|
DOMENICA, 15 FEBBRAIO 2009
Elezioni Regionali: Soru-Cappellacci,
un voto che vale doppio
CAGLIARI. Sotto lo sguardo di tutta l’Italia politica che mai si era
tanto interessata alle elezioni regionali, i sardi scelgono oggi e
domani il loro nuovo governatore. I nomi sono cinque ma la scelta è
ristretta a due: sarà premiato il lavoro svolto da Renato Soru con il
Centrosinistra sino alle dimissioni di dicembre o prevarrà il
cambiamento proposto dal Centrodestra di Ugo Cappellacci? Il voto ha
anche una valenza nazionale e inciderà sugli equilibri di Pd e Pdl.

Il ruolo dei cinque candidati. Due grandi coalizioni e tre
liste separate. Gli aspiranti presidenti, oltre a Soru e Cappellacci,
entrambi alla guida di poli da sei liste ciascuno, sono anche Peppino
Balia (Partito socialista), Gavino Sale (Irs) e Gianfranco Sollai (Unidade
indipendentista). Facile prevedere che il maggior numero di consensi
andrà ai portacolori dei due grandi schieramenti. Ma il peso degli altri
tre può essere decisivo: Balia, ex alleato della maggioranza uscente,
sfida direttamente la sinistra, mentre le due liste indipendentiste di
Sale e Sollai possono indebolire il valore aggiunto del Psd’Az nel
Centrodestra e dei Rossomori nel Centrosinistra.
Quasi come un referendum. Questo voto che vale doppio è un
referendum tra due Sardegne diverse, una Sardegna che si è ormai
bipolarizzata secondo gli schemi nazionali ma che presenta anche alcune
peculiarità. Un referendum intanto tra programmi, con le punte di
maggior contrasto su ambiente, cultura e lavoro. E anche tra metodi di
governo, con la contrapposizione evidente (è uno dei temi principali
della campagna elettorale) tra il decisionismo talvolta spigoloso
introdotto da Soru nel 2004 e il dialogo sorridente di Cappellacci. Ma
un referendum, soprattutto, tra due modelli opposti: uno è quello di
Soru, che, pur basandosi sull’adesione convinta alla politica del Pd
nazionale, punta tutto sul proprio carisma e sull’orgoglio autonomista
dei sardi; l’altro è quello di Cappellacci, la cui vicinanza a
Berlusconi (decisiva per la candidatura) non solo non è stata
dissimulata ma è stata addirittura esibita.
Il voto disgiunto e le tensioni politiche. Gli elettori possono
votare un presidente e una lista provinciale a lui non collegata. E come
sempre, su questo punto c’è grande incertezza. Soru e Cappellacci, per
perdere meno voti possibile dagli elettori delle liste provinciali,
hanno dato vita a durissime polemiche. L’ex governatore, secondo il suo
slogan «Meglio Soru», ha preso di mira soprattutto Berlusconi per
mettere in ombra il rivale diretto. Cappellacci, dal canto suo, ha
puntato con il suo slogan («La Sardegna torni a sorridere») a sfruttare
il malcontento che viene sempre provocato da chi governa anche presso i
propri elettori. L’incognita del voto disgiunto non lascia tranquilli i
due big anche per i contrasti interni alle rispettive coalizioni: Soru
per la scelta di dimettersi in anticipo e di accelerare il rinnovamento
del Pd, Cappellacci per essersi imposto su diversi altri aspiranti di
Forza Italia.
La funzione delle liste provinciali. Il sistema elettorale
premia sicuramente il peso degli aspiranti presidenti (c’è una fetta di
elettorato che vota solo per loro) ma nella partita generale ha una
forte incidenza anche il gioco di squadra. E le squadre giocano
soprattutto nei collegi provinciali con gli oltre novecento candidati.
Il grosso della vittoria, o della sconfitta, si gioca qui.
Gli indecisi e l’incognita maltempo. Altre due incertezze sul
risultato finale sono l’alto numero di indecisi (secondo gli ultimi
sondaggi sarebbero oltre il 30 per cento) e il maltempo. Sugli indecisi
hanno avuto effetto in qualche misura le manifestazioni di chiusura
delle diverse campagne elettorali? O su di loro peserà di più il
generale inverno? E’ infatti la prima volta che le elezioni regionali si
svolgono al freddo, addirittura sotto la neve. Cosa che potrebbe tenere
lontano dalle urne anche elettori dalle idee già chiare: quanti e chi?
In Abruzzo, a metà dicembre, la bassa affluenza non è stata provocata
solo dal dissenso politico e in particolare dall’inchiesta giudiziaria
che aveva portato all’arresto del governatore.
Perché è un test politico nazionale. Sin dall’inizio la campagna
elettorale è stata seguita quasi quotidianamente da tutti i quotidiani
italiani. E a Cagliari sono numerosi gli inviati speciali delle
principali testate. Anche straniere, sia per la notorietà di Soru sia
per il ruolo giocato da Berlusconi in prima persona. Arrivando a meno di
un anno dalle ultime politiche e soprattutto precedendo di pochi mesi le
europee, le elezioni regionali sarde considerate da tutti un
delicatissimo test politico nazionale. Anche se per non correre rischi,
ufficialmente i big di Pd e Pdl (a conferma della grande incertezza)
hanno cercato di assegnare al voto solo un significato locale. Per
Berlusconi è un test in quanto la vittoria di Cappellacci rafforzerebbe
la sua leadership nel Pdl; la sconfitta, viceversa, potrebbe dare fiato
a quanti, nella Lega e soprattutto in An, hanno strategia differenti.
Idem per Walter Veltroni: la vittoria gli darebbe slancio per le
europee, la sconfitta farebbe precipitare la crisi del Pd. C’è un test
anche per l’Udc: che ha in Sardegna l’occasione, come ha detto Casini,
di dimostrare di essere decisiva: senza i centristi, infatti, il Pdl ha
vinto sia le politiche sia in Abruzzo, se dovesse perdere in Sardegna,
con i centristi, le posizioni di allontanerebbero di nuovo.
Filippo Peretti
«Campagna di Sardegna», scintille e
veleni
SASSARI. Si è davvero visto di tutto. Gaffes. Gags. Stranezze.
Scenette da avanspettacolo. Contestazioni. Momenti di tensione. Ricorso
alle più avanzate tecnologie. Ritorno a stili e metodi del passato.
Aspri dibattiti in tv. Pacifici comizi nelle piazze. Lotte paese per
paese. Riflettori accesi dalla stampa nazionale e internazionale.
Telecamere in fermento. Conflitti d’interesse. Spiegamento di forze
della sicurezza. Leader politici, ministri ed ex ministri in permanente
stato d’allerta nell’isola. Incontri segreti. Convention. Raduni.
Appelli. Manifesti. Moniti. Minacce.
Insomma: è successo tutto e il contrario di tutto in questa
contraddittoria, anomala, iperpersonalizzata, trascinante campagna
elettorale per le regionali. E adesso che tra oggi e domani la parola
passa alle urne, il silenzio e la riflessione saranno pure d’obbligo, ma
senza che esista il divieto di scordare che cos’è successo in un mese e
mezzo rovente. Di scordarlo, almeno, sotto il profilo dei fatti inediti,
delle battute a effetto, delle giravolte quasi incredibili che hanno
contrassegnato le iniziative di tanti candidati impegnati nella
defatigante gara all’ultimo voto utile. Una corsa combattuta, per di
più, e mai come stavolta, contro il tempo.
I programmi. Ecco qualche elemento per comprendere meglio.
L’accelerazione della crisi alla Regione impone al centrodestra una
scelta immediata e arriva così, il 27 dicembre, la sorpresa Cappellacci,
conosciuto sino a quel momento non da moltissimi, se non all’interno del
Pdl. A inizio gennaio, appena presentati candidati e liste, i partiti e
i movimenti rendono noti i loro piani d’azione. Centrodestra,
centrosinistra, socialisti, indipendentisti di Gavino Sale e di
Gianfranco Sollai spiegano nei minimi dettagli che tipo d’interventi
hanno in mente per la Sardegna. Lo fanno nei pubblici confronti con
l’elettorato, con opuscoli e volantini, in televisione, sul web. Nel
frattempo il premier scende in campo direttamente nell’agone regionale.
Eppure, al di là di questioni chiave come l’industria, il turismo, le
servitù militari o la legge salvacoste, la sensazione è che tutti o
quasi puntino a far risaltare più i volti e i gesti degli aspiranti
governatori che i loro progetti. E se i programmi rivelano spesso
posizioni antitetiche sui principali temi sociali, altre volte
costringono a una recita sul piano locale a parti invertite. Soprattutto
rispetto al ruolo consueto interpretato dagli attori politici sul più
ampio palcoscenico italiano.
È il caso della guerra sui dati riguardanti i disoccupati. Chi, se non
il governo, avrebbe avuto interesse a dire che i senza lavoro
diminuiscono grazie all’impegno di Palazzo Chigi negli ultimi mesi? E
chi invece a sostenere il contrario, se non la sinistra e i sindacati,
che giorno dopo giorno continuano a lanciare allarmi sulla gravità della
crisi e sull’inadeguatezza delle contromisure? In Sardegna è avvenuto
l’esatto opposto. Il Pdl locale, in questi anni all’opposizione, ha
citato numeri impressionanti e dato un quadro disastroso della
situazione economica regionale. Il Pd ha ricordato le migliaia di nuovi
posti creati nell’isola. E fin qui niente di strano, visto che entrambi
conoscono i processi di freno e sviluppo della loro terra.
Ma come non riflettere sul fatto che, con estrema disinvoltura, nella
campagna elettorale si siano mossi sulla stessa linea i leader nazionali
a sostegno dei due principali candidati alla carica di governatore? È
davvero credibile che i giochi sulla chimica, sull’industria
metallurgica, sul turismo, sui trasporti, sull’edilizia si facciano
tutti (o solo) in Sardegna? E il Berlusconi che doveva creare un milione
di posti di lavoro non trova un po’ bizzarro attaccare Soru dicendogli
che fa aumentare il numero dei disoccupati proprio mentre da mesi su
tutta l’Italia si abbatte una valanga di licenziamenti, ricorsi alla
cassa integrazione, chiusure di fabbriche, cancellazione di servizi,
espulsioni di precari?
I candidati. Mai come in queste settimane, comunque, la campagna
elettorale nell’isola è apparsa fondata sui singoli tratti distintivi
degli aspiranti governatori. Soprattutto nel caso di Renato Soru e Ugo
Cappellacci. Sono stati del resto loro stessi, con un tour de force
senza precedenti che li ha portati a toccare centinaia di paesi e città
in 45 giorni, a dare un peso specifico netto a questo genere di
caratterizzazione.
Ma ai veleni, alle critiche sul piano individuale, alle polemiche
personalizzate, alle contrapposizioni frontali hanno contribuito tanti
altri fattori. Dalla risonanza al di là del Tirreno del voto nell’isola
ai continui arrivi in terra sarda del presidente del consiglio. Fattori
tutti apparsi sempre più chiari man mano che avvenivano gli spostamenti
dei candidati da un centro all’altro della Sardegna e si succedevano gli
sbarchi dei loro supporter nazionali. Gli aggettivi impietosi nei
confronti di Soru e Cappellacci si sono così sprecati. Coinvolgendo la
base elettorale come gli esponenti di primo piano giunti nell’isola.
Sino all’insulto più greve. Sino alla feroce ironia da bar. Sino allo
spietato sarcasmo da bettola. Per ritrovare qualcosa di lontanamente
assimilabile - ma certo di tono più elevato nella sua estrema gravità -
bisognerebbe ritornare indietro a metà degli anni Ottanta. E rievocare
magari l’accusa di «mezzo terrorista» rivolta da De Mita al presidente
della giunta regionale Mario Melis.
Gli elettori. Le folle di supporter dei candidati, sotto questo
profilo, hanno a loro volta contribuito all’esaltazione della figura del
capo e alla denigrazione del suo avversario. Per capirlo è sufficiente
scorrere i commenti (e le parolacce) sul web. C’è di più. Lungo la
medesima direzione si sono mossi i movimenti che di volta in volta hanno
idolatrato, o demonizzato a seconda di casi, i due rivali, anche perciò
diventati irriversibilmente «nemici» col passare delle settimane. Ma a
loro volta i raduni dei principali contendenti si sono contraddistinti
per segni e segnali del tutto diversi. Dal look dei partecipanti alle
loro aspirazioni. Dalle richieste concrete dei rappresentanti delle
popolazioni locali ai toni dei consensi e, in qualche circostanza, delle
proteste. Con pochi osservatori neutrali e con altrettanto poco numerosi
testimoni interessati a capire a fondo i progetti politici degli
schieramenti con il maggiore seguito elettorale.
I duelli. Com’è ovvio l’inevitabile ma ossessiva ripetitività
dei confronti pubblici (in grandissima parte a distanza) ha condizionato
discorsi e interventi dei cinque leader in lizza. Tanto da costringerli
a riproporre gli stessi concetti e i medesimi piani d’azione di piazza
in piazza, di centro in centro, di tribuna in tribuna. E così a volte i
protagonisti della competizione sono apparsi come consumati attori.
Impegnati a mettere in scena sempre la medesima commedia o lo stesso
dramma. Possibili varianti: le condizioni d’interazione con il pubblico
dei potenziali elettori, i luoghi della «rappresentazione», la
situazione operativa concreta. Mai nessun cinismo da parte di
chicchessia, per carità. Ma certo i ritornanti richiami a valori, idee,
proposte, programmi - man mano che la campagna procedeva - hanno di
frequente perduto di forza sostanziale ed efficacia dialettica. Fin
quasi a trasformarsi in un refrain.
I milioni. Alla martellante ossessività di questi ritornelli ha
sicuramente contribuito la lista della spesa che è stata presentata come
imminente per la Sardegna. In particolare il premier e il suo governo,
in ogni visita, non hanno mancato di ricordare la montagna
d’investimenti e finanziamenti già pronti o dati per prossimi venturi in
favore dell’isola. In questa logica di promesse e d’impegni sono stati
così toccati tutti i settori vitali o da rilanciare dell’economia: dal
turismo alla viabilità, dall’industria al commercio, dalle grandi opere
al G8. Con un’azione d’immagine tenace, instancabile e, a tratti,
apparsa davvero inesauribile. Salvo naturalmente verifiche concrete
all’indomani del voto, come hanno sottolineato tantissimi elettori che
di volta in volta hanno assistito ai dibattiti televisivi e ai comizi
dei candidati. I quali, essendo in fin dei conti un esercito composto da
oltre 900 persone, non sono sembrati tutti lucidi nella loro frenetica
ricerca di consensi. Come uno di loro che dal palco ha gridato con
sicurezza: «Possiamo vincere: e vinceremo!». Preso dalla foga del
discorso, si era dimenticato (o non sapeva) che qualcuno prima di lui
aveva già pronunciato quasi le stesse parole con conseguenze che si
sarebbero rivelate tragiche per l’Italia.
I dimostranti. Viste le contrapposizioni tanto marcate tra
centrosinistra e centrodestra, in Sardegna la campagna elettorale si è
caratterizzata per la presenza nelle singole manifestazioni pubbliche o
di aderenti a uno schieramento o di supporter di quell’opposto.
Difficilmente i sostenitori delle due coalizioni si sono incontrati in
piazza assieme. E i casi di contestazione dei candidati si contano sulle
dita delle mani. Ma va ricordato come la presenza del premier in
Sardegna sia stata seguita con costanza da gruppi di studenti che,
esibendo striscioni di protesta e scandendo slogan, hanno spesso
rimproverato al governo nazionale una politica di tagli nei confronti
degli atenei e della ricerca scientifica.
La Rete. Durante queste settimane Internet si è rivelato
strumento importante per convincere parte degli indecisi. Dall’inizio di
gennaio, ogni giorno, si sono registrati nuovi gruppi e pagine su
Facebook. Tutti nati dal medesimo intento: persuadere «a votare bene».
Decine d’iniziative «virtuali» hanno poi riguardato i principali
sfidanti. Sul sito elettorale www.ugocappellacci.it, per esempio, è
stata creata la sezione «Gli errori da non ripetere». Dall’altra parte,
un social network rivolto a tutti gli italiani che simpatizzano con Soru
e intendono sostenerlo: l’indirizzo è megliosoru.ning.com. Infine, a
dimostrazione dell’importanza data alle elezioni sarde, i siti nazionali
del Pd (www.partitodemocratico.it) e del Pdl
(www.ilpopoladellaliberta.it) hanno spesso ospitato articoli e
interviste di sostegno ai rispettivi candidati. Analoghi interventi
d’appoggio per i socialisti e per gli altri due schieramenti.
Soprattutto l’Irs e Unidade Indipendentista hanno dato vita a blog,
forum, focus.
L’informazione. Feroci contrasti sui conflitti d’interesse,
sull’uso della stampa, sull’impiego delle tv. A Renato Soru, che di
recente ha comprato l’«Unità», sono arrivate spesso contestazioni dal
centrodestra. E a Berlusconi, invece, è giunta una raffica di bordate
dal fronte opposto. In particolare per aver fatto un massiccio ricorso a
Mediaset e ai giornali di sua proprietà.
L’obiettivo, secondo il centrosinistra? Condizionare con
sovrasposizioni mediatiche e ripetuti appelli anti-Soru. In questo muro
contro muro s’inseriscono gli appelli al garante per le comunicazioni,
le minacce di ricorso al Corerat regionale e un caso che coinvolge
Studio Aperto per una mancata intervista.
Gli staff. In campagna elettorale il candidato del
centrosinistra, durante ogni viaggio in Sardegna e sulla penisola, è
sempre stato accompagnato soltanto dai più stretti collaboratori. Lo
stesso è successo per Peppino Balia, Gavino Sale, Gianfranco Sollai, Ugo
Cappellacci.
Ma per i ministri e per i leader politici nazionali sbarcati nell’isola
si sono mobilitate di frequente imponenti forze di sicurezza, decine di
scorte e staffette. Uno spiegamento di mezzi che ha raggiunto l’apice
nel corso dei viaggi sardi di Berlusconi e Pisanu. Fedeli alla loro
missione, gli staff dei due principali candidati hanno invece
accompagnato con costanza i loro leader in tutte le centinaia di centri
visitati durante la massacrante campagna elettorale. Un impegno apparso
davvero inesauribile. Impegno che per uno solo dei due gruppi di lavoro
è destinato a continuare.
Dagli anni della Dc alla terza
repubblica
CAGLIARI. La prima fase della storia dell’Autonomia sarda, prima
che s’iniziasse con Soru l’era dei governatori, è racchiusa in 44 giunte
formate nel corso di 55 anni. Una durata media molto bassa ma comunque
persino superiore a quella dei governi italiani: 58 nel mezzo secolo e
un lustro preso in considerazione prima dell’avvento del nuovo sistema
elettorale.
Ad ogni elezione, per cinquant’anni, il pendolo della politica si era
fermato sempre dalla stessa parte: sulla Dc, il maggiore partito
politico italiano e soprattutto l’indiscutibile centro del sistema
politico anche in Sardegna negli anni del Piano di Rinascita e della
Cassa del Mezzogiorno con la realizzazione di importanti infrastrutture.
Dalla prima giunta, formata nel maggio del ’49 da Luigi Crespellani si
succedettero dieci presidenti democristiani per trent’anni consecutivi,
quando all’apice della storia del pentapartito, venne formata la giunta
presieduta da Alessandro Ghinami, l’esponente del Psdi che avrebbe
aperto la strada, un anno dopo, alla prima giunta di unità autonomistica
guidata da un socialista: Franco Rais.
Proprio questo «esperimento» sardo fu considerato un piccolo
laboratorio nazionale e, infatti, qualche mese dopo la formazione
dell’esecutivo di Rais, Giovanni Spadolini, componente del vecchio
Partito Repubblicano di La Malfa e Armando Corona, sarebbe diventato il
primo presidente del Consiglio dei ministri non democristiano.
Il record di elezioni a presidente della Regione, primato ormai
imbattibile, spetta a Pietro Soddu, uno dei protagonisti della
Rinascita: sette volte è stato chiamato a guidare la giunta ma solo in
tre casi il tentativo è andato in porto.
Federico Palomba è stato con Mario Melis l’unico presidente a
completare i cinque anni di legislatura, un primato conseguito a caro
prezzo: sei elezioni e cinque giunte costituite per l’ex magistrato. Con
cinque elezioni ci sono tre cavalli di razza della Dc, (Efisio Corrias,
Giovanni Del Rio e Nino Giagu De Martini), più Mauro Pili (Fi) che nel
1999 avrebbe inaugurato il sistema elettorale ulteriormente modificato
nel 2004 quando il presidente lasciò il posto al «governatorato». Gli
esiti furono diversi: i tre democristiani, infatti, riuscirono a formare
quattro giunte a testa, Pili soltanto una.
Intorno alla Dc ruotava la formazione di qualsiasi maggioranza politica
e questo portò un esponente del partito oristanese, Mario Puddu, ad
essere eletto per ben quattro volte senza peraltro riuscire mai a
formare un solo esecutivo. Tra la prima Repubblica, la seconda scaturita
dal dopo-Tangentopoli e questa terza fase, nell’isola si caratterizza il
quinquennio 1984-1989 determinato dal forte vento sardista. In quel
periodo Mario Melis fu eletto tre volte e realizzò altrettante giunte. A
questi successi, in realtà, si aggiunge per Melis un’altra elezione, nel
1982, cui non seguì la formazione del governo regionale.
Per due volte sono stati eletti Alfredo Corrias, Giuseppe Brotzu,
Salvatorangelo Spano, Sandro Ghinami, Angelo Rojch, Antonello Cabras e
Mario Floris. Tra questi solo Spano e Rojch formarono una sola giunta.
Le due giunte di Mario Floris furono formate in due legislature
differenti: la prima tra l’89 e il ’91, prima di attuare la staffetta
con Antonello Cabras, e la seconda dal 1999 al 2001 precedendo
l’esecutivo di Mauro Pili.
Con una sola elezione ci sono Paolo Dettori, Lucio Abis, Gian Mario
Selis e Italo Masala: quattro storie diverse. Paolo Dettori, fine
politico tempiese, fu a capo di una giunta regionale per poco meno di un
anno dal ’66 al ’67, una giunta che mise da parte l’allora tradizionale
moderazione dei rapporti con lo Stato per avviare una vertenza nella
quale furono coinvolti, tra gli altri, anche i sindaci del territorio;
Lucio Abis fu il democristiano che portò i problemi del proprio
territorio, l’Oristanese, al cuore della giunta nel 1970; Gian Mario
Selis, invece, fu eletto presidente dopo che sull’eletto Mauro Pili si
rovesciò lo tsunami della copiatura delle dichiarazioni programmatiche.
Ma Selis non riuscì a formare la giunta per la discesa in campo
dell’allora presidente del Consiglio, Efisio Serrenti, che abbandonò il
ruolo di super partes e decise di appoggiare il governo di Mario Floris.
Infine Italo Masala, primo esponente di Alleanza nazionale a diventare
presidente della Regione per qualche mese, dopo che Mauro Pili venne
costretto alla resa.
E siamo alla terza fase inagurata nel 2004 con l’elezione di Soru che
ha potuto guidare la Regione con i poteri del governatore. Un fattore
che ha portato a non avere alcuna crisi in giunta, a parte qualche
aggiustamento in corsa, cioè qualche cambio di assessore, ma anche a un
paradosso: per la prima volta nella storia i sardi sono stati chiamati a
votare anticipatamente rispetto alla fine della legislatura.
|