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4 luglio 2007

Il giallo del corpo dell’Eroe Cremato o imbalsamato?

La nebbia leggera del dubbio non è certo come il tarlo vorace del sospetto. Eppure basta per alimentare quelle suggestioni dalle quali può anche nascere un giallo. Se poi il dubbio si insinua nel passato, arrivando perfino a lambire una leggenda, allora è del tutto naturale che nasca il “caso”. E il giallo rischia addirittura di diventare mistero.  Così è per i resti di Giuseppe Garibaldi, simbolo epico del Risorgimento italiano, generale idealista e anticlericale, ambasciatore di pace e di libertà, uomo capace di infiammare gli spiriti con le sue parole di fuoco, deputato del Regno e perfino Gran maestro nella fratellanza del Grande architetto dell’universo.  Il dubbio, resuscitato di recente dalla pronipote dell’eroe dei due mondi, Anita Garibaldi, è questo: il corpo del grande nizzardo è davvero sotto quella lastra imponente di granito, dietro la “casa bianca” di Caprera, oppure è stato bruciato come lui voleva e aveva esplicitamente chiesto nel suo testamento?  Il dubbio, per dire la verità, non è nuovo e ogni tanto riaffiora, quasi ad alimentare la magia della leggenda che circonda uno degli eroi più amati dagli italiani. E non solo.  Per dire la verità, Anita Garibaldi non pensava e non voleva scatenare polemiche riparlando del giallo della salma del bisnonno: «Non ho detto nulla di nuovo. Del dubbio che il corpo di Garibaldi sia stato bruciato ne ho sentito parlare più volte nella mia famiglia da mia madre e da mia nonna Costanza. E non era certo un segreto. Per questo motivo sinceramente non capisco il polverone che si è scatenato nelle ultime settimane. E poi dico: se davvero i garibaldini avessero deciso di esaudire l’ultimo desiderio di mio bisnonno, questo non cambierebbe proprio nulla. Caprera resterebbe sempre ciò che è stata ed è. E la sua sacralità resterebbe assolutamente intatta».  Il giallo nasce dagli scritti stessi dell’eroe dei due mondi. Nel suo testamento, redatto il 17 settembre del 1881, Garibaldi infatti scrisse: «Avendo, per testamento, determinato la cremazione del mio cadavere, incarico mia moglie dell’eseguimento di tale volontà - con legna di Caprera - e pria di dare avviso a chicchessia della notizia della mia morte. Ove morisse essa prima di essa, io farò lo stesso per essa. Verrà costruita una piccola urna di granito, che racchiuderà le ceneri di lei e le mie. L’urna sarà collocata sul muro dietro il sarcofago delle nostre bambine e sotto l’acacia che lo domina».  Quella di essere bruciato su una pira, proprio come un antico eroe omerico, era un’idea che non aveva mai abbandonato Garibaldi. Se ne trova una traccia anche nella lettera che scrisse il 16 settembre 1877 al misterioso Franz Muller, “cavaliere del regno di Prussia”, grande massone e fornitore di armi per il regno di Sardegna e per la spedizione dei Mille. Al suo «Grandma (Grande maestro ndr) massone» l’eroe dei due mondi chiese di «occuparsi della cremazione del suo cadavere».  Non solo. Garibaldi indicò il luogo nel quale voleva il suo corpo fosse divorato dalle fiamme e scelse con grande cura i tipi di legno per la pira: «Il ginepro resinoso, il lentischio profumato, il mirto sacro, qualche corbezzolo e rami di pino». Dispose poi che sulla catasta venisse posto un foglio di lamiera e, su questo, un lettuccio sul quale doveva essere composta la sua salma con indosso la cara camicia rossa.  Il due giugno 1907, cioé venticinque anni dopo la morte dell’eroe dei due mondi, nel corso delle celebrazioni svoltesi a Caprera, il poeta e avvocato nuorese Sebastiano Satta lesse un’appassionata orazione funebre davanti alla tomba di Garibaldi. E declamò una poesia scritta dal generale: «A Caprera, a Caprera./ Se morrò lontano portatemi a Caprera/ e vestitemi di rosso/ e sul rogo alto/fatto d’acacie che ardono come l’ulivo/, là non cremato, ma bruciato il mio corpo/ con la faccia rivolta al sole,/al soffio aperto dei cieli./ Come Pompeo».  Dunque, ecco un’altra prova del desiderio di Garibaldi di non finire dentro una tomba. Eppure quel 1907 può essere molto importante per decifrare il giallo della salma dell’eroe. E’ la stessa Anita Garibaldi a ricordare un particolare che, in qualche modo, potrebbe essere decisivo. Dice infatti di aver sentito dire dal padre Ezio che, proprio nel venticinquesimo anniversario della morte, il sepolcro di Caprera era stato aperto. E la salma imbalsamata di Garibaldi era lì.  «Mio padre - dice Anita - raccontava che il corpo era in ottime condizioni e che solo un braccio era danneggiato».  Molto probabile che non si trattasse di una testimonianza diretta, visto che Ezio nel 1907 aveva solo tredici anni essendo nato nel 1896. Quasi sicuramente aveva sentito parlare di quell’evento dal padre Ricciotti, figlio del generale e lo riferì così alla figlia.  Per dire la verità, esiste una voce secondo la quale la tomba venne aperta nel 1932, nel cinquantenario della morte, alla presenza di Benito Mussolini, grande amico di Ezio Garibaldi, che il duce aveva spesso utilizzato come ambasciatore segreto nei suoi rapporti con il governo britannico.  La circostanza è molto probabilmente l’enfatizzazione di un episodio che potrebbe avere anche un fondo di verità. Mussolini venne in Sardegna solo tre volte: nel 1923, nel 1935 e nel 1942 e quindi è impossibile che nel 1932 fosse venuto a Caprera.  Ma in quel 1932 forse qualcosa avvenne davvero. Secondo alcune voci che vengono tramandate nelle antiche famiglie maddalenine, infatti, Ezio Garibaldi arrivò per le celebrazioni del cinquantenario della morte del generale insieme a Giovanni Host Venturi, capitano degli Arditi e capo delle organizzazioni irredentiste dell’Istria e della Dalmazia e che fu poi ministro delle Comunicazioni dal 1939 al 1943.  Si mormora che, in quella circostanza, la tomba dell’eroe dei due mondi venne aperta. La salma era ancora in buon stato, con la mitica camicia rossa, il cappellino in velluto nero con gli ornamenti dorati e gli occhialini sul petto.  Ma non c’è una prova in grado di certificare la veridicità di questa voce. E’ invece molto più probabile che si sovrappongano e si confondano i fatti accaduti nel 1907 con quelli accaduti nel 1932. In ogni caso, però, il corpo del generale era dentro la tomba nella quale era stato calato il pomeriggio dell’8 giugno 1882, sei giorni dopo essersi spento sul suo letto.  Chi conferma anche se indirettamente la visita a Caprera di Host Venturi e di Ezio Garibaldi nel 1932 è il notaio Emilio Acciaro, autorevole esponente della loggia massonica della Maddalena intitolata, guarda caso, proprio a Giuseppe Garibaldi. «Sì - dice - è possibile: erano amici».  Ma Acciaro - custode di vecchie storie dimenticate e di non pochi segreti dell’arcipelago - racconta anche un avvenimento forse sottovalutato, ma che ha una sua importanza, nel giallo della salma di Garibaldi. Ricorda ovviamente i nomi di coloro da cui ha appreso la circostanza, ma preferisce non citarli.  «Circa un anno dopo la sepoltura del generale - dice - sbarcò alla Maddalena un gruppo di nizzardi “esaltati” che volevano trafugare il corpo di Garibaldi e trasferirlo nella sua città d’origine: Nizza, appunto. Ma la loro presenza non passò inosservata e il tentativo così fallì. Dopo quell’episodio, la lastra di granito sulla tomba venne bloccata con robuste graffe di ferro e fu istituito un servizio di sorveglianza da parte della Marina militare».  Dunque, se davvero qualcuno voleva esaudire le ultime volontà di Garibaldi, l’avrebbe potuto fare soltanto nell’anno successivo alla morte dell’eroe perché, dopo il tentativo dei nizzardi, la casa di Caprera è stata sempre sorvegliata.  Ma proprio l’episodio del mancato trafugamento della salma conferma quanto fosse difficile avvicinarsi alla “casa bianca” di Caprera. Figuriamoci aprire una tomba e bruciare un corpo! E poi, come già detto prima, è la stessa Anita Garibaldi a ricordare la testimonianza del padre secondo la quale nel 1907 la salma del generale riposava nella sua tomba.  Chi non crede in alcun modo alla cremazione delle spoglie di Garibaldi è Mario Birardi. Ex senatore comunista ed ex sindaco della Maddalena, Birardi è da sempre un attento studioso dell’eroe dei due mondi. «Abbiamo una gran mole di documenti - dice - che documentano la morte di Garibaldi, la sua imbalsamazione e i suoi funerali che si svolsero davanti a centinaia di persone in quel giorno in cui si scatenò una tempesta come nell’arcipelago mai si era vista. Abbiamo la testimonianza del suo medico e la presenza di Crispi e Zanardelli alle esequie. No, non c’è alcun elemento storico che possa giustificare il dubbio sulla cremazione della salma di Garibaldi. Siamo perfino a conoscenza di dettagli minimi, come quello che, con il sangue pietrificato del generale, vennero coniate due medaglie. E poi mi chiedo: ma non è stata la stessa Anita Garibaldi ad aver minacciato, il 2 giugno dello scorso anno, di portare via da Caprera, per protesta, le spoglie del suo bisnonno? Proprio lei che oggi alimenta questo giallo?».  Non può poi essere ignorata una considerazione. Furono i figli Menotti e Ricciotti, insieme al genero Stefano Canzio, a decidere di non bruciare il corpo di Garibaldi al termine di un lungo colloquio con Crispi e Zanardelli (massoni anche loro) e al quale parteciparono anche il medico e amico dell’eroe dottor Albanese, Alberto Mario e Domenico Curatolo. Si dice che fortissime furono le pressioni della Chiesa, ma è molto più probabile che la decisione fu frutto di una grande spinta popolare. Una decisione che fece comunque infuriare il poeta Giosué Carducci (anche lui massone), il quale evocò visioni epiche, come il rogo tragico di Patroclo sotto le mura di Troia e lanciò strali roventi contro l’Italia ingrata verso i suoi figli migliori.  La domanda, a questo punto, è questa: possibile che qualche garibaldino abbia bruciato il corpo del generale, nonostante la volontà contraria espressa dai suoi figli? Figli che, è importante ricordare, erano anche luogotenenti e fedelissimi collaboratori del padre. E che continuarono, con i loro garibaldini, a combattere in tutte quelle parti del mondo dove esisteva una causa giusta da difendere: in Grecia, in Sud Africa, in Messico, in Venezuela e in Francia nella prima guerra mondiale. Difficile crederlo.  Ma c’è un’altra domanda: a cosa serve frugare tra le pieghe nascoste di una leggenda?  In fondo, un dettaglio storico non toglierebbe e non aggiungerebbe nulla alla magia di un mito.

Piero Mannironi

 

 

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