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La Nuova Sardegna

MARTEDÌ, 14 APRILE 2009

Santo Stefano condannata a portare le stellette

L’operatività dei giganteschi depositi sotterranei compromette il futuro turistico

LA MADDALENA. C’è un linguaggio criptico, nella politica e nella burocrazia, dietro il quale è possibile nascondere ciò che non si vuole dire. Per esempio, quando il 13 marzo scorso il Consiglio dei ministri ha deciso di reimporre per altri cinque anni la servitù militare sui depositi sotterranei di munizioni di Santo Stefano, ha utilizzato l’espressione anodina: «in considerazione dei rilevanti interessi militari sottesi». Parole che non vogliono dire proprio nulla, perché rimandano a un qualcosa di non detto.
 Quel “non detto” che equivale al lungo silenzio del governo rispetto alla domanda contenuta nelle interrogazioni presentate nell’ottobre dello scorso anno dai parlamentari del Pd: «Quali sono le ragioni che ai fini della difesa nazionale fanno ritenere inamovibile il deposito della Marina Militare in località Guardia del Moro?».
 Una domanda a dir poco legittima, soprattutto alla luce del fatto che quella servitù, che la Marina ha voluto a tutti i costi, rischia di mettere seriamente in crisi la riconversione economica e sociale dell’arcipelago, dopo la partenza della Us Navy. Ed ecco dunque il nuovo paradosso maddalenino: mentre lo Stato, attraverso le procedure per il G8, ha riversato sull’arcipelago un fiume di milioni di euro per costruire le fondamenta di un sistema turistico ecocompatibile, dall’altro rinnova una servitù che rischia di rendere tutto inutile. Cosa dirà, per esempio, la “signora di ferro” di Confindustria, Emma Marcegaglia, quando scoprirà che ad appena duemila metri dal suo albergo a cinque stelle, cioé molto al di sotto delle distanze di sicurezza, ci sarà un deposito di missili Aster-15 e Aster-30? E cosa faranno gli altri imprenditori quando dovranno fare i conti con le limitazioni alla navigazione nel braccio di mare tra Caprera e Santo Stefano, cioé la “strada” per la Costa Smeralda?
 Per ora, l’unica certezza è che la Marina vuole mettere da sempre le mani su Santo Stefano. E qualche volta senza ragioni molto fondate, almeno a giudicare da come sono andati i fatti. Nel 1965, per esempio, sir Colin Tennant, terzo barone di Glenconner e intimo della principessa Margaret d’Inghilterra, si vide arrivare i carabinieri nel cantiere dove stava costruendo l’attuale villaggio vacanze della Valtour. La Marina pretendeva il blocco dei lavori per ragioni di sicurezza militare. Ma bastò una diffida degli avvocati del nobiluomo inglese perché le ragioni di sicurezza militare si dissolvessero rapidamente. Per battere in ritirata, la Marina si accontentò di un versamento all’associazione Andrea Doria per gli orfani di guerra.
 Pasqualino Serra, ex sindaco della Maddalena, democristiano molto vicino ad Aldo Moro, usa parole taglienti: «La mia famiglia ha pagato il tributo più alto in Italia sull’altare delle servitù militari». La sua famiglia è infatti proprietaria di un’isola che prima è entrata negli scacchieri internazionali della geopolitica e che ora la Marina ritiene «strategica per la difesa nazionale».
 Il 23 dicembre del 1969, con tre decreti ministeriali, la Marina si prese le aree dove oggi ci sono il parco torpedini di Punta Santo Stefano, il deposito carburanti di Punta Sassu e la batteria di Punta dello Zucchero. Poi, nel 1972, arrivarono gli americani e alla famiglia Serra venne notificato l’esproprio dell’area dove avrebbe dovuto attraccare la nave appoggio per i sommergibili nucleari. Per quel pezzo di terra, strategicamente importantissimo, i Serra vennero indennizzati con una cifra ridicola: 14 milioni di lire. Somma che, tra l’altro, si rifiutarono di incassare. Battista Serra, il padre di Pasqualino, non poteva proprio sopportare che, per quattro lire, fosse stato portato via alla sua famiglia un “pezzo” di Santo Stefano per regalarlo agli americani. E così, il 4 ottobre del 1972, spedì un telegramma all’allora presidente della Repubblica Giovanni Leone nel quale scrisse: «Il mio terreno sia sgomberato dalla base Usa, o fatevi dare una porzione simile di terreno negli Stati Uniti».
 Per capire l’esatta dimensione del danno subìto dai Serra basta fare riferimento a una perizia del tribunale civile di Cagliari, chiamato a derimere la controversia con il ministero della Difesa per i 63 ettari di Santo Stefano “scippati” nell’interesse della Nazione. Ebbene, nel 1988, il tecnico dei giudici attribuì ai terreni lungo la costa dell’isola il valore di 40 mila lire al metro quadro e 20 mila lire per gli altri. Calcolatrice alla mano, si arrivò a una somma molto vicina ai tredici miliardi di lire di allora. Quella cifra, secondo la rivalutazione dei coefficienti Istat, dovrebbe corrispondere oggi a dodici milioni 781 mila 326 euro.
 Negli anni Ottanta, poi, la Marina cercò di prendersi tutta Santo Stefano. L’ammiraglio Antonino Geraci ottenne infatti un decreto per estendere la servitù a tutta l’isola. «Mi rivolsi allora a Francesco Cossiga - dice Pasqualino Serra -. Ricordo che parlai a Roma con il suo capo di gabinetto, Alfredo Masala, e poco dopo il decreto venne ritirato». Evidentemente anche quella volta le esigenze di sicurezza nazionale non dovevano essere così forti.
 Ma quanto costa alla Difesa Santo Stefano? O meglio, quale indennizzo viene corrisposto alla famiglia Serra per i 63 ettari di servitù, compreso il gigantesco sistema sotterraneo dei depositi di munizioni (complessivamente 84.822 metri quadri, una superficie superiore a otto campi da calcio)? Il capo di stato maggiore della Marina, l’ammiraglio Paolo La Rosa il 13 dicembre del 2006 disse in commissione Difesa che, per il quinquiennio 2007-2012, ai proprietari di Santo Stefano sarebbe stato corrisposto un indennizzo di circa 893 mila euro. Commise un errore clamoroso, perché la cifra reale è invece di 893 euro per il quinquennio. Cioé, 178,60 euro l’anno. Soldi che comunque i Serra mai incamereranno, perché le procedure burocratiche per averli sono di molto superiori all’indennizzo stesso.
 Andando a scavare in fondo, cioé fino alle origini di questa servitù che sembra perpetuarsi fuori da ogni logica, ci si imbatte nell’audizione del 13 dicembre 2006 del capo di stato maggiore della Marina, Paolo La Rosa, davanti alla Commissione Difesa della Camera. Ebbene, proprio analizzando con attenzione quell’audizione le perplessità sulla servitù a Santo Stefano, invece di diminuire, aumentano. Il numero uno della Marina, infatti, parlò di «concentrazione strategica» della forza armata in «tre aree geografiche». «Sono i cosiddetti “poli aeronavali” - disse La Rosa -, caratterizzati dalla dislocazione del complesso delle forze operative e delle basi di sostegno. Ad esse fanno capo i necessari supporti operativi e tecnico-logistici, quali le stazioni navali, le stazioni aeromobili, gli stabilimenti di lavoro, le strutture di comando e controllo, i depositi di munizioni e di combustibile, le strutture addestrative e sanitarie e le sistemazioni alloggiative per il personale».
 La Rosa, poi, indicò i tre poli: Taranto e Brindisi, La Spezia e Augusta.
 In questo quadro, che sembra rispondere ad esigenze di efficienza e di operatività, i depositi sottoroccia di Santo Stefano appaiono così un’incomprensibile anomalia. Una contraddizione rispetto ai criteri di concetrazione nei tre poli di cui parlava l’ammiraglio La Rosa. Il naviglio militare dovrebbe infatti percorrere centinaia di miglia per arrivare nell’arcipelago e caricare i missili Aster (che tra l’altro non ci sono ancora), stoccati, tra l’altro, in uno spazio immenso: ben otto ettari e mezzo di gallerie. Impossibile non notare la stridente incongruenza.
 A questo punto nell’arcipelago si sta materializzando un fantasma. E cioé che i depositi incavernati di Santo Stefano possano servire per ospitare non armi, ma altro. Per l’ex presidente della Regione Renato Soru potrebbero diventare il deposito unico nazionale per le scorie nucleari.
 

Piero Mannironi

Quarant’anni di vincoli

La struttura era stata offerta alla Us Navy

LA MADDALENA. La partenza degli americani non ha alterato minimamente l’adagio secondo il quale in questo arcipelago «l’impossibile è altamente probabile». Quando Salvatore Sanna, uno dei maggiori esperti in questioni militari in Sardegna, sintetizzò in quel modo immaginifico, ma sicuramente efficace, la paradossale complessità maddalenina, descriveva un’anomalia politico-giuridica legata soprattutto alla presenza della Us Navy.
 E quindi una realtà deformata dagli accordi segreti bilaterali del 1952 (Mutual security act) e del 1954 (Bilateral infrastructure agreement). Tempi di “Guerra fredda” nei quali, in nome dell’interesse superiore che l’«impero del male» andasse arginato, tutto era consentito. Anche infrangere le regole e aggirare le leggi. Perfino la stessa Costituzione.
 Così, in una surreale e consapevole anormalità, è stato possibile vedere presidenti del Consiglio come Giulio Andreotti e autorevoli ministri della Difesa come Giovanni Spadolini negare la presenza di armi nucleari alla Maddalena. Salvo essere poi smentiti, solo dopo qualche settimana, dalle rivelazioni del nostro giornale che, ripredendo documenti ufficiali americani, scrisse che nel marzo del 1984 il Congresso americano aveva dato l’imprimatur al programma Slcm (Sea launched Cruise missile, ovvero “missili Cruise lanciati dal mare”) con il numero di protocollo Mlc-093. Queste armi, una variante del Tomahawk Bgm 109, erano prodotte dalla General Dynamics e avevano una testata nucleare di 150 chiloton. Come se non bastasse, erano stati resi pubblici perfino i finanziamenti del programma: 458,7 milioni di dollari per il 1984 e 641,6 per il 1985. Dati che non contestò neppure l’ammiraglio Antonino Geraci (ex comandante del Sios Marina e membro del comitato di crisi ristretto nominato da Cossiga durante il sequestro Moro) che, solo poche settimane prima, aveva liquidato i sospetti sulla presenza di Cruise con testata atomica sui sommergibili della classe Los Angeles con una ruvida dichiarazione: «Tutte sciocchezze, quei missili non possono essere montati sui sottomarini!».
 E che dire del fatto che lo stesso ministro della Difesa Spadolini (intesa Stato-Regione del 1987) ammise che i sistemi di controllo sulla radioattività non funzionavano? E infine, cosa dire ancora del fatto che per trent’anni non è mai esistito un vero piano di emergenza in caso di incidente nucleare?
 Ma la più impressionante anomalia per la Maddalena è stata sicuramente quella di vedere dentro un Parco nazionale, con tutti i suoi divieti e limitazioni, dei reattori nucleari ambulanti, cioé i propulsori dei sommergibili Usa Hunter killer.
 Questa lunga stagione di bugie, di mezze verità e di sottili inganni dialettici ha così cementato la percezione che qui, alla Maddalena, il paradosso di Salvatore Sanna, e cioé che l’impossibile può essere davvero molto probabile, è una anomala condizione di normalità. L’incredibile vicenda dei depositi di munizioni sottoroccia di Santo Stefano in questi ultimi mesi sta dimostrando infatti che nulla è cambiato con la partenza della Us Navy.
 E infatti la Difesa, accogliendo le istanze della Marina, ha reimposto la servitù militare per altri cinque anni su strutture che, almeno fino a pochi anni fa, non interessavano, tanto da essere offerte alla Us Navy, come risulta da un documento riservato della Marina statunitense, nome in codice: Risp.
 

Piero Mannironi

 

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