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Redazione "Cronacheisolane.it" 22 gennaio 2004

 

Un'altro autorevole fisico smentisce il Prof. Cortellessa

   Dopo le ultime dichiarazioni rilasciate in un intervista dal prof. Giorgio Cortellessa, sulla presunta presenza radioattiva nelle acque dell'arcipelago, un altro autorevole fisico ha ritenuto doveroso dare la sua opinione. E' il prof. Mario Ladu docente dell'Unuversità di Cagliari.

   Secondo il prof. Ladu, per quanto riguarda la notizia sul fondo radioattivo di La Maddalena, i sommergibili nucleari non centrano nulla. Esso è infatti dovuto al granito della zona che è ricco di pegmatite (roccia magmatica composta di quarzo, feldspati e miche) e un contenuto di Torio leggermente più alto del normale, cosa che esclude la pur minima preoccupazione per la sicurezza radiologica.

  E in merito alle notizie più o meno allarmistiche relative alla base per sommergibili nucleari, il Prof. Ladu, ci invia un suo articolo comparso sull'Unione Sarda del 30-04-1979 e di cui conferma il contenuto ancora oggi.

Noi ne pubblichiamo i passaggi più essenziali:

Dall'"Unione Sarda" del 30.04.79

   "Come componente della commissione nominata dalla Regione Sardegna, per i controlli sulla Base appoggio per sommergibili nucleari, insieme con gli altri componenti della stessa, ho avuto la possibilità di visitare la nave appoggio "Gilmore" e di porre alcune domande al suo comandante, domande che in alcuni casi sono rimaste soddisfatte mentre in altri, com'è nell'ordine delle cose, hanno avito come risposta "It is classifield" che è l'equivalente di coperto da segreto".

   Sono rimasto piuttosto colpito dalla sua particolare forma di squalo almeno nella sua parte emergente e  in più ho avuto la sensazione che esso non fosse indiscriminatamente accessibile neppure al personale della nave appoggio.

   I lavoratori di questa nave, elettronici e meccanici, ricordo che erano semplicemente stupendi e quindi certamente in grado di fornire con i loro tecnici altamente qualificati, ogni possibile assistenza ai sofisticati dispositivi e meccanismi vari dei sommergibili nucleari.

   Sulla nave appoggio faceva bella mostra di se lo stemma a blocchi del sommergibile. Nessun accenno quindi a particolari - e sarebbe stato assai sciocco pretenderli - dai quali, in qualche modo si potesse risalire alle caratteristiche del reattore nucleare o degli altri dispositivi di cui il sommergibile è certamente dotato.

   Fummo comunque informati che il reattore installato è del tipo PWR (pressured Water reactor), cioè ad acqua pressurizzata, che il sistema di raffreddamento è a circuito chiuso e che il rientro in rada viene effettuato con i tradizionali mezzi di propulsione, poiché il reattore viene spento a circa 20 miglia dalla costa.

   Tanto premesso mi pare che siano, in sostanza, , questi i quesiti ai quali dare una risposta:

1) E' possibile su un tale sommergibile un incidente tipo quello di Harrisburg?

2) Qual'è il grado di contaminazione radioattiva delle acque e dell'aria della zona di La Maddalena?

3) Esiste un piano di emergenza?

4) L'assistenza della base quali altri pericoli comporta?

   Al primo quesito la risposta è certamente negativa, il reattore del sommergibile è infatti rinchiuso, in diversi contenitori metallici sigillati, con spessori sufficienti per resistere ad un esplosione non nucleare che è la sola possibile. Il circuito chiuso di raffreddamento, anch'esso sigillato, non concede spazio a un rilascio del tipo di quello del reattore della Pennsylvania. Ma se anche un incidente del genere si verificasse, la potenza del reattore che è al massimo di 100 Mega-Watt e quindi almeno dieci volte più piccola di quella del reattore di Harrisburg, non potrebbe dar luogo che a rilasci molto modesti. Ammesso comunque il verificarsi di un incidente del genere, in termini numerici si può ragionevolmente ipotizzare che nelle immediate vicinanze del sommergibile e fino ad un massimo di 400-5oo metri da esso, una persona assorbirebbe solo dopo almeno un mese di esposizione continua una dose pari di quella assorbita in una radiografia. Ci sarebbero quindi margini di tempo sufficienti per ogni intervento tendente a limitare la dose già di per se abbastanza piccola.

   Per quanto riguarda i radionuclidi inalati o comunque ingeriti attraverso la catena alimentare, la loro quantità sarebbe anch'essa assai modesta  e in ogni caso facile da mettere sotto controllo, vietando l'uso di cibi prelevati nella zona contaminata o di sospetta contaminazione ed evacuando la popolazione della zona coinvolta nell'incidente.

  A questo proposito devo dire che le misure effettuate finora, danno valore di concentrazione dei radionuclidi più importanti da 100 a 100o volte inferiori a quelli massimi ammissibili. Sono in sostanza gli stessi valori che si riscontrano in campioni prelevati in zone distanti dalla base. Questo non vuol però dire che non ci siano da parte del sommergibile rilasci, seppure controllati, di materiale radioattivo; semmai serve solo a puntualizzare che se rilasci e scarichi ci sono, essi, in condizioni di normale funzionamento, non possono creare grosse preoccupazioni.

   Gli interventi sul combustibile nucleare di qualunque tipo siano non mi sembrano effettuabili su navi appoggio. Essi, per quanto se ne a, sono talmente complessi, delicati e impegnativi da non poter essere effettuati che presso grossi centri all'uopo attrezzati. In sostanza il cambio del combustibile nucleare, d'altronde non frequente viene quasi certamente effettuato negli USA.

   Ripeto inoltre che quando il reattore dei sommergibili funziona in modo normale, ogni pericolo di inquinamento è da escludere, come si può rilevare dai dati periodiamente pubblicati dalla "U.S. Envipronmental Protection Agency". Circa la presenza di radionuclidi nei porti americani dove appoggiano i sommergibili nucleari (Portsmouth, Norfolk, Charleston, Pascagoulia, San Diego, Vallejo, Bremerton, Pearl Harbor ecc).

   Per quanto riguarda un piano di emergenza americano in caso di incidente, non ho dubbi che esista. Questa certezza mi deriva dal periodico citato, che nel 1974 ha pubblicato un numero speciale dedicato ai piani di evacuazione in caso di pericolo e al loro costo.

   Che cosa invece abbiano fatto in materia gli organi responsabili del nostro paese non lo so proprio. Ma è notorio che si era partiti con un certo programma di controlli da realizzare con un contributo di spesa di cui dovevano farsi carico alcuni Ministeri. Si è fatto qualcosa? Non so cosa rispondere, ma so per certo che il sistema di ontrollo proposto poteva essere realizzato nel giro di pochi mesi.

   Detto questo mi rimane da osservare che il problema della base di La Maddalena è soprattutto politico e che solo in tale sede esso può e deve trovare opportuna soluzione. E' stata infatti una scelta politica quella di lasciare installare la base di cui trattasi, con ciò violando in modo palese il D.P.R. 185 del 13.02.1964; e debbo aggiungere che non è stata certo una gradita sorpresa quella di trovarsi a casa improvvisamente una base del genere. Si pensi d'altronde alle enormi difficoltà che si oppongono col D.P.R. citato alla semplice installazione di un laboratorio a o anche di un semplice studio medico dove debbano essere usate sorgenti radiogene di qualunque tipo.

   In definitiva mi pare che non abbiano ragione di esserci seri motivi di allarme fino a tanto che tutto procede in modo normale, ricordando oltretutto che un reattore nucleare non può scoppiare come una bomba atomica e che è assai improbabile che la sicurezza di cui dispone cessino di funzionare tutte e contemporaneamente.

   Il pericolo è semmai rappresentato dal fatto che la base semmai è un appetibile bersaglio bellico e pertanto bisogna augurarsi che un tale terribile evento non abbia mai a verificarsi. In caso contrario nulla vieterebbe di centrare il sommergibile con qualche terribile ordigno e di aggiungere con ciò agli altri disastri quello di una non controllabile contaminazione radioattiva. Si badi che in un tale disgraziato evento  ogni previsione fatta in termini di sicurezza nucleare cesserebbe di avere valore.

   Augusto Zedda 

 


 

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