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La Nuova Sardegna

 MERCOLEDÌ, 12 MARZO 2008

G8: Vertice il 3 luglio, ma la data non piace ai sindaci

 
 

   OLBIA. L’evento è ancora lontano ma sul cielo del G8, il vertice internazionale dei paesi più industrializzati del mondo, cominciano a volare falchi e colombe. Le prime preoccupazioni per l’incontro tra i grandi, previsto per il 3 luglio del 2009, sono state espresse dai sindaci di Olbia, Arzachena, Golfo Aranci e Santa Teresa di Gallura. «Una decisione irresponsabile, che comporterà per i nostri cittadini enormi disagi e il rischio di manifestazioni violente da parte dei gruppi di antagonisti che, in altre occasioni, hanno devastato paesi e città», dice Pasquale Ragnedda, sindaco di Arzachena.
«Sarà una occasione unica per la Gallura e per l’intera isola, con una importante e solida ricaduta economica, oltre all’utilizzo futuro delle infrastrutture nelle quali si svolgerà l’evento e che saranno destinate al polo turistico - gli fa eco Pietrina Murrighile, presidente della provincia Olbia Tempio -, una vetrina internazionale che porterà nel mondo intero le immagini migliori della nostra regione».
 L’occasione per parlare del G8 la si è avuta ieri, nel corso della riunione del comitato per l’ordine e la sicurezza presieduta a Olbia dal prefetto di Sassari Paolo Guglielman. Erano presenti i sindaci della fascia costiera della Gallura e i rappresentanti delle forze dell’ordine - il questore di Sassari Cesare Palermi, il comandante provinciale dei carabinieri Paolo Carra e il comandante della guardia di finanza Giovanni Casadidio -, un incontro dedicato all’organizzazione dell’evento anche in vista della riunione di domani, alla Maddalena, della commissione generale di indirizzo per il G8. Ci sarà il commissario straordinario Guido Bertolaso, il governatore regionale Renato Soru e i vari responsabili dei ministeri degli esteri, della protezione civile e delle forze armate.
 «Concordo con il collega Ragnedda - ha pacatamente spiegato Gianni Giovannelli, il sindaco di Olbia -: questo evento ricade in un periodo di grossa affluenza turistica, critico per diverse ragioni. Da tempo ho chiesto un incontro con il governatore Soru per discutere dei problemi inerenti le strutture aeroportuali e di viabilità della mia città, deputata, ma di questo non sono ufficialmente informato, ad accogliere i grandi della terra. Premesso che ritengo l’incontro del G8 un evento che di tutto può aver bisogno, tranne che delle polemiche dei primi cittadini, riconosciuto a questo evento la immensa occasione di visibilità che offrira dell’isola a livello mondiale, resta da discutere tutto sulla sua organizzazione, nel rispetto delle prerogative dello Stato ma anche nel rispetto del ruolo degli enti locali. I quali sono tenuti a dare risposte concrete ai rappresentanti dei cittadini, ovvero al consiglio comunale. Non conosciamo i punti cardine dell’evento, ma la nostra situazione, e quella di altri centri che ospitano infrastrutture di accoglienza portuali, quali Golfo Aranci e Santa Teresa di Gallura, non sono attrezzate per gestire situazioni di emergenza eccezionali. Le nostre preoccupazioni arrivano da punti sensibili dove potrebbero verificarsi manifestazioni ostili al G8, quali Porto Rotondo o San Pantaleo». Identico discorso per Porto Cervo «biglietto da visita, da sempre, della nostra isola - spiega Pasquale Ragnedda - e vetrina, questa sì, più che appetibile per le manifestazioni di piazza dei gruppi antagonisti».
 Un invito alla prudenza è stato rivolto dal prefetto Paolo Guglielman, mentre per le forze dell’ordine la gestione e la sicurezza dell’evento sarà sicuramente pianificato in ogni minimo particolare. «Non serve l’allarmismo, ma la collaborazione di tutti», dicono i rappresentanti delle forze dell’ordine. Le problematiche sollevate dai sindaci nel corso della riunione del comitato per l’ordine e la sicurezza saranno portate all’attenzione di Guido Bertolaso da Pietrina Murrighile, che farà da portavoce delle preoccupazioni dei primi cittadini del suo territorio.
 

 
di Giampiero Cocco

Un futuro senza stellette né certezze

Sospesi tra un passato vissuto e un futuro disegnato e oggi sperato e atteso. Per i maddalenini il sentimento più diffuso è quello dell’inquietudine. Il timore cioé che la complessa macchina che si è messa in moto dall’annuncio della partenza della US Navy si possa inceppare.
 Perché in gioco non c’è solo il futuro dei 141 lavoratori dell’ex base americana. Il goodbye dello Zio Sam è stato infatti il detonatore che ha messo in moto una reazione a catena. Perché nell’inferno di un presente precario sono precipitati anche i lavoratori dell’indotto. Un centinaio circa. Lavoratori che non è sbagliato chiamare «figli di un Dio minore»: perché poi, nei fatti, sono i meno garantiti. Ma da questo drammatico gioco del domino sono stati travolti anche i commercianti, che hanno cominciato a fare i conti con una realtà orfana del dollaro. Se poi in questo quadro si inserisce la vertenza degli ex dipendenti dell’Arsenale della Marina italiana e i quasi duemila disoccupati che stanno ai margini del mercato del lavoro, si capisce perché l’altro ieri c’era poca voglia di partecipare alla cosiddetta festa di Legambiente per la partenza degli americani. Già, questa volta gli ambientalisti hanno proprio sbagliato modi e tempi. Sono infatti approdati alla Maddalena nel momento più difficile e delicato: quello nel quale si percepisce il vuoto del presente e il futuro è ancora un progetto. E certo non ha contribuito a rasserenare gli animi il clima elettorale. Perché questi giorni si caricano ovviamente di aspettative, ma vengono anche avvelenati da antichi rancori e nuove strumentalità.
 L’unica cosa certa oggi alla Maddalena è che nessuno è colpevole per la partenza della Us Navy. Nessuno può infatti accusare la politica maddalenina per uno stipendio perduto o per un futuro che si è impoverito di aspettative. E la prova che il Pentagono aveva da tempo ridisegnato le proprie strategie, a prescindere dall’insofferenza crescente in Sardegna per la presenza inquietante dei sommergibili nucleari stelle e strisce, è nei fatti. E’ infatti proprio di questi giorni la notizia che alla nave appoggio per i sottomarini d’attacco della classe Los Angeles, la Emory Land, sono state tolte le stellette. Sì, quella gigantesca officina galleggiante che era ormeggiata a Santo Stefano, è stata svuotato e trasformata in una sorta di supercargo per il trasporto di armi, munizioni e supporti logistici. In una base vicino a Portland, la Emory Land, che nel suo ventre ha custodito per anni segreti inconfessabili, è infatti diventata semplicemente una nave militarizzata da trasporto.
 Per quanto riguarda l’Arsenale, è storia vecchia. Da tempo la Marina italiana ha levato le tende per trasferire a Taranto il proprio baricentro strategico. Dietro la facciata dell’apparenza, da anni ci sono solo macerie esistenziali, come il destino dei oltre 140 lavoratori. Gli ultimi sopravvissuti di quei quasi mille tecnici e operai professionalmente straordinari.
 Angelo Comiti, al quale il destino ha affidato il compito tremendo di traghettare l’arcipelago maddalenino verso un futuro senza stellette, è consapevole della delicatezza del momento. Per questo ha ritenuto la manifestazione di Legambiente inopportuna nei modi e nei tempi. «E’ un momento di sofferenza per la città - dice -. E non ci vuole molto per capirlo. Si sta costruendo un percorso nel quale non è sicuramente facile coniugare i tempi e le possibilità. L’organizzazione del G8 ci offre sicuramente una grossa mano, sul piano delle risorse disponibili e sull’agevolazione delle procedure, ma nel mentre dobbiamo fare i conti con i tagli ai posti di lavoro e al momento di difficoltà oggettiva che stiamo vivendo. Sono convinto che questa situazione di transizione verso un’economia fondata sul turismo sostenibile, non sarà lunga, ma diciamo che organizzare feste in questo momento mi sembra a dir poco inopportuno».
 Intanto, si sta chiarendo la sciarada politico-istituzionale sul futuro degli oltre trecento lavoratori che oggi attendono di conoscere il proprio destino. Per gli ex dipendenti dell’Arsenale il Ministero della Difesa ha l’onere di trovare una soluzione. E cioé un loro reinserimento del personale civile della Marina. Prima si pensava che solo per una settantina di loro ci fosse uno sbocco. Poi, un’ulteriore verifica, ha fatto salire il numero della speranza a 98. E infine, il confronto sindacale ha aperto un varco interessante: potrebbero tutti entrare nei ranghi di Mariscuole, Marisardegna, Marifari e Marigenimil alla Maddalena.
 «Certo - dice l’assessore provinciale all’Ambiente Pier Franco Zanchetta -, un approfondimento dei ruoli chiesto dai sindacati ha dimostrato che molti organici per i civili erano occupati da personale militare. Insomma, i lavoratori dell’Arsenale possono essere “spalmati” nei vari enti militari della Maddalena». La palla è nelle mani del ministro sardo della Difesa, Arturo Parisi.
 Ma Zanchetta, che descrive la situazione occupazionale «critica», allarga il discorso: «Si sta sviluppando un grande sforzo politico per ricollocare centinaia di lavoratori maddalenini, ma non posso non sottolineare che il ministero dell’Ambiente mi sembra il grande assente. Quanti di questi lavoratori, riqualificandosi, potrebbero lavorare per il parco nazionale»?
 Luigi Plastina lavora per una delle imprese esterne della base Usa. Una galassia di piccole società rimasta ingiustamente ai margini del dibattito politico-istituzionale sulla riconversione. Da lui, un commento asciutto, ma di grande generosità politica e culturale: «Vanno bene i progetti di conversione, ma ci devono essere garanzie vere, nero su bianco, per tutti i lavoratori maddalenini. Gli ex dipendenti della base Usa e gli ex dell’Arsenale, ma anche per i duemila disoccupati della città. E pure per noi».
 Da Massimo Guccini, ex dipendente della base Usa e sindacalista della Uil una proposta al presidente della Regione Soru, che può essere così riassunta: il G8 è un evento eccezionale e straordinario che consente una grande disponibilità di fondi e uno snellimento delle procedure; ma anche un evento che obbligherà le amministrazioni locali a uno sforzo enorme; se i dipendenti ex Usa per legge devono transitare nei ranghi della pubblica amministrazione ed esiste già una copertura economica triennale per garantire le loro retribuzioni, perché non utilizzare il G8 anche per accelerare le procedure di assorbimento di questo personale?
 

PIERO MANNIRONI
 

 

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