LUNEDÌ, 06 LUGLIO 2009
G8 mancato: dal sogno alla rabbia
L’atteso miracolo economico si è
trasformato in una beffa

LA MADDALENA. I più ottimisti
solo pochi mesi fa pensavano di incrociare lo sguardo di Barack
Obama. Proprio lì, a un passo dalle loro case. Invece lo vedranno
soltanto in tv. L’addio al G8, che comincia mercoledì, ma
all’Aquila, per i maddalenini è ancora una ferita aperta.
Soprattutto in Gallura, nel bene e nel male, il supervertice
era diventato la panacea di tutti i mali. La carta di credito che
per due anni ha pagato ogni opera pubblica e promesso cantieri a
mani basse (363 milioni di euro l’investimento complessivo solo alla
Maddalena). Alberghi e conference center, ma anche strade, porti,
una pista più lunga per l’aeroporto, caserme e questure nuove di
zecca. Di tutto e di più. Almeno nei sogni, doveva essere il motore
di un nuovo miracolo economico capace di guidare la riconversione
dell’arcipelago dopo il protettorato militare. Più realisticamente,
era diventato il pentolone dove cucinare una ribalta internazionale
che comunque l’isola non aveva mai conosciuto prima.
Dall’altare alla polvere, oggi La Maddalena deve accontentarsi di
una beffarda citazione nel simbolo del summit e della promessa,
l’ennesima, di nove-dicesi-nove vertici internazionali nel
conference center proteso sul marte, firmato dall’architetto Stefano
Boeri. Per il resto tanta delusione e accenni di rivolta,
soprattutto da parte degli amministratori e degli operatori
turistici che avevano impegnato strutture e risorse in vista del
grande evento ritrovandosi poi con alberghi vuoti e un pugno di
mosche in mano. Il sindaco Angelo Comiti ancora ieri, presentando il
programma di spettacoli per l’estate, parlava di «sabotaggio». E già
questo la dice lunga sull’umore dei maddalenini che il «loro» G8 lo
vedranno solo in tv.
Nel marasma generale è andata bene, anzi benissimo, solo al gruppo
industriale di Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, che si
è aggiudicato (chiavi in mano e per 40 anni) la gestione dell’ex
arsenale diventato albergo, palazzo dei congressi e media center. Ha
speso solo 40 milioni per completare un investimento pubblico di ben
206. Un affarone.
Tra business e rimpianti, la cronistoria del G8 in Sardegna ha due
date di riferimento. La prima è il 14 giugno 2007, cioè il giorno
dell’annuncio, da parte del governo Prodi, dopo un pressing discreto
ma stringente di Renato Soru nei confronti del ministro Parisi.
Tutta loro l’intuizione di portare nell’isola i grandi della terra.
«Così paghiamo un debito storico verso La Maddalena», aveva detto lo
stesso governatore con legittimo orgoglio. La seconda data è il 23
aprile 2009: è il giorno della doccia fredda, quello in cui il
presidente Berlusconi annuncia il trasloco del G8 all’Aquila. Nei
quasi due anni che intercorrono tra queste due date è successo
praticamente di tutto. Le risorse finanziarie disponibili in molti
casi sono diventate virtuali, in altri sono addirittura scomparse (i
fondi per realizzare tutte le infrastrutture di supporto, come il
nuovo tracciato della strada Olbia-Sassari). Poi il lungo braccio di
ferro sulla grossa torta degli appalti, in larga parte appannaggio
delle grandi imprese del continente a discapito di quelle sarde.
Ancora le oggettive difficoltà logistiche, soprattutto per quanto
riguarda la sistemazione dell’esercito al seguito delle delegazioni,
cosa che ha portato addirittura alla requisizione di diversi
alberghi. Infine la polemica sull’affidamento in gestione dei due
grandi complessi ristrutturati alla Maddalena, l’ex arsenale e l’ex
ospedale militare. Soprattutto il primo, su cui pende un ricorso al
Tar presentato dalle imprese sarde (i Molinas e il gruppo Delphina)
contro l’aggiudicazione alla Mita di Emma Marcegaglia.
E poi, naturalmente, il terremoto che ha devastato l’Abruzzo e che
ha servito su un piatto d’argento le ragioni della solidarietà che
avrebbero spinto Berlusconi a decidere il trasloco. In realtà,
proprio il premier si era mostrato sempre piuttosto tiepido verso
l’opzione La Maddalena (troppo «prodiana» o «soriana») e più volte
aveva agitato lo spauracchio di un trasferimento a Napoli facendo
impallidire sistematicamente il commissario Bertolaso e l’intero
staff della Protezione civile. «Troppo sfarzo», il colpo finale
assestato dal premier prima di ritirarsi nell’austero monastero
francescano di Villa Certosa.
Marco Bittau