| GIOVEDÌ, 18 SETTEMBRE 2008
Ordinanza del sindaco Angelo Comiti,
«Sgomberate il deposito di S.Stefano»

Quella del sindaco Angelo Comiti è molto di più di una provocazione.
E’ infatti una denuncia politica di incredibile forza, che poggia su
robuste fondamenta giuridiche. Comiti, utilizzando la legge Maroni, ha
infatti firmato l’altro ieri un’ordinanza con la quale chiede al ministero
della Difesa e allo stato maggiore della Marina di sgomberare
immediatamente il deposito sotterraneo di munizioni di Guardia del Moro,
nell’isola di Stanto Stefano. Il perché è semplice: costituisce «un grave
pericolo per l’incolumità e la sicurezza delle popolazioni locali».
Comiti, dopo aver vinto il primo round al Tar, continua la sua
partita per liberare l’arcipelago dall’ultima catena che lega La Maddalena
a un passato vissuto all’ombra delle stellette. Cerca cioé di esorcizzare
quell’ultima, ingombrante, presenza che frena speranze e progetti legati
allo sviluppo di un’economia fondata su un turismo ecocompatibile.
«Per 35 anni - dice Comiti - siamo stati schiacciati da una servitù
militare che non è eccessivo definire “invalidante” Perché ha paralizzato
ogni possibile evoluzione di un’intelligente sfruttamento di quella
straordinaria risorsa che è il nostro ambiente. Con la partenza della Us
Navy pensavamo di esserci liberati da questa servitù e invece vediamo che,
uscita dalla porta, cerca ora di rientare dalla finestra».
La Marina, infatti, non si arrende a cerca di riavere indietro l’immenso
deposito sotterraneo di Guardia del Moro, che si trova a poche centinaia
di metri da dove, fino a un anno fa, c’era la base appoggio per
sommergibili nucleari della Us Navy. Ma in un passaggio la Marina ha
commesso un errore fatale: ha presentato in ritardo la richiesta per la
proroga quinquennale della servitù a Santo Stefano. Nonostante questo
fatto, il presidente della Regione Soru e il sindaco maddalenino Comiti si
sono visti chiudere la porta in faccia dal ministero della Difesa che è
andato avanti per la sua strada, reiterando il decreto. Soru ha allora
presentato ricorso al consiglio dei ministri, ma è stato tutto inutile:
Santo Stefano è rimasta con le stellette.
Angelo Comiti, però, non si è fermato e ha presentato un ricorso al Tar
della Sardegna. Il sindaco dice: «Secondo l’ultimo comma dell’articolo
dieci della legge 898 del dicembre ’76, che regola le servitù militari, il
decreto non poteva essere emanato. Recita infatti la norma: “... se non
interviene decreto di conferma alla prevista scadenza, le limitazioni
restano estinte a ogni effetto”. E il decreto è stato rinnovato dopo la
scadenza della servitù».
Il Tar, con la sentenza 1342 depositata in segreteria nel luglio scorso,
ha dato ragione alla tesi di Comiti, sostenuta in giudizio dall’avvocato
Stefano Forgiarini.
Nuova offensiva della Marina che ha presentato ricorso al Consiglio di
Stato e, contemporaneamente, ha avviato le procedure per l’imposizione
della servitù ex novo.
Dice Comiti: «E’ una situazione schizofrenica: da una parte il Governo e
la Regione rovesciano sulla Maddalena centinaia di milioni di euro per
favorire la riconversione economica dell’arcipelago, mentre dall’altra la
Marina cerca di imporre una servitù su Guardia del Moro, che praticamente
vanificherebbe quello sforzo economico. Una contraddizione pazzesca. In
questa battaglia mi piacerebbe trovare al mio fianco degli alleati. Come
il Parco e gli ecologisti, perché la presenza militare la stiamo pagando
con costi salatissimi dal punto di vista ambientale: basti pensare che
solo per bonificare l’Arsenale sono stati spesi 20 milioni di euro!».
In attesa che il Consiglio di Stato si pronunci sulla domanda di
sospensiva della sentenza del Tar Sardegna (l’udienza è prevista per
martedì prossimo) Comiti è partito con un affondo imprevisto: l’ordinanza
di sgombero di un deposito che, dopo la sentenza del tribunale
amministrativo, non è più coperto dalla servitù militare ed è pericoloso e
giuridicamente illegittimo. Seguendo il dettato della legge, il sindaco
della Maddalena ne ha trasmesso l’ordinanza al prefetto di Sassari e, per
conoscenza, l’ha inviata anche al presidente della Regione Soru e alla
presidente della Provincia Gallura Pietrina Murrighile.
Ma ecco il cuore dell’ordinanza inviata al ministero della Difesa: «...
di cessare e far cessare, con effetto immediato, ogni e qualsiasi
attività, compresi deposito, stoccaggio e maneggio, all’interno e presso
il deposito di munizioni in caverna Guardia del Moro, Isola di Santo
Stefano; di liberare, con effetto immediato, il predetto deposito da tutti
i materiali esplosivi, bellici e/o potenzialmente lesivi della pubblica
incolumità». Le forze di polizia della Maddalena e Palau sono state
incaricate di assicurare «la vigilanza sul rispetto del presente
provvedimento».
E’ stata la stessa Avvocatura dello Stato a fornire l’arma giusta a
Comiti. Nell’appello al Consiglio di Stato parla infatti di «delicatezza
della situazione, trattandosi di materiale esplosivo, e di pericoli di
danni gravi e irreparabili». E così nell’ordinanza di Comiti si legge:
«... per la cessazione del grave e imminente stato di pericolo che
attualmente incombe sull’icolumità e sulla sicurezza delle popolazioni
locali impone, come unica misura idonea, la disattivazione del deposito di
munizioni in argomento in quanto adempimento imprescindibile...».
Iniziativa forte, dunque, quella di Comiti. Ma è soprattutto un atto che
mette a nudo le contraddizioni della Marina la quale, secondo un documento
riservato della Us Navy chiamato in codice Rsip e firmato il 5 marzo 2005
dal comandante delle forze navali statunitensi in Europa Harry Ulrich III,
voleva “donare” Guardia del Moro agli americani e oggi lo ritiene invece
strategico per la difesa nazionale. Bloccando lo sviluppo della Maddalena.
Guido Piga
Al Parco trenta ex base Usa
Giuseppe Bonanno gioca d’anticipo, nella battaglia tutta maddalenina
per il consenso. Nella delicata partita per la ricollocazione dei
lavoratori della base Usa della Maddalena, il presidente del parco,
contestato da sinistra, scrive una lettera al premier Berlusconi dicendosi
pronto a dare una lavoro ad almeno 30 dei 143 lavoratori disoccupati e
sempre più angosciati.
«Voi siete una risorsa che non può essere sprecata, e vi ringrazio
per essere così numerosi» dice Bonanno nella sede del parco, davanti a una
cinquantina di ex dipendenti della Us Navy. «Siamo noi che ringraziamo
lei», e giù applausi.
Il Parco è il primo ente pubblico che chiede di poter aver in organico i
lavoratori che ora sono coperti dalla mobilità, e che dal prossimo gennaio
rischiano di restare senza un euro per almeno nove mesi. «Ora abbiamo un
assegno da 900 euro al mese, in media 600 euro in meno rispetto al nostro
vecchio normale stipendio - dicono due ex dipendenti -. Non è facile
andare avanti così. Perché da gennaio perderemo la mobilità, dunque i
soldi, e per riaverla dovremo aspettare almeno sei, sette mesi. E perché
noi siamo abituati a lavorare, vogliamo continuare a farlo, perché non è
piacevole passare le giornate senza fare niente».
Quello che vivono i dipendenti dell’ex base Usa, tutti maddalenini, in
buona parte donne, è un paradosso: hanno ottenuto la copertura finanziaria
(seppure a tempo), non hanno ottenuto dal governo l’inquadramento
professionale che permetterebbe loro di lavorare per il Comune, la
Provincia, il parco. C’è un blocco burocratico, causato dal ministro che
più di tutti si vanta di aver messo a ferro e fuoco l’amministrazione
pubblica: Renato Brunetta. Manca l’“atto liberatorio”, un decreto che
hanno invocato sia il presidente della Regione Soru sia il sottosegretario
(e commissario del G8) Guido Bertolaso. Senza successo. Tanto è vero che
un sindacalista, Stefano Giorgi della Cisl, ringrazia sì Bonanno per la
mossa, ma ricorda a tutti che «il nostro obiettivo è lo Stato, deve essere
lo Stato a sbloccare questa situazione e a ridarci la possibilità di
lavorare».
«Questa condizione di disoccupati non piace a nessuno, dopo anni in cui
eravamo abituati a lavorare 40 ore alla settimana per gli americani: c’è
molta noia» sottolineano le due ex dipendenti. Che vivono un altro
paradosso: quella noia non possono scacciarla neppure ricollocandosi nei
cantieri del G8, la grande opportunità di rilancio dell’economia della
Maddalena. «Siamo in mobilità: se accettiamo un altro lavoro, perdiamo
tutti i diritti. Possiamo anche farlo, ma se poi il lavoro dura solo pochi
mesi che cosa facciamo? Non possiamo vivere alla giornata. Non possiamo
buttare via la nostra professionalità».
L’unico sbocco possibile alla crisi è l’intervento dell’amministrazione
pubblica (invocato anche da un’interrogazione di Fedele Sanciu, senatore
del Pdl). Il parco si è distinto per aver offerto la sua disponibilità,
precedendo il Comune, la Provincia e la Regione. Tre enti che sono in
conflitto con la gestione di Bonanno. Lui non lo dice, non lo ammetterà
mai, ma è un modo per rilanciare l’immagine dell’ente, per dare una prova
concreta di essere al servizio della Maddalena, non solo un freno. E anche
per uscire dall’isolamento in cui si è ficcato. «Speriamo che anche gli
altri facciano così» dice il presidente nominato dall’ex ministro
all’Ambiente Pecoraro Scanio.
Sembra una puntura di spillo diretta al sindaco Angelo Comiti,
all’assessore provinciale (maddalenino) Pierfranco Zanchetta. Anzi, lo è:
poco dopo, presentando un gemellaggio («innovativo») con il parco della
Toscana e con l’area marina delle Cinque Terre, il dirigente ligure
attacca la politica di Soru («dei lacci e dei laccioli, con la
conservatoria della costa che farà solo nomine e sottonomine») e chiede
alla Regione di «finanziare i parchi, altroché». Da Bonanno neppure una
parola di condanna, solo una chiosa: «Che almeno partecipino alla comunità
del Parco». Organismo in cui né Regione né Provincia né Comune vogliono
partecipare in aperto dissenso con le scelte compiute da Bonanno
sull’ambiente (e non solo).
Guido Piga
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