La
Marina vieta l’accesso al ricovero delle munizioni
Le immense caverne scavate nel cuore di granito dell’isola di Santo
Stefano sono off-limits per i membri civili del Comitato misto
paritetico sulle servitù militari. Impossibile, quindi, fare una
valutazione su cosa sia realmente oggi il deposito di munizioni
sotterraneo di Guardia del Moro, che la Marina militare ritiene
«strategico per la difesa nazionale». I rappresentanti della Regione
all’interno del Comipa hanno così deciso di non decidere. Hanno cioé
scelto di non esprimere quel parere consultivo, obbligatorio anche se
non vincolante, previsto dalla legge nella procedura di imposizione
della servitù militare. Insomma, le “stellette” possono attendere.
Per i militari uno stop inatteso nella loro marcia verso la
“riconquista” di Santo Stefano, perduta dopo la sentenza del 7 luglio
scorso del Tar Sardegna, che ha bocciato la richiesta di rinnovo della
servitù sull’isola. Il Consiglio di Stato, proprio nei giorni scorsi, ha
“congelato” l’esecutività della sentenza del tribunale amministrativo e
tra qualche mese dovrà pronunciarsi nel merito.
Stop inatteso, si diceva, perché anche un parere negativo da parte dei
membri civili del Comipa non avrebbe fermato la Marina, la quale avrebbe
immediatamente messo in moto le procedure previste dalla legge 898 del
1976. E cioé il ricorso al ministero della Difesa e, in sede d’appello,
al Consiglio dei ministri. Un meccanismo che dovrebbe essere di garanzia
reciproca per Governo e Regione, ma che, nella sostanza, concede
l’ultima parola, e quindi la decisione, al premier e al ministro della
Difesa.
Per dire la verità, il pressing sul Comipa è cominciato da qualche
mese. Già a fine luglio, infatti, i militari avevano chiesto con
insistenza il parere che avrebbe poi consentito loro di arrivare prima
al ministero della Difesa e poi al Consiglio dei ministri per
“scardinare” la resistenza dei “civili”. Nella riunione del 31 luglio i
componenti di nomina regionale del Comitato paritetico hanno chiesto e
ottenuto un sopralluogo nel deposito di Guardia del Moro. Richiesta più
che legittima, soprattutto per capire per quale motivo esista quasta
ostinata resistenza alla smilitarizzazione dell’isola, dopo la partenza
della Us Navy dall’arcipelago maddalenino e la concentrazione delle
unità operative e della logistica della Marina nei due poli di Taranto e
La Spezia.
Una riunione tesa, quella di luglio, nel corso della quale, davanti
alle insistenze pressanti dei rappresentanti delle forze armate, i
componenti civili avevano addirittura minacciato di abbandonare la
riunione. Alla fine, i militari avevano ceduto ed era stato deciso di
effettuare un sopralluogo in quei dodici chilometri scavati nel granito
di Santo Stefano.
Ma il sopralluogo l’altro ieri è stato completamente inutile. Il Comipa
è infatti sbarcato a Santo Stefano e ha avuto modo di visitare i 17
ettari che si vogliono “sigillare” per altri cinque anni, ma, per quanto
riguarda il deposito munizioni, niente da fare: Guardia del Moro non è
accessibile. Decisione incomprensibile, visto che quelle gallerie sono
il vero nodo della questione.
Parole acuminate e giudizi severi da parte dei membri civili del Comipa.
«E’ stato tutto molto deludente - dice Tore Mocci, ex sindaco di Teulada
-. Noi avevamo legittimamente chiesto di verificare la situazione prima
di esprimere il nostro parere e invece... invece niente. Ci è stato
detto che il deposito non è accessibile. Abbiamo avuto la fastidiosa
sensazione che i militari vogliano stare qui, alla Maddalena, ad ogni
costo. Sembra proprio che stentino a metabolizzareil fatto che la storia
ha cambiato il suo corso, che gli americani sono andati via e che questa
terra sta ritrovando la sua vocazione naturale. E cioé lo sviluppo di un
turismo ecocompatibile. Voglio però sottolineare un fatto: il nostro
compito istituzionale, come dice la legge, è quello di contribuire
all’armonizzazione delle esigenze della popolazione civile con quelle
della Difesa e noi non siamo stati messi nelle condizioni di poter
esprimere una valutazione sulla base di una situazione concreta».
Pio Palazzolo, altro membro civile del Comitato paritetico, è sulla
stessa lunghezza d’onda di Mocci: «Che dire, trovo questa esperienza
molto deludente. Ho la netta sensazione di una forte discrasia tra un
futuro della Maddalena che è già presente e la staticità dei militari
che difendono con ostinazione posizioni che ormai ci sembrano
appartenere al passato. Noi siamo venuti qui per valutare la congruità
di un deposito di munizioni che rischia di diventare un tappo per lo
sviluppo di un’economia nuova, un freno per uno scenario in veloce
cambiamento. Proprio in ossequio al nostro ruolo istituzionale, abbiamo
anche chiesto se esista la possibilità di trasferire il deposito
altrove, cercando così di andare incontro alle esigenze dichiarate della
Difesa, ma non abbiamo avuto una risposta».
Le posizioni di Flavio Demontis non si discostano da quelle dei suoi
colleghi: «Ho la sensazione che il blocco posto dai militari su Guardia
del Moro rischino di impedire lo sviluppo economico e sociale della
comunità maddalenina che sta guardando con grande speranza a un futuro
fondato sul turismo. Partendo dal fatto che la Marina ha concentrato la
sua presenza e le sue attività sui poli di Taranto e della Spezia mi
sembra che l’esistenza di questo deposito munizioni a Santo Stefano sia
fuori dal tempo e dalla logica».
Gianni Aramu è consulente tecnico della Commissione paritetica. Uomo di
grande esperienza e profondo conoscitore dei problemi legati alla
presenza militare in Sardegna, è telegrafico: «Noi ci muoviamo sulle
direttrici di un principio che è stato concordato tra Governo e Regione.
E cioé quello di una progressiva riduzione delle servitù in Sardegna.
Anche oggi ho l’impressione che la Difesa si muova in una direzione
opposta a questo accordo generale: prima chiedendo con forza la
costruzione di un aeroporto nel poligono del Salto di Quirra e ora
chiedendo il ripristino della servitù a Guardia del Moro».
Nella delegazione c’è anche il sindaco della Maddalena Angelo Comiti,
sempre in prima linea nella battaglia per le dismissioni. «Oggi sono
solo un ospite - dice - e ringrazio il Comipa di avermi invitato a
questo sopralluogo». Poi, la rasoiata: «E ringrazio anche
l’ammiragliato, anche se non mi ha invitato».
Per la cronaca, Comiti ha emesso proprio l’altro ieri una seconda
ordinanza - sempre sulla base del decreto Maroni sulla sicurezza - con
la quale, in armonia con quanto detto dal Consiglio di Stato nella
sospensiva della sentenza del Tar, «si impedisce qualsiasi
movimentazione di materiali nell’area di Guardia del Moro e si intima di
non alterare lo stato dei luoghi».
Come dire: il deposito deve restare quello che è oggi fino alla
decisione della magistratura amministrativa.
PIERO MANNIRONI
Deposito giudiziario con
molte ombre
Il ragionamento è molto semplice: se un’amministrazione dello Stato
affronta uno scontro politicamente durissimo e impopolare per mantenere
un presidio che rischia di vanificare gli imponenti investimenti del
governo nell’arcipelago della Maddalena, significa che Guardia del Moro
è davvero fondamentale per la difesa nazionale. Bene, se così è davvero,
allora diventa incomprensibile la decisione di non aprire i cancelli del
deposito sotterraneo al Comipa. Una verifica che avrebbe sicuramente
spiegato il perché di tanta ostinazione da parte della Marina. Il tenere
chiusi i lucchetti dei cancelli del deposito a questo punto non può non
alimentare molti e dubbi e perfino qualche sospetto. Diventa infatti
naturale chiedersi: e se dentro le gallerie di Guardia del Moro non ci
fosse proprio niente che possa giustificare la nuova imposizione della
servitù militare? Secondo le informazioni che circolano da anni (e mai
smentite dalla Marina) nel deposito ci sarebbe qualche vecchia torpedine
e le armi sequestrate alla fine del 1994 a bordo del cargo Jadran
Express. Il mercantile venne bloccato nello stretto di Otranto da due
navi da guerra, una italiana e una francese. Impressionante il carico
scoperto a bordo: 30 mila kalashnikov, 400 missili filoguidati Fagot con
cinquanta rampe di lancio, cinquemila razzi campali Katjuscia,
undicimila razzi anticarro e 32 milioni di munizioni. In tutto duemila
tonnellate di armi, per un valore superiore ai 200 milioni di euro,
destinate alle fazioni in lotta nel “mattatoio” dei Balcani.
Nel 2001, la Direzione distrettuale antimafia di Torino sospettò che
quel traffico fosse gestito dal miliardario russo Alexander Zukhov,
titolare della multinazionale del petrolio Sintez. La Procura piemontese
ottenne così il rinvio a giudizio e l’arresto di Zukhov e per altre
cinque persone, tra le quali il greco Costantinos Daffermos, considerato
il piazzista mondiale nella compravendita di materiale bellico.
Il processo si concluse il 4 maggio del 2005, quando la Cassazione
assolse definitivamente Zukhov. L’ipotesi di reato, tentativo di
introduzione illegittima di materiale bellico nel territorio nazionale,
era sciolta come neve al sole. Il traffico, infatti, era estero su
estero e quindi fuori dalla giurisdizione italiana. A questo punto resta
da capire perché quelle armi siano ancora a Guardia del Moro. Non
essendo più un corpo di reato, dovevano infatti essere restituite ai
legittimi proprietari o, se non rischieste, distrutte.
Si potrebbe addirittura pensare che Guardia del Moro sia stato in tutti
questi anni il deposito giudiziario per un corpo di reato che,
teoricamente, non avrebbe avuto alcuna ragione legittima per essere
custodito lì.
Per concludere: la difesa ad oltranza della Marina per il deposito
sotterraneo potrebbe essere spiegata anche con il fatto che a Guardia
del Moro si nascondono segreti inconfessabili. Ipotesi, questa, molto
remota. Perché il deposito, in un passato recente, è stato offerto alla
Us Navy e quindi evidentemente non era ritenuto «indispensabile per la
difesa nazionale».