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SABATO, 14 MARZO 2009
Un altro «schiaffo» per l’isola: Santo
Stefano resta alla Marina

ROMA. Il governo ha saputo
ascoltare solo le ragioni della Marina: il deposito sotterraneo di
munizioni di Guardia del Moro, nell’isola di Santo Stefano, resterà per
altri cinque anni un “feudo” militare. L’esito negativo dell’appello
della Regione, davanti al Consiglio dei ministri, contro la richiesta di
imposizione della servitù per altri cinque anni era, per la verità,
prevedibile. Non scontato, ma prevedibile. La fragile speranza che il
“governo amico” potesse dare politicamente una mano al nuovo governatore
Ugo Cappellacci, soprattutto dopo il clamoroso “scippo” dei
finanziamenti per la nuova Sassari-Olbia e la drammatica chiusura dell’Eurallumina,
è durato solo lo spazio di un mattino.
I «rilevanti interessi militari sottesi» citati nello stringato
comunicato ufficiale di Palazzo Chigi hanno spazzato via le ragioni,
serie e fondate, con le quali l’ex presidente della Regione Renato Soru,
il Comitato misto paritetico sulle servitù militari e il sindaco della
Maddalena Angelo Comiti si erano opposti al rinnovo della servitù. Il
traffico marittimo nello stretto braccio di mare tra Santo Stefano e
Caprera continuerà così a restare soffocato dall’ingombrante presenza di
un deposito munizioni che, solo cinque anni fa, non interessava per
niente alla Marina italiana. Tanto che venne addirittura offerto alla Us
Navy.
Nella nota stampa diffusa da palazzo Chigi c’è poi un passaggio che
appare quanto meno inelegante nei confronti del presidente Cappellacci.
Si legge infatti: «Ha partecipato alla discussione il presidente della
Regione Sardegna, dottor Ugo Cappellacci, debitamente invitato». In
quelle due ultime parole si percepisce il tono di un adempimento
burocratico, quasi di un obbligo di legge al quale si è fatto
riferimento perché le forme fossero salve.
Lui, il nuovo presidente, al ritorno da Roma dice di essere stato
costretto a una «presa d’atto». «E’ una vicenda nella quale mi sono
trovato davanti - dice infatti - a una pratica che era stata istruita da
tempo e sulla quale la Regione aveva presentato riserve in termini
generici, relative all’iter seguito, e altrettanto generiche motivazioni
per opporsi alla proroga richiesta dalla Marina. Da parte mia, prendendo
atto dell’iniziativa assunta dal ministro della Difesa, ho prospettato
al Governo l’esigenza di riconsiderare in futuro la situazione
nell’ambito di un progetto specifico e dettagliato di sviluppo
dell’intero territorio isolano e in particolare della rinnovata
vocazione turistica dell’arcipelago della Maddalena».
Sorprende un poco, per dire la verità, il giudizio di Cappellacci sulle
obiezioni fatte dalla presidenza Soru alla richiesta di reimposizione
della servitù militare a Santo Stefano. Sorprendono prima di tutto
perchè ingenerose. Difficile, infatti, definire «generiche» le
motivazioni sulle quali si fondava prima l’opposizione alla decisione
del ministero della Difesa e, successivamente, il ricorso al Consiglio
dei Ministri.
Ma sorprende anche la richiesta a «riconsiderare in futuro la
situazione». Prima di tutto perché è davvero difficile credere che la
Marina, nel caso dovesse stoccare davvero i missili di ultima
generazione a Guardia del Moro, sarà disponibile a lasciare Santo
Stefano.
E poi non appare comprensibile il rinvio a fra cinque anni (la durata
della servitù) di un confronto politico-istituzionale sul deposito, da
inquadrare, come dice il presidente Ugo Cappellacci, in un «progetto
specifico e dettagliato di sviluppo». Questo perché il futuro della
Maddalena non è fra cinque anni, ma è adesso. Con i giganteschi lavori
attivati per il G8 e l’ammodernamento delle strutture di accoglienza, La
Maddalena è quasi pronta ad affrontare il suo futuro turistico.
Attendere cinque anni significa soltanto mettere a rischio tutto questo.
Visibilmente contrariato dalla decisione del governo il sindaco della
Maddalena, Angelo Comiti. «La decisione del Consiglio dei ministri non
ci sorprende - dice infatti -, ma la scelta di mantenere i vincoli della
Marina in una zona sulla quale lo Stato stesso ha deciso massicci
investimenti in chiave turistica, ci appare ancora oggi del tutto
incongrua».
«Da parte nostra - dice ancora - ribadiamo un no convinto e la nostra
non è una battaglia solitaria: storicamente infatti, almeno fino ad ora,
la servitù è sempre stata imposta con il parere contrario del Comitato
misto paritetico. Sappiamo che stamane il presidente della Regione
Cappellacci era presente alla riunione del Consiglio dei Ministri: siamo
curiosi di sapere quali argomentazioni ha portato in quella sede e ci
riserviamo di replicare».
Comiti non nasconde le sue preoccupazioni: «Al di là della riprosizione
dei vincoli, c’è il rischio di un potenziamento del deposito:
l’ammiraglio La Rosa, in commissione Difesa, disse chiaramente che
Guardia del Moro era strategico per la Marina perchè destinato allo
stoccaggio di nuovi sistemi d’arma. E appare oggi incredibile che, dopo
esserci liberati dei sommergibili nucleari degli Stati Uniti, adesso ci
si ritrovi con l’armamento di casa nostra stipato nei cunicoli di Santo
Stefano, dentro un parco nazionale, pronto ad ospitare un polo nautico
di primo livello e alberghi di lusso, in ossequio a una ricoversione
turistica di La Maddalena che non vorremmo restasse sulla carta».
Durissimo anche l’assessore provinciale all’Ambiente Perfranco
Zanchetta, maddalenino, che da anni si batte contro i vincoli militari,
per favorire una riconversione economica e sociale dell’arcipelago. «La
decisione del governo - dice - rischia di azzerare tutti gli sforza
fatti finora per dare un futuro alla Maddalena. Lo specchio di mare
davanti al deposito sottoroccia di Guardia del Moro rischia infatti di
restare interdetto alla navigazione civile. Sicuramente la limiterà
moltissimo. Questo significa che il polo nautico all’Arsenale, sul quale
abbiamo creduto e scommesso, e la valorizzazione turistica di strutture
come il vecchio ospedale militare sono davvero a rischio. In tutto
questo non possiamo non sottolineare l’incredibile contraddizione di un
governo che, da una parte investe grandi risorse per modificare
strutturalmente l’arcipelago in un’ottica di sviluppo turistico, e
dall’altra adotta decisioni come questa di oggi che possono vanificare
questo sforzo».
Zanchetta non risparmia un affondo al neo presidente della Regione
Cappellacci: «Oggi è stato azzerato quel patrimonio di dignità politica
e istituzionale che in quattro anni e mezzo era stato costruito dall’ex
presidente Renato Soru. Abbiamo un presidente che, almeno stando a
quanto abbiamo appreso finora, è andato a Palazzo Chigi a fare la
comparsa».
Severissimo anche il giudizio del deputato democratico Giulio Calvisi:
«Ancora uno schiaffo alla Sardegna dopo il “furto” dei fondi della
Sassari-Olbia, la chiusura dell’Eurallumina e lo scippo dei
finanziamenti per le bonifiche nelle aree industriali. E soprattutto il
secondo schiaffo alla Gallura in pochi giorni. Il fatto politicamente
più grave è che questa volta il “furto” di Santo Stefano è stato
consumato davanti agli occhi di un presidente della Regione silente,
incapace di manifestare il proprio dissenso per una decisione che mina
serimente il processo di sviluppo della Maddalena».
Nonostante il governo abbia deciso di accontentare la Marina
lasciandole il deposito di Guardia del Moro, costruito con fondi Nato
(ma erano quasi tutti dollari americani), restano in piedi i dubbi sulla
ragionevolezza e la congruità dell’atteggiamento dei vertici della
Difesa. L’ostinazione della Marina militare appare infatti per certi
versi incomprensibile. Solo pochi anni fa, infatti, il deposito
sotterraneo non interessava più di tanto, al punto da venire offerto
alla Us Navy. La circostanza saltò fuori nel 2005 da un documento
riservato della Marina americana.
Ora, invece, viene definito “strategico” per la difesa nazionale. Ma
anche a leggere con attenzione le parole dell’ammiraglio Paolo La Rosa
(allora capo di stato maggiore della Marina) davanti alla Commissione
Difesa il 13 dicembre 2006 salta agli occhi un’evidente incongruenza.
Prima infatti La Rosa dice: «... ritengo, quindi, che si possa convenire
sulla necessaria ubicazione di tale capacità di rifornimento di
combustibili e munizionamento, in prossimità dello strumento aeronavale,
in particolare dei poli ove è dislocato».
In parole povere significa che i depositi di carburante e di munizioni
devono essere vicini ai tre poli nei quali è distribuito il naviglio
della Marina. E cioé La Spezia, Taranto e Augusta. Il perché La Rosa lo
dice subito dopo: «La ricerca di un eventuale loro diversa ubicazione
(dei depositi, ndr), per affrancarli da servitù, potrebbe avere pesanti
riflessi in termini di prontezza sull’operatività delle forze».
Non si capisce quindi perché poi, parlando di Guardia del Moro,
l’ammiraglio La Rosa ritenga il deposito fondamentale e non dismissibile.
Evidentemente il criterio di «prontezza sull’operatività» qui non conta.
Almeno che non si voglia sostenere che Santo Stefano sia vicino alla
Spezia o a Taranto o a Augusta...
Piero Mannironi
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