| DOMENICA, 11 MARZO
2007
«Il governo rispetterà i patti»
La Maddalena? Divergenze tecniche,
la linea non cambia Accelerazione sul Partito democratico, apertura ai
sardisti

CAGLIARI. Piero Fassino è oggi in Sardegna per due
manifestazioni. Dalle 9.30 a Cagliari, hotel Mediterraneo, parteciperà
al convegno sul «Ruolo della sinistra nella prospettiva del Partito
democratico». Parleranno per i Ds anche il segretario regionale Giulio
Calvisi e Antonello Cabras, membro della segreteria nazionale. Sono
previsti i contributi degli altri due partiti sardi coinvolti nella
costituzione del Pd, Francesco Sitzia (Margherita) e il presidente
Renato Soru (Progetto Sardegna). Nel pomeriggio il segretario nazionale
della Quercia parteciperà al congresso della sezione di Selargius per
presentare personalmente la mozione con cui si ricandida alla guida del
partito.
- Piero Fassino, la notizia del giorno viene purtroppo
dall’Afghanistan. Aumenta la preoccupazione per Daniele Mastrogiacomo.
«Bisogna fare di tutto per restituirlo alla famiglia e al suo
giornale, ma ogni iniziativa utile non significa accettare ricatti, le
scelte di politica estera non possono essere dettate dai ricatti di
nessuno. Bisogna spiegare ai talebani che Mastrogiacomo non è una spia,
è un giornalista che fa il suo mestiere».
- Questo caso condizionerà politicamete il voto del Senato?
«Non credo. Nessuno deve strumentalizzare una vicenda così
drammmatica. Bisogna tenere distinta la solidarietà alla famiglia,
l’impegno di tutti per la liberazione di Mastrogiacomo e le decisioni
di politica estera che devono essere assunte dal Parlamento sulla base
degli interessi del Paese».
- Veniamo alla sua visita in Sardegna. Uno degli impegni forti
del governo Prodi e dei partiti nazionali riguardava il caso La
Maddalena. La trattativa tra giunta e governo non ha però sinora
portato a un accordo.
«Intanto dico che il rapporto della Regione Sardegna con il
governo di Centrosinistra è radicalmente diverso e certamente migliore
di quello che c’era con il governo di Centrodestra. E i risultati si
vedono».
- Quali sono, per lei, i più significativi?
«Dal 2010 l’80 per cento delle tasse riscosse resteranno in
Sardegna, è in atto una discussione per ridurre i disagi
dell’insularità, si sta dando corso alla riduzione delle servitù
militari in tutti i territori e allo smantellamento della base militare
della Maddalena».
- Su questo punto, però, è emersa una difficoltà non da
poco.
«I colloqui tecnici hanno registrato diversità di posizioni,
ma non c’è un cambiamento di indirizzo politico. La nostra volontà
politica è di restituire l’arcipelago alla popolazione per garantire
sviluppo economico e sociale».
- A Cagliari e Selargius lei parlerà del Partito democratico.
Alla vigilia la maggioranza del partito in Sardegna ha ribadito
l’esigenza di un Partito democratico sardo autonomo. E’ d’accordo?
«E’ un’ipotesi su cui riflettere, per noi Ds è già
così, in Sardegna il partito è autonomo ed ha con noi un rapporto
federativo. Nel processo, tra l’altro, non c’è soltanto la presenza
dei partiti nazionali ma anche di partiti sardisti come Progetto
Sardegna di Renato Soru. Mi sembra quindi ragionevole partire dalle
specificità».
- Si aprirà anche ad altre forze autonomiste?
«Me lo auguro. Il Psd’Az è da sempre una componente del
campo progressista sardo e italiano, sarebbe una buona cosa riuscire a
coinvolgerlo. Naturalmente dipende in primo luogo dal Psd’Az».
- Una aspettativa rimarcata dai Ds sardi è quella del
rinnovamento dei gruppi dirigenti. La nascita del Pd lo favorirà?
«E’ chiaro che il partito dovrà essere nuovo nella forma
organizzativa e dovrà utilizzare le primarie come mezzo di selezione
proprio per promuovere una classe dirigente più giovane».
- C’è chi critica il fatto che al centro del progetto non ci
sia il mondo del lavoro. Cosa risponde?
«Ma sarà un grande partito del lavoro. E’ questo il suo
dna. Il riformismo rosso e bianco nasce nell’Ottocento per
rappresentare e tutelare il mondo del lavoro. Ora, nel mondo
globalizzato, il Partito democratico dovrà affronterà i problemi nuovi
e trovare risposte inedite, partendo sempre dalla difesa dei diritti dei
lavoratori».
- C’è una nuova polemica in Sardegna sul rapporto con il
presidente della Regione, sulle tendenze autoritarie, sul ruolo dei
partiti.
«Non è un problema sardo, esiste in ogni Regione, in ogni
Provincia e in ogni Comune. L’elezione diretta pone l’esigenza nuova
di trovare un equilibrio tra il ruolo del presidente o del sindaco e
quello della giunta e della maggioranza. E’ un problema oggettivo, non
legato a qualcuno».
- Il suo giudizio su Soru?
«L’esperienza è positiva e proprio questo consente di
trovare le soluzione giuste».
- Senza mettere in discussione il presidenzialismo?
«I cittadini hanno dimostrata di apprezzare l’elezione
diretta, le giunte sono più stabili. Naturalmente si tratta di
costruire le condizioni perché la forza che l’elezione diretta
assicura al presidente sia combinata con la collegialità».
- La novità di oggi è la sua forte accelerazione sul Partito
democratico. Perché questa scelta?
«La scadenza di massima fissata con Prodi era inizialmente
quella del 2009. Ma i primi mesi del percorso fanno registrare un
interesse forte, una sollecitazione a fare più rapidamente».
- Anche dopo la crisi del governo?
«Anche per la crisi, che ci ha consigliato di accelerare. Non
nell’interesse di due partiti, ma del Paese».
- Entro aprile si conclude la stagione dei congressi di Ds e
Margherita. Quali saranno le altre tappe?
«Subito dopo si deve far partire il percorso costituente del
Partito democratico aprendo una stagione di discussione sul manifesto e
formando una rete di comitati promotori del Pd in tutti i Comuni».
- Quando l’assemblea costituente?
«Va convocata per l’autunno del 2007, deve approvare
manifesto e statuto. E a quel punto bisogna fondare le organizzazioni di
base e concludere il processo con il congresso costitutivo tra marzo e
aprile 2008».
- L’accelerazione è compatibile con l’esigenza di chiarire
con la Margherita i problemi sulla collocazione internazionale?
«E’ una discussione aperta, è possibile costruire
soluzioni ragionevoli. Il punto di partenza è questo: il Partito
democratico vuole lavorare perché in Europa si realizzi una più vasta
unità delle forze riformiste».
- Quali?
«Per il novanta per cento sono di ispirazione socialista e
socialdemocratica».
- E allora?
«Se vuoi unire cento, non puoi prescindere da novanta. Per
unire bisogna lavorare in un campo più aperto che aggreghi anche quei
settori che provengono da una cultura riformista diversa e che possa
vedere quindi l’accordo dei Ds e della Margherita. E’ un
ragionamento politico, non un’adesione ideologica».
- Un progetto solo con la Margherita?
«Vogliamo costruire un Partito democratico grande, largo, che
unifichi le diverse culture riformiste italiane. E quindi c’è bisogno
anche della presenza di coloro che vengono dalla tradizione socialista e
repubblicana, coloro che, in questi anni, si sono riconosciuti nelle
esperienze ambientaliste. Abbiamo bisogno anche di parlare a un più
vasto popolo di donne e di uomini che non necessariamente ha
un’appartenenza politica, ma che in questi anni si è riconosciuto
nell’esperienza dell’Ulivo, ha partecipato alle primarie e si
riconosce nel progetto».
- La preoccupa l’ipotesi della scissione di Mussi?
«Francamente non la dò per scontata e mi auguro che non
avvenga, sarebbe una scelta poco fondata».
- Perché?
«In un grande partito che vede insieme diverse culture c’è
lo spazio per una corrente di sinistra. Del resto, qual è l’ostacolo
che impedirebbe a Mussi di guidarla nel nuovo partito visto che la guida
nei Ds?».
- Dice che non ci sarebbero più i valori della sinistra.
«Il Partito Democratico non rappresenta la fine dei valori
della sinistra ma è la forma con cui facciamo vivere tali valori in una
società dinamica».
- E’ possibile un accordo?
«Mussi ha chiesto il voto segreto e lo ha avuto. La regola,
in questi casi, è che si accetti la decisione, soprattutto se viene
dall’80 per cento del partito».
- E’ più facile il dialogo con Angius?
«La mozione di Angius non nega l’esigenza del Pd, propone
tempi più lunghi. Io, come le ho detto, penso invece che bisogna
accelerare. Viviamo in una società in rapida trasformazione, non siamo
noi a dettare i tempi».
- Ci sono state nuove polemiche sulla manifestazione per i
Dico.
«E’ stata una manifestazione giusta per affermare la
irrinunciabilità dei diritti individuali, la necessità di riconoscere
i diritti di ogni persona, quali che siano le sue scelte di vita, le
relazioni interpersonali, l’orientamento sessuale. Che ci sia andato
qualche ministro per sostenere convinzioni personali non è affatto uno
scandalo».
- Cosa dice a chi critica la proposta dei Dico?
«Questi temi vanno affrontati in modo equilibrato e giusto.
Il disegno di legge è equilibrato e giusto perché riconosce diritti a
coloro che hanno scelto una convivenza di fatto, omosessuale o
eterosessuale, senza peraltro mettere in discussione l’articolo 29
della Costituzione che riconosce la famiglia fondata sul matrimonio».
- Nuovi problemi ci sono anche sulla legge elettorale. La sua
apertura verso il referendum ha provocato reazioni polemiche. La
conferma?
«La priorità è fare una buona legge elettorale e farla in
Parlamento. Da qui l’impegno a lavorare per un accordo. Il ricorso al
referendum è solo una subordinata».
- Come deve essere la nuova legge?
«Deve garantire ad ogni partito grande, piccolo o medio, di
presentarsi agli elettori e di raccogliere il consenso che gli elettori
gli daranno. E al tempo stesso deve avere meccanismi, come il premio di
maggioranza, che consentono a chi vince di avere una maggioranza stabile
che permetta di governare per cinque anni».
- Per evitare i problemi come quello del Centrosinistra al
Senato?
«Vorrei sottolineare che la fragilità della maggioranza al
Senato non è espressione di una fragilità del Centrosinistra, ma è la
conseguenza di una brutta legge elettorale fatta dal Centrodestra
unicamente per rendere più difficile la governabilità».
FILIPPO PERETTI
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