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Redazione: Cronacheisolane.it"

giovedì, 09 giugno 2005

Emergenza in caso di incidente

di Giancarlo Fastame

  Facciamo finta che un sottomarino nucleare ormeggiato a Santo Stefano abbia il peggiore incidente possibile, la fusione del nocciolo: non nei 160 sottomarini nucleari di tutte le bandiere, che sono in circolazione nei mari da oltre cinquant'anni, ed è difficile che avvenga.

  E' avvenuta soltanto in un reattore,  a Chernobyl che nel 1986 era stato condotto oltre i limiti del progetto, ed oltre i limiti di wodka, per un test di incremento di produzione di energia, ma vogliamo comunque sapere cosa potrebbe accadere in questa ipotesi, anche se il sottomarino a Santo Stefano ha una potenza di dieci volte inferiore ed è in "sonno", al minimo carico.

  Non ci sarebbe il botto di un'esplosione, non ci sarebbe il fungo atomico semplicemente perché nel reattore non c'è sufficiente materiale per esplodere come in una bomba atomica: in realtà la fusione del nocciolo inizia in maniera subdola e dura almeno 10 giorni.

  Dobbiamo immaginare una piuma di venti chilometri che parte dal sottomarino nella direzione del vento: tutto quello che sta sotto questa piuma è esposto alle radiazioni, Vista dall'alto ha la forma di un buco di serratura, si sparge intorno circolarmente ma il vento la spinge in una direzione prevalente.

  Queste radiazioni sono dovute a vari radioisotopi, alcuni come il Plutonio emettono radiazioni alfa che vengono assorbite in pochi metri dalla distanza in aria e no ci raggiungono, diventeranno un problema nei giorni seguenti quando si depositeranno, altri come lo Iodio-131 emettono radiazioni gamma che possono raggiungerci subito se stiamo esposti sotto la piuma ed in particolare se li inaliamo.  All'inizio c'è ne meno, poi aumentano col passare delle ore: è prevedibile che il massimo si abbia nei primi due giorni, per diminuire poi nei giorni successivi.

  Per completare il quadro bisogna valutare le condizioni meteorologiche: la miglior condizione sarebbe la pioggia che abbatterebbe completamente la nube radioattiva (meglio al suolo ed in mare che respirata).

  Il vento allontanerebbe la nube lasciando pulite le zone dalla sua provenienza.

  La calma piatta è per noi la condizione peggiore ed esporrebbe alle radiazioni più intense un'area di 10 chilometri di raggio. Quel che sappiamo e che in caso di incidente e di rilascio radioattivo appena le centraline lo rilevano (se non sono fuori servizio e se le condizioni meteorologiche non glielo impediscono) suona un allarme in capitaneria e poi scatterebbe il Piano di Emergenza, che oggi non è pubblico

  Se si realizza la fusione del nocciolo (il cuore del reattore) l'elevata temperatura fa fondere il primo contenitore del reattore, poi il secondo e la schermatura e poi bica lo scafo: la fusione non è un evento immediato e inizia a manifestarsi come possibilità qualche ora prima.

  Siccome prima di arrivare alla fusione esistono molti segnali di anomalia e l'equipaggio per primo ha desiderio di salvarsi, è altamente probabile che l'allarme parta dall'equipaggio: le procedure U.S. Navy stabiliscono quattro livelli di allarme e prima di arrivare al quarto (la fusione del nocciolo) già durante i tre livelli, che sono limitati al sito di ormeggio, prevedono, per quanto li riguarda, di avvertire e ovviamente di intervenire per correggere.

  E' pura illusione pensare che la rete di monitoraggio della Asl rilevi tempestivamente questo tipo di incidente, perché non è il suo scopo principale ed è limitata come efficacia, e poi se si rileva rilascio da rottura del contenitore per fusione, quindi con rilascio di quantitativo consistente, nel momento in cui lo rileva, la situazione è già totalmente compromessa: in questo caso non ci sarebbe tempo per valutare, bisognerebbe solo aver già lanciato il Piano di emergenza, per non perdere le possibilità di intervento delle fasi precedenti.

  Nei paesi civili dall'Australia all'Europa aderenti all'agenzia Iaea, esistono limiti massimi di esposizione alle radiazioni, numerici ed oggettivi, e quando si prevede di raggiungerli scattano le misure di protezione pubbliche e ben conosciute che sono:

1)  Ripararsi al chiuso e subito

2)  Seguire le disposizioni via radio e Tv

3)  Idroprofilassi subito (assunzione di dosi predefinite di pasticche di Iodio per età da 0 a 40 anni)

4) Evacuare, se ordinato, altrimenti stare al riparo per i primi due giorni.

  L'esperienza di Chernobyl, dove le vittime sono state solo tra i soccorritori eroicamente consapevoli, dimostra che il 100 % della popolazione (100.000 abitanti) si salva senza danni, che i 1831 casi di tumore alla tiroide nei minori lì riscontrati sono totalmente evitabili con la Iodio Profilassi (17.000.000 dosi in Polonia, senza danni): in Italia invece i Piani di emergenza sono segreti, quelli conosciuti di Taranto, Gaeta e La Spezia sono deficienti (accuso consapevolmente) tanto che il Sindaco di Palau Pirredda ha dichiarato inattuabile quello da lui conosciuto, e l'Italia è deferita per infrazione delle direttive europee quindi dovrà adeguarsi e renderli pubblici.

  La nuova amministrazione comunale dovrebbe quindi anticipare i tempi, proponendo quanto prima dei piani attuabili, comprensibili, trasparenti, come a San Diego in California, porto di casa dei sottomarini Us. Navy.

 

  Questo di Giancarlo Fastame è un commento ai piani di emergenza attualmente conosciuti - tra questi quello relativo alla città di San Diego in California - è un discorso generale riferito ai piani conosciuti.

  Abbiamo ricevuto questo commento ancora prima delle elezioni comunale e prima che si parlasse del nuovo Piano presentato dal prefetto. Verificato con l'autore che è ancora valido, lo pubblichiamo oggi, ma dobbiamo avvertire i lettori che quest'articolo è riferito ai piani internazionalmente conosciuti, non a quello maddalenino.

 

  Tratto dal mensile "Lo Scoglio" n. 11 - 12 giugno 2005

 

 

 

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