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La "Nuova Sardegna"

MARTEDÌ, 05 APRILE 2005
 
di Piero Mannironi
 
Base Usa a Santo Stefano, la parola al Tar
Fissata l’udienza di discussione per salvare il referendum consultivo
Contestate le motivazioni sulle quali è stata valutata l’inammissibilità del voto sulla Us Navy in Sardegna perché violerebbe competenze statali

 

CAGLIARI. Il prossimo 6 luglio i sardi sapranno se potranno esprimersi sulla base della Us Navy a Santo Stefano. Per quella data, infatti, il presidente della seconda sezione del tribunale amministrativo regionale ha fissato l’udienza di discussione sul ricorso presentato dal comitato “Firma sa Bomba” contro l’ufficio regionale del referendum che, il 16 luglio dello scorso anno, aveva giudicato inammissibile la consultazione popolare sulla base americana.
 Il quesito referendario bocciato era questo: «Siete contrari alla presenza in Sardegna di basi militari straniere, comunque istituite, atte a offrire punti d’approdo e di rifornimento anche a navi e sommergibili nucleari o con armamento nucleare?». Santo Stefano non era dunque citata esplicitamente, ma il riferimento era esplicito: è infatti l’unica base militare straniera in Sardegna e, per di più, ospita sommergibili a propulsione nuleare e con armamento atomico.
 L’iniziativa del comitato “Firma sa Bomba” era nata dopo le violente polemiche seguite all’incidente del sottomarino atomico Hartford, avvenuto nell’ottobre di due anni fa. Un incidente che gli americani avevano tenuto nascosto e del quale si era venuti a sapere solo dopo le rivelazioni di un giornale del Connecticut, il “The Day” di New London. La paura di un inquinamento radioattivo nelle acque dell’arcipelago maddalenino riaccese antiche polemiche mai sopite sulla presenza della marina militare statunitense in Sardegna. Di più: la ricostruzione ufficiale sull’incidente dell’Hartford non è apparsa molto convincente e il silenzio della marina Usa ha alimentato il clima di sospetto.
 Si legge nel ricorso presentato al Tar dagli avvocati Carlo e Giovanni Dore, Luigi Cogodi, Mario Canessa e Tiziana Meloni: «Il governo nazionale, non solo è rimasto indifferente davanti a queste preoccupanti notizie, ma, nel frattempo, ha addirittura preso seriamente in considerazione la richiesta della marina degli Usa, diretta a ottenere l’autorizzazione ad ampliare la base con una colata di cemento di 52 mila metri cubi».
 Si inquadra in questo contesto l’iniziativa del referendum consultivo del comitato spontaneo “Firma sa Bomba” che, sulla base della legge regionale numero 20 del 1957, ha chiesto che i sardi si possano pronunciare sulla presenza della base di Santo Stefano. Referendum consultivo, comunque. E cioé solo la manifestazione di un parere non vincolante sul piano politico, anche se di altissima valenza politica.
 Nel luglio scorso, l’ufficio regionale del referendum ha dichiarato inammissibile a richiesta del comitato, basandosi su una sentenza della Corte costituzionale. E, più esattamente, la numero 256 del 1989. In quella sentenza la Consulta sancì che «l’interesse regionale... non può spingersi fino al punto di incidere nella sfera di attribuzioni riservate allo Stato, laddove queste ultime siano volte a perseguire interessi che, nella loro essenza unitaria, riguardino l’intera collettività nazionale e che pertanto siano indissolubilmente e indivisibilmente affidati alla cura dello Stato, in osservanza al principio costituzionale della unità e indivisibilità della Repubblica».
 Secondo l’ufficio regionale del referendum, in questo caso la richiesta del comitato “Firma sa Bomba” tende «a incidere nelle materie della politica estera e della difesa militare». Lascia molto perplessi, infine, l’ultima argomentazione sulla quale si è basata la bocciatura della consultazione popolare: «Il referendum, nonostante la sua natura consultiva e la sua conseguente non vincolatività, tuttavia, stante la sua spiccata valenza politica, sarebbe suscettibile di dispiegare un forte effetto di condizionamento sulle scelte discrezionali degli organi politici».
 Per il collegio di avvocati che sostiene le ragioni dei promotori del referendum, invece, la consultazione è legittima e appaiono molto fragili le argomentazioni dell’ufficio regionale. Primo punto: la presenza di basi militari straniere in Sardegna ha come effetto quello di «limitare l’esercizio, da parte della Regione, di competenze costituzionalmente riconosciute alla stessa Regione, segnatamente in materia di urbanistica e di ambiente».
 Gli avvocati Dore, Canessa, Cogodi e Meloni, poi, riprendendo gli orientamenti della Consulta, precisano che la Corte Costituzionale ha tenuto a precisare che, «quando lo Stato agisce per l’attuazione di un obbligo internazionale, la sua sussistenza non può esere semplicemente affermata o desunta genericamente, ma deve essere comprovata da rigorosi procedimenti ermeneutici o da seri argomenti giustificativi».
 Altro punto: la natura dell’accordo tra Italia e Usa. Punto delicatissimo, questo, perché si tratta di un accordo segreto. Secondo il collegio di avvocati, «la cura degli interessi spettanti esclusivamente allo Stato deve avere luogo, secondo gli insegnamenti della Corte costituzionale, in base ai principi costituzionali e ai principi fondamentali dell’ordinamento e deve essere vagliata con particolare cura l’eventuale idoneità di un accordo segreto a dar vita ad obblighi internazionali suscettibili di alterare, nel rispetto della Costituzione, una ripartizione di poteri tra Stato e Regioni stabilita con norme di rango costituzionale».
 Per gli avvocati del comitato “Firma sa Bomba”, la maggioranza dei costituzionalisti e degli internazionalisti si è pronunciata sulla «illegittimità dell’accordo segreto, in quanto in contrasto con l’articolo 80 della Costituzione.
 Ultimo punto, quello sulla tutela della salute. La presenza di reattori e di armi nucleari nell’arcipelago rappresenta infatti un oggettivo pericolo per la salute pubblica. Proprio questi rischi hanno portato gli italiani alle urne nel 1987 per dire no all’energia atomica. Un’espressione di volontà raggiunta democraticamente che, però, sembra lasciare completamente indifferenti gli Usa.
 

 

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