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La Nuova Sardegna"

VENERDÌ, 16 SETTEMBRE 2005
 
I piani segreti dello Zio Sam alla Maddalena
Santo Stefano diventerà una base navale per assistere le navi della Sesta Flotta
Nel nuovo molo lungo oltre 180 metri potranno attraccare oltre ai sottomarini anche incrociatori e cacciatorpediniere
 
PIERO MANNIRONI

    Per la verità, il sospetto era forte. Erano infatti in tanti a pensare che dietro la ristrutturazione del punto di approdo della Us Navy a Santo Stefano ci fosse molto di più di un semplice “maquillage” alle strutture per migliorare la qualità della vita dei militari americani.
 D’altra parte, come non pensarlo? Troppe volte la storia della marina dello Zio Sam nell’arcipelago della Maddalena è stata caratterizzata da silenzi eloquenti, da mezze verità o addirittura da gravissime omissioni. A cominciare dall’armamento dei terribili sommergibili della classe Los Angeles. A metà degli anni Ottanta, infatti gli americani negarono che su quei mostri d’acciaio ci fossero missili Slcm Cruise Tomahawk e Harpoon con testata nucleare. Ma vennero smentiti dalla loro stessa stampa, che pubblicò il calendario degli armamenti. E sempre la stampa americana ha messo in difficoltà il comando della Sesta Flotta che aveva accuratamente nascosto il misterioso incidente al sottomarino Uss Harford nell’ottobre del 2003.
 E ora si ricomincia. Sì, perché sembra proprio che, mentre i tempi cambiano, non cambi la filosofia che ispira la vita dell’unica base militare nucleare al mondo ospitata in un parco nazionale. Il progetto firmato dalla Roger, Lovelock & Fritz Inc. parlava genericamente di «ristrutturazione per migliorare le condizioni di vita del personale». Volumetria dichiarata: 52 mila metri cubi e un investimento da 37 milioni di dollari, cioé poco più di 71 miliardi di vecchie lirette.
 Ma ecco che oggi si scopre che anche questa volta la partita si sta giocando con le carte truccate. O meglio, con le carte coperte. Il progetto di ristrutturazione, nome in codice Milcon P 995, infatti, altro non è che la prima fase di un’operazione molto più ampia, decisa dal Comando navale degli Stati Uniti in Europa, detto «Piano regionale di infrastrutturazione costiera». E’ prevista la concentrazione in cinque siti della presenza della Us Navy nel nord Sardegna che attualmente è dispersa in 17 siti.
 Le linee filosofiche di questo piano sono fondamentalmente tre: 1) adeguare le strutture agli standard antiterrorismo decisi dopo l’11 settembre; 2) migliorare il rapporto tra qualità del lavoro e qualità della vita; 3) incremento della capacità nelle operazioni di manutenzione della flotta.
 E qui si avverte il primo segnale di un salto di qualità della presenza militare statunitense nell’arcipelago. Infatti non si parla più solo di sommergibili, ma di flotta. Saranno cioè assistite anche navi da guerra di superficie. Non era quindi un caso che, nel nuovo molo da 180 metri, lo studio Roger, Lovelock & Fritz Inc. aveva previsto l’attracco di navi classificate Destroyer e Cruiser. Ovvero, cacciatorpediniere e incrociatori.
 In silenzio, a piccoli passi, l’arcipelago della Maddalena si sta trasformando in una base navale americana non solo di grande rilevanza strategica, ma destinata anche a crescere come spazi e volumetrie. Tutto questo, mentre la Marina italiana sta invece facendo le valige.
 Nei documenti “top secret” nei quali è definito il programma di potenziamento e di ampliamento, si passa stranamente a calcolare gli interventi non più in metri cubi (come veniva fatto nel Milcon P 995), ma in metri quadri. L’unica spiegazione possibile è che si sia cercato un modo per criptare in parte le dimensioni reali dell’intervento. Ma i numeri sono comunque abbastanza eloquenti: a Santo Stefano si passerebbe da una superfice coperta di circa tremila metri quadri ad addirittura 38 mila metri quadrati.
 L’«espansione» dell’area a stelle e strisce dovrebbe avvenire soprattutto nell’area Nato e in quella italiana. Dall’attuale ettaro e mezzo, la Us Navy alla fine arriverebbe a occupare circa dodici ettari.
 Ma, come si diceva, l’operazione è pianificata in tutta la zona. Gli americani manterrebbero la loro presenza a Palau, amplierebbero le residenze familiari a Trinita, ma lascerebbero i siti di Mordini e di Paradiso. Il potenziamento è dunque concentrato soprattutto a Santo Stefano, che nei documenti Usa viene definito in modo molto efficace il «cuore della missione».
 Anche la sede della Nsa (Naval Support Activity), insomma la struttura di comando, verrebbe trasferita dalla Maddalena all’interno della “fortezza” che gli americani stanno pensando di costruire a Santo Stefano.
 E trova conferma in queste ore anche l’interessamento della Us Navy all’area dell’ex Arsenale. Quello che, nei sogni dei maddalenini, dovrebbe diventare il fiore all’occhiello della nuova economia cantieristica e turistica, rientra in parte nei programmi di acquisizione degli americani. Due anni fa, la Marina italiana aveva offerto alla Us Navy la caserma Faravelli e il compendio Sauro. Offerta evidentemente accettata.
 E non basta. Nell’area di Moneta (quella che oggi viene chiamata area operativa e servizi adibita a eliporto) sventolerà la bandiera a stelle e strisce.
 L’intera operazione porterà a un incremento della presenza americana nell’ordine del 67-68%.
 Secondo alcune voci, poi, la base navale acquisterà un ruolo che i tecnocrati militari definiscono “multifunzionale”: non solo supporto alla Sesta Flotta del Mediterraneo, ma anche base di addestramento di corpi d’élite, pronti a essere spediti nei teatri d’operazione. A Punta Rossa, a Caprera, in un’area attualmente utilizzata per le esercitazioni degli incursori della Marina italiana (i Comsubin) dovrebbero arrivare infatti i leggendari Navy Seals.
 E’ già in corso la ristrutturazione di alcuni sommergibili a propulsione nucleare della classe Los Angeles che vengono dotati di una struttura mobile esterna, adibita proprio al trasporto dei Navy Seals nelle zone d’operazione.
 Forse è arrivato il momento di fare davvero chiarezza e finirla con questa infinita commedia degli inganni. Deve finire la stagione dei piani segreti e delle bugie.
 Sarebbe interessante conoscere in proposito l’opinione del ministro della Difesa Antonio Martino che, guarda caso, negli ambienti politici è soprannominato l’«Americano».
 

VENERDÌ, 16 SETTEMBRE 2005
 
Il rischio di una ferita allo statuto dell’autonomia
Le aree del demanio militare dismesse devono passare alla Regione


 LA MADDALENA. Che qualcosa si stesse silenziosamente muovendo, qualcuno l’aveva capito. Non poteva infatti sfuggire il fatto che era stato definito l’appalto per una strada tra la caserma Faravelli e l’eliporto di Moneta. Una pratica che, stranamente, non era finita sul tavolo del Comitato paritetico sulle servitù militari. Cioè, un atto dovuto. Senza considerare, poi, che si sta parlando di aree adiacenti all’ex Arsenale, intorno al quale si stanno sviluppando speranze di lavoro e di promozione economica.
 La linea è chiara. La riferisce con nettezza Pio Palazzolo, membro del Comitato paritetico per le servitù militari: «Dobbiamo dare slancio alla proposta di economia industriale che può ridare smalto e forza alla nostra comunità, che non ha scelto la strada di un’economia assistita, ma quella del turismo di qualità, della portualità e della cantieristica».
 E nel luglio scorso la minoranza consiliare aveva presentato una mozione, con la quale chiedeva un impegno diretto dell’amministrazione comunale «al processo di riconversione industriale dell’Arsenale militare marittimo e sulla piena disponibilità dell’area arsenalizia, della cosiddetta “area operativa” di Marisardegna e delle aree delle caserme Faravelli e Sauro e tutti gli immobili in esse insistenti, per un loro complessivo utilizzo per i piani di insediamento cantieristico-nautico».
 Si chiedeva, in sostanza, che il ministero della Difesa e l’Azienda Industrie Difesa offrissero «piena e diretta informazione» sulla vicenda dell’Arsenale e di tutte le aree adiacenti.
 Il problema è ora capire se l’«invadenza» della Us Navy, che vuole mettere le mani sull’area operativa e sulle caserme Faravelli e Sauro, renderà possibile lo sviluppo del polo cantieristico. Non solo per una questione di dimensione di spazi e di loro agibilità, ma anche di convivenza con una presenza militare (quella Usa) che si sta “blindando” sempre di più per paura del terrorismo.
 Resta infine un problema di non poco conto sul piano politico, ma anche giuridico: secondo l’articolo 14 dello Statuto speciale, i beni dismessi del demanio militare dovrebbero essere trasferiti alla Regione e non ceduti dall’Azienda Difesa con decisioni unilaterali. Proprio come sembra stia avvenendo ora.
P.M.

 

 

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