tutte le iniziative politiche ed amministrative» per raggiungere gli obbiettivi indicati nella mozione.

Andrea Nieddu

 

 

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