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MERCOLEDÌ,
21 FEBBRAIO 2007
Soru prepara un ricorso contro i
militari
La Regione passa subito ai fatti
per stoppare le pretese inaspettate degli ammiragli italiani
Da viale Trento non arrivano commenti Lo “schiaffo” della
Marina e la firma del ministro Parisi al decreto che rinnova la servitù
per Santo Stefano, però hanno fatto male anche se lo sgarbo è stato
incassato con molto fair-play. E infatti alla Regione si sta già
lavorando al ricorso al consiglio dei ministri per stoppare gli inattesi
“appetiti” della Marina che vuole sostituirsi alla Us Navy. Il
presidente Renato Soru questa volta preferisce non perdere tempo con le
parole e preferisce passare subito ai fatti.
La strada è dunque quella della legge 898 del 1976, che
prevede l’opposizione alla scelta ministeriale con un ricorso che deve
essere presentato entro quindici giorni. Si legge infatti all’articolo
3 della norma: «... la Regione interessata può chiedere al presidente
del consiglio dei ministri, entro quindici giorni dalla pubblicazione o
comunicazione della decisione ministeriale, che la questione sia
sottoposta a riesame da parte del consiglio dei ministri».
Il governo dovrà poi pronunciarsi entro novanta giorni, alla
presenza del presidente della giunta regionale.
Il problema esce così dalla sfera amministrativa e acquista
sostanza politica. E sarà davvero molto difficile, per il governo,
rimangiarsi tutto quello che è stato detto in campagna elettorale e
cancellare le promesse fatte alla comunità maddalenina. Nessuno ha
dimenticato che il segretario dei ds Piero Fassino ha concluso la
campagna elettorale proprio alla Maddalena. E soprattutto nessuno ha
dimenticato le sue parole.
Sulla Maddalena il presidente Soru si gioca la faccia. Ha infatti
combattuto una battaglia durissima contro la presenza della Us Navy (e
l’ha vinta) e ha poi messo sul tavolo risorse importanti per animare
l’economia dell’arcipelago e aiutarla così nella sua
trasformazione. Ma su questa partita si gioca la faccia anche il governo
di centro-sinistra che, della smilitarizzazione dell’arcipelago, aveva
fatto una bandiera. Sarà curioso vedere ora cosa deciderà sul ricorso
che sta per presentare il governatore.
E la Marina va avanti e cerca di non farsi sfrattare
dall’arcipelago. Un atteggiamento che ha provocato molte irritazioni,
soprattutto perché la filosofia illustrata il 13 dicembre scorso dal
capo di stato maggiore, l’ammiraglio Paolo La Rosa, alla commissione
Difesa della Camera, non è sembrata molto convincente. Il pilastro
delle argomentazioni è Santo Stefano. E’ infatti la necessità di
mantenere il deposito di Guardia del Moro che sostiene tutto il
ragionamento sul quale la Marina giustifica la pretesa di mantenere un
presidio importante nell’arcipelago.
Ma analizzando con attenzione le argomentazioni dell’ammiraglio
La Rosa, si scopre anche che il punto di forza del discorso della Marina
rischia di diventare molto fragile. Primo punto: nel deposito dovranno
essere ospitati i missili di ultima generazione che dovranno poi essere
caricati sulle navi. Che è come dire che non si sta parlando di
un’esigenza attuale, ma di una prospettiva, di un programma che ancora
non è stato messo in moto. La ovvia conseguenza è che, almeno
attualmente, quel deposito non ha una rilevanza strategica tale da
giustificare la sua esistenza.
Secondo punto: l’ammiraglio La Rosa parla di questioni di
sicurezza e il deposito di Guardia del Moro è l’unico con «una
banchina di accesso al mare, che consente l’ormeggio di unità navali
per il rifornimento diretto». Ma omette di dire che le unità navali
non sono alla Maddalena, ma nei porti di Taranto e della Spezia. Questo
significa che si dovranno sostenere consistenti spese di trasferimento
ogni volta che le navi dovranno caricare a bordo gli armamenti.
Il punto è poi che la presenza a Santo Stefano giustificherebbe
la necessità di un punto di appoggio a Cala Camiciotto e nel molo
Carbone, cioé nell’area dell’Arsenale. Il che significa
semplicemente piazzare una bomba sotto i progetti di sviluppo
dell’arcipelago.
La posizione della Marina sta creando una diffusa irritazione
negli ambienti politici maddalenini e galluresi. Anche perchè non è
sfuggito l’improvviso attivismo delle autorità militari che sembra
stiano cercando di rianimare strutture abbandonate da tempo. Pare, per
esempio, che si stia trasferendo un archivio nella splendida costa di
Padule, da tempo dimenticata dalla Marina, o si stiano aprendo uffici
nella caserma Sauro.
Il sindaco Angelo Comiti ha lanciato nei giorni scorsi un appello
al presidente Romano Prodi e il consiglio comunale si è espresso
l’altro ieri molto chiaramente sulla volontà di attuare quella
rivoluzione economica e sociale che sembrava impossibile solo qualche
anno fa. E cominciano ad arrivare le reazioni di chi, in questa delicata
situazione di transizione, rischia di più. Come i lavoratori delle
imprese che gravitavano intorno alla base americana. Il 28 incroceranno
infatti le braccia. Ed è eloquente la loro posizione: non chiedono
infatti ammortizzatori sociali, ma rivendicano lavoro. Quel lavoro che -
secondo loro - dovrebbe arrivare con una trasformazione dell’economia
maddalenina. Insomma, sostengono i progetti di riconversione che si
basano sul turismo e sulla cantieristica navale di alta qualità.
Intanto, a livello regionale, cominciano ad arrivare le prime
reazioni politiche. Il consigliere di Alleanza Nazionale, Matteo Sanna,
ha infatti presentato ieri un’interrogazione al presidente della
giunta Renato Soru nella quale chiede «quali azioni prenderà la giunta
nei confronti del governo nazionale per il rilancio dell’economia del
territorio e sollecita interventi specifici per investimenti di
riconversione delle aree militari».
«Durante le scorse elezioni regionali e provinciali il governo
nazionale si è presentato alla Maddalena - ha detto Sanna - promettendo
un rilancio economico dell’isola senza servitù militari. Ministri
sardi, sottosegretari, e il presidente del Consiglio hanno fatto la
campagna elettorale con promesse che oggi sembrano non voler più
rispettare. La conversione di quelle aree era stata la battaglia epocale
della giunta Soru e di tutto il centro sinistra sardo».
E sono scesi in campo anche i sardisti con una nota del segretario
Efisio Trincas. «L’ambiguità del governo italiano - dice Trincas -
che, con alcuni ministri, riconosce la difesa ambientale della Sardegna
e, con altri, sostiene termovalorizzatori e depositi sotterranei di armi
e munizioni, non ha limiti. La tolleranza del popolo sardo ha raggiunto
il limite massimo di sopportabilità».
E ancora: «Santo Stefano, il Salto di Quirra, Teulada, Capo
Frasca e tutte le altre servitù militari, devono essere dismesse e
completamente risanate, ma soprattutto devono essere ridate alla piena
disponibilità del popolo sardo».
E fa sentire la sua voce anche Sardigna Natzione con il suo
segretario Bustianu Cumpostu: «L’Italia e dunque il suo governo,
“amico” di molti antimilitaristi e pacifisti che hanno manifestato a
Vicenza, ha deciso di usucapire la servitù militare americana e
riempire le gallerie della base di Santo Stefano con armi italiane in
sostituzione di quelle americane. La Maddalena si preparava a volare,
fantasticava sui possibili utilizzi delle strutture e dei tesori
ambientali strappati agli americani, non si aspettava certo di veder
apparire all’orizzonte le navi corsare italiane, in attesa che
prendessero il largo quelle americane».
PIERO MANNIRONI
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