ROMA. Hanno
preferito non rispondere alle domande del giudice, almeno per ora.
Luigi Fallico, Bruno Bellomonte e Beniamino Vincenzi, tre dei
presunti terroristi arrestati mercoledì sera dalla Digos e accusati
dalla Procura di Roma di voler ricostituire il partito armato sul
solco tracciato dalla Br-Pcc, hanno scelto di fare scena muta
davanti al gip Maurizio Cavano che ha firmato l’ordinanza di
custodia cautelare in carcere e guardano già al ricorso al tribunale
del riesame. Solo Bruno Bellomonte, il capostazione da tanti anni a
Sassari, ha optato per una breve dichiarazione. Bruno Bellomonte, assistito dall’avvocato
Fabrizio Preziosi (il suo difensore di fiducia Simonetta Crisci era
assente perchè fuori Roma), si è però limitato a respingere le
accuse e ha fatto presente al gip che la sua è una storia che si
ripete. Ha ricordato la vicenda analoga vissuta nel 2006, quando
venne arrestato nell’ambito dell’operazione «Arcadia» con altri
esponenti del movimento A Manca pro s’Indipendentzia, sospettati di
avere pianificato alcuni attentati.
«Il tribunale del riesame di Sassari - ha detto Bruno Bellomonte -
mi ha scarcerato perchè l’intercettazione chiave si riferiva a un
periodo in cui mi trovavo in Tunisia».
E per il suo difensore, l’avvocato Simonetta Crisci, «Bellomonte è
un personaggio che si è sempre impegnato per una battaglia politica
trasparente, fatta di incontri e manifestazioni pubbliche. La sua
attività di sindacalista è nota a tutti. Gli investigatori hanno
passato al setaccio la sua abitazione per ore senza trovare neppure
l’ombra di un’arma qualsiasi. È la conferma che Bellomonte non ha
nulla a che vedere con la lotta armata clandestina».
Anche il legale di Luigi Fallico, l’ex esponente degli Ucc negli
anni Ottanta, considerato dagli inquirenti il capo del gruppo, ha
fatto riferimento ai contenuti dell’ordinanza. Per l’avvocato
Antonio Ciacco «l’ipotesi accusatoria è come un gigante dai piedi di
argilla, perchè non c’è alcun riscontro giudiziariamente valido.
Tutto poggia su intercettazioni ambientali e telefoniche che
riportano conversazioni dal tono ameno, se non folkloristico. Si
tratta di chiacchiere irrilevanti dal punto di vista penale». Gli
interrogatori di garanzia si sono svolti nel carcere di Regina Coeli.
Oggi, per rogatoria e delega al gip di Genova, sono in programma
gli interrogatori di Gianfranco Zoja e Riccardo Porcile, mentre
quello di Vincenzo Bucciarelli (il sesto arrestato quasi ottantenne,
assegnato ai domiciliari) è previsto per la prossima settimana.
Intanto continuano a trapelare particolari dell’inchiesta portata
avanti per due anni dalla Digos di Roma e dal pool antiterrorismo e
che, al momento, conta anche una quindicina di indagati.
Si è appreso che nei giorni scorsi sono state effettuate (oltre a
quelle nella città di Sassari) altre due perquisizioni a Siniscola e
Cagliari, sempre in ambienti dei movimenti antagonisti e dei
comunisti rivoluzionari.
L’area del Nuorese è quella che viene indicata come riferimento di
possibili contatti di Luigi Fallico. Anche in quelle occasioni
sarebbero stati sequestrati documenti e materiali di diverso genere,
ma niente armi.
Sembra un passaggio secondario, ma potrebbe riportare d’attualità
diverse questioni prettamente sarde (alcune con chiaro intento
dimostrativo) sulle quali non è mai stata fatta chiarezza. Dalle
intercettazioni dei presunti eredi (un po’ avanti negli anni per la
verità) delle Brigate Rosse invece si possono riordinare alcuni
elementi riferibili alla Sardegna. Il pescatore complice. Salta fuori dall’intercettazione
rilevata da una delle ambientali, sempre un dialogo tra Fallico e
Bellomonte. L’uomo è un certo Salvatore di Palau. Dice Bellomonte:
«Lui pesca lì, e vive lì?». E Fallico: «Fa l’ambulante, lo conoscono
tutti, è un meticcio. È bravo e lavora a Palau, poi va alla
Maddalena. Dipende da quando arrivano le navi, io lo potrei
attivare».
Ma Bellomonte è scettico: «Se vuoi andare vai, però di sto dicendo:
stai molto attento, molto attento. Lì noi non conosciamo nessuno». E
Fallico insiste: «Invece è proprio per questo, può servire a livello
organizzativo». La chiamata da Sassari. Una delle telefonate intercettate
dalla Digos a Fallico parte da una cabina telefonica di Sassari, è
l’8 maggio 2008: «Ascolti, domani vengo a prendermi quelle cornici».
Il corniciaio chiede i dettagli: «E che misure?». Il sardo anonimo:
«Sempre quelle, più o meno 20 per 30, di quelle laccate». Per la
Digos romana il riferimento alla misura delle cornici, in realtà,
dava l’indicazione di data e ora dell’incontro». Soldi illegali. In un’altra conversazione Fallico e
Bellomonte per l’accusa parlano di denaro di provenienza illecita.
Di banconote macchiate di inchiostro (gli inquirenti presumono
provenienti da qualche colpo ai bancomat o a portavalori).
Bellomonte: «Loro dicono che la macchia è rossa». E Fallico: «Se era
rossa se tojeva, se riusciva a toje...».
Ci sono anche una serie di altri dialoghi, in larga parte
insignificanti o riferiti a momenti specifici della fase nazionale,
come il presunto collegamento di Fallico con le Brigate Rosse di
Lioce, tanto che gli inquirenti ipotizzano «l’appartenenza alla
stessa struttura eversiva» e sperano di approdare a nuovi sviluppi
sui delitti D’Antona e Biagi, addirittura di arrivare all’arma usata
per i due omicidi e che non è mai stata trovata.
Cresce, intanto, la mobilitazione nel territorio. Ieri il
Coordinamento sardo del Partito comunista dei lavoratori ha espresso
solidarietà allo «zio Bruno» e «A Manca» e rilanciato la lotta «per
la rivoluzione socialista in Sardegna e in Europa». A Manca pro s’Indipendentzia,
invece, ha confermato per questa sera una manifestazione a Sassari.
Microspie e telecamere, un’ossessione
SASSARI.
Chissà se parlavano davvero da esperti, da osservatori bene
informati su tutto quello che stava accadendo in previsione del G8
alla Maddalena, o se invece tiravano a indovinare per fare capire a
chi li ascoltava che sapevano tutto. Anche quello che doveva essere
segreto. E il tono delle conversazioni, in certi momenti, era quasi
goliardico, a tratti fantasioso.
Sapevano di essere seguiti, controllati a vista, «spiati» con
sistemi e apparecchiature (potenziate in vista dell’appuntamento di
luglio poi spostato all’Aquila) non sempre prevedibili. Per questo
si raccomandavano a vicenda «di stare attenti», di «non parlare al
telefono». Le loro voci, però, catturate dalle ambientali,
riportavano una situazione in continuo aggiornamento. Quasi una
sfida a distanza tra i presunti brigatisti e gli apparati dello
Stato.
La storia più significativa è quella delle telecamere, gli «occhi
intelligenti» che dovevano spiare ogni movimento nei punti
strategici del territorio, da Olbia fino a Sassari, e della presenza
dei servizi.
Bruno Bellomonte fa capire al suo interlocutore, in una delle
intercettazioni, di conoscere molto bene la situazione. E mentre
parla con Luigi Fallico dice: «Tu pensa che non ci sono solo quelli
italiani, ci sono i servizi di tutto il mondo. Sono dappertutto, via
mare, via terra, via cielo, anche nelle fognature».
Lo «zio Bruno» sostiene che «il territorio è stato bonificato al
mille per mille, satelliti, microspie e telecamere stanno mettendo.
Centocinquantamila euro di telecamere nelle stazioni, anche in
quelle chiuse».
Se le informazioni sono vere l’argomento diventa interessante e
dovrebbe essere piuttosto preoccupante per i servizi. Cifre così
dettagliate, infatti, non erano certo di dominio pubblico, tanto
meno dovevano essere nella disponibilità dei presunti eredi della
Brigate Rosse che si preparavano - secondo l’accusa - a rilanciare
la lotta armata.
«Solo a Olbia ne piazzano 15 - dice ancora Bellomonte - alla fine
quelli sapranno anche i peli del buco del c... di tutti». E Fallico
completa il quadro: «A Sassari saranno una dozzina...».
C’è anche dell’altro che i due si dicono sempre in merito alle
misure di sicurezza in fase di approntamento alla Maddalena in
previsione del G8. E quando all’improvviso la sede viene spostata
per decisione del Governo all’Aquila, la vicenda genera sconcerto e
disorientamento. Dall’attività investigativa - come ha ricordato
anche il questore di Roma - infatti non emergono elementi che
possano portare a ipotizzare l’intenzione dei presunti brigatisti di
voler colpire - con qualcosa di grande, di eclatante - comunque
anche all’Aquila. Quello che succede dopo non risulta documentato in
alcun modo.
VENERDÌ, 12 GIUGNO 2009
Un piano per colpire il G8: sei
arresti
L’obiettivo: fare «qualcosa di
grosso» alla Maddalena. Spiazzati dallo spostamento all’Aquila
ROMA.
Lavoravano per riorganizzare le Brigate Rosse, per rilanciare la
lotta armata. E per presentarsi volevano «fare una cosa grande»: un
attentato al G8 fissato alla Maddalena e, solo all’ultimo momento,
spostato all’Aquila. Una variazione che ha spiazzato i presunti
terroristi: mercoledì sera gli arresti a Roma e Genova, tra loro
anche Bruno Bellomonte, 59 anni, di origini siciliane ma da oltre
trent’anni residente a Sassari. In carcere sono finiti Luigi Fallico, 57
anni, soprannominato «Il Corniciaio», per gli inquirenti il capo del
gruppo, e Beniamino Vincenzi, 38 anni. A Genova sono stati fermati
Riccardo Porcile, 39 anni (sarebbero riconducibili a lui una
mitraglietta di origine croata, una bomba a mano e dell’esplosivo),
e Gianfranco Zoia, 55 anni (condannato nel 1986 per banda armata;
per lui un provvedimento di fermo che dovrà essere convalidato dal
gip di Genova). Arresti domiciliari, a Roma, per un anziano che,
secondo l’accusa, custodiva la pistola per conto di uno degli
arrestati.
I reati contestati vanno dall’associazione eversiva alla banda
armata, fino alla detenzione di armi. Una quindicina gli indagati a
piede libero. Sequestrati documenti, alcuni datati («segnale di un
percorso seguito») e altri «molto attuali». Il blitz della Digos di
Roma, con la collaborazione dei colleghi delle altre città dove si è
sviluppata l’operazione, è stato coordinato dai pm Pietro Savioti,
responsabile del pool antiterrorismo, e Erminio Amelio. L’ordinanza
di 83 pagine è stata emessa dal gip Maurizio Caivano.
Il collegamento sardo dell’inchiesta avviata due anni fa, a parte
l’intenzione degli «eredi delle Br» di fare qualcosa di eclatante in
occasione del G8 alla Maddalena, è in fondo una sorpresa. Si chiama
Bruno Bellomonte, 60 anni da compiere tra qualche mese,
indipendentista e «patriota», uscito senza macchia dal filone sardo
di una indagine sui gruppi eversivi che nel 2006 aveva portato in
carcere dieci persone. Venne rimesso in libertà perchè i suoi legali
dimostrarono che quella voce intercettata il 26 agosto 2003 da una
microspia non poteva essere sua: in quella stessa data, infatti, era
in Tunisia. Ordinanza annullata.
Ora la novità. Bruno Bellomonte è stato fermato all’aeroporto di
Roma, appena arrivato dalla Sicilia, dove pare si fosse recato per
fare visita a dei parenti. Secondo gli investigatori della Digos
romana era diretto a un appuntamento concordato con Luigi Fallico,
nel negozio di via Cipriano Facchinetti. Una di quelle cose da fare
con «metodo brigatista»: incontri in luoghi pubblici, seguendo le
cosiddette tecniche di «spedinamento».
Dalle intercettazioni messe in ordine, «figurate» con il
riconoscimento degli interlocutori, emerge che Fallico - negli anni
Settanta gravitava nel Movimento dei comunisti rivoluzionari e poi
nei Nuclei comunisti combattenti - aveva contattato numerosi
esponenti (alcuni dei quali già coinvolti come fiancheggiatori delle
Nuove Brigate Rosse) per coinvolgerli nel suo progetto di
riorganizzazione della lotta armata. Nell’ordinanza del gip, un
capitolo specifico disegna proprio i presunti rapporti intercorsi
tra Luigi Fallico e Bruno Bellomonte che vengono definiti «con un
grado di conoscenza profondo delle dinamiche operative».
Soprattutto il primo, parla - secondo gli inquirenti - come uno
«che ha fatto parte delle Br-Pcc con significativo grado di
introneità». E si permette anche di sindacare sul metodo operativo
usato da Nadia Desdemona Lioce (condannata all’ergastolo in via
definitiva per gli omicidi di Marco Biagi e Massimo D’Antona) di
inserire nei computer, e quindi di portarsi dietro, materiale
documentale di organizzazione. La giustifica anche per «il suo stato
di depressione che l’ha portata ad abbassare la guardia». Secondo il
gip, Fallico «fa riferimento pure a Mario Galesi, il terrorista
ucciso in uno scontro a fuoco con la Polfer il 2 marzo del 2003 sul
treno Arezzo-Firenze, durante il quale fu assassinato l’agente di
polizia Emanuele Petri, e all’esito di quella vicenda dopo la
sparatoria».
Il 16 dicembre del 2008, la Digos di Roma - quando i colleghi della
questura di Sassari si sono già insediati da due mesi alla Maddalena
e, su disposizione del questore Cesare Palermi, hanno avviato
l’attività di verifica - approfondisce le conoscenze sul presunto
piano dei terroristi per colpire al vertice del G8. Una «ambientale»
consente di ascoltare il dialogo tra Luigi Fallico e Bruno
Bellomonte. I due - secondo gli inquirenti - buttano giù qualche
idea su come preparare l’iniziativa eclatante.
«L’importante è che si fa qualcosa di grosso - afferma Fallico -
poi la pago, non me ne frega un cazzo, vada come vada, il cento per
cento non si può mai ottenere». Bruno Bellomonte appare scettico,
riflessivo: «Soprattutto nelle nostre condizioni, non ci
arriveremo».
Fallico, però, insiste: «Secondo me ogni organizzazione dovrebbe
fare una analisi corretta e valutare attentamente la situazione.
Seconda cosa, occorre avere eventualmente un programma di minima e
uno di massima; quello di minima attuativo, quello di massima che
abbia i crismi per arrivare a determinate cose, però bisogna
farlo...». Poi l’ex esponente dei Comunisti rivoluzionari aggiunge:
«Bene o male un po’ di tecnologia ce l’abbiamo se uniamo le
intelligenze». E propone di fare i sopralluoghi: «Ci deve andare uno
tranquillo, pulito, affittando una casa».
E per l’attentato l’idea è quella di ricorrere a modellini
radiocomandati: «Lo stavo pensando - sostiene Fallico - io sta fissa
dei modellini ce l’ho già da un po’». Bruno Bellomonte (secondo gli
investigatori l’altra voce) sembra acconsentire: «Anche io ci ho
pensato a casa: 49 hertz (?) possono arrivare a fare uno grande a
due chilometri, a due o tre chilometri il più grande. Io quella zona
la conosco abbastanza bene».
Giovedì 11 Giugno 2009
G8, attacco Br alla Maddalena, c'è un
sardo tra gli arrestati
Avrebbero progettato anche un attentato in occasione del G8 che si
sarebbe dovuto tenere alla Maddalena le persone arrestate
nell'ambito dell'operazione antiterrorismo condotta dalla
magistratura romana. Tra queste c’è anche Bruno Bellomonte dirigente
del movimento 'a Manca pro d'Indipendentzia'. Il gruppo, secondo chi
indaga, "stava studiando un modo di eludere i sistemi di sicurezza"
del G8 maddalenino
La circostanza sarebbe emersa da una
serie di intercettazioni alle quali sono stati sottoposti gli
indagati. I reati contestati, a seconda delle posizioni, sono di
associazione per delinquere finalizzata al terrorismo, banda armata
e detenzione di armi. Dagli accertamenti è emerso che Luigi Fallico
avrebbe contattato numerosi esponenti, alcuni dei quali già
coinvolti come fiancheggiatori delle nuove Brigate rosse, nel suo
progetto di ripristino della lotta armata. Tra i fiancheggiatori
contattati, anche uno coinvolto nelle indagini sull'omicidio del
giuslavorista Massimo D'Antona, ucciso in via Salaria il 20 maggio
1999. I milanesi coinvolti nell'inchiesta dei Pm Pietro Saviotti ed
Erminio Amelio avrebbero avuto legami con alcuni esponenti legati
alle Brigate rosse e fatti arrestare negli scorsi anni dal pm Ilda
Boccassini.
SICUREZZA.
Secondo quanto è emerso dall'inchiesta della procura
di Roma che ha smantellato un gruppo di presunti terroristi che si
ponevano "in continuità con le Br", la cellula stava studiando i
sistemi di videosorveglianza che si stavano mettendo a punto alla
Maddalena dove inizialmente si sarebbe dovuto svolgere il G8, poi
trasferito a L'Aquila. Il gruppo di Fallico, secondo chi indaga,
"stava studiando un modo di eludere i sistemi di sicurezza".
LA STRATEGIA.
Anche legami definiti diretti con la brigatista Nadia
Desdemona Lioce, la leader dell'organizzazione sovversiva che ha
firmato gli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi. E' quanto
emerso nell'inchiesta della procura di Roma sul tentativo di
riannodamento delle fila della lotta armata. I contatti diretti,
secondo gli inquirenti e gli investigatori della Digos di Roma,
erano tra Luigi Fallico, considerato il capo del gruppo smantellato
oggi, e la stessa Lioce. L'inchiesta giudiziaria è nata anche dallo
sviluppo dei contenuti di alcuni documenti sequestrati a due Br,
Roberto Morandi e Cinzia Banelli (quest'ultima si è pentita), e
monitorando i "contatti dialettici" tra gli stessi brigatisti ed la
galassia del "movimento rivoluzionario". Analogie tra le Br ed il
gruppo di presunti terroristi arrestati oggi emergono, secondo le
indagini della Digos, anche nel modus operandi adottato dagli
arrestati. In particolare, gli indagati evitavano di parlare al
telefono dei loro propositi nel timore di essere intercettati, ma si
limitavano a fissare appuntamenti, secondo la consolidata prassi
brigatista dei cosiddetti "recuperi strategici", per discutere delle
loro finalità politiche
GLI ARRESTATI.
Era l'ex br Luigi Fallico, 57 anni, soprannominato "il corniciaio",
il capo della cellula di presunti terroristi che secondo gli
inquirenti "si poneva nel solco di continuità della Brigate Rosse".
Fallico è stato arrestato a Roma in esecuzione di una ordinanza di
custodia cautelare emessa dal gip Maurizio Caivano su richiesta del
coordinatore del pool antiterrorismo della procura di Roma Pietro
Saviotti e del pm Erminio Amelio. In carcere anche Bruno Bellomonte,
60 anni, arrestato dalla Digos di Roma mentre era a Roma per
incontrare Fallico. Misura cautelare in carcere anche per Beniamino
Vincenzi, 38 anni, anche lui arrestato nella capitale. A Genova è
stato arrestato Riccardo Porcile, 39 anni e fermato su richiesta dei
pm Gianfranco Zoia. Ai domiciliari è finita una sesta persona in
relazione alla età avanzata. Oltre alle misure cautelari
nell'inchiesta vi sono 15 indagati tra cui Ernesto Morlacchi, figlio
dell'ex Br Pierino Morlacchi. Per tutti le accuse sono di banda
armata, associazione eversiva ed armi. Secondo quanto si è appreso
molti incontri si sono svolti nella bottega romana di cornici di
Fallico come risulta da intercettazioni ambientali.
SARDO ARRESTATO.
E' un dirigente del movimento 'a Manca pro d'Indipendentzià
il sardo arrestato a Roma dalla Digos nell'ambito di un'operazione
antiterrorismo. Si chiama Bruno Bellomonte ed è componente del 'Direttivu
Politicu Natzionalè dell'organizzazione. L'ha reso noto lo stesso
movimento, spiegando che dalle notizie frammentarie ricevute
l'accusa a suo carico sarebbe di partecipazione a banda armata e
associazione sovversiva. "A Manca pro s'Indipendentzia,
organizzazione comunista indipendentista in lotta per l'indipendenza
nazionale della patria sarda e per la liberazione del Popolu
Traballadore Sardu, rivendica con forza - si legge in una nota -
l'appartenenza del compagno Bruno Bellomonte alla propria e solo
alla propria struttura organizzativa e al Movimentu de Liberazione
Natzionale Sardu più in generale. Il compagno si è sempre distinto
nelle lotte anticolonialiste ed indipendentiste che l'organizzazione
a Manca pro s'indipendentzia ha in questi anni portato avanti per la
liberazione nazionale e sociale del nostro popolo; la sua eccellente
condotta rivoluzionaria è sempre stata alla luce del sole e non ha
mai avuto alcunchè di clandestino nè di armato".
‘UN BR MUORE BR’.
"Un brigatista non va in pensione, un brigatista muore brigatista".
Così parlava in una intercettazione ambientale Luigi Fallico, romano
ex terrorista delle Unità comuniste combattenti (Ucc),
soprannominato 'il corniciaio’, e capo del gruppo di presunti
terroristi che secondo gli inquirenti della procura di Roma
"intendevano porsi nel solco delle Br" e ricostituire il Partito
comunista combattente. Tra i quindici indagati vi sarebbero alcune
persone dell'area milanese che dopo l'inchiesta del pm Ilda
Boccassini sulle nuove Br si sarebbero "autocongelati". La Digos ha
anche sequestrato numerose armi: una mitraglietta fabbricata in
Croazia, bombe a mano e pistole con relativi munizionamenti, micce e
detonatori. L'inchiesta è cominciata due anni fa ma, sottolineano
gli inquirenti, a differenza del 1999 - quando le Brigate rosse
colpirono con l'attentato mortale a Massimo D'Antona e si
riproposero dopo anni di silenzio sullo scenario della lotta armata-
le attività di investigazione hanno consentito di monitorare "sul
nascere e sul crescere" questo gruppo. Dal materiale sequestrato gli
inquirenti stanno cercando di capire se il gruppo ha compiuto rapine
di autofinanziamento. Sicuramente il sospetto è quello che tentavano
di "ripulire" denaro di provenienza illecita.