MERCOLEDÌ, 23 APRILE 2008
Sfiducia nel G8 e nostalgia Usa: così La
Maddalena svolta a destra
Enzo Barretta alle 11 del mattino siede a un tavolo fuori dal suo
ristorante e dà un’occhiata intorno con aria sconfortata: «Guardi qua
- dice alzandosi all’improvviso -, vede le facciate di queste case? Ho
contribuito io a farle pitturare: per dare un po’ di decoro alla via.
Ma la strada... osservi bene la strada: è dissestata, fa schifo. Si
può fare turismo così?».
Barretta ha 59 anni e non crede nelle promesse. Né sul G8 né
sulla riconversione delle basi militari per usi civili. Perciò ha
votato centrodestra. «La mia è una famiglia di origini napoletane,
sempre stati tutti di sinistra, ma non ne potevamo davvero più -
spiega, quasi a giustificare le sue ultime scelte politiche -. Lavoro
nella ristorazione da 40 anni. Oltre questo locale a due passi dal
municipio, ne posseggo altri. Per qualche tempo ho accarezzato l’idea
di farne funzionare uno in una piattaforma sul mare. Ma a lorsignori
non andava. Così ho lasciato perdere. Per il momento, almeno. Non è
stato, quello, che l’ultimo segnale di un immobilismo totale,
devastante. Prima, da comunisti, ci perseguitavano i democristiani.
Ora i nostri ex compagni ci snobbano».
Eppure, proprio adesso si annuncia la svolta... «Sul summit del 2009
c’è un interrogativo grande come una casa. Siamo a fine aprile. I
primi lavori avrebbero dovuto cominciare da un pezzo. Lei vede in giro
cantieri, operai, attività che fervono? No. Glielo dico io: nulla di
nulla. Mi aspetto un’altra estate con casini nel centro storico e
disagi per chi viene a mangiare da noi». Ma sono stati garantiti
investimenti per 170 milioni, una montagna di denaro. «Sarà... in ogni
caso siamo disinformati: nessuno ci presenta un piano organico,
comunica come, dove e quando ci saranno gli interventi. Ecco perché ho
protestato alle elezioni. Non mi fido: vedo l’incapacità di Regione e
Comune nella faccenda. Eppoi c’è una cosa che mi rode. Vuol sapere
qual è? Beh, non è merito di Soru né di altri se gli americani se ne
sono andati: quelli l’avevano deciso da soli, le scelte dopo la guerra
fredda le fa il Pentagono, mica Cagliari o Roma». Accanto a lui il
figlio Ferdinando, 32 anni, annuisce. Anche lui lavora fin da ragazzo
nel ristorante. «Non c’è programmazione - chiarisce -. In nessun
settore. Le barche di passaggio non attraccano più. Ci sono diportisti
che lasciano le loro tutto l’anno all’ormeggio e tolgono posti agli
altri. È corretto? Come si può pretendere che la gente transiti e
faccia girare denaro? Intanto i centri sulla costa, da Palau a Olbia,
da Santa Teresa ad Arzachena, si organizzano. Noi stiamo a guardare:
non abbiamo un ceto dirigente all’altezza delle sfide: né politico né
commerciale né imprenditoriale».
La delusione. Amarezza, sfiducia, incertezza sul futuro.
Nell’arcipelago che si oppose allo sbarco del giovane Napoleone
Bonaparte e accolse Orazio Nelson sono oggi sentimenti diffusi,
capillari, palpabili. Più che un’atmosfera di attesa per gli eventi
prossimi venturi c’è aria di smobilitazione, di rinuncia a priori. E
se l’esecutivo guidato dal 2005 da Angelo Comiti è adesso
contrassegnato da esponenti del centrosinistra più che a inizio
mandato, i segnali del disamore popolare erano già arrivati due anni
fa. Da una rielaborazione del voto riaggregato sulla base dei partiti
oggi in campo risulta chiaro un dato. Su 8.660 elettori e 6.689
votanti nel 2006 al Senato avevano optato per una formazione di
centrodestra in 2.684 (il 41,41%), quasi 8 punti di scarto sugli
avversari. Alla Camera Fi, An, Dc-Psi, Lista Mussolini (ora in
parallelo trasferibili nel Pdl) avevano ottenuto 3.114 preferenze
(42,32%), lasciando a Ulivo, socialisti e Di Pietro 2.688 voti
(36,54%). Il 13 e 14 aprile scorsi le cose non sono andate
diversamente. Berlusconi ha espugnato l’arcipelago senza difficoltà.
Alla Camera 3.094 voti al Pdl, 2.513 al Pd. Al Senato 2.811 contro
2321.
Gli interrogativi. Ma che cos’è accaduto negli ultimi mesi?
Come mai tanto malessere? E perché così radicato? Proprio qui, nelle
isole care a Garibaldi che a Caprera volle morire guardando il mare
dall’unica camera della sua Casa bianca con la finestra orientata
verso La Maddalena e Nizza, sono in parecchi a domandarselo.
Soprattutto tra gli ex operai dell’Us-Navy e della Marina italiana.
Nella zona di Moneta, vicino all’Arsenale, le rocce sono spazzate da
venti incessanti. Le folate, a tratti, fanno oscillare le rose
cardinali sui massi di granito. Fra le 13 e le 14 i dipendenti escono
a gruppi, ma non hanno certo l’aria dei turisti attenti a rimirare il
paesaggio. Loro qui ci vivono. Sono abituati a quel mare cristallino
unico al mondo, a quelle spiagge incantate, a quelle baie da favola. E
non appaiono disposti a credere facilmente che il paesaggio, per
quanto meraviglioso e incomparabile, si trasformerà presto in
ricchezza per tutti.
Dice Pietro Cuneo, 51 anni, ex dipendente degli americani: «Come
decine di miei colleghi aspetto un reinserimento nella pubblica
amministrazione italiana. Ce l’hanno garantito. Ma ancora non so né
come né quando né dove. Nonostante queste insicurezze non ho votato
centrodestra: non credo in Berlusconi e neppure in quelli che gli
stanno accanto. Ho scelto il Pd. Il mio appoggio è andato a Giampiero
Scanu e Giulio Calvisi: assieme al senatore Gianni Nieddu si sono
battuti per il nostro futuro. Ma più della metà dei miei compagni non
si è fidata e non c’è da meravigliarsi. Con la disoccupazione speciale
oggi prendiamo 600-700 euro. In passato gli stipendi oscillavano a
seconda delle qualifiche tra 1.300 e 2.400. Dov’è il benessere
sbandierato?». All’Arsenale dal 1969, Pier Luigi Angioi, 56 anni,
adesso si occupa della vigilanza all’ingresso dei capannoni dove ora
si fa il rimessaggio di pochi yacht e altre imbarcazioni. «Siamo
rimasti meno di 150 - spiega -. So che tanti hanno scelto il Pdl. Ma
mi auguro che le misure ventilate da Prodi e Soru vadano in porto
nell’interesse dell’intera comunità gallurese». La pensa diversamente
Enrico Marini, 45 anni, da 21 impiegato nell’amministrazione della
Marina che si occupa dei fari: «Non perderò il posto, eppure non ho
fiducia nel centrosinistra. Anzi, non nascondo di votare a destra. E
non da oggi. Penso che il nuovo governo fornirà maggiori garanzie.
Specie sul fatto che strutture e infrastrutture destinate al G8
rimangano risorse per La Maddalena».
I piani. Alberghi a cinque stelle, decine di migliaia di nuove
presenze turistiche, riassetti e ammodernamenti dei porti,
mega-investimenti sulla nautica, maxi-interventi per ponti e strade:
nulla sembra convincere sino in fondo chi non ha creduto nelle
prospettive delineate dopo l’addio degli Usa. Dallo spettro delle
radiazioni atomiche legate alla presenza degli hunter-killer
all’incubo della disoccupazione il passo è stato più breve di quanto
un osservatore esterno potesse immaginare. E così in queste isole che
stregarono il regista Michelangelo Antonioni (girò qui scene chiave
del suo «Deserto rosso») e l’attore Gian Maria Volontè (che alla
Maddalena volle venire sepolto) la delusione si mescola a rancore e
protesta. Accompagnati dal timore del cambiamento, certo, come sempre
succede in questi casi. O da un pessimismo cosmico che a volte appare
perfino disarmante e irrazionale. Stati d’animo, comunque, che
confermano come la cittadina sia ancora una volta spaccata. Divisa in
parti l’una contro l’altra armate. Che però ondeggiano. Come il mare
delle Bocche. A seconda della parte da cui soffia il vento o, meglio,
della sua percezione. Non ha invece dubbi Antonio Satta, 56 anni,
costruttore, di Fi, presidente del consiglio comunale all’epoca della
giunta Giudice. «L’allontanamento dei marines andava giocato in modo
diverso - sostiene -. Si poteva pensare a una partenza graduale.
Invece Soru e Prodi hanno accelerato. Ecco perché adesso il G8 deve
diventare l’occasione per creare lavoro e servizi strutturali. Non
basta puntare sugli alberghi diffusi. Bisogna prevedere centri
benessere, luoghi di svago, poli di attrazione turistica nei siti più
pregiati. In poche parole, trovare un’alternativa ai 50 milioni
all’anno venuti a mancare con la partenza dei sommergibili e della
nave appoggio».
Le attese. «Non ci sono solo schieramenti formati da
statalisti e non statalisti: la situazione è più variegata - osserva
Ramon Del Monaco -. Chi finora era garantito ha paura di brutte
sorprese. Come i 143 dell’Arsenale e i 160 che operavano per l’ex
distaccamento Usa. Hanno paura pure gli agenti di viaggio, i
commercianti, gli albergatori». Del Monaco, 67 anni, da 2 in pensione,
sostiene le sue ragioni con cognizione di causa. Ha lavorato nel
settore privato e nel pubblico: prima come animatore nei villaggi
turistici, poi come tecnico compositore nella scuola sottufficiali. Ex
socialista lombardiano, a suo tempo delegato Uil, parla dando ogni
tanto uno sguardo alla sede del Comune, in piazza Garibaldi. E fa il
punto della situazione con sereno distacco: «Il problema non è
ideologico ma di numeri - rileva -. Facciamo i conti di ciò che oggi
offre l’industria delle vacanze. Due campeggi per un totale di 500
posti. Altri 1.200 del Club Med, chiuso, sono inutilizzabili. 800 al
Valtur di Santo Stefano. 240 al Touring Club. 500 al Centro velico di
Caprera. 1.200 nei 7-8 hotel. Almeno un migliaio nelle seconde case. I
2.000 americani alimentavano commerci, trasporti, impiantistica,
guardiania, alloggi in affitto. Intanto fioriva il lavoro nero:
elettricisti, idraulici, carpentieri la mattina lavoravano per il
pubblico, la sera per i privati. Il che ha impedito la creazione di
una classe pura di artigiani». «Adesso che succederà? - si chiede Del
Monaco -. Il G8 spingerà l’economia per un anno. E poi? Non basta
salvare le coste dal cemento, è indispensabile gestire la transizione
con garanzie per tutti».
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PIER GIORGIO PINNA
«La transizione andava gestita meglio»
Il parere dell’ex parlamentare ed ex
sindaco Mario Birardi

«La gente solleva dubbi legittimi: la preoccupazione è reale così com’è
evidente l’assenza di un progetto preciso su come reggere questa fase di
transizione. Ma non bisogna disperare». Mario Birardi (foto a sinistra)
parla scandendo le parole, quasi a voler sottolineare concetti sui quali
ha riflettuto a lungo. Sindaco dalla fine del 1997 al maggio 2002, in
passato è stato consigliere regionale per tre mandati e - dal 1983 all’87
- prima deputato e poi senatore nelle file del Pci, dal dopoguerra unico
parlamentare espresso dalla Maddalena. Oggi fa parte dell’assemblea dei 40
dirigenti del Pd che cercano di rilanciare il partito nell’arcipelago. «Ma
non è semplice - rimarca -. La popolazione è spaccata, divisa come negli
anni scorsi. Gli elementi di frammentazione politica espressi dal governo
Prodi hanno avuto conseguenze dalle nostre parti. Così, per esempio,
stavolta alle urne c’è stata un’elevata astensione. Ma il Pd, che pure in
Gallura ha avuto una nascita assolutamente troppo rapida, ha tenuto meglio
che altrove in Italia. Diciamo che si è allineato alle posizioni raggiunte
nella media in Sardegna». «In ogni caso, La Maddalena risente
dell’ambivalenza della sua economia - conclude Birardi -. Il passaggio da
un apparato fondato sulle servitù militari a un sistema che dovrà basarsi
sulle potenzialità del turismo e della nautica è tutt’altro che semplice.
Ecco perché noi a suo tempo, in giunta, avevamo previsto alcuni
accorgimenti. Compresa l’attivazione di un tavolo permanente alla
presidenza del consiglio dei ministri per gestire di volta in volta le
emergenze. O i piani per far arrivare nell’arcipelago alcuni colossi
industriali nella costruzione di megayacht, come il gruppo Abbate adesso
intenzionato a investire nell’ex cartiera di Arbatax. Ora non vedo più
nulla del genere. E intanto la classe imprenditoriale non ha avuto né i
tempi né le possibilità di prepararsi a gestire un cambiamento radicale di
questa portata».
PIER GIORGIO PINNA |