
La partita, dunque, si riapre. E riecco materializzarsi l’incubo: la
Sardegna potrebbe diventare la pattumiera radioattiva del Paese. Per dire la
verità, nessuno si era illuso che, dopo le manifestazioni di protesta degli
anni scorsi, la questione fosse stata archiviata definitivamente. Lascia
magari perplessi il modo in cui si è tornati al punto di partenza. E cioé
che ancora una volta il governo si è mosso come un carro armato contro i
valori dell’autonomia. Ricorre infatti contro la legge che aveva stabilito
che la Sardegna dovesse essere un’isola denuclearizzata. Ma ricorre anche
contro il decreto salvacoste, dimenticandosi però di affrontare il peso
soffocante delle servitù militari e agevolando in modo esplicito la Us Navy
alla Maddalena.
Come se non bastasse, il governo da anni non restituisce alla Sardegna
l’Irpef e l’Iva. Mica poco, poi: si tratta di milioni di euro che potrebbero
contribuire a raddrizzare il bilancio della Regione. E l’industria
abbandonata? E le tariffe energetiche che mettono in ginocchio interi
comparti produttivi? E’ come se i valori dell’autonomia venissero negati e i
problemi visti e affrontati in modo unilaterale. Sempre da una visuale
romana, ovviamente.
Ma che questa sentenza della Consulta possa preludere a una nuova stagione
di paura per il nucleare, è nelle parole stesse dell’uomo al quale il
presidente del consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi, ha affidato il
compito di mettere in sicurezza in un unico sito nazionale le migliaia di
metri cubi di scorie nucleari sparsi per l’Italia.
Il generale Carlo Jean, presidente della Sogin e commissario delegato del
governo per la sicurezza nucleare, ha infatti ammesso che la Sardegna non è
per nulla esclusa dalla possibilità di diventare la pattumiera per le scorie
di tutto il Paese. Dopo l’incredibile mobilitazione creatasi due anni fa
nell’isola e dopo le proteste di Scanzano, in Basilicata, il
supercommissario con le stellette dichiarò infatti in un’intervista
rilasciata a Franco Foresta Martin del Corriere della Sera il 6 dicembre
2003: «Quando si parla di localizzazione dei siti, la protesta della
popolazione bisogna darla per scontata. Prima di Scanzano si era esplorata
la possibilità della Sardegna nord-orientale e abbiamo avuto una specie di
rivolta preventiva. Poi, per evitre il ripetersi di una cosa del genere, ci
siamo mossi con discrezione, studiando la fattibilità del deposito geologico
a Scanzano. Pensando che la natura stessa del deposito profondo fosse più
accettabile per la popolazione».
Due gli elementi di valutazione su queste dichiarazioni di Jean. Il primo è
che il generale e gli uomini della Sogin stavano davvero pensando alla
Sardegna per la costruzione del sito unico nazionale. Il secondo, invece, è
che la mobilitazione e la protesta di due anni fa è stata decisiva per
scongiurare il rischio di ospitare le scorie radioattive.
Ci sarebbe poi anche una terza considerazione da fare: quasi sicuramente il
sito ideale per Carlo Jean era il deposito sotterraneo di Santo Stefano.
Aveva infatti tutti i requisiti teorici per diventare la mega-pattumiera.
Compreso quello della sorveglianza militare. D’altra parte, proprio lì
trafficano dei reattori nucleari ambulanti, chiusi dentro i sommergibili
della Us Navy.
Una volta passata la tempesta, il generale Carlo Jean, tradendo il suo
proverbiale riserbo e smentendo le sue mezze smentite, ammise che la
Sardegna era il suo obiettivo. Un fatto che oggi deve far riflettere molto.
Se infatti Santo Stefano era stato visto come il sito ideale, non i vede
perché i “cervelloni” della Sogin dovrebbero avere cambiato idea.
Soprattutto dopo la bocciatura della legge regionale sarebbe davvero
sbagliato distrarsi.
|