L’operatività dei
giganteschi depositi sotterranei compromette il futuro turistico
LA MADDALENA. C’è un linguaggio criptico, nella politica e
nella burocrazia, dietro il quale è possibile nascondere ciò che non
si vuole dire. Per esempio, quando il 13 marzo scorso il Consiglio
dei ministri ha deciso di reimporre per altri cinque anni la servitù
militare sui depositi sotterranei di munizioni di Santo Stefano, ha
utilizzato l’espressione anodina: «in considerazione dei rilevanti
interessi militari sottesi». Parole che non vogliono dire proprio
nulla, perché rimandano a un qualcosa di non detto. Quel “non detto” che equivale al lungo silenzio del governo
rispetto alla domanda contenuta nelle interrogazioni presentate
nell’ottobre dello scorso anno dai parlamentari del Pd: «Quali sono
le ragioni che ai fini della difesa nazionale fanno ritenere
inamovibile il deposito della Marina Militare in località Guardia
del Moro?».
Una domanda a dir poco legittima, soprattutto alla luce del fatto
che quella servitù, che la Marina ha voluto a tutti i costi, rischia
di mettere seriamente in crisi la riconversione economica e sociale
dell’arcipelago, dopo la partenza della Us Navy. Ed ecco dunque il
nuovo paradosso maddalenino: mentre lo Stato, attraverso le
procedure per il G8, ha riversato sull’arcipelago un fiume di
milioni di euro per costruire le fondamenta di un sistema turistico
ecocompatibile, dall’altro rinnova una servitù che rischia di
rendere tutto inutile. Cosa dirà, per esempio, la “signora di ferro”
di Confindustria, Emma Marcegaglia, quando scoprirà che ad appena
duemila metri dal suo albergo a cinque stelle, cioé molto al di
sotto delle distanze di sicurezza, ci sarà un deposito di missili
Aster-15 e Aster-30? E cosa faranno gli altri imprenditori quando
dovranno fare i conti con le limitazioni alla navigazione nel
braccio di mare tra Caprera e Santo Stefano, cioé la “strada” per la
Costa Smeralda?
Per ora, l’unica certezza è che la Marina vuole mettere da sempre
le mani su Santo Stefano. E qualche volta senza ragioni molto
fondate, almeno a giudicare da come sono andati i fatti. Nel 1965,
per esempio, sir Colin Tennant, terzo barone di Glenconner e intimo
della principessa Margaret d’Inghilterra, si vide arrivare i
carabinieri nel cantiere dove stava costruendo l’attuale villaggio
vacanze della Valtour. La Marina pretendeva il blocco dei lavori per
ragioni di sicurezza militare. Ma bastò una diffida degli avvocati
del nobiluomo inglese perché le ragioni di sicurezza militare si
dissolvessero rapidamente. Per battere in ritirata, la Marina si
accontentò di un versamento all’associazione Andrea Doria per gli
orfani di guerra.
Pasqualino Serra, ex sindaco della Maddalena, democristiano molto
vicino ad Aldo Moro, usa parole taglienti: «La mia famiglia ha
pagato il tributo più alto in Italia sull’altare delle servitù
militari». La sua famiglia è infatti proprietaria di un’isola che
prima è entrata negli scacchieri internazionali della geopolitica e
che ora la Marina ritiene «strategica per la difesa nazionale».
Il 23 dicembre del 1969, con tre decreti ministeriali, la Marina si
prese le aree dove oggi ci sono il parco torpedini di Punta Santo
Stefano, il deposito carburanti di Punta Sassu e la batteria di
Punta dello Zucchero. Poi, nel 1972, arrivarono gli americani e alla
famiglia Serra venne notificato l’esproprio dell’area dove avrebbe
dovuto attraccare la nave appoggio per i sommergibili nucleari. Per
quel pezzo di terra, strategicamente importantissimo, i Serra
vennero indennizzati con una cifra ridicola: 14 milioni di lire.
Somma che, tra l’altro, si rifiutarono di incassare. Battista Serra,
il padre di Pasqualino, non poteva proprio sopportare che, per
quattro lire, fosse stato portato via alla sua famiglia un “pezzo”
di Santo Stefano per regalarlo agli americani. E così, il 4 ottobre
del 1972, spedì un telegramma all’allora presidente della Repubblica
Giovanni Leone nel quale scrisse: «Il mio terreno sia sgomberato
dalla base Usa, o fatevi dare una porzione simile di terreno negli
Stati Uniti».
Per capire l’esatta dimensione del danno subìto dai Serra basta
fare riferimento a una perizia del tribunale civile di Cagliari,
chiamato a derimere la controversia con il ministero della Difesa
per i 63 ettari di Santo Stefano “scippati” nell’interesse della
Nazione. Ebbene, nel 1988, il tecnico dei giudici attribuì ai
terreni lungo la costa dell’isola il valore di 40 mila lire al metro
quadro e 20 mila lire per gli altri. Calcolatrice alla mano, si
arrivò a una somma molto vicina ai tredici miliardi di lire di
allora. Quella cifra, secondo la rivalutazione dei coefficienti
Istat, dovrebbe corrispondere oggi a dodici milioni 781 mila 326
euro.
Negli anni Ottanta, poi, la Marina cercò di prendersi tutta Santo
Stefano. L’ammiraglio Antonino Geraci ottenne infatti un decreto per
estendere la servitù a tutta l’isola. «Mi rivolsi allora a Francesco
Cossiga - dice Pasqualino Serra -. Ricordo che parlai a Roma con il
suo capo di gabinetto, Alfredo Masala, e poco dopo il decreto venne
ritirato». Evidentemente anche quella volta le esigenze di sicurezza
nazionale non dovevano essere così forti.
Ma quanto costa alla Difesa Santo Stefano? O meglio, quale
indennizzo viene corrisposto alla famiglia Serra per i 63 ettari di
servitù, compreso il gigantesco sistema sotterraneo dei depositi di
munizioni (complessivamente 84.822 metri quadri, una superficie
superiore a otto campi da calcio)? Il capo di stato maggiore della
Marina, l’ammiraglio Paolo La Rosa il 13 dicembre del 2006 disse in
commissione Difesa che, per il quinquiennio 2007-2012, ai
proprietari di Santo Stefano sarebbe stato corrisposto un indennizzo
di circa 893 mila euro. Commise un errore clamoroso, perché la cifra
reale è invece di 893 euro per il quinquennio. Cioé, 178,60 euro
l’anno. Soldi che comunque i Serra mai incamereranno, perché le
procedure burocratiche per averli sono di molto superiori
all’indennizzo stesso.
Andando a scavare in fondo, cioé fino alle origini di questa
servitù che sembra perpetuarsi fuori da ogni logica, ci si imbatte
nell’audizione del 13 dicembre 2006 del capo di stato maggiore della
Marina, Paolo La Rosa, davanti alla Commissione Difesa della Camera.
Ebbene, proprio analizzando con attenzione quell’audizione le
perplessità sulla servitù a Santo Stefano, invece di diminuire,
aumentano. Il numero uno della Marina, infatti, parlò di
«concentrazione strategica» della forza armata in «tre aree
geografiche». «Sono i cosiddetti “poli aeronavali” - disse La Rosa
-, caratterizzati dalla dislocazione del complesso delle forze
operative e delle basi di sostegno. Ad esse fanno capo i necessari
supporti operativi e tecnico-logistici, quali le stazioni navali, le
stazioni aeromobili, gli stabilimenti di lavoro, le strutture di
comando e controllo, i depositi di munizioni e di combustibile, le
strutture addestrative e sanitarie e le sistemazioni alloggiative
per il personale».
La Rosa, poi, indicò i tre poli: Taranto e Brindisi, La Spezia e
Augusta.
In questo quadro, che sembra rispondere ad esigenze di efficienza e
di operatività, i depositi sottoroccia di Santo Stefano appaiono
così un’incomprensibile anomalia. Una contraddizione rispetto ai
criteri di concetrazione nei tre poli di cui parlava l’ammiraglio La
Rosa. Il naviglio militare dovrebbe infatti percorrere centinaia di
miglia per arrivare nell’arcipelago e caricare i missili Aster (che
tra l’altro non ci sono ancora), stoccati, tra l’altro, in uno
spazio immenso: ben otto ettari e mezzo di gallerie. Impossibile non
notare la stridente incongruenza.
A questo punto nell’arcipelago si sta materializzando un fantasma.
E cioé che i depositi incavernati di Santo Stefano possano servire
per ospitare non armi, ma altro. Per l’ex presidente della Regione
Renato Soru potrebbero diventare il deposito unico nazionale per le
scorie nucleari.
Piero Mannironi
Quarant’anni di vincoli
La struttura era stata
offerta alla Us Navy
LA MADDALENA. La partenza degli americani non ha alterato
minimamente l’adagio secondo il quale in questo arcipelago
«l’impossibile è altamente probabile». Quando Salvatore Sanna, uno
dei maggiori esperti in questioni militari in Sardegna, sintetizzò
in quel modo immaginifico, ma sicuramente efficace, la paradossale
complessità maddalenina, descriveva un’anomalia politico-giuridica
legata soprattutto alla presenza della Us Navy.
E quindi una realtà deformata dagli accordi segreti bilaterali del
1952 (Mutual security act) e del 1954 (Bilateral infrastructure
agreement). Tempi di “Guerra fredda” nei quali, in nome
dell’interesse superiore che l’«impero del male» andasse arginato,
tutto era consentito. Anche infrangere le regole e aggirare le
leggi. Perfino la stessa Costituzione.
Così, in una surreale e consapevole anormalità, è stato possibile
vedere presidenti del Consiglio come Giulio Andreotti e autorevoli
ministri della Difesa come Giovanni Spadolini negare la presenza di
armi nucleari alla Maddalena. Salvo essere poi smentiti, solo dopo
qualche settimana, dalle rivelazioni del nostro giornale che,
ripredendo documenti ufficiali americani, scrisse che nel marzo del
1984 il Congresso americano aveva dato l’imprimatur al programma
Slcm (Sea launched Cruise missile, ovvero “missili Cruise lanciati
dal mare”) con il numero di protocollo Mlc-093. Queste armi, una
variante del Tomahawk Bgm 109, erano prodotte dalla General Dynamics
e avevano una testata nucleare di 150 chiloton. Come se non
bastasse, erano stati resi pubblici perfino i finanziamenti del
programma: 458,7 milioni di dollari per il 1984 e 641,6 per il 1985.
Dati che non contestò neppure l’ammiraglio Antonino Geraci (ex
comandante del Sios Marina e membro del comitato di crisi ristretto
nominato da Cossiga durante il sequestro Moro) che, solo poche
settimane prima, aveva liquidato i sospetti sulla presenza di Cruise
con testata atomica sui sommergibili della classe Los Angeles con
una ruvida dichiarazione: «Tutte sciocchezze, quei missili non
possono essere montati sui sottomarini!».
E che dire del fatto che lo stesso ministro della Difesa Spadolini
(intesa Stato-Regione del 1987) ammise che i sistemi di controllo
sulla radioattività non funzionavano? E infine, cosa dire ancora del
fatto che per trent’anni non è mai esistito un vero piano di
emergenza in caso di incidente nucleare?
Ma la più impressionante anomalia per la Maddalena è stata
sicuramente quella di vedere dentro un Parco nazionale, con tutti i
suoi divieti e limitazioni, dei reattori nucleari ambulanti, cioé i
propulsori dei sommergibili Usa Hunter killer.
Questa lunga stagione di bugie, di mezze verità e di sottili
inganni dialettici ha così cementato la percezione che qui, alla
Maddalena, il paradosso di Salvatore Sanna, e cioé che l’impossibile
può essere davvero molto probabile, è una anomala condizione di
normalità. L’incredibile vicenda dei depositi di munizioni
sottoroccia di Santo Stefano in questi ultimi mesi sta dimostrando
infatti che nulla è cambiato con la partenza della Us Navy.
E infatti la Difesa, accogliendo le istanze della Marina, ha
reimposto la servitù militare per altri cinque anni su strutture
che, almeno fino a pochi anni fa, non interessavano, tanto da essere
offerte alla Us Navy, come risulta da un documento riservato della
Marina statunitense, nome in codice: Risp.