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La "Nuova Sardegna"

23 gennaio 2004
 
Nei giorni dell’incidente dell’Hartford la strana visita d’un generale francese
L’avaria svelata da un piccolo giornale Usa. I troppi misteri di una missione inconfessabile
 
DAL NOSTRO INVIATO PIERO MANNIRONI


 LA MADDALENA. Doveva restare un segreto. E infatti per molti giorni nessuno ha saputo nulla. Poi, ecco l’imprevedibile e imprevista fuga di notizie: il sommergibile d’attacco della Us Navy SSN 768 Hartford è rimasto seriamente danneggiato nell’arcipelago della Maddalena. Un piccolo giornale americano, il London Day, ha rivelato l’11 novembre l’«incidente», ‘bucando’ il muro del segreto, imposto dalla Marina Usa. E’ bastato che i parenti di alcuni marinai chiedessero perchè il vascello avesse interrotto la crociera nel Mediterraneo.
 Sono cadute subito le prime teste: il capitano di vascello Greg Parker, comandante del Submarine Squadron 22, e il capitano di fregata Christopher Van Metre, comandante dell’«hunter killer» Hartford. Per il contrammiraglio Stephen Stanley «non c’è più fiducia nelle loro capacità di comando». Insomma, una condanna durissima e senza appello.
 Solo allora, esattamente il 18 novembre dello scorso anno, il comando della Sesta Flotta, a Gaeta, emette una breve nota stampa con la quale è costretto ad ammettere che qualcosa è accaduto nel mare della Maddalena. Per il comando americano si tratta di un semplice incidente. Secondo la versione ufficiale, infatti, l’Hartford sarebbe rimasto danneggiato nella parte inferiore dello scafo, alle 12,40 del 25 ottobre 2003, «mentre navigava in superficie a est dell’isola di Caprera».
 Gli americani sottolineano che le autorità della Marina italiana «sono state avvertite subito dopo l’incidente» e rassicurano: «Non ci sono danni seri allo scafo non si è verificata alcuna perdita di olio o di carburante». Nessun danno, ovviamente anche al propulsore nucleare.
 Fin qui la storia ufficiale di un episodio che però sembra nascondere verità scomode. Troppi elementi, infatti, concorrono a rendere piuttosto fragile lo scarno racconto dell’incidente fatto dal comando della VI flotta Usa. La linea della Us Navy è stata questa: prima nascondere, poi, una volta che la notizia è trapelata, minimizzare. E infine tacere, attendendo che si smorzino progressivamente l’allarme e l’inquietudine per un incidente che coinvolge uno dei mezzi navali più sofisticati del mondo e dentro il quale batte un cuore nucleare.
 I primi a manifestare scetticismo sulla ricostruzione ufficiale dell’incidente sono stati proprio gli esperti in cose militari. Si sono infatti chiesti: come può, questo colosso del mare, dotato delle tecnologie più avanzate, finire goffamente su una secca? E poi, perché nascondere in modo così ostinato l’incidente? Colpisce poi l’immediata e severa condanna per due brillanti ufficiali che sono stati licenziati su due piedi. Un provvedimento gravissimo, che probabilmente non basta per giustificare una punizione per l’imperizia che ha portato a danneggiare una macchina che costa circa 900 milioni di dollari (quasi 1.800 miliardi di vecchie lire). Soprattutto se poi si dice che i danni sono stati di lieve entità. Colpisce un altro fatto: Parker e Van Metre sono stati liquidati senza neppure passare davanti a una corte marziale o a una commissione disciplinare. Come sta invece accadendo per sei membri dell’equipaggio.
 E poi stanno cominciando ad affiorare strani movimenti, che dovevano rimanere rigorosamente top secret e che contribuiscono ad alimentare il ‘giallo’ dell’Hartford. Ce n’è soprattutto una che fa nascere il sospetto che il misterioso incidente fosse conosciuto dai vertici militari francesi già nell’immediatezza del fatto. C’è infatti un episodio strano che accredita questa ipotesi.
 Proprio nei giorni in cui si è verificato l’incidente del sommergibile, un aereo militare francese è atterrato infatti all’aeroporto di Olbia. Qui, sulla pista, attendeva da alcune ore un elicottero della Marina americana. Gli ufficiali della Us Navy hanno accolto un generale dell’Armè. L’elicottero della Us Navy è quindi subito partito con l’ospite. Destinazione: La Maddalena. Una visita riservata, durata solo poche ore. Il generale francese è infatti ricomparso al Costa Smeralda in mattinata e il suo aereo è subito ripartito.
 Il tutto doveva restare top-secret. La domanda, a questo punto, è questa: per quale motivo un alto ufficiale francese si è incontrato con i vertici della Us Navy alla Maddalena proprio in quei giorni? Difficile pensare a una normale visita di cortesia. Prima di tutto per la rapidità dell’incontro che fa invece pensare a una situazione d’emergenza. Il secondo motivo è che queste visite non sono una prassi nei rapporti tra la Marina americana e l’Armè. E allora resta in piedi la strana coincidenza tra l’«incidente» dell’Hartford e il vertice segreto tra americani e francesi. Come non può non destare legittimi interogativi il fatto che questo incontro fosse blindato e doveva quindi restare segreto.
 Ma, come si diceva prima, gli interrogativi senza risposta sono troppi per non pensare che la versione fornita dalla VI Flotta faccia acqua da tutte le parti. E i dubbi più grossi arrivano proprio dal mondo militare. Cioé da chi conosce molto bene tecnologie, procedure e codici di comportamento dell’universo con le stellette.
 La rivista militare «Alfabravocharlie» ha infatti analizzato con pignoleria l’«incidente» ed è arrivata a una conclusione inquietante: o l’Hartford stava sperimentando mezzi o procedure all’avanguardia, e forse al limite della legalità, o si apprestava a effettuare attività che dovevano restare sconosciute a tutti i costi.
 La premessa di questa analisi è la conoscenza tecnica dei sommergibili della classe Los Angeles. Sembra infatti impossibile che questa perfetta macchina da guerra sia finita come un vecchio barcone su una secca. L’SSN 768 Hartford è il sommergibile più veloce della Us Navy. Lungo 109,7 metri, largo 10,1, con un’immersione, in assetto emerso, di 9,8 e un dislocamento di 6.080 tonnellate in superficie e 6.930 in immersione. La sua costruzione è recente, essendo stato impostato dalla General Dynamics (Eletric Boat Division) di Groton, nel Connecticut nel 1992, per essere varato nel 1993 e consegnato nel 1994. Insieme al coetaneo Tucson, è il più moderno della sua classe.
 Impressionante l’apparato dei suoi sensori sonar: IBM BQQ-5D/E a bassa frequenza, passivo e attivo, per ricerca e attacco; BQG-5D/E laterale; TB-23/29 oppure TB-16 o ancora TB-93;’Mine and Ice Detection Avoidance System (o MIDAS); Ametek BQS-15, alta frequenza, attivo per scoperta ravvicinata; Raytheon SADS-TG, attivo per scoperta. Insomma, l’Hartford avrebbe rilevato anche una sardina sulla sua rotta. Eppure, non ha visto una secca. Gli esperti militari aggiungono poi il fatto, non di poco conto, che procedeva su una rotta standardizzata, e quindi perfettamente conosciuta dai computer di bordo, per uscire dall’arcipelago.
 Altro punto che non convince: anche se la nota della VI Flotta del 18 novembre parla di navigazione in superficie, alcune autorevoli agenzie giornalistiche, riprendendo dichiarazioni di alcuni portavoce della Marina americana, parlano di incidente avvenuto in una fase di immersione. Qui gli esperti militari dicono una cosa semplicissima: è praticamente impossibile. Il perché sta nel fatto che i sommergibili nucleari si immergono orizzontalmente, «come enormi ferri da stiro» e non con gli assetti appruati degli elettrodiesel. Il tutto è regolato da sonar, profondimetri ed ecoscandagli. La formula empirica per un’immersione di sicurezza è la seguente: la profondità deve essere pari ad almeno tre volte l’altezza del battello, intendendo come altezza la distanza tra il fondo di carena e le teste periscopiche ritratte. Nel caso dell’Hartford, sono 22 metri circa. Per cui era necessaria, per una discesa calma e controllata, una profondità di una settantina di metri. La conclusione è che i danni allo scafo non giustificano una bassa profondità. Il punto è che, dichiarare la vera profondità alla quale sarebbe avvenuto l’incidente, sarebbe equivalso a indicare più o meno a dove è avvenuto realmente l’evento.
 Allora gli esperti militari, su una serie di considerazioni, pongono l’interrogativo sul quando sia accaduto l’incidente. Se si è tentato di oscurare il come e il dove, è verosimile che si sia voluto nascondere anche il quando. C’è chi parla del 20 ottobre.
 

 

 

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