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"La Nuova Sardegna"

SABATO, 13 GIUGNO 2009

Piani anti G8, perquisizioni in tutta l’isola

 ROMA. Hanno preferito non rispondere alle domande del giudice, almeno per ora. Luigi Fallico, Bruno Bellomonte e Beniamino Vincenzi, tre dei presunti terroristi arrestati mercoledì sera dalla Digos e accusati dalla Procura di Roma di voler ricostituire il partito armato sul solco tracciato dalla Br-Pcc, hanno scelto di fare scena muta davanti al gip Maurizio Cavano che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere e guardano già al ricorso al tribunale del riesame. Solo Bruno Bellomonte, il capostazione da tanti anni a Sassari, ha optato per una breve dichiarazione.
 Bruno Bellomonte, assistito dall’avvocato Fabrizio Preziosi (il suo difensore di fiducia Simonetta Crisci era assente perchè fuori Roma), si è però limitato a respingere le accuse e ha fatto presente al gip che la sua è una storia che si ripete. Ha ricordato la vicenda analoga vissuta nel 2006, quando venne arrestato nell’ambito dell’operazione «Arcadia» con altri esponenti del movimento A Manca pro s’Indipendentzia, sospettati di avere pianificato alcuni attentati.
 «Il tribunale del riesame di Sassari - ha detto Bruno Bellomonte - mi ha scarcerato perchè l’intercettazione chiave si riferiva a un periodo in cui mi trovavo in Tunisia».
 E per il suo difensore, l’avvocato Simonetta Crisci, «Bellomonte è un personaggio che si è sempre impegnato per una battaglia politica trasparente, fatta di incontri e manifestazioni pubbliche. La sua attività di sindacalista è nota a tutti. Gli investigatori hanno passato al setaccio la sua abitazione per ore senza trovare neppure l’ombra di un’arma qualsiasi. È la conferma che Bellomonte non ha nulla a che vedere con la lotta armata clandestina».
 Anche il legale di Luigi Fallico, l’ex esponente degli Ucc negli anni Ottanta, considerato dagli inquirenti il capo del gruppo, ha fatto riferimento ai contenuti dell’ordinanza. Per l’avvocato Antonio Ciacco «l’ipotesi accusatoria è come un gigante dai piedi di argilla, perchè non c’è alcun riscontro giudiziariamente valido. Tutto poggia su intercettazioni ambientali e telefoniche che riportano conversazioni dal tono ameno, se non folkloristico. Si tratta di chiacchiere irrilevanti dal punto di vista penale». Gli interrogatori di garanzia si sono svolti nel carcere di Regina Coeli.
 Oggi, per rogatoria e delega al gip di Genova, sono in programma gli interrogatori di Gianfranco Zoja e Riccardo Porcile, mentre quello di Vincenzo Bucciarelli (il sesto arrestato quasi ottantenne, assegnato ai domiciliari) è previsto per la prossima settimana.
 Intanto continuano a trapelare particolari dell’inchiesta portata avanti per due anni dalla Digos di Roma e dal pool antiterrorismo e che, al momento, conta anche una quindicina di indagati.
 Si è appreso che nei giorni scorsi sono state effettuate (oltre a quelle nella città di Sassari) altre due perquisizioni a Siniscola e Cagliari, sempre in ambienti dei movimenti antagonisti e dei comunisti rivoluzionari.
 L’area del Nuorese è quella che viene indicata come riferimento di possibili contatti di Luigi Fallico. Anche in quelle occasioni sarebbero stati sequestrati documenti e materiali di diverso genere, ma niente armi.
 Sembra un passaggio secondario, ma potrebbe riportare d’attualità diverse questioni prettamente sarde (alcune con chiaro intento dimostrativo) sulle quali non è mai stata fatta chiarezza. Dalle intercettazioni dei presunti eredi (un po’ avanti negli anni per la verità) delle Brigate Rosse invece si possono riordinare alcuni elementi riferibili alla Sardegna.
 Il pescatore complice. Salta fuori dall’intercettazione rilevata da una delle ambientali, sempre un dialogo tra Fallico e Bellomonte. L’uomo è un certo Salvatore di Palau. Dice Bellomonte: «Lui pesca lì, e vive lì?». E Fallico: «Fa l’ambulante, lo conoscono tutti, è un meticcio. È bravo e lavora a Palau, poi va alla Maddalena. Dipende da quando arrivano le navi, io lo potrei attivare».
 Ma Bellomonte è scettico: «Se vuoi andare vai, però di sto dicendo: stai molto attento, molto attento. Lì noi non conosciamo nessuno». E Fallico insiste: «Invece è proprio per questo, può servire a livello organizzativo».
 La chiamata da Sassari. Una delle telefonate intercettate dalla Digos a Fallico parte da una cabina telefonica di Sassari, è l’8 maggio 2008: «Ascolti, domani vengo a prendermi quelle cornici». Il corniciaio chiede i dettagli: «E che misure?». Il sardo anonimo: «Sempre quelle, più o meno 20 per 30, di quelle laccate». Per la Digos romana il riferimento alla misura delle cornici, in realtà, dava l’indicazione di data e ora dell’incontro».
 Soldi illegali. In un’altra conversazione Fallico e Bellomonte per l’accusa parlano di denaro di provenienza illecita. Di banconote macchiate di inchiostro (gli inquirenti presumono provenienti da qualche colpo ai bancomat o a portavalori). Bellomonte: «Loro dicono che la macchia è rossa». E Fallico: «Se era rossa se tojeva, se riusciva a toje...».
 Ci sono anche una serie di altri dialoghi, in larga parte insignificanti o riferiti a momenti specifici della fase nazionale, come il presunto collegamento di Fallico con le Brigate Rosse di Lioce, tanto che gli inquirenti ipotizzano «l’appartenenza alla stessa struttura eversiva» e sperano di approdare a nuovi sviluppi sui delitti D’Antona e Biagi, addirittura di arrivare all’arma usata per i due omicidi e che non è mai stata trovata.
 Cresce, intanto, la mobilitazione nel territorio. Ieri il Coordinamento sardo del Partito comunista dei lavoratori ha espresso solidarietà allo «zio Bruno» e «A Manca» e rilanciato la lotta «per la rivoluzione socialista in Sardegna e in Europa». A Manca pro s’Indipendentzia, invece, ha confermato per questa sera una manifestazione a Sassari.
 

Microspie e telecamere, un’ossessione

SASSARI. Chissà se parlavano davvero da esperti, da osservatori bene informati su tutto quello che stava accadendo in previsione del G8 alla Maddalena, o se invece tiravano a indovinare per fare capire a chi li ascoltava che sapevano tutto. Anche quello che doveva essere segreto. E il tono delle conversazioni, in certi momenti, era quasi goliardico, a tratti fantasioso.
 Sapevano di essere seguiti, controllati a vista, «spiati» con sistemi e apparecchiature (potenziate in vista dell’appuntamento di luglio poi spostato all’Aquila) non sempre prevedibili. Per questo si raccomandavano a vicenda «di stare attenti», di «non parlare al telefono». Le loro voci, però, catturate dalle ambientali, riportavano una situazione in continuo aggiornamento. Quasi una sfida a distanza tra i presunti brigatisti e gli apparati dello Stato.
 La storia più significativa è quella delle telecamere, gli «occhi intelligenti» che dovevano spiare ogni movimento nei punti strategici del territorio, da Olbia fino a Sassari, e della presenza dei servizi.
 Bruno Bellomonte fa capire al suo interlocutore, in una delle intercettazioni, di conoscere molto bene la situazione. E mentre parla con Luigi Fallico dice: «Tu pensa che non ci sono solo quelli italiani, ci sono i servizi di tutto il mondo. Sono dappertutto, via mare, via terra, via cielo, anche nelle fognature».
 Lo «zio Bruno» sostiene che «il territorio è stato bonificato al mille per mille, satelliti, microspie e telecamere stanno mettendo. Centocinquantamila euro di telecamere nelle stazioni, anche in quelle chiuse».
 Se le informazioni sono vere l’argomento diventa interessante e dovrebbe essere piuttosto preoccupante per i servizi. Cifre così dettagliate, infatti, non erano certo di dominio pubblico, tanto meno dovevano essere nella disponibilità dei presunti eredi della Brigate Rosse che si preparavano - secondo l’accusa - a rilanciare la lotta armata.
 «Solo a Olbia ne piazzano 15 - dice ancora Bellomonte - alla fine quelli sapranno anche i peli del buco del c... di tutti». E Fallico completa il quadro: «A Sassari saranno una dozzina...».
 C’è anche dell’altro che i due si dicono sempre in merito alle misure di sicurezza in fase di approntamento alla Maddalena in previsione del G8. E quando all’improvviso la sede viene spostata per decisione del Governo all’Aquila, la vicenda genera sconcerto e disorientamento. Dall’attività investigativa - come ha ricordato anche il questore di Roma - infatti non emergono elementi che possano portare a ipotizzare l’intenzione dei presunti brigatisti di voler colpire - con qualcosa di grande, di eclatante - comunque anche all’Aquila. Quello che succede dopo non risulta documentato in alcun modo.

 

VENERDÌ, 12 GIUGNO 2009

Un piano per colpire il G8: sei arresti

L’obiettivo: fare «qualcosa di grosso» alla Maddalena. Spiazzati dallo spostamento all’Aquila

ROMA. Lavoravano per riorganizzare le Brigate Rosse, per rilanciare la lotta armata. E per presentarsi volevano «fare una cosa grande»: un attentato al G8 fissato alla Maddalena e, solo all’ultimo momento, spostato all’Aquila. Una variazione che ha spiazzato i presunti terroristi: mercoledì sera gli arresti a Roma e Genova, tra loro anche Bruno Bellomonte, 59 anni, di origini siciliane ma da oltre trent’anni residente a Sassari.
 In carcere sono finiti Luigi Fallico, 57 anni, soprannominato «Il Corniciaio», per gli inquirenti il capo del gruppo, e Beniamino Vincenzi, 38 anni. A Genova sono stati fermati Riccardo Porcile, 39 anni (sarebbero riconducibili a lui una mitraglietta di origine croata, una bomba a mano e dell’esplosivo), e Gianfranco Zoia, 55 anni (condannato nel 1986 per banda armata; per lui un provvedimento di fermo che dovrà essere convalidato dal gip di Genova). Arresti domiciliari, a Roma, per un anziano che, secondo l’accusa, custodiva la pistola per conto di uno degli arrestati.
 I reati contestati vanno dall’associazione eversiva alla banda armata, fino alla detenzione di armi. Una quindicina gli indagati a piede libero. Sequestrati documenti, alcuni datati («segnale di un percorso seguito») e altri «molto attuali». Il blitz della Digos di Roma, con la collaborazione dei colleghi delle altre città dove si è sviluppata l’operazione, è stato coordinato dai pm Pietro Savioti, responsabile del pool antiterrorismo, e Erminio Amelio. L’ordinanza di 83 pagine è stata emessa dal gip Maurizio Caivano.
 Il collegamento sardo dell’inchiesta avviata due anni fa, a parte l’intenzione degli «eredi delle Br» di fare qualcosa di eclatante in occasione del G8 alla Maddalena, è in fondo una sorpresa. Si chiama Bruno Bellomonte, 60 anni da compiere tra qualche mese, indipendentista e «patriota», uscito senza macchia dal filone sardo di una indagine sui gruppi eversivi che nel 2006 aveva portato in carcere dieci persone. Venne rimesso in libertà perchè i suoi legali dimostrarono che quella voce intercettata il 26 agosto 2003 da una microspia non poteva essere sua: in quella stessa data, infatti, era in Tunisia. Ordinanza annullata.
 Ora la novità. Bruno Bellomonte è stato fermato all’aeroporto di Roma, appena arrivato dalla Sicilia, dove pare si fosse recato per fare visita a dei parenti. Secondo gli investigatori della Digos romana era diretto a un appuntamento concordato con Luigi Fallico, nel negozio di via Cipriano Facchinetti. Una di quelle cose da fare con «metodo brigatista»: incontri in luoghi pubblici, seguendo le cosiddette tecniche di «spedinamento».
 Dalle intercettazioni messe in ordine, «figurate» con il riconoscimento degli interlocutori, emerge che Fallico - negli anni Settanta gravitava nel Movimento dei comunisti rivoluzionari e poi nei Nuclei comunisti combattenti - aveva contattato numerosi esponenti (alcuni dei quali già coinvolti come fiancheggiatori delle Nuove Brigate Rosse) per coinvolgerli nel suo progetto di riorganizzazione della lotta armata. Nell’ordinanza del gip, un capitolo specifico disegna proprio i presunti rapporti intercorsi tra Luigi Fallico e Bruno Bellomonte che vengono definiti «con un grado di conoscenza profondo delle dinamiche operative».
 Soprattutto il primo, parla - secondo gli inquirenti - come uno «che ha fatto parte delle Br-Pcc con significativo grado di introneità». E si permette anche di sindacare sul metodo operativo usato da Nadia Desdemona Lioce (condannata all’ergastolo in via definitiva per gli omicidi di Marco Biagi e Massimo D’Antona) di inserire nei computer, e quindi di portarsi dietro, materiale documentale di organizzazione. La giustifica anche per «il suo stato di depressione che l’ha portata ad abbassare la guardia». Secondo il gip, Fallico «fa riferimento pure a Mario Galesi, il terrorista ucciso in uno scontro a fuoco con la Polfer il 2 marzo del 2003 sul treno Arezzo-Firenze, durante il quale fu assassinato l’agente di polizia Emanuele Petri, e all’esito di quella vicenda dopo la sparatoria».
 Il 16 dicembre del 2008, la Digos di Roma - quando i colleghi della questura di Sassari si sono già insediati da due mesi alla Maddalena e, su disposizione del questore Cesare Palermi, hanno avviato l’attività di verifica - approfondisce le conoscenze sul presunto piano dei terroristi per colpire al vertice del G8. Una «ambientale» consente di ascoltare il dialogo tra Luigi Fallico e Bruno Bellomonte. I due - secondo gli inquirenti - buttano giù qualche idea su come preparare l’iniziativa eclatante.
 «L’importante è che si fa qualcosa di grosso - afferma Fallico - poi la pago, non me ne frega un cazzo, vada come vada, il cento per cento non si può mai ottenere». Bruno Bellomonte appare scettico, riflessivo: «Soprattutto nelle nostre condizioni, non ci arriveremo».
 Fallico, però, insiste: «Secondo me ogni organizzazione dovrebbe fare una analisi corretta e valutare attentamente la situazione. Seconda cosa, occorre avere eventualmente un programma di minima e uno di massima; quello di minima attuativo, quello di massima che abbia i crismi per arrivare a determinate cose, però bisogna farlo...». Poi l’ex esponente dei Comunisti rivoluzionari aggiunge: «Bene o male un po’ di tecnologia ce l’abbiamo se uniamo le intelligenze». E propone di fare i sopralluoghi: «Ci deve andare uno tranquillo, pulito, affittando una casa».
 E per l’attentato l’idea è quella di ricorrere a modellini radiocomandati: «Lo stavo pensando - sostiene Fallico - io sta fissa dei modellini ce l’ho già da un po’». Bruno Bellomonte (secondo gli investigatori l’altra voce) sembra acconsentire: «Anche io ci ho pensato a casa: 49 hertz (?) possono arrivare a fare uno grande a due chilometri, a due o tre chilometri il più grande. Io quella zona la conosco abbastanza bene».

Giovedì 11 Giugno 2009

G8, attacco Br alla Maddalena, c'è un sardo tra gli arrestati

   Avrebbero progettato anche un attentato in occasione del G8 che si sarebbe dovuto tenere alla Maddalena le persone arrestate nell'ambito dell'operazione antiterrorismo condotta dalla magistratura romana. Tra queste c’è anche Bruno Bellomonte dirigente del movimento 'a Manca pro d'Indipendentzia'. Il gruppo, secondo chi indaga, "stava studiando un modo di eludere i sistemi di sicurezza" del G8 maddalenino

La circostanza sarebbe emersa da una serie di intercettazioni alle quali sono stati sottoposti gli indagati. I reati contestati, a seconda delle posizioni, sono di associazione per delinquere finalizzata al terrorismo, banda armata e detenzione di armi. Dagli accertamenti è emerso che Luigi Fallico avrebbe contattato numerosi esponenti, alcuni dei quali già coinvolti come fiancheggiatori delle nuove Brigate rosse, nel suo progetto di ripristino della lotta armata. Tra i fiancheggiatori contattati, anche uno coinvolto nelle indagini sull'omicidio del giuslavorista Massimo D'Antona, ucciso in via Salaria il 20 maggio 1999. I milanesi coinvolti nell'inchiesta dei Pm Pietro Saviotti ed Erminio Amelio avrebbero avuto legami con alcuni esponenti legati alle Brigate rosse e fatti arrestare negli scorsi anni dal pm Ilda Boccassini.

SICUREZZA. Secondo quanto è emerso dall'inchiesta della procura di Roma che ha smantellato un gruppo di presunti terroristi che si ponevano "in continuità con le Br", la cellula stava studiando i sistemi di videosorveglianza che si stavano mettendo a punto alla Maddalena dove inizialmente si sarebbe dovuto svolgere il G8, poi trasferito a L'Aquila. Il gruppo di Fallico, secondo chi indaga, "stava studiando un modo di eludere i sistemi di sicurezza".

LA STRATEGIA. Anche legami definiti diretti con la brigatista Nadia Desdemona Lioce, la leader dell'organizzazione sovversiva che ha firmato gli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi. E' quanto emerso nell'inchiesta della procura di Roma sul tentativo di riannodamento delle fila della lotta armata. I contatti diretti, secondo gli inquirenti e gli investigatori della Digos di Roma, erano tra Luigi Fallico, considerato il capo del gruppo smantellato oggi, e la stessa Lioce. L'inchiesta giudiziaria è nata anche dallo sviluppo dei contenuti di alcuni documenti sequestrati a due Br, Roberto Morandi e Cinzia Banelli (quest'ultima si è pentita), e monitorando i "contatti dialettici" tra gli stessi brigatisti ed la galassia del "movimento rivoluzionario". Analogie tra le Br ed il gruppo di presunti terroristi arrestati oggi emergono, secondo le indagini della Digos, anche nel modus operandi adottato dagli arrestati. In particolare, gli indagati evitavano di parlare al telefono dei loro propositi nel timore di essere intercettati, ma si limitavano a fissare appuntamenti, secondo la consolidata prassi brigatista dei cosiddetti "recuperi strategici", per discutere delle loro finalità politiche

GLI ARRESTATI. Era l'ex br Luigi Fallico, 57 anni, soprannominato "il corniciaio", il capo della cellula di presunti terroristi che secondo gli inquirenti "si poneva nel solco di continuità della Brigate Rosse". Fallico è stato arrestato a Roma in esecuzione di una ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Maurizio Caivano su richiesta del coordinatore del pool antiterrorismo della procura di Roma Pietro Saviotti e del pm Erminio Amelio. In carcere anche Bruno Bellomonte, 60 anni, arrestato dalla Digos di Roma mentre era a Roma per incontrare Fallico. Misura cautelare in carcere anche per Beniamino Vincenzi, 38 anni, anche lui arrestato nella capitale. A Genova è stato arrestato Riccardo Porcile, 39 anni e fermato su richiesta dei pm Gianfranco Zoia. Ai domiciliari è finita una sesta persona in relazione alla età avanzata. Oltre alle misure cautelari nell'inchiesta vi sono 15 indagati tra cui Ernesto Morlacchi, figlio dell'ex Br Pierino Morlacchi. Per tutti le accuse sono di banda armata, associazione eversiva ed armi. Secondo quanto si è appreso molti incontri si sono svolti nella bottega romana di cornici di Fallico come risulta da intercettazioni ambientali.

SARDO ARRESTATO. E' un dirigente del movimento 'a Manca pro d'Indipendentzià il sardo arrestato a Roma dalla Digos nell'ambito di un'operazione antiterrorismo. Si chiama Bruno Bellomonte ed è componente del 'Direttivu Politicu Natzionalè dell'organizzazione. L'ha reso noto lo stesso movimento, spiegando che dalle notizie frammentarie ricevute l'accusa a suo carico sarebbe di partecipazione a banda armata e associazione sovversiva. "A Manca pro s'Indipendentzia, organizzazione comunista indipendentista in lotta per l'indipendenza nazionale della patria sarda e per la liberazione del Popolu Traballadore Sardu, rivendica con forza - si legge in una nota - l'appartenenza del compagno Bruno Bellomonte alla propria e solo alla propria struttura organizzativa e al Movimentu de Liberazione Natzionale Sardu più in generale. Il compagno si è sempre distinto nelle lotte anticolonialiste ed indipendentiste che l'organizzazione a Manca pro s'indipendentzia ha in questi anni portato avanti per la liberazione nazionale e sociale del nostro popolo; la sua eccellente condotta rivoluzionaria è sempre stata alla luce del sole e non ha mai avuto alcunchè di clandestino nè di armato".

‘UN BR MUORE BR’. "Un brigatista non va in pensione, un brigatista muore brigatista". Così parlava in una intercettazione ambientale Luigi Fallico, romano ex terrorista delle Unità comuniste combattenti (Ucc), soprannominato 'il corniciaio’, e capo del gruppo di presunti terroristi che secondo gli inquirenti della procura di Roma "intendevano porsi nel solco delle Br" e ricostituire il Partito comunista combattente. Tra i quindici indagati vi sarebbero alcune persone dell'area milanese che dopo l'inchiesta del pm Ilda Boccassini sulle nuove Br si sarebbero "autocongelati". La Digos ha anche sequestrato numerose armi: una mitraglietta fabbricata in Croazia, bombe a mano e pistole con relativi munizionamenti, micce e detonatori. L'inchiesta è cominciata due anni fa ma, sottolineano gli inquirenti, a differenza del 1999 - quando le Brigate rosse colpirono con l'attentato mortale a Massimo D'Antona e si riproposero dopo anni di silenzio sullo scenario della lotta armata- le attività di investigazione hanno consentito di monitorare "sul nascere e sul crescere" questo gruppo. Dal materiale sequestrato gli inquirenti stanno cercando di capire se il gruppo ha compiuto rapine di autofinanziamento. Sicuramente il sospetto è quello che tentavano di "ripulire" denaro di provenienza illecita.

 

 

 

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