Scrivici

CRONACHE

ISOLANE

Link's
Home Page

Vedi come pubblicizzare un evento su questo Sito

Vai a: Notizie brevi gennaio 2008

 

Vai a: Notizie varie dalla stampa 2007 Vai a: Notizie varie dalla stampa del 2008

Vai a: Notizie brevi gennaio 2008

Le altre notizie della pagina

La storia di Gary Horne, ex sottufficiale che ha sposato una maddalenina

 L’U.S. Navy è andata via

 L’addio della Us Navy

 

La Nuova Sardegna"

LUNEDÌ, 28 GENNAIO 2008

Controlli ambientali dopo l’addio Usa

  Le bandiere sono state ammainate e l’eco delle fanfare si è spento malinconicamente. Il rito della commozione e degli abbracci d’addio si è dissolto in un giorno lucente di fine gennaio ed è stato così consegnato al passato. Fa già parte delle memoria. Ma l’ultimo capitolo della storia della Us Navy alla Maddalena non è stato ancora scritto.
 Perché la Marina americana, che per trentasei anni, nel bene e nel male è stata di casa nell’arcipelago, non ha lasciato soltanto ricordi e paure. Ha lasciato infatti molte domande rimaste senza risposta. Prima fra tutte, il perché dell’inattesa e repentina decisione del Pentagono di fare le valigie, salutare e andarsene. Un giallo irrisolto che è affiorato anche nelle parole del capitano Gregory Billy, responsabile del Naval Support Activity, nella mattina del commiato formale: «La fine che celebriamo oggi è molto diversa dall’idea che avevo al mio arrivo, due anni e mezzo fa, e anche da quelle che erano le prospettive della Marina americana nel novembre 2004, quando La Maddalena fu dichiarata una delle basi durature in Europa».
 Già, una decisione arrivata proprio quando una valanga di milioni di dollari stava per ridisegnare la base nata nel 1972, sull’onda di accordi segreti figli della “guerra fredda”. Ma la Marina americana ha lasciato anche problemi molto più concreti delle domande e dei sospetti. Per esempio: ha mantenuto l’impegno di lasciare i luoghi che ha gestito in assoluta autonomia in questi 36 anni esattamente come li ha trovati? E, si badi bene, non si tratta di un problema politicamente strumentale. Perché è maledettamente importante che Santo Stefano e quel braccio di mare che mette in comunicazione il molo di Guardia del Moro con il mare aperto siano perfettamente puliti e fruibili. Questione di principio, ma non solo.
 Non è infatti soltanto il rispetto di un galateo istituzionale secondo il quale l’ospite, quando saluta e se ne va, deve lasciare tutto come ha trovato. Ma è anche il problema che in questi mesi si sta giocando il futuro di tutto l’arcipelago. Un futuro finalmente libero dall’angosciosa presenza dei temibili sommergibili a propulsione nucleare “hunter killer” e dall’inquietudine che nasce dalla convivenza con le testate atomiche.
 Ebbene, il futuro senza stellette della Maddalena si gioca tutto su quella immensa e fragilissima risorsa che si chiama ambiente. E dopo la partenza della Emory Land e dei suoi mostruosi cuccioli d’acciaio è perciò arrivato il momento di avere una certificazionbe seria, certa, che le acque dell’arcipelago siano perfettamente in regola.
 Gli americani non lo hanno detto esplicitamente, ma attraverso i soliti canali, cioé la Marina italiana, hanno fatto sapere di aver «ripulito» il posto. Non è certo passata inosservata l’attività di una cinquantina tra sommozzatori e palombari americani che, dal settembre dello scorso anno, hanno battuto l’area davanti a Guardia del Moro seguendo ritmi impossibili. Il risultato finale di questo lavoro sarebbe stato il recupero di ben 500 tonnellate di materiali ferrosi. Tutto a posto, dunque? Non proprio, visto che gli americani non hanno voluto che occhi indiscreti controllassero e verificassero la loro attività. Anzi, perfino i rilievi comunicati alla Difesa italiana sono stati unilaterali.
 Il problema è che, attraverso la Marina militare italiana, si chiede ora che le agenzie di controllo ambientale (l’Apat e l’Arpas) e le istituzioni che hanno una competenza diretta sul controllo ambientale, come la Regione e la Provincia, prendano atto dell’avvenuta pulizia dei luoghi e certifichino che tutto è a posto. Non è ancora coltivando un’antica cultura del sospetto che nascono obiezioni e riserve. Può darsi anche che tutto sia perfettamente a posto, ma è difficile, molto difficile, risolvere il problema con una semplice presa d’atto. Esistono infatti regole e procedure di legge - che si portano dentro responsabilità dirette - che non possono essere tranquillamente ignorate con un atto formale di fiducia.
 Sta di fatto che le aree occupate dagli americani per oltre tre decenni devono essere restituite entro la fine del mese alla Difesa che, a sua volta, dovrà girarle alla Regione come previsto dallo statuto speciale dell’autonomia e come era stato concordato tra il presidente della giunta Renato Soru e il ministro della Difesa Arturo Parisi.
 La Provincia Gallura in questi giorni sta frenando, sta opponendosi a questa fretta, chiedendo chiarezza. Per la verità, si tratta di una posizione puntellata dal parere tecnico di Arpas e Apat, cioé le agenzie di controllo ambientale. Ebbene, sia l’Apat e sia l’Arpas hanno giudicato insufficienti le operazioni di bonifica eseguite dagli americani e i risultati dei monitoraggi radiometrici.
 Entrambe le agenzie hanno prima di tutto dovuto fare i conti con la loro estromissione dalle operazioni condotte dalla Us Navy. Conseguenza: è venuta a mancare la sorveglianza di garanzia di un soggetto terzo, in grado così di sottoscrivere la regolarità delle procedure e la veridicità dei risultati. La Provincia Gallura, oltre questo conforto tecnico, gode anche di un sostegno politico molto forte. Il 18 ottobre scorso, infatti, il presidente della Regione Soru aveva chiesto con una lettera al premier Prodi la garanzia che Santo Stefano e le aree utilizzate dagli americani per decenni, fossero restituite alla Sardegna perfettamente integre. Chiedeva prima di tutto un piano di caratterizzazione, cioé un’indagine ambientale approfondita che garantisse la totale assenza di inquinamento.
 Si legge nella lettera di Soru a Prodi: «Signor Presidente lei conosce molto bene la preoccupazione che i sommergibili a propulsione nucleare in questi anni hanno suscitato nella popolazione maddalenina. Prima gli studi effettuati nel 1972 dal Cnen e dal Camen e recentemente le indagini del ministero dell’Ambiente e della Regione Sardegna disposte dopo l’incidente al sottomarino Hartford avvenuto nell’autunno 2003, hanno evidenziato la necessità di una particolare attenzione per l’ambiente in considerazione dell’elevato valore naturalistico del territorio».
 Continua Soru: «La situazione della Maddalena è stata anche oggetto di un’indagine conoscitiva da parte della Tredicesima Commissione permanente del Senato, conclusa con la richiesta di approfondimenti sulla presenza di sostanza inquinanti, anche radioattive, e con l’impegno di garantire per il futuro un’informazione certa e costante sulle condizioni di sicurezza dell’arcipelago. Adesso, considerata la dismissione dell’unità della Us Navy e senz’altro urgente attivare tutte le misure per caratterizzare e bonificare le aree utilizzate in 35 anni dalla Marina militare americana».
 E ancora: «E a questo proposito ritengo opportuno, rilevata l’importanza di questa iniziativa, che la presidenza del consiglio istituisca un tavolo di confronto tra Stato italiano, Regione Sardegna e rappresentanti degli Stati Uniti per la stipula di un’intesa che definisca le rispettive competenze sulla restituzione agli usi civili delle aree in concessione e garantisca l’avvio di studi dettagliati per la tutela dell’ambiente e della salute».
 Come si vede, quel tavolo di confronto non c’è stato e si è seguita invece una procedura molto semplificata. Nel dicembre scorso, poi, la Marina militare italiana ha invitato l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arpas) a un incontro per affrontare il problema del «dopo americani». A questo vertice è stato invitato anche il sindaco della Maddalena Angelo Comiti e gli organi tecnici della Marina, Cisam e Cetli.
 L’Arpas, l’Apat (coinvolta però dall’agenzia regionale) e ilù sindaco della Maddalena hanno sottolineato l’esigenza di chiarire le modalità di partecipazione delle due agenzie per garantire un ruolo di terzietà sull’attività prevista.
 «Piena disponibilità da parte nostra - si legge in un documento dell’Arpas - a individuare un percorso che garantisca alle istituzioni e alla cittadinanza una corretta progettazione degli interventi di caratterizzazione ambientale del territorio, finalizzata alla restituzione del sito agli usi civili». Ma dall’agenzia arriva anche qualche riserva su quanto fatto dalla Us Navy: «Le attività svolte dalla Marina Usa risultano limitate all’aspetto radiologico e alla pulitura dei fondali». Come dire: c’è ancora molto da fare ed è più che mai necessario un piano di caratterizzazione ambientale, al quale l’Arpas parteciperà «fornendo indicazioni sul numero dei campiomi e delle matrici da indagare».
 Il problema di fondo, a questo punto, è chi metterà a disposizione i fondi per queste indagini. Non poco, visto che si ipotizza una spesa superiore al milione e mezzo di euro. Coinvolgere gli americani, come Soru aveva chiesto, sembra ormai molto difficile, visto che ormai hanno già fatto le valigie e preso il largo.
 L’assessore provinciale all’Ambiente Pier Franco Zanchetta è un maddalenino doc e segue il problema con molta attenzione. «Prima di tutto - dice - rivendichiamo come Provincia una competenza sul problema riconosciutaci dalla legge. Condividiamo le riserve sulle procedure finora seguite messe in evidenza dall’Arpas e dall’Apat e dal sindaco della Maddalena e non possiamo non insistere sull’immediata apertura di una procedura di caratterizzazione delle aree utilizzate dagli americani negli ultimi trent’anni. Nell’ultimo comitato perovinciale per l’ambiente (del quale fanno parte il presidente Pietrina Murrighile, i sindaci della Maddalena, Bortigiadas e Berchidda e il rappresentante dell’Arpas) abbiamo preso atto delle osservazioni e dei dubbi sollevati dalle agenzie di controllo. Per questo, il prossimo passo sarà quello di chiedere istituzionalmente l’intervento della Regione per arrivare a un piano di caratterizzazione serio e alla bonifica dei luoghi. Stiamo giocando la partita fondamentale per il nostro futuro e non possiamo permetterci di commettere errori».
 E il ministero dell’Ambiente? Finora solo silenzio.


PIERO MANNIRONI

Vedi la Storia  e la "cronologia" della Base Usa a La Maddalena

Vedi le Foto della partenza dell'Emory Land

Guarda il video

Invia il tuo commento

Mandaci le tue immagini sulla "Cerimonia di addio"

 

 

La Nuova Sardegna"

DOMENICA, 27 GENNAIO 2008

La storia di Gary Horne, ex sottufficiale che ha sposato una maddalenina

«Ho lasciato la US Navy per restare nell’isola»

Gary Horne, ex sottufficiale U.S. Navy

  Due bandiere cucite sul cuore, il tricolore italiano e le stelle e strisce. Un doppio amore che nell’aprile del 2007 ha spinto Gary Horne a mettere in naftalina l’uniforme da sergente maggiore della marina americana. Ha divorziato dall’arma per non separarsi dall’isola che lo ha adottato 20 anni fa. Per due decenni ha visto sventolare insieme i vessilli dell’Italia e degli Usa nel Naval support activity, al centro dell’isola. Venerdì ha osservato la loro ultima danza gemella nel cielo dell’isola. A fine mese dirà addio agli amici che salperanno da Santo Stefano.
 Lui resterà nell’ex paradiso delle stellette. Al suo fianco la moglie maddalenina Fiorella, i due figli Daniel e Jessica, e il cane Jack.
 Gary arriva nella base americana a mollo nell’arcipelago nel luglio del 1987. Marine di soli diciotto anni passa dal maxi aeroporto di Chicago allo scalo di Olbia, negli anni Ottanta solo un embrione del luccicante Costa Smeralda di oggi. «L’impatto fu tremendo - racconta l’ex sergente con un italiano perfetto -. Ero passato da un super aeroporto a una pista immersa nelle frasche. Ma era solo l’inizio della mia avventura. Presi il pullman alla mezzanotte. Dopo un’ora di curve arrivai a Palau. Mi spiegarono che per raggiungere la mia nave dovevo prendere un altro battello. Avevo paura. Poi guardai la fila all’imbarco. C’erano tanti miei compagni che sorridevano, felici, e intorno tante belle donne, turisti. Sembrava di essere in un club mediterranèe». Gary cerca subito di integrarsi, vuole imparare la lingua, i modi di dire e di fare degli italiani. Si mescola alla comunità maddalenina, vuole nutrirsi di vita isolana. «Quando arrivai nel 1987 gli italiani pensavano ancora agli americani come a quelli dei film. O texani con il cappello da cow boy o californiani da spiaggia. Mi è piaciuto subito confrontarmi con loro, scoprire come pensavano. E in una delle mie tante uscite alla Maddalena ho conosciuto Fiorella, che poi è diventata mia moglie».
 Il sergente a stelle e strisce dopo quattro anni di servizio alla base di Santo Stefano decide di ritornare in America, lascia le armi e riprende in mano in libri. «Sono ripartito per gli Stati Uniti e mi sono iscritto all’università. Ma dopo un anno sono ritornato sotto le armi - racconta Gary -. Volevo rivedere Fiorella. Ho chiesto di reimbarcarmi e il destino ha voluto che fossi mandato proprio sulla nave di base a Santo Stefano».
 Subito dopo Gary decide di sposare Fiorella, ma non in Italia. Il marine dal cuore di zucchero vola nel suo paese di origine, a Concord, nel nord Carolina e sceglie di salire all’altare nel giorno del compleanno della mamma. «Mia madre aveva accettato che fossi un marine e che girassi il mondo per lavoro - dice -. Non condivideva invece l’idea che avrei costruito la mia vita lontano da lei. Sposarmi il giorno del suo compleanno è stato un segno di amore e rispetto nei suoi riguardi».
 Al ritorno nell’isola della Maddalena Gary prosegue nella sua carriera militare. Per sette anni ricuce le ferite della nave attraccata a Santo Stefano con la qualifica di fabbro-saldatore. Per altri tredici è interprete e cura le pubbliche relazioni. Dopo vent’anni con l’uniforme, nell’aprile del 2007, decide di andare in pensione. «Sapevo che la base sarebbe stata smantellata - racconta -. Ho così scelto di lasciare la Navy. Se non lo avessi fatto avrei dovuto abbandonare La Maddalena, questa splendida isola nella quale voglio passare tutta la mia vita».
 Venerdì mattina c’era anche l’ex sergente Horne alla cerimonia alla Naval support Activity. Un rito di addio che gli ha graffiato il cuore. «Ho pianto guardando le bandiere che venivano ammainate - spiega commosso -. Rappresentano una parte della mia vita, le porto entrambi nel cuore. Tutti gli americani che hanno lavorato e vissuto qui sono stati bene. La Maddalena e i maddalenini li hanno adottati. Ci siamo sempre sentiti integrati e amati. Per tutti noi è stata una esperienza meravigliosa».


di Serena Lullia

Ma il permesso di soggiorno non arriva

La burocrazia italiana non brilla per efficienza neanche davanti alle stellette americane. L’ex sergente maggiore, Gary Horne, è in lista di attesa per il permesso di soggiorno dall’aprile dello scorso anno.
 Dopo aver lasciato la marina americana è diventato un civile, un extra comunitario a tutti gli effetti per il governo tricolore.
 Il marine ha quindi presentato la richiesta per il permesso di soggiorno. Pezzo di carta fondamentale per regolare la sua posizione, ma soprattutto per dare gambe alla sua nuova attività da manager. Ha intenzione di aprire un ufficio di pubbliche relazioni e mettere a servizio dei turisti e dei tanti americani che hanno scelto di restare nell’isola, la sua conoscenza delle lingue, del territorio e dell’isola. Ha già pensato al nome, “King of la Maddalena”, re della Maddalena, una scritta bilingue come simbolo di amore per l’Italia e l’America. «Molti americani hanno abbandonato la marina, e hanno scelto di trasferirsi nell’isola - racconta Horne -. Il mio ufficio vuole essere per loro un punto di riferimento. Il mio lavoro sarà farli sentire a casa».

di Serena Lullia

Vedi la Storia  e la "cronologia" della Base Usa a La Maddalena

Vedi le Foto della partenza dell'Emory Land

Guarda il video

Invia il tuo commento

Mandaci le tue immagini sulla "Cerimonia di addio"

 

 

La Nuova Sardegna"

SABATO, 26 GENNAIO 2008

L’U.S. Navy è andata via

Ieri, tra lacrime e commozione, la cerimonia di commiato della Marina americana

   Sono le 12.30. Alla Maddalena, il comandante della U.S. Naval Support Activity, Gregory Billy, dà l’ordine di ammainare le bandiere. Fino a pochi attimi prima sventolavano vicine, quella italiana e quella statunitense. La Maddalena ha accolto gli americani il 1 gennaio del 1973. E il 25 gennaio del 2008 li vede andar via. In una mattinata di sole si celebra la «Disestablishment Ceremony» della Nsa. L’arcipelago non sarà più base di appoggio per i sottomarini della Us Navy. «35 years of excellence», si legge nella brochure di commiato. «La fine di un’epoca straordinaria». Una pagina di storia che si chiude.
 Lacrime e commozione. L’inno di Mameli e The Star-Spangled Banner (La bandiera brillante di stelle), l’inno degli Stati Uniti. Prima uno, poi l’altro. Gli allievi della scuola sottufficiali della Maddalena marciano con le due bandiere e si fermano davanti ai 500 ospiti presenti in via Principe Amedeo. Ci sono autorità civili, militari, religiose. Sul palco i comandanti del Naval Support Activity, capitano Gregory Billy, e del Settore europeo della Marina americana, contrammiraglio Michael Groothousen. E c’è chi non può fare a meno di asciugare le lacrime. Inutile nascondersi. Nell’aria è palpabile l’emozione. Ha ragione Groothhousen a definire quella di ieri «una cerimonia di commiato dal sapore dolceamaro». Perchè è vero che gli americani tornano a casa. Ma è altrettanto vero che l’isola è stata un porto sicuro non solo per tutte le navi che si sono avvicendate ma anche per gli oltre ventimila americani che hanno avuto l’opportunità di chiamare La Maddalena «casa».
 Durante questi 35 anni i militari della Marina hanno abitato in città, hanno stretto amicizie, hanno frequentato le scuole, sono stati nelle splendide spiagge. «La fine che celebriamo oggi - esordisce il capitano Gregory Billy - è molto diversa dall’idea che avevo al mio arrivo, due anni e mezzo fa, e anche da quelle che erano le prospettive della Marina americana nel novembre 2004, quando La Maddalena fu dichiarata una delle basi durature in Europa. Eppure, era inevitabile che un giorno avremmo lasciato questa isola. E il successo conseguito nel pianificare e portare avanti la chiusura di questa base in maniera così spedita ed efficiente è la testimonianza tangibile dell’abilità, della professionalità e dell’arduo lavoro svolto dal personale militare e civile del Nsa».
 La base della Maddalena ha dato supporto a numerose navi appoggio, così come alle unità delle forze operative della VI Flotta e della Nato, ai militari di stanza nell’isola e ai loro familiari. Il «Team La Maddalena» è stato anche uno strumento efficace di politica estera perchè ha portato avanti programmi che hanno promosso in qualche modo rapporti positivi tra la comunità americana e quella italiana. Ma è soprattutto durante e dopo la Guerra Fredda che l’isola ha ricoperto un ruolo di rilevanza strategica per le operazioni della Marina americana e Nato nel Mediterraneo. Uno spirito di squadra vincente. L’ammiraglio Groothousen dal palco ha definito l’Italia «un alleato affidabile e leale. Uno dei più forti. Solidale nella lotta contro il terrorismo in Medioriente». Ma ha anche messo in guardia: «Non possiamo mai dare per scontato il nostro rapporto con l’Italia».
 Poi il silenzio. È arrivata l’ora di ammainare. E’ il momento più commovente. Le bandiere vengono prima calate, poi ripiegate. L’ammiraglio di Marisardegna Ermenegildo Ugazzi si prepara a ricevere il “lenzuolo” a stelle e strisce. E il contrammiraglio americano Groothousen fa lo stesso con quello tricolore. Uno scambio che suggella ulteriormente l’amicizia tra i due paesi. La benedizione di Monsignor Sebastiano Sanguinetti chiude la cerimonia. Gregory Billy ringrazia il vescovo di Tempio. La sua, ieri mattina, è stata una presenza importante. Quando si chiude un’era la preghiera è indispensabile. Lo hanno detto gli stessi americani, mentre invocavano «The Eternal father» (il Padre eterno), perchè li guidasse ancora nel cammino futuro. «Per tradizione - hanno spiegato gli alti ufficiali della Marina - noi celebriamo da sempre due cerimonie. Una di insediamento che porta con sè la speranza, e una di chiusura che rappresenta invece la fine di un’epoca con i meriti di uomini e donne che hanno contribuito a raggiungere gli obiettivi». E quella degli americani alla Maddalena è una «missione compiuta».
 Ancora lacrime. Suggestiva atmosfera. «La Marina degli Stati Uniti vi sarà sempre grata» conclude l’ammiraglio per bocca dell’interprete Mafalda Trova. Vuole invece essere lui, con il suo italiano incerto, a rivolgere le parole più belle «agli uomini e alle donne dell’arcipelago». E l’augurio migliore poteva essere uno soltanto: «Mare calmo e vento in poppa!».
 

Il capitano Gregory Billy ricorda i collaboratori

   Ha ringraziato tutti ma ha ringraziato soprattutto chi, per 35 anni, ha lavorato nell’ombra. Chi è stato un po’ la colonna portante di tutta l’organizzazione.
 Il capitano Gregory Billy si rivolge a un team, una squadra. Non può fare a meno di menzionare però, uno per uno, i cinque impiegati con la maggiore anzianità di servizio. In prima fila Vittorio Flumene, con i suoi circa 34 anni di attività negli uffici della base, Liviana Susini e Luigi Caria «che hanno iniziato - ricorda il comandante - nel 1973». E poi Sebastiano Pitzoi e Paola Riva, «che arrivarono nel 1974».
 Parole speciali anche per Mafalda Trova, addetta alle pubbliche relazioni, «la voce e il volto della Marina americana alla Maddalena. Nel trattare molte questioni spinose i suoi saggi consigli sono stati indispensabili per me - ha spiegato il capitano - e per chi mi ha preceduto». E ancora Patrizia Carrera e Giuliana Soggiu, «le uniche due italiane con mansioni direttive per la Marina americana in Europa». E un grazie è stato rivolto anche a Manola Pirrodda, la segretaria del comandante e del suo vice, «la persona più imperturbabile che conosca». È un lungo elenco, quello che fa Billy. Un elenco di nomi che fa riflettere. Che, spontaneamente, porta a chiedersi: «Che fine faranno queste e tutte le altre persone che con gli americani e per gli americani hanno lavorato così a lungo?». Quello della gente della Maddalena con gli “ospiti” stranieri è sempre stato un rapporto «odi et amo». Da una parte c’era chi vedeva di buon occhio la presenza dei militari per tutto ciò che intorno a loro ruotava. Un sistema con ricadute di non poco conto sull’economia dell’isola. Non bisogna infatti dimenticare che, per 35 anni, La Maddalena, e il Nord Sardegna in generale, sono stati dimora fissa per una comunità americana di circa 2600 persone: 1500 militari, 100 impiegati civili e 1000 familiari. Bar, ristoranti, strutture ricettive, esercizi commerciali in genere hanno potuto godere del flusso di persone che intorno alla base ha girato per così tanto tempo. E sono numeri che verranno a mancare.
 Dall’altra parte c’era chi portava avanti una battaglia diversa, all’insegna del «Via le stellette dalla nostra isola». Una battaglia perchè quei «limiti invalicabili» nella propria terra sparissero per sempre. Coloro a cui non piaceva dare ospitalità a una base di appoggio per sottomarini a propulsione nucleare.
 Una presenza controversa, quella dei militari americani. E, allo stesso modo, oggi, un’assenza che lascia molti punti di domanda. Quale sarà il futuro dell’arcipelago? Quali altre idee di sviluppo entreranno in gioco? Chi le sosterrà? Intanto La Maddalena si prepara al prossimo evento: il G8. Sarà un ulteriore banco di prova. Forse, dopo luglio 2009, le idee saranno più chiare.

 (na.co.)
 

Il sindaco Comiti: mai nemici

  «Sono stati 35 anni di correttezza esemplare che mi hanno fatto capire molte cose». Sono le prime parole del sindaco Angelo Comiti che, durante un incontro con i vertici della Marina statunitense, ha sottolineato l’importanza della presenza americana nell’arcipelago.
 Comiti, da due anni e mezzo alla guida della città, ha voluto ringraziare la Marina americana per aver portato avanti un’operazione così complessa e rilevante per la vita sociale della Maddalena. «Come sindaco e uomo delle istituzioni - ha ribadito - ho imparato qualcosa dal comportamento e dal modo di lavorare degli ufficiali e dei rappresentanti dell’ambasciata americana che ho avuto modo di conoscere. Anche perché in questi lunghi anni vi è stata senz’altro un’integrazione di carattere sociale».
 Gli americani hanno scelto La Maddalena come terra dove costruire una famiglia. Molti i matrimoni che dal 1972 ad oggi sono stati celebrati in municipio. Centoquindici tra soli cittadini americani, ma anche novantacinque tra uomini statunitensi e donne italiane, la maggior parte di queste maddalenine. «Anche questa piccola curiosità - ha affermato il sindaco - è un segno che rimarrà nella storia. Infatti da questi 95 matrimoni sono nati dei bambini che rappresentano il segno più tangibile della presenza nell’arcipelago anche in termini di prospettiva».
 Comiti ha poi ricordato come, nel giorno dell’addio, non si possa non tener conto del legame di amicizia nato tra due comunità differenti. «Siete arrivati nel nostro paese in amicizia - ha precisato il primo cittadino - e in amicizia andrete via. La vostra presenza qui non è stata imposta dal governo americano e pertanto posso dire che la comunità isolana non ha mai messo in campo un sentimento antiamericano. L’America - ha concluso Angelo Comiti - è un grande paese e gli americani un grande popolo e quindi non posso non augurare a tutta la comunità e a tutti i rappresentanti un futuro radioso».
 E ha poi aggiunto l’augurio che gli Stati Uniti possano assumere un ruolo sempre più attivo nel panorama internazionale. «Spero che la politica degli Stati Uniti si possa affermare in tutto il mondo portando con sé qualche elemento correttivo. Anche perchè avete i mezzi per farlo».
 La risposta del capitano Gregory Billy non si è fatta attendere: «Per la comunità americana - ha detto il comandante - è significativo sapere che, anche se stiamo andando via, lo spirito di amicizia che ha caratterizzato il nostro rapporto negli ultimi 35 anni, rimarrà».
 Un ringraziamento lo poi ha voluto rivolgere Billy ai militari addetti alla sicurezza che hanno sostenuto turni di guardia di giorno e di notte, lunghe ore al caldo, al vento e sotto la pioggia. «Sono sicuro che spesso avete pensato che quello che stavate facendo non era poi così importante. Credetemi, lo era. Non sapremo mai se avete evitato un attacco, ma il mondo intero lo avrebbe saputo se non l’aveste fatto. Ottimo lavoro».
 

Vedi la Storia  e la "cronologia" della Base Usa a La Maddalena

Vedi le Foto della partenza dell'Emory Land

Guarda il video

Invia il tuo commento

Mandaci le tue immagini sulla "Cerimonia di addio"

 

La Nuova Sardegna"

VENERDÌ, 25 GENNAIO 2008

L’addio della Us Navy

 

Gli americani ammainano la bandiera a stelle e strisce. L’atto finale di un lungo addio si consuma in queste giornate azzurre di gennaio di sole abbagliante e di freddo affilato. E come tutti gli addii, anche questo lascia dentro un senso di vuoto e di paura. Perché c’è la consapevolezza che un tempo si è compiuto, che una stagione lunga quasi 36 anni è arrivata alla fine. E da oggi niente sarà come più prima.
 Sospesa in un limbo di sentimenti contrastanti, in questi ultimi mesi la città è stata percorsa al suo interno da dubbi e diffidenze, speranze ed entusiasmi, delusioni e rancori sordi. La Maddalena, si sa, ha una lunga abitudine a condividere il proprio destino con quello dei militari. Una convivenza che ha generato una cultura di convenienza e di subordinazione: da una parte, infatti, spazi sicuri di sereno benessere legati alle offerte di lavoro delle stellette, dall’altra la difficoltà a pensare, e creare, un futuro al di fuori degli schemi, ormai assimilati e metabolizzati, delle logiche militari.
 Da qui, cioé da questa debolezza, nasce il senso profondo di un sentimento diffuso nel quale la speranza convive e si intreccia con lo smarrimento. E’ un po’ la paura di essere diventati per la prima volta padroni del proprio destino. Senza alibi e senza possibili recriminazioni.

IL VERTICE DEI POTENTI. Oggi la sicurezza rappresentata dalla Us Navy, anche simbolicamente, non c’è più. Ma il domani è adesso. Mentre infatti si celebra l’ultimo rito dell’addio, la storia della Maddalena si è messa a correre su un nuovo binario. Dopo una prima robusta iniezione di risorse arrivata dalla Regione, per addolcire i contraccolpi del cambiamento di sistema, è arrivata la decisione del governo di fissare nell’arcipelago l’appuntamento dei «potenti della terra» per il luglio del prossimo anno.
 Al di là della valenza politica della scelta - che sta già alimentando focolai di polemica - è stato un «regalo» di Prodi a Soru e alla Maddalena. Nel senso che si sono improvvisamente create due precondizioni per un cambiamento strutturale nell’arcipelago: disponibilità di risorse molto consistenti finalizzate a ridisegnare strategicamente parti della città e procedure veloci e semplificate per poterlo fare.
 Il governo ha affidato la regia dell’«operazione G8» al numero uno della protezione civile, Guido Bertolaso. Bertolaso, uomo pragmatico, ha messo subito in moto la macchina, muovendosi su un primo budget di 30 milioni di euro. Dopo una serie di sopralluoghi da parte del suo staff tecnico, sono state già definite le direttrici degli interventi. Anzi, si sarebbe già molto avanti. I progetti sono infatti in una fase avanzata e, secondo alcune indiscrezioni, i lavori potrebbero partire tra la fine di marzo e i primi di aprile. Tutto dovrà essere concluso entro l’aprile del prossimo anno.
 L’area sulla quale si sono concentrate le attenzioni di Bertolaso è quella che va dal vecchio ospedale militare fino all’Arsenale, abbracciando anche le caserme Sauro e Faravelli. Insomma, il cuore vero del possibile sviluppo “senza stellette” della Maddalena. Qui, dal primo al 3 luglio 2009, dovranno essere ospitate le delegazioni dei sette paesi più industrializzati della terra, più la Russia di Putin. E, sempre dentro questo perimetro, saranno creati gli alloggi e la gigantesca sala stampa.
 Le indicazioni del governo molto chiare: «Si tratta di un evento capace di determinare l’attivazione di investimenti infrastrutturali ed effetti espansivi sulla capacità ricettiva dell’arcipelago, da destinare allo sviluppo economico dell’area, in particolare nel settore turistico».
 In parole povere, significa che tutto quanto sarà progettato dovrà essere concepito per essere convertito per il “dopo-G8”. E la vocazione è esplicita: il turismo. E proprio in quello che sarà il cuore del vertice diventerà l’anima del nuovo sviluppo. L’Arsenale è infatti destinato a diventare un polo cantieristico di livello internazionale per la nautica. Dopo la caduta di una cordata italo-francese e il passo indietro di Tom Barrack, c’è il principe ismaelita Karim Aga Khan in pole-position per investire nell’area dell’Arsenale. Ma c’è un outsider fortissimo. Si tratta dell’imprenditore italiano, naturalizzato svizzero, Ernesto Bertarelli, il potente patron di Alinghi. E qualcuno nell’arcipelago comincia a respirare un po’ di clima dell’America’s Cup. Non è infatti un segreto che Bertarelli avesse pensato molto seriamente alla Maddalena per la regata più importante del mondo, ma le autorità militari Usa avrebbero discretamente fatto capire che la cosa non era gradita. E così si optò per Valencia.

LE DEROGHE. Il fiume di finanziamenti per il G-8 si aggiunge a un capitale di risorse già notevole. Le procedure commissariali, però, mettono il turbo anche a questi progetti, aprendo i varchi delle deroghe. Unico limite: non si potrà andare oltre le norme europee. Ma si apre anche una sorta di gioco di domino, dove il trasferimento di strutture da dismettere, porta a una trasformazione delle aree liberate. Insomma, si arriva a un ridisegno globale di tutta La Maddalena. Per esempio: lo spostamento del porto commerciale (forse a Padule) o la creazione della nuova cittadella dello sport a Giardinelli, che implicitamente consentirà la creazione del grande parcheggio urbano e di un centro-servizi.
 Poi c’è il capitolo degli alberghi. L’intesa con la Regione per l’ok alla creazione dei “cinque stelle” e la riqualificazione delle strutture esistenti è ormai vicina. Proprio la settimana scorsa, infatti, è arrivata dall’assessorato all’Urbanistica la richiesta di integrazioni ai progetti che, nell’ottobre scorso, hanno superato “con riserva” le forche caudine del tavolo tecnico all’assessorato regionale all’Urbanistica.
 Si sta parlando della spina dorsale di un futuro fondato sul turismo di qualità. Ecco la mappa dei progetti.
 Immobiliare Lombarda spa. La società, capofila nel settore edilizio del costruttore siciliano Salvatore Ligresti, ha rilevato dalla Seis, controllata del colosso Impregilo, il villaggio di Trinità, conosciuto anche come «il villaggio degli americani». Da questo complesso, costituito da 134 villette per un totale di 60 mila metri cubi, l’Impregilo incassava circa due milioni e mezzo di euro l’anno. Ligresti ha messo sul tavolo 13 milioni di euro e ha comprato. Il progetto presentato prevede la realizzazione di due strutture alberghiere di lusso e la riqualificazione delle unità abitative esistenti. C’è però un problema da superare: le cubature. Dovranno essere diminuite sensibilmente.

LA SCELTA DEGLI HOTEL. Un altro progetto che, con qualche aggiustamento, potrebbe avere l’ok è quello della ristrutturazione dell’Hotel Cala Lunga. Si tratta di un investimento da venti milioni di euro per la costruzione di un porticciolo a Porto Massimo e per la riqualificazione di un albergo di 74 stanze costruito negli anni Settanta.
 Il progetto è stato presentato dalla Sviluppo Vacanze spa, controllata dall’imprenditore Davide Cincotti (produzione e distribuzione di packaging industriale). Al termine dell’intervento, la struttura verrà ribattezzata Luxori Yachting resort Porto Massimo.
 Cura dimagrante in termini di metri cubi anche per il Club Med, che vuole realizzare un cinque stelle superlusso, destinato a diventare il fiore all’occhiello del colosso del turismo. Si parla di un investimento che potrebbe arrivare addirittura a 35 milioni di euro.
 Anche il Touring Club sembra abbia ragionato oltre il tetto massimo della cubatura consentita e dovrà perciò ridimensionare il progetto. Ma, con un adeguamento agli standard richiesti, per il complesso di Abbatoggia non dovrebbero esserci problemi.
 Nessun problema, invece, per il “cinque stelle” che dovrebbe nascere dal Compendio Mordini, dove la Us Navy aveva fissato il suo quartier generale. La società della famiglia Serra pare abbia preventivato un investimento che si aggira intorno agli otto milioni di euro.
 Anche per quanto riguarda il progetto a Cala di Vela Marina, nell’isola di Santo Stefano, sembra che i problemi siano davvero pochi. Per l’albergo di lusso che la famiglia dell’ex sindaco Pasqualino Serra vuole costruire sull’isola che la Difesa gli ha in parte portato via e sulla quale il ministero ha rinnovato la servitù, le obiezioni sono state infatti molto poche.
 Poche difficoltà dovrebbe incontrare anche la ristrutturazione dell’albergo Nido dell’Aquila. Un quattro stelle che, con un piccolo stralcio, avrebbe la concessione. Nella stessa situazione si troverebbe anche l’Hotel delle Isole, albergo urbano che si vuole rimodulare per adeguarsi ai nuovi standard dell’offerta turistica nell’arcipelago. E infine l’Acquario, nella zona Vaticano, dove attualmente esiste un deposito per cavi telefonici sottomarini.
 Difficile che passi invece l’intervento proposto nella zona Crocetta-Puntiglione dalla società olbiese Isole Sarde srl. Un progetto davvero ambizioso, ma che è sembrato da subito un po’ troppo fuori dai confini del Ppr: un albergo cinque stelle di 25 mila metri cubi, più 77 ville di lusso, per un totale di 50 mila metri cubi complessivi. Insomma, un intervento globalmente di 75 mila metri cubi. La società Isole Sarde srl propone anche la ristrutturazione e il restauro della storica Villa Weber in favore del Comune come centro culturale e per congressi. Gli ambientalisti avevano già manifestato i propri dubbi, ma anche l’assessorato ha giudicato non accettabile i 50 mila metri cubi di edilizia residenziale.
 Problemi anche per l’intervento proposto al Villaggio Piras.
 Il sindaco Angelo Comiti è avaro di parole. «Siamo in un momento molto delicato - dice -. Proprio ieri ero a Roma per partecipare a un vertice con Bertolaso e il suo staff. Che dire, le cose stanno cominciando a marciare».
 Insomma, sembra proprio che per La Maddalena il domani sia adesso.

Piero Mannironi
 

Vedi la Storia  e la "cronologia" della Base Usa a La Maddalena

Vedi le Foto della partenza dell'Emory Land

Guarda il video

Invia il tuo commento

Mandaci le tue immagini sulla "Cerimonia di addio"

Prossimamente in questa pagina Le foto della cerimonia d'addio

 

 

 

Vai a: Notizie varie dalla stampa 2007 Vai a: Notizie brevi gennaio 2008

Vai a: Notizie del 2008

 

Home Page