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DOMENICA, 11 GENNAIO 2009
Quasi rissa tra i fan del governatore
e i manifestanti che hanno perso il lavoro
Soru
contestato accusa il premier
E dei dipendenti dell’ex base Usa
che tentano di zittirlo dice: «Fascistelli»

Un match. Sul ring di Caprera Soru ne ha per tutti. Per i
contestatori che, striscioni e fischietti, l’accolgono al grido di
«Buffone, buffone: non hai mantenuto la promessa di salvare i nostri
posti». Lui li definisce «fascistelli mandati qui da qualcuno». E poco
dopo si esibisce in un duro j’accuse contro Berlusconi. «Nell’isola vuol
fare anche l’arcivescovo», dice.
Alla fine non risparmia i sardisti guidati da Efisio Trincas e
Giacomo Sanna: «Come fanno a parlare così a sproposito di Emilio Lussu?».
Ma per qualche lunghissimo minuto l’appuntamento di ieri pomeriggio, a
poche ore dalle due tappe «pacifiche» della mattina a Olbia e a Palau,
rischia davvero di trasformarsi in un incontro di boxe. Non fra il
presidente ricandidato e i suoi critici. Piuttosto, tra questi ultimi e
i supporter del governatore. Tutto in un clima incandescente. Con
tifoserie contrapposte. Scontri verbali da stadio. Insulti reciproci.
Tensione che cresce a dismisura. Sino agli spintoni, ai tafferugli, agli
strattonamenti. E in quegli istanti, due carabinieri e due guardie
municipali appaiono forza esigua per fermare i contendenti. Il quadro
non diventa più rovente soltanto per il ruolo da pacieri esercitato dal
sindaco Angelo Comiti, dal senatore Gian Piero Scanu, dal deputato
Giulio Calvisi. E non a caso, al termine della manifestazione
elettorale, arriveranno altri militari e vigili per evitare nuove
scaramucce.
Il duello a 350 km di distanza con Berlusconi e Cappellacci comincia
alle 15, come previsto. Soru è di una puntualità elvetica: stupisce gli
stessi sostenitori, in questi anni quasi rassegnati ai suoi ritardi.
Giacca di vellutino marrone sotto un giubbotto blu, camicia celeste a
quadrettini, niente cravatta, accompagnato da una fitta schiera di
seguaci varca a piedi l’ingresso del Forte Arbuticci, a lungo
abbandonato dopo la seconda guerra mondiale e oggi riammodernato. Da lì
si gode uno splendido colpo d’occhio: questo versante sulla costa nord
orientale di Caprera, non lontano dalla casa-museo di Garibaldi, domina
l’intera area che si affaccia sull’isola della Maddalena e verso
Bonifacio.
Ma Soru, poco prima passato davanti ai cantieri dove ferve l’attività
in vista del G8, non ha tempo per il panorama. Proprio qui l’attendono
80 dipendenti della ex base Us-Navy. Impugnano cartelli e striscioni. In
uno si ricordano gli impegni presi dal governatore un anno fa: «Nessuno
perderà il lavoro: garantisco io». «Meglio radioattivi per finta che
disoccupati davvero», è scritto su un altro. E ancora: «S iamo O rmai R
idotti U nderwear (cioè in mutande)»: e lo sviluppo verticale delle
iniziali maiuscole richiama il cognome del governatore.
Con queste premesse di «riscaldamento» il primo round non tarda a
cominciare. Il presidente si avvicina al gruppo con passo sicuro, tenta
di parlare, spiega che la mancanza di garanzie per i lavoratori non
dipende dalla Regione, ma dal governo nazionale. Non lo lasciano
continuare. Lo ricoprono d’improperi. Lui si allontana e a una donna che
lo pressa intima: «Non mi metta le mani addosso».
Ma, come s’intuisce immediatamente, sono le schermaglie iniziali del
match. Che infatti prosegue nel salone a poca distanza dove il candidato
del Pd è atteso da non meno di 400 fan. Lo accolgono applausi a scena
aperta che i fischi dei contestatori poco più indietro non riescono a
smorzare. Ma i «secondi» non riescono neppure a uscire dal ring: il gong
del nuovo round scocca subito. «Signor Soru, noi l’accusiamo»,
scandiscono i lavoratori. «Non ha onorato gli impegni», gridano. «La sua
giunta è stata latitante», insistono. «Lei ci ha preso in giro». «Diteci
chi vi ha fatto venire?», chiedono i sostenitori di Soru. «Mi hanno
mandato mia moglie e i miei figli: vorrebbbero continuare a mangiare»,
replica uno dei licenziati, Pietro Cuneo, 52 anni. E Massimo Lucini,
rappresentante della Uil, incalza: «Presidente, si può scordare che le
daremo fiducia un’altra volta». «Lasciatelo parlare: siete intolleranti,
fascisti, ascoltate le risposte che ha da darvi», ribattono i soriani.
Ed è a questo punto, dopo che per 22 minuti l’incontro elettorale non
può cominciare per le urla e gli insulti, che si sfiora la rissa. Alla
fine Soru, prima di cedere la parola ai rappresentanti della società
civile per il via al programma ufficiale della manifestazione, chiarisce
il suo pensiero sul caso a un anno dall’addio americano: «Abbiamo
chiesto per voi l’estensione della legge che ha permesso ai vostri
compagni delle basi italiane di non perdere il lavoro e rimanere alla
Maddalena. L’abbiamo ottenuta in tempi brevi dal ministro Parisi e dal
premier Prodi. Ma Berlusconi, appena subentrato, ha pensato bene di non
applicare quelle norme: andate a dirlo a chi vi manda, perché non siete
a a Cagliari a protestare contro di lui?». Gian Piero Scanu conferma:
«L’iter era già stato portato a termine, l’ha bloccato Brunetta ed è
inutile cercare responsabilità altrove». Più tardi, lasciando
l’arcipelago dopo un’altra bordata di contestazioni all’uscita dal
forte, Soru parlerà di «un tipico attacco fascista». «Siamo tornati
indietro nel tempo: si è rischiato di venire alle mani - aggiungerà - E
l’hanno fatto con uno che viaggia sempre, lo sanno tutti, senza scorta».
Gli altri round sono riservati a Berlusconi. Ed è da questo momento in
poi che Soru non esita a tirare fuori l’artiglieria. Da pacifista che si
è battuto per la smilitarizzazione dell’arcipelago e per l’eliminazione
delle servitù nei poligoni sardi, alle armi pesanti preferisce però
l’ironia. E le sue frecciate, a tutto campo, centrano spesso il
bersaglio. «Con i voti dell’isola, alle ultime politiche, il premier ha
fatto eleggere cinque parlamentari: nessuno di loro è sardo». «Ha
cercato di spostare il G8 dalla Maddalena a Napoli, arrendendosi solo di
fronte alla determinazione della Regione e alla ristrettezza dei tempi».
«Per la tragedia di Capoterra il governo, dove non figura nessun
ministro sardo, ha stanziato appena 6 milioni, una elemosina». «Ora
Berlusconi va a dire in giro che si è battuto per la Sassari-Olbia
quando ancora adesso tenta di spostare fondi per l’Expo di Milano». «In
campagna elettorale ora il premier chiarisce che crede in una Sardegna
trasformata in isola verde: peccato che abbia promosso un referendum
contro la salvacoste per il quale sono stati buttati al vento 10
milioni». «Ci dice che noi della giunta regionale, insieme con Prodi,
avremmo paralizzato i suoi progetti non spendendo i miliardi da lui
stanziati per la nostra regione: naturalmente non è vero, quei soldi
sono esistiti solo nella sua fantasia».
E, mentre scrosciano applausi sempre più convinti che i manifestanti
all’esterno della sala non riescono più a coprire con i fischietti, Soru
prosegue: «Berlusconi viene qui e presenta il candidato del Pdl come
fossimo a teatro: una cosa mai vista da nessuna parte». «Racconta
barzellette, alimenta la paura, ma noi sardi non abbiamo avere paura:
abbiamo messo la legna in cascina e siamo pronti». «Il premier è
riuscito persino a indicare come presidente se stesso nel simbolo per il
voto sardo: vuol fare tutto. Ritiene che gli abitanti di quest’isola gli
possano dare il mandato per qualsiasi cosa: “Silvio, pensaci tu.
Gigante... pensaci tu” (un richiamo a un vecchio spot di Carosello, e
non all’altezza del rivale, preciserà più tardi)».
L’ultimo uppercut è per i dirigenti dei Quattro Mori: «Dicono di me che
sono un miliardario? Io penso non sia una nota di demerito aver
conquistato un po’ di benessere. Ma certo non ho fatto chiudere
fabbriche nell’isola, come sostengono: semmai ne ho aperte. E poi come
fanno proprio loro a richiamarsi a Lussu? Lui, sparando, scampò agli
squadristi che lo volevano ammazzare. Certo non si sarebbe aspettato ciò
a cui assistiamo oggi: e cioè di vedere i sardisti alleati con un
centrodestra che spesso si richiama all’eredità fascista».
Oggi per Soru tappe a Sassari (cinema Ariston alle 11 e casa dello
studente alle 15) e a Porto Torres alle 18.
PIER GIORGIO PINNA
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