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Redazione: "Cronacheisolane
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giovedì, 09 giugno 2005 Frammenti di una esperienza pacifista in Sardegna di Antonello Soriga, Pier Gavino Sechi, Enrico Euli E' da tenere presente che il testo che segue è stato scritto nel 1994
La ...in movimento per La Maddalena Il movimento pacifista nell'isola dei misteri Passaggi fra il 1984 e il 1985: Estate tempo di disar-mare Organizzazione del gruppo d'accoglienza Appunti pacifisti sul referendum dell''88-'89
Nell'ottobre del 1981 anche a Cagliari, così come in tante altre città italiane, nasce il Comitato per la Pace. Alla "piattaforma politica" aderirono decine di gruppi. La modalità di adesione, che negli anni successivi diventerà in punto nodale di discussione per l'esistenza organizzativa del comitato era, appunto di tipo tradizionale: intergruppi per rappresentanza. Dopo le prime iniziative che ponevano al centro della loro attenzione il problema degli euromissili da teatro ma anche la annosa questione delle militarizzazioni del territorio isolano (ricordiamo a questo proposito un "ingenuo" dossier sulla presenza militare in Sardegna ed un corteo di oltre ventimila con comizio finale per le vie di Cagliari), Comiso assorbì quasi totalmente la nostra attenzione. La ...in movimento per La Maddalena Comiso può essere rappresentata da diverse immagini: - il piccolo centro prescelto per la dislocazione dei missili Cruise; - la zona di incrocio tra le scelte della politica militare e le iniziative per il movimento della pace in Italia; - una verifica sulla "salute" della democrazia italiana e della forza dell'opposizione; - una radiografia del rapporto tra i partiti e movimento pacifista negli anni '80. L'elenco potrebbe essere più lungo, ma va subito sottolineato che in questo periodo scontammo un primo sintomo di debolezza dell'intero nostro sistema, democratico; ancora una volta, come per La Maddalena a partire dagli anni settanta, le scelte per una maggiore militarizzazione non furono contrastate da una forza d'opposizione gia preparata e tradizionale: la scelta di ospitare i Cruise "provocò" il sorgere di iniziative CONTRO. Tuttavia nel "caso Comiso" si registrano alcune novità: - da un lato il sorgere di un movimento dei Comitati per la Pace presente, per un certo periodo (1981-1984), in tutto il territorio nazionale e collegato con altri grandi Movimenti europei. dall'altro, il tentativo fallito di coniugare un'opposizione che a partire da Comiso si rendesse visibile anche a Roma in Parlamento. Fra movimenti ed equilibri Il fatto che gli obbiettivi di un movimento siano concreti e alla portata di chi ne fa parte, non sempre garantisce sulla possibilità che nuovi bisogni collettivi vengano espressi attraverso forme di movimento. Né questo garantisce, qualora ciò avvenga, (nei casi ad esempio su temi sulla salute e sull'ambiente) da un rischio di espropriazione dei movimenti ad opera dei partiti. I movimenti stessi traggono forza (ma anche debolezza) dalla loro natura di forza sociale tesa al raggiungimento di un determinato obbiettivo. Ma gli obbiettivi-slogans del movimento pacifista degli anni '80 rappresentavano solo i simboli di questioni aperte a una maggiore profondità. A nostro parere, uno dei nodi più significativi per la comprensione di quel che è voluto essere questo movimento, soprattutto in Italia e quello della democrazia. La qualità della vita politica e culturale di un popolo, oltre che su una dimensione giuridico-istituzionale, la si misura, infatti, nella possibilità che le persone e i gruppi hanno di contare davvero quando vi siano da prendere decisioni che li coinvolgano, più o meno direttamente, in quanto cittadini. I movimenti pacifisti europei degli anni '80 partivano da un appello per il disarmo nucleare europeo (END), scritto a più mani, ma ideato in sostanza dallo storico inglese E. P. Thompson, che poneva infatti al centro del suo interesse la questione della realizzazione della democrazia, all'Est ma anche all'Ovest, come variabile dipendente del superamento dei blocchi militari post-bellici e dalla liberazione dell'Europa da potere complesso militare industriale delle superpotenze. Di quale attualità fosse questa presa di posizione lo si può intuire rispetto a quel che è avvenuto in seguito: da un lato la svolta gorbacioviana, dall'altra la guerra del Golfo e il riemergere di un modello militare, mai abbandonato e sempre più capace di condizionare le democrazie. (come i casi "Gladio" e "Ustica" dimostrano rispetto alla nostra democrazia "incompiuta" - o forse sarebbe meglio ormai dire "in regresso"...). Non è dunque un caso che la prima regola del "pacifismo non violento" insista sul paradigma del "cominciare per primi, a partire da se". E' evidente come essa, a vari livelli, possa comportare dei rischi ed innescare resistenze e diffidenze (è un classico l'alternativa tra "unilateralisti" e "multilateralisti" sul tema delle strategie volte al conseguimento del disarmo...); ma noi continuiamo a credere (ancor più dopo l'esperienza gorbacioviana) che questa regola rappresenti anche un enorme potenziale di novità e possibilità, un cambio di paradigma davvero notevole. Il principio del "cominciare da se", a questo proposito, ha riguardato senz'altro anche le modalità d'"auto-organizzazione" del movimento pacifista. Nella tradizione, anche della sinistra, il centro dell'azione collettiva si colloca, con piena evidenza, nella preminenza di "obbiettivi comuni" da realizzare: i "fini" rappresentano, condizione necessaria e sufficiente per una campagna politica condivisa. L'esperienza dei vari Comitati per la Pace italiani (tra cui quello di Cagliari), invece partiva dalla convinzione che la comunanza di obbiettivi fosse la condizione necessaria, ma non sufficiente, per definire un'alleanza; risultava, fondamentale procedere, parallelamente, ad un confronto preliminare sui "mezzi" i metodi e le forme dell'agire comune. Questo tentativo costante di cambiare i linguaggi e le configurazioni della politica trova il suo fulcro originario nel documento istituito del "Campo Internazionale per la Pace di Comiso" (IPC) (settembre 1982, che inaugurava in Italia il principio della adesione individuale. "Il Campo è l'associazione libera e volontaria degli antimilitaristi che condividono la sua piattaforma politica e i metodi di lotta fondati sulla centralità dell'azione diretta a Comiso... Partiti, sindacati, associazioni, movimenti, comitati, possono aderire, in un rapporto che li pone come parte sostenitrice, ma non costitutiva. La presenza non deve essere per rappresentanze e delegazioni, ma sempre un fatto di persone, si ideologicamente collocate, ma disponibili ad una modificazione personale e politica. Non dei delegati, ma dei cervelli in funzione...." La provocazione era evidente: di questa prospettiva riproponeva di continuo la necessità, a chiunque volesse prender parte alle iniziative pacifiste collegate al movimento, di definire preventivamente le forme in cui si andava a prender parte all'iniziativa comune. Trattative come queste generavano, spesso, un certo senso di insofferenza soprattutto a chi partecipava per la prima volta o non aveva condiviso, se non marginalmente, l'esperienza nazionale dei Comitati (ad esempio, PSd'Az e DPS): apparivano come vere e proprie "perdite di tempo", fumosi nominalismi di fronte alla sostanza e all'urgenza del progetto. Rispetto a questo tipo di situazioni il modo di agire dei movimenti, procede, comunque, anche in questo caso, per "aggiramento": alla radicalità nei principi si accompagna una certa flessibilità nei processi di costruzione dei rapporti e delle iniziative comuni; salve, cioè, gravi incompatibilità sul livello di principio, la tendenza è sempre stata quella di ricercare i minimi comuni denominatori tra le parti in campo. Il movimento pacifista nell'isola dei misteri Il 1984 fu un anno decisivo per il Comitato per la pace cagliaritano è in generale per le attività che impegnarono tutti i comitati sardi nell'isola di La Maddalena. A Comiso eravamo ritornati nell'estate di quell'anno e, proprio noi cagliaritani, tenemmo un training sul concetto della precarietà, che rispondeva in pieno al sentimento ormai dominante in Italia dopo la decisione parlamentare della dislocazione dei missili Cruise, nella base siciliana. Non di meno ci parve il momento di intensificare l'impegno nei confronti delle installazioni atomiche dell'isola di S. Stefano cercando di mettere a frutto le riflessioni e l'esperienza pratica della lotta comisiana. Il t6ema dell'adesione individuale mise in crisi dalla radice, l'idea, fino ad allora adottata nel comitato cagliaritano, della adesione per "sigle politiche". Proprio la prima iniziativa nell'arcipelago di La Maddalena, nel giugno del 1984, fece da laboratorio e simbolica apertura di una fase nuova di creatività politica. Così scrivevamo nella apertura del dossier (questa volta serio e supportato dall'archivio e dalla pazienza di Salvatore Sanna) in un brano dal significativo titolo "Folla e non follia": Partendo dal principio dell'adesione individuale, che significa cercare di essere delle persone "intere" presenti con tutto se stessi in ogni momento, abbiamo pensato che una manifestazione pacifista dovrebbe essere un luogo e un momento dove in cui si dovrebbero realizzare tutti i concetti della cultura della Pace che il Movimento ha fino ad ora pensato. Se siamo persone intere avrà per noi altrettanta importanza la preparazione alla Manifestazione oltre che la Manifestazione stessa. I mezzi che utilizzeremo saranno importanti quanto l'obbiettivo che ci proponiamo di raggiungere, perché questo a sua volta sarà il mezzo col quale cercheremo di raggiungere in fine ancora più mediato: per esempio a La Maddalena, dovremmo entrare in rapporto con la gente non facendo leva sulla paura del "sommergibile", ma facendo in modo che si renda conto che l'assuefazione agli espropri territoriali dei militari significa anche essere pronti ad accettare, o aver già accettato, altri "espropri" nella propria esistenza. Ecco il nesso che esiste tra la lotta contro il militarismo e la lotta contro l'ingiustizia e la violazione della democrazia. Noi che lottiamo per una società diversa e meno violenta di quella in cui viviamo, non possiamo far a meno di realizzare questo operare a cominciare dalle manifestazioni e dalle azioni dirette che organizziamo. Ci serviamo di questi momenti per proporre a noi stessi, a chi ci guarda, nuove soluzioni ai problemi che, se non affrontati, rendono senza prospettiva la nostra lotta. Ci riferiamo a quelli da cui dipende la stessa vita di interi movimenti: cioè il decidere cercando di conciliare la necessità di essere in molti per contare, e quella di fare in modo che nessuno si senta immerso in una folla, anche se di pacifisti. Il "gruppo di affinità" è costituito da persone che prima di una manifestazione hanno vissuto anche un solo tanto per prepararla mettendo in luce aspirazioni e un progetto comune". L'iniziativa fece quasi da palestra e proemio per le attività future. Fu preceduta da una lunga e laboriosa fase di preparazione che agiva contemporaneamente su diversi livelli: 1) Quello personale e autoformativo. Organizzammo diversi trainig per tutta la Sardegna, andammo a Porto Torres, Iglesias, Olbia, in preparazione della azione diretta. Era finita una fase, ma ne era iniziata, con molte energie ed entusiasmo, un'altra, che ripartiva dai singoli individui, che proponeva una relazione con la gente più diretta (anche oggi ne siamo convinti) più efficace sul livello della sensibilizzazione ed educazione. Una svolta fu data anche e soprattutto rispetto alla tradizione altrettanto militarista (ed in questo paese, certo paradossale) delle manifestazioni pacifiste tradizionali, centrando la nostra attenzione non solo sugli obbiettivi da raggiungere ma anche e soprattutto sul come tali obbiettivi venivano perseguiti. 2) quello formale di rivendicazione politica. Il Dossier che spedimmo a tutta la stampa e a tutte le personalità che pensavamo potessero essere interessate ad un incontro-dibattito con il sindaco di La Maddalena (l'immarcescibile Deligia, che rivestiva questa carica anche nel 1972, all'arrivo degli statunitensi) che si stupì molto di non trovarsi di fronte a "giovani sprovveduti con i palloncini colorati", ma davanti a persone piuttosto bene informate sul suo operato e sulle sue responsabilità e aperte connivenze della sua amministrazione con la gerarchia gallonata statunitense. 3) l'approccio con la gente venne curato in modo particolare. Ci interessava moltissimo capire quanto "l'atomo fosse nelle coscienze" e quanto, queste, vivessero il disagio di sentirsi un bersagli nucleare e ad un tempo persone la cui capacità decisionale sui problemi su problemi di così grande portata fosse stata calpestata. L'utilizzo del gioco in piazza, dell'aspetto ludico e informale, di duecento persone che, sparse per la cittadina, cercavano un contatto diretto con la gente, ebbe l'effetto di "inimicarci" la stampa (fin troppo abituata a misurare le manifestazioni a La Maddalena in folle e schiamazzi) ma ci diede la netta impressione di avere modificato radicalmente una tradizione. Questa esperienza, forse più di altre, ci diede modo di capire quanto ci fossimo allontanati nell'approccio che gli anni passati aveva caratterizzato l'opposizione antimilitarista tout-court e antiamericana. I pacifisti sono molto spesso accusati di essere soltanto delle "anime belle", incuranti dei problemi reali e delle faticose contraddizioni che una società complessa porta con se. Affrontare la questione "La Maddalena" significava allora e, purtroppo, ancora oggi significa, venire a contatto con una serie di problemi tipici di una situazione in cui "il modello militare" rappresenta non un'eccezione all'interno di una società generalmente "civile"m ma la regola. Infatti la militarizzazione (del territorio, dell'economia, della vita sociale, della amministrazione civile) è, nell'arcipelago, davvero profonda ed evidente. Da sempre luogo strategico per la guerra, La Maddalena vive, sostanzialmente di turismo, ma convive storicamente con strutture militari, in particolare della Marina, che hanno garantito un certo numero di posti di lavoro alla popolazione locale: è molto difficile, in pratica, trovare un maddalenino nella cui famiglia non viva almeno un membro che abbia lavorato e/o lavori presso l'Arsenale Militare o in sedi ad esso collegate. L'esperimento organizzativo descritto per l'iniziativa del 2 giugno 1984, la centralità del problema mezzi/fini, divenne il punto di partenza per le altre iniziative del movimento sardo, ma non solo. I "discorsi sul metodo" sono stati all'origine, ad esempio, della "catena umana" anti-Cruise (22 dicembre 1984) ma anche - in piena continuità - della campagna referendaria del 1988. Entrambi i documenti di convocazione,infatti, sono sottoscritti da persone; le organizzazioni fungono soltanto da "aderenti", mai da promotrici. Quali erano le conseguenze di questa scelta? Il movimento si garantiva una maggiore autonomia politico-decisionale nei confronti dei partiti e delle organizzazioni tradizionali; questo rendeva più difficile anche l'accusa di "strumentalizzazione" spesso lanciata in passato - non sempre a torto - da avversari più o meno informati. Restava sempre il problema di una reale autonomia economico finanziaria: quasi mai l'auto finanziamento (attraverso magliette, gadgets, iniziative ad hoc) è riuscito a coprire i costi delle campagne; per il referendum, si stabil' che ogni organizzazione aderente si sarebbe resa disponibile. per una divisione in parti uguali delle spese sostenute dal Comitato unitario. -Un appello di "persone, verso altre persone" favoriva il sorgere di un movimento trasversale, nè creatura nè vittima designata di schieramenti preconfezionati: molto spesso, infatti, l'incontro e la collaborazione fattiva tra persone, unita da un patto comune, limitato ma concreto, svolge una funzione autopropulsiva anche verso una maggiore comprensione e relazione reciproca anche in altri campi e contesti; I "Comitati" erano intesi come strutture temporanee, di servizio alla comunità civile; al termine della campagna, o al venir meno delle condizioni di partenza, il gruppo "ad hoc" dei promotori si scioglieva formalmente. La regola della biodegradabilità, tanto sbandierata in politica, veniva cos' - di fatto - realizzata. Se volessimo tentare un confronto tra queste iniziative e le manifestazioni radicali della fine anni settanta (che per due volte toccarono anche La Maddalena), possiamo far risaltare alcune differenze, importanti forse più delle stesse analogie: Le forme della decisione politica non erano più fondate sulla complementarità tra una leadership accentrata e carismatica e momenti, spesso caotici e infruttuosi, di assemblearismo senza regole e senza facilitazione. - Le forme dell'azione diretta nonviolenta non si istruivano sulla presenza di personaggi "duri e forti" così come, invece, avvenne talvolta nelle marce radicali I giornali locali dell'estate del '76 così descrivevano l'ultimo "eroismo nonviolento" con tanto di condottiero di marcia infaticabile alla testa del suo "esercito". - 19 agosto. "La protesta antimilitarista è arrivata nell'isola atomica. Guidati da Pannella i radicali sono sbarcati alla Maddalena. Il pittoresco corteo è stato accolto con contrastanti reazioni. Manifestazioni in piazza Umberto I senza incidenti. Le esibizioni artistiche seguite da un folto pubblico. Presa di posizioe dei Marinai d'Italia. Per gli attentati, sdegno dell'amministrazione civica". Nel testo il quotidiano fa l'ipotesi di Pannella "....arrivato in Sardegna quando ancora risuonava l'eco della esplosione provocata da ignoti dinamitardi antiamericani..... non ha perso il suo abituale self-control.... abbronzato, perfettamente in forma, Pannella ha voluto dare proprio oggi una dimostrazione del suo ottimismo. Dopo aver riposato appena qualche ora.... stamane si è subito riportato alla testa del suo folcloristico corteo ed a piedi ha percorso fino in fondo i 14 chilometri che separano Arzachena da Palau. Disinvolto, elegante, pur nella semplicità del suo abbigliamento (scarpe di tela; pantaloni di leggerissimo tessuto estivo e una sobria camice a righe) Pannella è stato riconosciuto dai numerosissimi automobilisti che hanno incrociato i marciatori. A quanti l'hanno salutato a gran voce ha risposto con calorosi sorrisi senza mai fermarsi". Passaggi fra il 1984 e il 1985: Estate tempo di disar-mare Il movimento dei Comitati tornò alla Maddalena nel dicembre dell'84 portando nella città e nella sala dell'infreddolito cinema teatro maddalenino esponenti politici nazionale e regionali. Come abbiamo già detto anche il documento di indizione di questa iniziativa fu firmato da persone di cui si segnalava la provenienza organizzativa. Questo momento fece da passaggio per il campo nazionale pacifista che rappresenta ancora oggi il momento più alto e vivace del rapporto fra pacifismo e insediamenti militari nell'arcipelago di La Maddalena. Precedentemente al campo ci fu ancora un momento per tornare a la Maddalena nell'aprile del 1985 con la marcia "Mettiamo in marcia il disarmo" che attraversò tutta la Sardegna e passo anche per l'isola degli "Hunter Killer". intanto il nostro gruppo stava modificando rapidamente il suo assetto organizzativo e e la diffusione della leadership delle competenze, delle capacità dei singoli individui, stava dando buoni frutti. Fin da gennaio lavorammo alla preparazione di un capo pacifista estivo e nell'agosto/settembre 1985 concretizzammo l'idea tornando nell'Isola di La Maddalena in cui ormai eravamo tanto noti alla polizia locale che, allo sbarco del traghetto, non ci chiedevano più neanche i documenti per identificarci. Il progetto questa volta non era una semplice manifestazione rapida ma un campeggio di oltre una settimana organizzato con una campagna nazionale. Arrivarono dalla penisola oltre duecento pacifisti., quasi tutti esperti e informati precedentemente sugli scopi del capo e della forma organizzativa che questo avrebbe dovuto assumere. Ci sembra utile riportare qui la lettera che spedimmo un po' in tutta Italia e che riassume la forma organizzativa che oggi rappresenta forse il momento più alto del movimento sardo e della sperimentazione di una auto organizzazione nonviolenta "di massa". E' composto dalle persone che hanno organizzato il camping e, inizialmente, continua a svolgere le funzioni di coordinazione tecnica (rapporti col gestore, con la stampa, con la polizia...), di informazione (mediante pannelli e/o convocazione di incontri interni) o di ricezione. Quest'ultima è svolta da alcuni volontari in orari prefissati. E' consultabile in qualunque momento, ma la sua funzione decisionale dura soltanto sino alla convocazione del "consiglio dei portavoce. Non è responsabile di tutto quello che succede e non dovrà mai essere assillato da questioni tecniche tipo bagni, docce, etc...; per tutte queste cose il campeggio dispone di un gestore, da consultare all'occorrenza. I gruppi d'affinità E evidente che data la breve durata dell'incontro, si dovrà intendere il termine "affinità" in senso piuttosto relativo: si seguirà l'itinerario delle interazioni e delle aggregazioni su un tema specifico, un interesse, un identità comune.... A questo fine nasceranno gruppi di studio e di incontro su.... tutto..........! Alcuni gruppi, forse, verranno a formarsi a partire da una comune provenienza geografica, ma, per favorire la contaminazione tra persone ed esperienze diverse, sarebbe bene che i gruppi superassero il criterio della appartenenza alla stessa organizzazione politica. Ogni gruppo avrà piena autonomia d'azione e un forte peso decisionale sulle scelte che il consiglio dei portavoce compirà volta per volta. Per evitare sgradevoli sorprese si invitano i gruppi che volessero compiere azioni pubbliche senza passare per il consiglio dei portavoce di tenere i contatti con le forze dell'ordine, al fine di verificare le assunzioni di responsabilità personale e collettiva. Di fronte a qualunque azione, comunque, si riconosce la responsabilità di dissociarsi pubblicamente da "fatti compiuti". Il consiglio dei portavoce Lo proponiamo, in questa occasione, come luogo decisionale privilegiato: ogni gruppo d'affinità sceglie un portavoce, che ha il compito di riferire le posizioni dei membri del suo gruppo. In caso di divergenze e dissensi dentro il consiglio dei portavoce il metodo del consenso invita a non votare e a ritornare nei gruppi. Si ritiene auspicabile che a discrezione del gruppo, avvenga una rotazione nell'esecuzione del ruolo; i portavoce non siano scelti tra i componenti del gruppo d'accoglienza; una stessa persona non sia portavoce di più di un gruppo. E' assolutamente necessario che,al termine di ogni incontro, il consiglio stili un pannello di resoconto e si riconvochi prefissando luoghi, tempi e temi del successivo incontro. L'assemblea Secondo una prassi abituale per noi ( ma meno, per altri....) essa non è la struttura legittima alla presa di decisioni. Non vogliamo negare un suo valore di confronto e di dibattito, ma riteniamo che essa non sia il luogo adeguato per esprimersi e decidere insieme. Chiunque può, comunque, convocarla e le risultanze di essa potranno essere espresse da uno speaker nel consiglio dei portavoce. Ultime cose: Cerchiamo di utilizzare il più possibile bacheche e cartelli per scrivere messaggi e risparmiare fiato...! E' possibile fare rimostranze e comunicare pensieri arringando, dall'alto di una sedia o di uno scoglio, una folla più o meno interessata, come se ci si trovasse in pieno Hyde Park... P.s. Restiamo intesi sul valore propositivo di queste proposte. Invitiamo tutti i partecipanti a discuterne, formalmente e/o informalmente, nei primi giorni del camping. Il campo , forse per tanti a sorpresa, decise di evitare azioni dirette verso la base, favorendo invece quelle di contatto e di apertura verso la popolazione dell'isola. Nella "piazza rossa" di La Maddalena si tennero due animate manifestazioni: la prima sulla questione - molto sentita dalla gente del luogo - delle discariche abusive (facemmo una divertente "saltellata" per le vie del centro camuffati da sacchi di immondezza), la seconda sull'abbattimento del Jumbo coreano da parte dell'aviazione sovietica (una pantomima teatrale simbolica con tanto d Jumbo coreano e missili in cartone). durante quest'ultimo momento si distribuì un questionario-sondaggio sul rapporto tra la popolazione dell'isola e la base americana. Gli Hunter Killer, con il loro carico di bombe, rimasero paradossalmente sullo sfondo, quasi un simbolo inavvicinabile, ma anche come realtà ormai nota a tutti nell'arcipelago: la vecchia strategia, della "paura della bomba" rimase volutamente in secondo piano per far emergere istanze più positive e, se vogliamo, più radicali. Questo con buona pace (e rilassamento) della Digos che ci accompagnò un po' perplessa per tutta la durata dell'iniziativa. Fu un momento significativo di una lotta che, dal lato dei risultati concreti non ha però avuto esiti materiali evidenti. La nave appoggio, i depositi di carburante a vista, e quelli bellici sotterranei osservano immoti il porto di La Maddalena ed hanno, negli anni, aumentato la loro presenza quantitativa e qualitativa, nonché la loro assurda pericolosità. I risultati sono stati in un certo senso immateriali ma non per questo di secondaria importanza. Gia nel 1984 erano state indicate nuove vie per un cambiamento strutturale della prassi politica, del suo rapporto con le cose e con la gente. Forse anche l'attuale crisi del sistema partitico, in questi avvenimenti, veniva "profeticamente annunciato". Si avanza una richiesta forte: un cambiamento strutturale, ideale e organizzativo, del paradigma su cui lo stesso agire politico si fondava e si fonda. Ancora oggi ci pare che nell'isola di La Maddalena il movimento pacifista abbia giocato al rilancio, procedendo per tentativi ed errori in una trama che fosse di aggiramento/avviluppamento del problema. Per la prima volta, in modo continuo, il movimento pacifista e divenuto un interlocutore autorevole su una serie di argomenti e di problematiche tradizionalmente di competenza esclusiva di esperti e tecnici. Anzi, finalmente, è riuscito a guadagnare al suo servizio molte energie di intellettuali e specialisti che nell'ottica del "ciascuno faccia qualcosa", diventavano parte integrante del movimento in un nuovo e promettente intreccio tra teoria e prassi. Emblematica, in questo senso, è stata la campagna referendaria contro la base americana, che prese avvio nel 1988. 2) Appunti pacifisti sul referendum dell''88-'89 La gestione della campagna referendaria partì dal basso con la costituzione di un comitato promosso da persone provenienti da diverse forze sociali. Aderirono anche alcuni partiti, due dei quali PCI e PSd'AZ, al governo della Regione sarda. I quesiti referendari formulati si posero sul solco di una forte contestazione del modello di difesa nucleare, e quindi della presenza della base nucleare statunitense. Con questo il movimento prese le distanze da un atteggiamento puramente formalista al problema: il nucleare militare, a maggior ragione dopo il no decretato dal corpo elettorale nazionale, doveva essere abolito, senza neppure occuparsi dell'annosa disputa sulla concessione dell'isolotto di S. Stefano come esecuzione o superamento del Patto Atlantico. Il Governo italiano e la Corte Costituzionale reagirono all'iniziativa con ferocia ingiustificata soprattutto se si considera il carattere consultivo sul referendum. Ma il naufragio dell'iniziativa ha messo in luce alcune inquietanti certezze che ci sembra utile sottolineare seppure schematicamente. Ha dimostrato: 1) che vi è un contrasto tra gli interessi dei cittadini in una comunità che vive sulla pelle i rischi di insediamenti nucleari e la politica internazionale che uno stato persegue: questo non è lo sviluppo dei primi ma ne è la negazione; 2) Che la dimensione delle questioni internazionali è assolutamente inaccessibile non soltanto all'esigenza dei cittadini di esprimersi su di esse, ma addirittura a quella semplice conoscenza; non possiamo sapere che cosa davvero accade a Santo Stefano, se abbiamo gia superato la soglia di pericolo nucleare quanti incidenti si verificano nelle acque davanti alle nostre case, etc.. 3) Che il segreto sui temi su esposti, rivela, paradossalmente, il tramonto di un'idea secondo la quale la vita civile e quella militare si possano considerare come dei corpi separati, e i colpi di stato come delle sciagurate degenerazioni di un rapporto tra entità incomunicanti. Gli interessi militari possono già aver sottomesso, le ragioni di quelli civili. Forse anche per questi ultimi motivi possiamo ora dire che anche gli anni che vanno dal 1984 al 1988 sono stati anni ricchi di esperienze e di speranza. La parabola del movimento ha segnato tappe importanti, oltre che per le nostre persone, per un cammino verso una società più libera, Negli anni settanta si parlava, in questi casi, un po' ironicamente, di "fase sommersa del movimento". A noi pare che il Movimento Pacifista, in quelle forme,, abbia concluso la sua esistenza non tanto dissolvendosi nel rimosso collettivo quanto trasformandosi, biologicamente sciogliendosi, in mille rigagnoli, in mille isolette i cui abitanti, ogni tanto si riconoscono.
Tratto dal libro "Storia e cronaca della base nucleare di S. Stefano di S.Sanna Vedi: La storia della Base Usa
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