
CAGLIARI. Il prossimo 6 luglio i sardi sapranno se potranno esprimersi
sulla base della Us Navy a Santo Stefano. Per quella data, infatti, il
presidente della seconda sezione del tribunale amministrativo regionale ha
fissato l’udienza di discussione sul ricorso presentato dal comitato “Firma
sa Bomba” contro l’ufficio regionale del referendum che, il 16 luglio dello
scorso anno, aveva giudicato inammissibile la consultazione popolare sulla
base americana.
Il quesito referendario bocciato era questo: «Siete contrari alla
presenza in Sardegna di basi militari straniere, comunque istituite, atte a
offrire punti d’approdo e di rifornimento anche a navi e sommergibili
nucleari o con armamento nucleare?». Santo Stefano non era dunque citata
esplicitamente, ma il riferimento era esplicito: è infatti l’unica base
militare straniera in Sardegna e, per di più, ospita sommergibili a
propulsione nuleare e con armamento atomico.
L’iniziativa del comitato “Firma sa Bomba” era nata dopo le violente
polemiche seguite all’incidente del sottomarino atomico Hartford, avvenuto
nell’ottobre di due anni fa. Un incidente che gli americani avevano tenuto
nascosto e del quale si era venuti a sapere solo dopo le rivelazioni di un
giornale del Connecticut, il “The Day” di New London. La paura di un
inquinamento radioattivo nelle acque dell’arcipelago maddalenino riaccese
antiche polemiche mai sopite sulla presenza della marina militare
statunitense in Sardegna. Di più: la ricostruzione ufficiale sull’incidente
dell’Hartford non è apparsa molto convincente e il silenzio della marina Usa
ha alimentato il clima di sospetto.
Si legge nel ricorso presentato al Tar dagli avvocati Carlo e Giovanni Dore,
Luigi Cogodi, Mario Canessa e Tiziana Meloni: «Il governo nazionale, non
solo è rimasto indifferente davanti a queste preoccupanti notizie, ma, nel
frattempo, ha addirittura preso seriamente in considerazione la richiesta
della marina degli Usa, diretta a ottenere l’autorizzazione ad ampliare la
base con una colata di cemento di 52 mila metri cubi».
Si inquadra in questo contesto l’iniziativa del referendum consultivo del
comitato spontaneo “Firma sa Bomba” che, sulla base della legge regionale
numero 20 del 1957, ha chiesto che i sardi si possano pronunciare sulla
presenza della base di Santo Stefano. Referendum consultivo, comunque. E
cioé solo la manifestazione di un parere non vincolante sul piano politico,
anche se di altissima valenza politica.
Nel luglio scorso, l’ufficio regionale del referendum ha dichiarato
inammissibile a richiesta del comitato, basandosi su una sentenza della
Corte costituzionale. E, più esattamente, la numero 256 del 1989. In quella
sentenza la Consulta sancì che «l’interesse regionale... non può spingersi
fino al punto di incidere nella sfera di attribuzioni riservate allo Stato,
laddove queste ultime siano volte a perseguire interessi che, nella loro
essenza unitaria, riguardino l’intera collettività nazionale e che pertanto
siano indissolubilmente e indivisibilmente affidati alla cura dello Stato,
in osservanza al principio costituzionale della unità e indivisibilità della
Repubblica».
Secondo l’ufficio regionale del referendum, in questo caso la richiesta del
comitato “Firma sa Bomba” tende «a incidere nelle materie della politica
estera e della difesa militare». Lascia molto perplessi, infine, l’ultima
argomentazione sulla quale si è basata la bocciatura della consultazione
popolare: «Il referendum, nonostante la sua natura consultiva e la sua
conseguente non vincolatività, tuttavia, stante la sua spiccata valenza
politica, sarebbe suscettibile di dispiegare un forte effetto di
condizionamento sulle scelte discrezionali degli organi politici».
Per il collegio di avvocati che sostiene le ragioni dei promotori del
referendum, invece, la consultazione è legittima e appaiono molto fragili le
argomentazioni dell’ufficio regionale. Primo punto: la presenza di basi
militari straniere in Sardegna ha come effetto quello di «limitare
l’esercizio, da parte della Regione, di competenze costituzionalmente
riconosciute alla stessa Regione, segnatamente in materia di urbanistica e
di ambiente».
Gli avvocati Dore, Canessa, Cogodi e Meloni, poi, riprendendo gli
orientamenti della Consulta, precisano che la Corte Costituzionale ha tenuto
a precisare che, «quando lo Stato agisce per l’attuazione di un obbligo
internazionale, la sua sussistenza non può esere semplicemente affermata o
desunta genericamente, ma deve essere comprovata da rigorosi procedimenti
ermeneutici o da seri argomenti giustificativi».
Altro punto: la natura dell’accordo tra Italia e Usa. Punto delicatissimo,
questo, perché si tratta di un accordo segreto. Secondo il collegio di
avvocati, «la cura degli interessi spettanti esclusivamente allo Stato deve
avere luogo, secondo gli insegnamenti della Corte costituzionale, in base ai
principi costituzionali e ai principi fondamentali dell’ordinamento e deve
essere vagliata con particolare cura l’eventuale idoneità di un accordo
segreto a dar vita ad obblighi internazionali suscettibili di alterare, nel
rispetto della Costituzione, una ripartizione di poteri tra Stato e Regioni
stabilita con norme di rango costituzionale».
Per gli avvocati del comitato “Firma sa Bomba”, la maggioranza dei
costituzionalisti e degli internazionalisti si è pronunciata sulla
«illegittimità dell’accordo segreto, in quanto in contrasto con l’articolo
80 della Costituzione.
Ultimo punto, quello sulla tutela della salute. La presenza di reattori e
di armi nucleari nell’arcipelago rappresenta infatti un oggettivo pericolo
per la salute pubblica. Proprio questi rischi hanno portato gli italiani
alle urne nel 1987 per dire no all’energia atomica. Un’espressione di
volontà raggiunta democraticamente che, però, sembra lasciare completamente
indifferenti gli Usa.
|